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1 maggio 2019

Intervista ad Antonio Pra, autore di Olgius - Viaggio verso l'ignoto

Poco tempo fa abbiamo pubblicato la recensione ad Olgius – viaggio verso l’ignoto che trovate qui, oggi invece dedichiamo spazio all’autore del romanzo, Antonio Pra, grazie ad una serie di domande che ci consentiranno di approfondire con lui il cuore del testo e scoprire cosa ci sia dietro la vicenda dell'ormai noto Anthony Green e dei misteriosi Olgius.

L'intervista


La prima domanda è sicuramente volta a raccontare la storia che si cela dietro il romanzo, come nasce Olgius e soprattutto perché la voglia di raccontare una vicenda che intreccia mondi e realtà così diverse tra loro?

Come avviene per Mr. Green il personaggio principale di “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto”, anch’io “...percepisco la realtà che ci circonda non solo come luogo in cui siamo destinati a vivere, ma come un vero e proprio “rebus” che deve essere decodificato e mai dato per scontato...” Fin dalla giovane età non mi sono mai accontentato delle risposte preconfezionate ma ho cercato sempre di scorgere altre verità dietro la scontata apparenza. Affascinato dalla majeutica socratica applicata al mondo in cui viviamo, ho cercato risposte, quesito dopo quesito senza limitare il mio spettro d’azione. Lo faccio in continuazione perchè proprio non posso farne a meno. Ho questo impulso investigativo che mi porta ad approfondire molte discipline scientifiche. L’archeologia è sempre stata la mia passione principale così come i misteri delle Antiche Civiltà. Considero l’Archeologia come una sorta di macchina del Tempo in grado di portarci indietro nel passato e fare luce su fatti che potrebbero cambiare radicalmente le nostre certezze riguardo le civiltà che ci hanno preceduto. Ogni scoperta del passato, del presente e del futuro, ha avuto ha e avrà sempre come forza di propulsione un mix di passione, dedizione e ricerca. Inoltre le scoperte scientifiche avvenute negli ultimi decenni, hanno fatto fare passi da gigante proprio a discipline come l’archeologia. Ecco perchè tutto ciò mi affascina e traspare dalle tematiche sviluppate nella trama del romanzo dove si parla anche delle più avanzate tecnologie che, anche di recente, hanno consentito di approdare a straordinarie scoperte come quella della Città Bianca del dio Scimmia in Honduras. Nel 1994 il Direttore di Fotografia ed Esploratore Steve Elkins trovandosi in Honduras viene incuriosito dai racconti delle popolazioni locali riguardo ad una città abbandonata nel mezzo della foresta, edificata da una sconosciuta ed avanzata Civiltà di uomini dai capelli d’oro e dalla carnagione chiara. Di questa città ne parlò anche Hernand Cortes nel suo diario ma si pensava fosse solo il frutto di una pittoresca fantasia. Nel 2012 Elkins decide di avvalersi del L.I.D.A.R. ovvero il Light Detection And Ranging, un potente laser scanner usato anche in campo militare in grado di “vedere” dall’alto l’esistenza di artefatti attraverso le foreste più impenetrabili. Sorvola la zona della Moquitia e sorprendentemente la restituzione grafica della scansione conferma l’esistenza di strutture artificiali nella selva honduregna. Nel 2015 Elkins riunisce un gruppo di esperti provenienti da varie discipline scientifiche e parte per la spedizione sul terreno scoprendo non solo quella misteriosa città ma le vestigia di un’antichissima e sconosciuta Civiltà.Tutto il mondo ne parla e nello stesso anno National Geographic Explorer produce un intero episodio dedicato alla sensazionale scoperta. “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” nasce quindi come il frutto di queste mie passioni che, attraverso un tema poco conosciuto basato sui racconti delle popolazioni della Sacha Yakutia, le testimonianze di esploratori del XIX secolo come Riichard Karlovich Maack inviato delle Compagnia Geografica Imperiale Russa e di quelli più recenti come Ivan Mackerle, cerca di far luce sulla reale esistenza di antichi e avanzati artefatti che sarebbero disseminati nella Taiga Siberiana da tempo immemorabile. Un mistero che potrebbe cambiare per sempre la storia del Genere Umano.

Quanto c’è di Antonio Pra in Anthony Green e quanto invece dei tuoi amici negli altri protagonisti?

Molto sicuramente! Dietro al gruppo dei protagonisti principali ci sono persone vere, amici per i quali ho creato degli alias caratterizzandoli in base alle loro vere personalità. Certo, ho aggiunto anche dell’altro ma fondamentalmente loro sono così come traspare dalla trama del romanzo. Daniil Volkov è Danilo Leo Lazzarini archeologo sperimentale, maestro d’arme e attore; Mick “The eye Harrison” è Michele Barison imprenditore che oggi vive e opera a Londra e con il pallino di cineoperatore; Frank “The Great Baker” è Franco Batista chimico e grande musicista; l’ispettore Hill è Bruno Palmegiani fashion designer già ideatore del marchio POLICE...ruolo che poteva essere solo suo in questa avventura! Infine, attraverso Anthony Green emerge quasi del tutto quella che è la mia personalità, quelle che sono le mie passioni e soprattutto la mia inclinazione per la ricerca ed il fascino per l’ignoto. Nella copertina del romanzo c’è una frase di Carl Sagan che riassume molto bene queste mie attitudini: “Da qualche parte qualcosa di incredibile attende di essere conosciuto”.

Dal modo così realistico in cui racconti le emozioni dei personaggi davanti a luoghi così particolari ed insidiosi come la Yakutia, sembra quasi che tu ci sia stato, se così non fosse, come sei riuscito a raccontare così egregiamente di territori con cui non sei mai entrato in contatto diretto? E che rapporto hai con le altre ambientazioni del romanzo, l’Inghilterra e la Svizzera?

Amo Londra e appena ne ho la possibilità prendo l’aereo per andare a trascorrere qualche giorno in una full immersion di archeologia, musica e visita ai quartieri che non ho ancora esplorato. Tappa fissa è il British Museum, e lì letteralmente non percepisco più lo scorrere del tempo immerso nello studio dei reperti archeologici. Lo stesso accade alla National Gallery quando a seconda dell’ispirazione scelgo un artista e mi fermo a contemplarne le opere per ore. Alla sera mi piace passeggiare e scoprire ristoranti e pub dove di frequente si sviluppano jam session spettacolari come avviene al Ronnie Scott's Jazz Club a Soho che è uno dei miei preferiti. Il romanzo inizia e si sviluppa proprio in quella città che è stata capace di suscitare in me un insieme di emozioni tali da spingermi a partire per quel “Viaggio Verso l'ignoto”! Per quanto riguarda la Sacha Yakutia non vi sono mai stato ma ho passato settimane intere a guardare documentari, studiarne le culture approfondirne le caratteristiche geografiche in modo da ricavare una descrizione più dettagliata e veritiera possibile. Ciò che volevo era trasportare con la fantasia il lettore nei luoghi che descrivo in modo da farlo immedesimare completamente nella trama che ho ideato. Spero in qualche modo di esservi riuscito anche solo in minima parte, La Svizzera ha un ruolo importante nella trama del romanzo ma non posso svelare qui il perché altrimenti rivelerei dei particolari che per chi non ha letto “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” anticiperebbero troppo uno dei misteri che si celano dietro il racconto. Neanche quel Paese ho avuto il piacere di visitare ma mi sono dedicato al suo studio come avvenuto per la Sacha Yakutia. Comunque c’è anche un’altra particolarità che collega la Svizzera al mio lavoro. La colonna sonora del book trailer “Blowing Away” mi è stata gentilmente concessa da Alex Kacimi fondatore dell’etichetta musicale Svizzera “Le Pop Records” che è mio amico e leader del gruppo “The Rebels of Tijuana”. Ho conosciuto i ragazzi qualche tempo fa in un concerto in Italia e sono dei musicisti straordinari!

Nel romanzo vengono riportate referenze importanti come fonti ispiratrici del romanzo – dal Prof. Zecharia Sitchin all’esploratore Ivan Mackerle, al Dottor Valery Uvarov – è a loro che devi la tua passione per questi misteriosi Olgius?

Per il personaggio del prof. Almeida mi sono ispirato proprio al prof. Zecharia Sitchin che Anthony Green incontrerà in un momento cruciale dello sviluppo narrativo e confesso che è stato davvero emozionante immaginare e descrivere quella parte di storia visto che anni fa ho avuto con lui una corrispondenza epistolare. Il prof. Zecharia Sitchin è stato uno dei più grandi esperti e traduttori delle antiche lingue mesopotamiche e i suoi saggi sono diventati veri e propri best sellers in tutto il mondo. Alcuni studiosi sono stati critici nei suoi confronti accusandolo di aver “forzato” un po' troppo l’interpretazione di certi testi e di aver creato di conseguenza una teoria che non ha basi scientifiche. C’è da dire che Sitchin era uno dei pochi in grado di tradurre le antiche lingue mesopotamiche vista la sua particolare specializzazione accademica. Nei suoi numerosi libri nel corso degli anni ha condiviso con i lettori il frutto dei suoi studi sostenendo che dai testi antichi emergeva una storia del genere umano molto più articolata e tecnologicamente avanzata rispetto a quanto possiamo immaginare. Secondo questa ricostruzione, gli dei decritti nelle saghe antiche, sarebbero stati in realtà gli esponenti di una avanzata e progredita Civiltà che accompagnò il genere umano nel corso della storia. Al di là della veridicità di questa teoria, ho trovato sempre di grande interesse gli studi del prof. Zecharia Sitchin perché effettivamente ci si trova spesso di fronte a quesiti di difficile interpretazione nel campo delle scoperte archeologiche e dei contenuti di certi testi antichi. Là dove non esiste una certa e dimostrata decodificazione c’è sempre spazio però per l’approfondimento scientifico almeno fino a quando non si raggiunge la prova definitiva della consistenza di una o dell’altra teoria. I protagonisti del romanzo durante tutta la storia, interagiranno proprio con tematiche di questo tipo e, minacciati da mille pericoli e a causa di una serie di imprevedibili eventi si troveranno ad affrontare un viaggio ai confini del mondo conosciuto, Per quanto riguarda Ivan Mackerle come non si può rimanere colpiti da quello che è stato in grado di fare? Un esploratore che si è spinto sempre alla ricerca di indizi che comprovassero la veridicità di svariati miti e leggende che decide di organizzare una spedizione in uno dei luoghi meno esplorati della Terra! Dopo aver saputo dell’esistenza dei racconti sugli “Olgius” attraverso un articolo redatto dal dott. Uvarov nel 2005 che per la prima volta ne dà notizia al mondo con un testo in inglese e lo lancia in internet, Ivan Mackerle decide di organizzare una spedizione per verificare l’esistenza di quei misteriosi artefatti. Di quel evento ne è stato ricavato anche un documentario pubblicato in una delle trasmissioni di History Channel dal quale per la prima volta si sono potute vedere le tracce di strane anomalie circolare nella taiga siberiana che probabilmente coincidevano con i racconti delle popolazioni locali. Sta di fatto che la spedizione fu interrotta subito dopo la scoperta in quanto lo stesso Mackerle e altre persone appartenenti al suo gruppo hanno cominciato ad accusare, nausea, vomito, cecità momentanea, incapacità di ingerire liquidi o cibo, febbre alta. Tutti sintomi che coincidevano con le esperienze descritte dai popoli della Sacha Yakutia e da altri testimoni, non appartenenti alle popolazioni locali, che si sono avvicendati in quei luoghi sperduti nel corso del tempo. Una parte del romanzo si ispira a questa spedizione e, sulla scorta di quanto accaduto all’esploratore della Repubblica Ceca, propone soluzioni alternative in grado di superare i pericoli che possono derivare dalla vicinanza con gli Olgius.

Oltre a quelle sopra citate, quale sono le altre influenze del romanzo – in ambito letterario, musicale, cinematografico ad esempio?

Olgius Viaggio Verso l’Ignoto è soprattutto un romanzo del genere Thriler, Mistero, Avventura che ho ideato influenzato da quelli che sono sempre stati i miei punti di riferimento; Sir Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe, Agatha Christie, Oscar Wilde, Bram Stoker, Jules Verne, Emilio Salgari. Amo le atmosfere del periodo vittoriano ricco di scoperte, invenzioni, avventure, spedizioni e di misteri che in modo inimitabile quei mostri sacri sono riusciti a descrivere come nessuno, sublimandone la peculiarità. Ognuno di essi ha influito sul mio modo di pormi nello sviluppo della trama del romanzo, nella caratterizzazione dei personaggi, dei luoghi e delle atmosfere. Almeno questo è quello che ho percepito dentro di me! Di conseguenza i film o le serie televisive che preferisco sono i Gialli Deduttivi, quelli ricchi di atmosfere gotiche, avventura e mistero. Oltre alle opere degli autori che ho citato, proprio di recente sono stato letteralmente rapito da una serie tv intitolata “La Verità sul caso Harry Quebert” tratto dal best seller dello scrittore svizzero Joel Dicker e diretto magistralmente da Jean-Jaques Annaud. Semplicemente straordinario, originale, travolgente! Per quanto riguarda la musica, il romanzo ne è intriso fino dalle prime pagine. Mentre scrivevo immaginavo alcune scene ascoltando i brani preferiti dai protagonisti e così l’ispirazione fluiva quasi materializzandosi di fronte ai miei occhi. Il genere preferito dai protagonisti del romanzo è la musica degli anni Sessanta con tutte le sue sfumature Beat, Rock, Mod, Psicadeliche ecc. ma anche contemporanea derivante sempre da quelle origini: Beatles, Kinks, Yardbirds, Cream, Doors, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Paul Weller, The Stone Roses ecc. Per chi volesse addentrarsi nell’avventura di “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” consiglio di ascoltare i brani che ho citato in alcune scene...credo possa maggiormente trasferire le emozioni che ho provato durante l’ideazione della trama.

Dal testo si evince un grandissimo lavoro di ricerca, quanto tempo hai dedicato a reperire e ad assemblare tutte le documentazioni?

In realtà da sempre mi dedico in modo costante alla ricerca perchè, come dicevo è la mia passione: quasi quotidianamente appena ho tempo scelgo le tematiche che più mi interessano e le archivio pensando ad uno sviluppo futuro. Quindi più che altro mi son dedicato all’approfondimento di argomenti che già conoscevo cercando di sviscerarne più dettagli possibile. Per questo tipo di operazione ci sono voluti un paio di mesi circa sui nove in totale impiegati per finire il romanzo. Il lavoro più difficile è stato scegliere le tematiche che potevano essere più adatte alla trama ed inserirle coerentemente nello sviluppo narrativo del thriller.

Come sei riuscito a creare una storia in cui l’eterogeneità delle tematiche mantiene un equilibrio perfetto costante dalle prime alle ultime pagine? È difficilissimo raccontare di storia, di scienza, di archeologia, di fisica sviluppando parallelamente un intreccio narrativo avvincente e interessante.

Sinceramente è difficile rispondere a questa domanda. Il tutto è nato molto spontaneamente unendo i miei studi ai generi letterari che preferisco. Principalmente credo che una parte del segreto sia avere una profonda passione per quello che si sta creando immergendosi completamente in esso, Leggere e rileggere, sentire se ciò che hai scritto suscita emozioni intense al punto di farti credere di essere tu stesso parte del racconto. Non saprei che altro dire a riguardo se non che questa domanda ha in sè un complimento che ogni scrittore credo sogni di ricevere! Grazie.

Ci sarà un seguito al romanzo, una nuova spedizione per i nostri eroi?

Innanzitutto vorrei ringraziare Runa Editrice che ha creduto nel mio romanzo. Con Fabio Pinton, l’editore, siamo alle prese con varie presentazioni da quando “Olgius Viaggio Verso l’Ignoto” è stato pubblicato per cui al momento sono ancora concentrato su questo versante. Il prossimo evento è programmato per venerdì 3 maggio a Pisa presso lo splendido centro polifunzionale “Officine Garibaldi”. Ma per rispondere alla domanda...il Viaggio Verso l’Ignoto è appena iniziato!

Un grande ringraziamento all'autore, Antonio Pra, per il tempo dedicato alle nostre domande ma soprattutto per la sua accuratezza nel rispondere. Un augurio per il futuro di un successo sempre in ascesa per chi come lui crede fermamente nelle proprie passioni.

6 marzo 2019

Olgius - Viaggio verso l'ignoto - Antonio Pra

Londra 2015. Anthony Green è uno studioso dei misteri delle Antiche Civiltà. Dopo una serie di conferenze di successo, viene ingaggiato dal British Museum per registrare dei documentari su alcuni reperti esposti nelle sale del museo londinese. Un incontro con una enigmatica donna e un'escalation di strane coincidenze, lo portano a partecipare a una spedizione assieme ai suoi amici in uno dei luoghi più inesplorati del pianeta, la Valle della Morte nella Yakutia, alla ricerca di avanzati artefatti tecnologici che, secondo le tradizioni locali, sarebbero stati creati nell'antichità da una dinastia di esseri altamente progrediti. Una straordinaria occasione per far luce sui racconti per secoli tramandati tra i popoli della taiga siberiana che si tramuta ben presto in una pericolosa avventura dagli imprevedibili risvolti. I guai per Anthony Green e amici aumentano sempre di più a mano a mano che si avvicinano a comprendere il segreto celato dietro la donna che li ha coinvolti nei frenetici eventi ad alta tensione. Si troveranno infatti, oltre a dover lottare per le proprie vite, a misurarsi con inquietanti rivelazioni in grado di far vacillare le loro stesse certezze sul mondo che li circonda.

Recensione

Olgius – Viaggio verso l’ignoto è un romanzo originale dalle tinte camaleontiche, motivo per il quale non è semplice collocarlo all'interno di un unico genere - si tratta infatti di un romanzo-contenitore che tratta degli argomenti più disparati. Con una grande abilità di scrittura e con maestria, il bravissimo autore, Antonio Pra, spazia tra temi vari come la storia, lo sciamanesimo, la scienza, l’archeologia, la chimica, la fisica quantistica, l’enogastronomia, la musica ed il cinema.

La storia non solo è avvincente – il filone della spedizione in terre desolate e sperdute nel cuore della Yakutia alla ricerca di artefatti misteriosi, gli Olgius, si intreccia con il desiderio di avventura e con la curiosità dei personaggi protagonisti – ma è soprattutto solida grazie alle preziosissime digressioni che l’autore ci regala per raccontare ciò che attribuisce una veridicità sempre più nitida al romanzo: dati scientifici reali, argomentazioni di ampio respiro su fatti storici e su spedizioni archeologiche o su studi e ricerche realmente avvenute.

Raccontare verità scientifiche nel modo più semplice possibile caricando il testo di suspence e rafforzando la base narrativa con elementi veri, reali e verificabili non è semplice, eppure Antonio Pra riesce nell’impresa – giunonica a detta mia – con la sua naturalezza e con il suo stile di scrittura fluido e coinvolgente, trasformando un romanzo di avventura in uno strumento di divulgazione scientifica e archeologica.

La storia degli Olgius, le spedizioni scientifiche che si sono susseguite in quegli impervi territori, i misteri di tecnologie antiche all'avanguardia e sconosciute alla scienza moderna, fungono da combustibile ad una vicenda che parte lentamente – comprensibile vista la necessità di presentare i personaggi principali e dare un primo sguardo al contesto d’ambientazione – ma che prende il via dopo un paio di capitoli senza fermarsi, incalzando il lettore fino all'ultima pagina.

Non possiamo non dedicare un piccolo spazio alla significativa sfumatura personale che l’autore inserisce nel suo romanzo: i personaggi principali – come Mick, Frank ad esempio – sono reali, sono amici veri dell’autore trasposti nella vicenda e questo, conferisce un ulteriore punto a favore della credibilità e veridicità del testo anche se, è come sfondare una porta già aperta. Qui sta la bravura, raccontare il vero attraverso una storia inventata ma sfruttando personaggi reali.

L'unico appunto che mi sento di fare è su Anthony Green, il protagonista della storia – già dal suo soprannome Gil, da Gilgamesh, capiamo immediatamente con chi abbiamo a che fare – ben venga che sia un appassionato di arte, di storia, di scienza, di cinema, di musica, di delizie enogastronomiche e quant'altro ma la sua incontenibile cultura, a tratti si trasforma in saccenza da tuttologo. Il problema non sono le sue innumerevoli passioni ma il fatto che voglia rappresentarsi come un esperto in ogni campo, il che lo trasforma in un personaggio completamente diverso dalla sua natura. Va bene raccontare attraverso il sapere di Gil tutti gli aneddoti storici e gli esiti delle scoperte scientifiche, ma perché non sfruttare magari anche la voce degli altri personaggi per poter parlare di musica, di storia e di tutto il resto? Concentrare tutto sulla persona del protagonista fa sì che questo ne risenta, un peccato contando che in realtà Gil è un personaggio forte, astuto, determinato, ostinato, intelligente e coraggioso. A suo favore c’è un forte ingegno ed un’inventiva fuori dal comune, con Gil non ci si annoia mai, questo è certo! È piacevole sentirlo conversare e raccontare ed è pieno di qualità, è un protagonista brillante che fa brillare anche ciò che lo circonda.

Ho apprezzato moltissimo il testo, traspare una grande dedizione e una grande passione per la scrittura, una chicca per amatori sono le citazioni che fanno da incipit ad ogni capitolo: Freud, Andrè Gide, John Muir, Marco Aurelio, Aristotele, Mark Twain sono solo alcuni dei prestigiosi nomi a cui Antonio Pra fa riferimento. Un romanzo nel romanzo, e va da sè che è proprio la cura per questi piccoli dettagli che impreziosiscono il testo al punto tale da renderlo unico e di alto livello. Non è solo la storia in sè insomma, c'è altro, molto altro.

Un altro punto a favore dell’autore è lo spazio narrativo riservato alla descrizione degli ambienti e dei paesaggi. Leggendo Olgius è come se il lettore facesse un vero e proprio viaggio sorvolando la bella Londra, la fredda e misteriosa Russia e l’intrigante Svizzera. Una cura minuziosa dei dettagli – sia per gli spazi che per gli eventi narrati – è in grado di trasportare il lettore proprio lì, nel qui ed ora della storia al fianco di Gil e della bella Isabel – la donna nonché studiosa che tanto incuriosisce Gil – assieme all’ispettore Hill o l’abile proprietario della galleria d’arte, Mr Kimmel.

Il mistero degli Olgius – strutture antiche dalla tecnologia avanzata – si intreccia con la natura a sua volta misteriosa di una popolazione antica dalle origini semi-regali, le cui scelte del passato e perché no, anche del presente, potrebbero mettere in discussione tutte le nostre certezze. Non mancherà nella trama la presenza di un complotto ai danni dei nostri eroi ordito da un gruppo di malintenzionati votati ad asservire la scienza per scopi tutt’altro che nobili.

Che dire, tra le emozioni più estreme procedendo nella lettura di Olgius, il lettore si imbatte in un plot che funziona e che convince e che invita sempre di più a proseguire con la lettura, pagina a dopo pagina, per scoprire cosa succede.

Il romanzo è un’occasione per scoprire non solo una storia che vince ma soprattutto per confrontarsi con mondi ed universi tematici che magari la maggior parte di noi non conosce; è uno spunto di riflessione valido sulle civiltà passate e su quanto abbiamo da imparare ancora e da scoprire sul loro conto. Un’avventura che conquista e che merita veramente di raggiungere ottimi risultati in primis per l’immenso e accurato lavoro di ricerca fatto da Antonio Pra - con il quale mi complimento moltissimo - che riesce a toccare quanti più punti tematici possibili al meglio e soprattutto, come si evince dalla lettura, per il credo professato dalle pagine del romanzo. L’autore sicuramente crede molto in quello che scrive e traspare tutta la sua passione. Non è facile infatti riuscire a scrivere ad un livello così alto di argomenti così complessi rendendoli allo stesso tempo interessanti ed in tinta con un romanzo narrativo.
Cinque stelle per Olgius e tanti complimenti ancora all’autore che con la sua penna abile e sapiente dà voce e vita alle sue passioni.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Olgius - viaggio verso l'ignoto
  • Autore: Antonio Pra
  • Editore: Runa Editrice
  • Data di Pubblicazione: Giugno 2018
  • ISBN-13:9788897674665
  • Pagine: 445 pagine
  • Formato - Prezzo:Brossura - 16,00 Euro

8 febbraio 2019

Notre Dame de Paris - Victor Hugo

Sullo sfondo di una Parigi medievale, sinistra e tumultuante - la cattedrale di Notre-Dame è il vero palcoscenico di tutta la storia - la bella zingara Esmeralda è contesa tra il deforme campanaro Quasimodo, il malvagio arcidiacono Frollo, anima nera del romanzo, il poeta pazzo Gringoire e il nobile capitano Phoebus. Protagonista aggiunto la folla, per la prima volta al centro di un libro che mette in scena i sentimenti piú contrastati ed estremi in cui si intrecciano dramma ed epopea e in cui si confrontano il male e il bene, il bello e l'orrido e i dolorosi interrogativi dell'autore, i suoi turbamenti profondi.

Recensione

Quando pensiamo a Notre Dame de Paris, vuoi per la risonanza del cartone animato Disney, vuoi per il mondo dei musical, la prima immagine che si accende nella nostra mente è quella della bella Esmeralda e di un gruppo di accattoni meglio noti come La Corte dei Miracoli.
Ebbene non c’è niente di più erroneo di limitare la storia del Maestro, Victor Hugo, alla vicenda della zingara, del suo seguito gitano e dell’amore per il tenebroso ed affascinante Phoebus.

L’opera di Hugo si articola in ben 11 libri, suddivisi a loro volta in altrettanti capitoli, più di 500 pagine dedicate alla narrazione di un dramma, una tragicomica delirante e viscerale vicenda fatta di morti, amori proibiti, metamorfosi ed espiazione. Procediamo con ordine.
Partendo dai personaggi, è doveroso dedicare una digressione sulla possibilità di distinguerli in due tipologie: il primo gruppo è quello che chiamerei dei personaggi dinamici – coloro che compiono tra le pagine una vera e propria mutazione, una maturazione ed un cambiamento – il secondo è quello invece dei personaggi statici – coloro che nonostante il cambiamento della narrazione e dello sviluppo inaspettato della stessa, non mutano la loro natura rimanendo sempre uguali a se stessi.
Oltre a questa prima suddivisione – che potremmo definire verticale e diacronica, ossia attraversata dallo sviluppo temporale – ne segue un’altra, orizzontale questa volta e sincronica: personaggi primari, dinamici e necessari, personaggi secondari, statici e marginali.

Analizzando le due prime porzioni della suddivisione ci troviamo perciò davanti ai personaggi dinamici, primari e necessari, tra i quali troviamo assolutamente Claude Frollo, Quasimodo ed Esmeralda.

Claude Frollo, meglio conosciuto come il prete di Notre Dame, si colloca rapidamente tra le fila dei buoni sin dai primi capitoli a lui dedicati, la perdita dei genitori, l’infanzia difficile votata alla responsabilità per il fratellino minore Jean, l’amore per le arti e le scienze ed infine l’adozione del povero Quasi-modo fanno sì che il lettore sia mosso a tenerezza nei suoi confronti e legga nelle sue gesta la storia di un personaggio votato alla bontà e all’altruismo. Nel corso della narrazione però qualcosa cambia e lentamente il prete si spoglia delle limitazioni imposte dalla sua posizione sacerdotale, di quelle catene metaforiche da cui si sente stritolato, dando libero sfogo ai suoi sentimenti: è l’amore per Esmeralda, dapprima negato e represso mascherato da odio per i gitani che alla fine sfocia in un sentimento malato, nell’ossessione e nel possesso fisico della ragazza. È facile perciò capire come la sanità mentale del prete vacilli di capitolo in capitolo, lentamente Frollo diviene folle, pazzo d’amore per quella zingarella che lo rifiuta, lo detesta e lo ripudia fino alla morte. L’uomo misurato, di arti e di scienze crolla definitivamente ai piedi di Notre Dame, stroncato dalla potenza di quei sentimenti contrastanti. O mi ami o muori, le fatidiche parole che racchiudono l’aut aut davanti al quale il prete mette a dura prova la giovane Esmeralda. Il riso sardonico e brutale davanti alla tremenda scena della Piazza lo consacra alla morte certa che sopraggiunge ad un decesso già attuato interiormente da tempo.

Quasimodo, il campanaro di Notre Dame, entra in scena invece dalla parte sbagliata militando dapprima tra i cattivi. La sua ostilità verso gli uomini e la sua bestialità incondizionata fanno di lui un personaggio da limbo: è lo stesso Hugo che ce lo racconta come un uomo-animale mosso da una cattiveria primordiale verso i suoi simili. In poche pagine però la verità viene rapidamente fuori e si comprende con estrema facilità che lo stato d’animo di Quasimodo – perfetta immagine di una immanenza trascendente fermamente ancorata al suo microcosmo, il microuniverso della chiesa – è dovuto al ripudio che la razza umana ha sempre mostrato nei suoi confronti. Orbo, zoppo, muto e gobbo si scopre in realtà essere di una bontà e di una delicatezza che cozzano con le sue rigide e spigolose esteriorità, il suo animo gentile e timido, nonché poetico, lo rendono amabile al lettore – pensiamo ai lunghi discorsi fatti alle statue del campanile o alle sue campane. La sua bestialità però non tarda ad esplodere nelle situazioni di pericolo, specialmente nei momenti in cui la minaccia è rivolta alla sua bella Esmeralda. Anche lui, in un modo completamente diverso rispetto al prete, è innamorato della ragazza ma mentre il primo è animato dal desiderio e dall’ossessione di possesso, Quasimodo ha un profondo rispetto misto ad un timore pudico nei suoi confronti. La ammira e la venera da lontano, come uno spettatore silenzioso mentre Frollo la affronta vis a vis minacciandola e gridandole in faccia il suo “amore” senza mezze misure. È incredibile notare come Frollo ed Esmeralda siano gli unici amori della vita del campanaro, due antipodi che paradossalmente saranno la motivazione della fine anche del povero gobbo stesso.

Veniamo ad Esmeralda, il terzo personaggio dinamico e necessario. La sua figura fa da collante all’intera storia, ne è causa ed effetto allo stesso tempo ed innesca tutta una serie di meccanismi che alimentano la vicenda. Esmeralda è il perno centrale che muove il romanzo e ahimè interpreta dapprima il ruolo della ragazza forte e sfrontata, pronta a tutto e senza paura ma l’incontro con il bel militare de Chatepeurs converte il suo essere in una timorosa, debole e titubante fanciulla. Ricordiamo che dalla sua, la bella zingara ha solo sedici anni ma è già donna, non ha avuto tempo per l’adolescenza dovendo badare a se stessa con un’infanzia difficile e una totale assenza di figure genitoriali a rassicurarla o aiutarla nella sua crescita, indirizzandola per la retta via; eppure nonostante questo, Esmeralda è cresciuta bene, sulla difensiva nei confronti del Mondo così da essere perennemente sul “chi va là”. Dopo l’amore malato di Frollo ecco una nuova forma di amore che con la sua irruenza porta a conseguenze negative: l’amore per Phoebus nuoce alla fanciulla rendendola sì vulnerabile ma anche prosciugandola della sua forza, la tortura e la forca infatti la trovano inerme, trasformata, spettro di ciò che era in principio. Solo nelle braccia della madre riuscirà a ritornare ad essere bambina vestendo i panni che la sua età e le sue esperienze non le hanno permesso di indossare, una situazione disperata ed un monologo a dir poco straziante e viscerale della madre ritrovata dalla bella zingarella, chiudono il capitolo lasciando il lettore senza fiato e con le lacrime agli occhi.

Analizzando invece le due porzioni della seconda parte troviamo quei personaggi secondari, statici e marginali che attraversano le pagine del romanzo dando un tocco di colore con le loro vicende, vediamo Pierre Gringoire il famoso autore di misteri oppure Jean Frollo, lo sventurato e disgraziato fratello di Claude dedito ai vizi e agli ozi e poi ancora la Corte dei Miracoli che con il suo impeto gioioso colma le strade della Città Vecchia rubacchiando qui e lì ai malcapitati delle vie. Tra i personaggi secondari, un po’ per gusto personale un po’ per esigenze di classificazione, collocherei anche il bel Phoebus – che di bello ha forse solo l’aspetto, con un animo corrotto e leggero come il suo. Il classico belloccio che fa girar la testa a tutte le signorine che ricadono ai suoi piedi, mi meraviglia dunque che tra le pretendenti ci sia finita anche la bella Esmeralda, così furba ma anche così fragile allo stesso tempo.

Quello che è importante sottolineare – ed è anche ciò che rende il Notre Dame de Paris così vero – è che non troviamo dei personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi, come accade nella realtà delle cose i protagonisti delle vicende sono ibridi, mutevoli, lunatici, cangianti ed è proprio questo che li rende umani e reali.
Il romanzo è dotato di una forza sferzante che ha l’effetto di uno schiaffo in pieno viso, sconvolge e muove il lettore agli stati d’animo più estremi: gioia, ira, dolore, sofferenza.
Solo un Maestro come Hugo poteva costruire un’opera dall’impeto così forte, una costruzione colossale che segue dei livelli ben progettati.
Lo stile altamente descrittivo segue delle logiche molto particolari, immaginando una scena come un quadro: abbiamo la composizione e dunque gli elementi che ne fanno parte con una prima visione d’insieme, segue poi la singola descrizione di ognuno di essi attraverso un parlato fluido e consequenziale come se le parole si concatenassero tra loro non lasciando spazio a incertezze o dubbi.
Una perfezione esemplare che si coglie nella scelta delle espressioni, poetiche ed estremamente forti allo stesso tempo, quasi come se Hugo scrivesse una poesia in prosa. La magia della Parigi del 1400 rapisce il lettore e lo fa volare alto tra le torri e il campanile di Notre Dame, lo fa sognare e gli fa vivere una storia unica trasformandolo in spettatore sulla scena.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Notre Dame de Paris
  • Autore: Victor Hugo
  • Editore: Grazanti
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • ISBN-13: 9788811585435
  • Pagine: 566
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro






13 ottobre 2018

Disonora il padre - Enzo Biagi

La storia di un ragazzo nato a Pianaccio, sull'Appennino tosco-emiliano, che per sfuggire alla coscrizione della Repubblica sociale entra a far parte di Giustizia e Libertà e nel dopoguerra diventa caporedattore del "Resto del Carlino": questo libro è al contempo romanzo d'invenzione e scrupolosa autobiografia, cronaca familiare e ricostruzione storica. Perché è stato il debutto nella narrativa di uno dei più grandi giornalisti che l'Italia ricordi ed è una sorta di sintesi del suo modo di osservare il mondo, sempre attento ai paradossi e alla vulnerabilità degli esseri umani.

Recensione

Credo che tutti riconoscano ad Enzo Biagi grande capacità di scrittura, obiettività nell’esposizione dei fatti come si rileva nei suoi articoli di giornale, nonché la chiara esposizione logica delle sue argomentazioni. Si è inoltre potuto constatare, durante i suoi interventi in televisione, l’estrema pacatezza con cui era solito esporre le sue considerazioni . Questa pacatezza, così valida in un programma televisivo, non ha la stessa valenza però in un romanzo, dato che tende ad appiattire situazioni e personaggi.
In Disonora il padre Biagi non da mai giudizi (anche se talvolta essi possono evincersi dal racconto dei fatti e perfino dal titolo del romanzo), neanche per bocca del protagonista in cui non possiamo non riconoscere molte delle caratteristiche dell'autore, come il voler essere il più distaccato  possibile dagli avvenimenti di cui racconta la cronaca.
Biagi stesso ha probabilmente voluto riconoscere la sua manchevolezza di romanziere quando affermava:

 «Il mio lavoro è il giornalismo, e se ho pensato di tentare la narrativa è solo perché non c’era altro modo per raccontare una storia che mi stava a cuore, nella quale figurano personaggi che hanno un nome (Mussolini, D’Annunzio, Matteotti o Fanfani) e molti inventati, ma che, nella mia intenzione, dovrebbero risultare altrettanto veri». 

 Disonora il padre è il racconto di mezzo secolo di storia italiana fatto dal punto di vista di uno dei tanti giovani che non hanno potuto vivere appieno la propria giovinezza a causa della seconda guerra mondiale e sono pervenuti alla maturità senza avere più illusioni. La guerra ha mescolato il destino di milioni di persone le cui strade, in caso contrario, non si sarebbero mai incrociate e prodotto effetti molto spesso drammatici.
Biagi sostiene che questo non è un romanzo autobiografico, anche se parla di fatti ed esperienze da lui vissute in prima persona e anche se alcuni personaggi da lui descritti rispecchiano persone reali da lui conosciute.
Come si può intuire, il romanzo è caratterizzato da una profonda vena di pessimismo e se ne può avere una prima percezione già nella citazione che viene fatta da Biagi all’inizio del romanzo e che è tratta da La Caduta di Camus: Voglio dirvi un grande segreto, mio caro: non aspettatevi il giudizio finale, perché si celebra ogni giorno. 
In ogni caso è un libro che si legge volentieri e risulta tutt'altro che depressivo, anzi, a tratti risulta anche divertente a compensare in parte l'amarezza di fondo.
Il racconto, che oltre che storico può essere anche assimilato ad un romanzo di formazione, è scritto in modo molto scorrevole e l’inconveniente maggiore consiste forse nella difficoltà di memorizzare i nomi dei numerosi  personaggi che vengono citati dall'autore.

Giudizio:

+3stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: Disonora il padre
  • Autore: Enzo Biagi
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1975
  • EAN: 2560513008330
  • Pagine: 220
  • Formato - Prezzo: Cartonato con copertina - Euro 12,00.=

21 luglio 2018

La Classe - Erich Segal

Danny Rossi, il musicista prestigioso, Ted Lambros, il “paria” che frequenta l’università come esterno, Jason Gilbert, il golden boy ebreo, George Keller, il transfuga dell’Ungheria, Andrew Eliot che ha tre secoli di antenati harvardiani alle spalle, fin dai primi giorni ad Harvard diventano amici condividendo passioni, gioie, ambizioni brucianti, ansie e sacrifici. Imparano che chi studia ad Harvard si porterà dentro nella vita qualcosa che lo differenzierà da tutti gli altri, ma sanno che la sola materia che non si insegna nella più prestigiosa università americana è come essere felici nella vita. Dopo venticinque anni, secondo la tradizione, si incontrano e confrontano le loro vite: ne esce la storia di una generazione bruciata.

Recensione

Erich Segal, scrittore e sceneggiatore, è l'autore del romanzo Love Story e della sua trasposizione cinematografica che ha fatto piangere milioni di persone. Segal ha scritto inoltre nel 1985 La Classe, romanzo molto meno noto e che si può trovare ormai solo nei mercatini dei libri usati.
Nonostante ciò che si legge nella quarta di copertina, La Classe non è un romanzo pessimista per cui potrebbe essere improprio definire "generazione bruciata" i giovani che hanno vissuto durante la guerra del Vietnam e hanno assistito alla guerra araboisraeliana di cui Segal parla, chiaramente, dal punto di vista filo israeliano, essendo l'autore di origine ebrea. Segal sottolinea inoltre l'aspetto della società statunitense divisa in classi per anzianità di cittadinanza, religione, colore della pelle e ricchezza.
Ciò che caratterizza quattro dei cinque protagonisti del romanzo è il desiderio di emergere, la loro ambizione di essere i migliori nel campo di attività scelto e riuscire ad essere apprezzati dagli altri, sia per rifarsi di situazioni familiari non favorevoli, sia per dimostrare a se stessi e ai genitori le proprie capacità. L’unico che si discosta da questo modo di intendere la vita è Andrew Eliot che, pur non possedendo particolari qualità, provenendo da una antica famiglia di banchieri non ha bisogno di dimostrare niente a nessuno e non è ambizioso. La sua educazione e il suo modo ragionevole di proporsi lo rendeno di fatto più simpatico rispetto agli altri quattro che eccellono all'università quasi fossero dei superuomini.
Nel complesso si può dire che tutti e cinque i personaggi riescono a realizzarsi dal punto di vista professionale ma sotto il profilo affettivo rimangono piuttosto immaturi dato che, come viene espresso nella quarta di copertina, la funzione di Harvard non era quella di insegnare agli studenti come raggiungere la felicità. Non si può affermare che il successo porti all’infelicità, ma spesso, per affermarsi, occorre arrivare a dei compromessi a cui le persone più corrette non vorrebbero dover sottostare. Poi, come tutti i giovani, i nostri protagonisti hanno avuto storie sentimentali che hanno arricchito le loro vite, ma questi amori, che inizialmente sembravano indissolubili e indivisibili, alla prova del tempo subiscono gravi colpi. Se amare significa non dover dire mai mi dispiace, celebre frase fra le più note di Love Story, nessun personaggio maschile può permettersi di pronunciarla.
Per quanto consti di quasi settecento pagine, il romanzo, che non fa leva sull'emotività del lettore come Love Story, risulta accattivante e si legge piuttosto velocemente. Si può dire che sia diviso in due parti: nella prima, a mio avviso la migliore per scorrevolezza e originalità,  si segue la vita dei cinque studenti di Harvard fino alla laurea e, nella seconda, le loro vicissitudini nel mondo del lavoro fino al tradizionale incontro dei laureati di Harvard venticinque anni dopo la fine del corso universitario.
Buona la caratterizzazione dei personaggi maschili. I personaggi femminili, invece, appaiono poco significativi: le donne, quando non sono indicate semplicemente come comprensive, altruiste e amorevoli, risultano all’opposto egoiste, prevaricatrici e grette.
Difficile dire quanto possa esserci di autobiografico in La Classe, tuttavia Erich Segal si è laureato a Harvard come i protagonisti del romanzo e in particolare, come Ted Lambros, ha insegnato letteratura greca nello stesso istituto, dopo aver fatto esperienza di insegnamento anche a Yale, Princeton e al Wolfson College di Oxford.

Giudizio:

+3stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: La Classe
  • Titolo originale: The Class
  • Autore: Erich Segal
  • Traduttore: Marina Marazza
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 1987
  • Collana: Superbur
  • ISBN-13: 9788817113281
  • Pagine: 682
  • Formato - Prezzo: Brossura - Lire 9.500

14 giugno 2018

Giallo Van Gogh - Marianne Jaeglé

Auvers-sur-Oise, luglio 1890. Vincent Van Gogh torna dal campo dove è andato a dipingere, barcollando, ferito a morte. Non ha tentato di suicidarsi, come si crede comunemente. Gli hanno sparato. Ispirato alle scoperte degli storici Steven Naifeh e Gregory White Smith, questo romanzo ripercorre in modo purista gli ultimi due anni della vita del pittore e ne interroga la tragica fine. Chi è responsabile della sua morte? Perché l'ha ucciso? Come è durata la leggenda del suicidio per centoventi anni?Mostrando Vincent Van Gogh alle prese con il suo tempo, con quelli che lo circondano e con la creazione, il romanzo rende giustizia a un uomo eccezionale condannato a morte.

Recensione

La traduzione del titolo originale del libro di Marianne Jaeglé,che è una biografia romanzata degli ultimi anni di vita di Van Gogh, è Vincent viene ucciso.
Ma il titolo originale,  basato sulle conclusioni cui sono giunti i due studiosi americani Naifeh e White Smith, appare troppo banalmente rivelatore della teoria appoggiata dall’autrice e la casa editrice L’asino d’oro ha ritenuto opportuno modificare il titolo in Giallo Van Gogh, giocando sul doppio significato che viene ad assumere il termine “giallo” per stuzzicare la curiosità del lettore.
Stante, quindi, che risulta un "giallo" la morte del celebre pittore, come curiosità si può aggiungere che è recente la notizia che il “giallo” usato da Van Gogh per dipingere i suoi famosi girasoli sarebbe instabile alla luce, facendo virare gradualmente il colore verso il marrone.

Lasciamo ai lettori valutare se effettivamente Vincent Van Gogh possa essere stato ucciso e limitiamo la nostra analisi al racconto degli ultimi due anni di vita del pittore olandese.
Tutti sappiamo che Van Gogh aveva disturbi mentali tendenti alla schizofrenia e all’autolesionismo e, pertanto, era stato più volte ricoverato in istituti psichiatrici.
Tuttavia il ritratto che l’autrice fa dell'artista è quello di un uomo semplice e buono che viveva spartanamente e disposto a offrire quel poco che possedeva quando incontrava persone apparentemente più bisognose di lui, come quando si priva degli ultimi cinque franchi, ottenuti con difficoltà dalla svendita di un quadro e che gli servivano per comprare da mangiare, per regalarli ad una prostituta incontrata per caso e madre di un bebé. Un uomo, quindi, quasi in odore di santità, secondo l’autrice, che veniva spesso dileggiato dai giovani che, si sa, sono talvolta crudeli con chi sentono diverso.

Tuttavia questa rappresentazione che l’autrice dà di Van Gogh è parzialmente in contrasto con la biografia tradizionale del pittore in cui viene sottolineata la grande cultura di Vincent Van Gogh, figlio di un pastore protestante, che conosceva tre lingue e leggeva molto.
Si era dedicato alla religione, al commercio di opere d'arte e aveva inoltre frequentato scuole di pittura, anche se non si riconosceva nei loro insegnamenti. Non era quindi un sempliciotto e a lui calzerebbe, come viene detto nella postfazione, quanto affermava di se stesso Picasso: “a dodici anni dipingevo come Raffaello, però ho impiegato tutta una vita a imparare a dipingere come un bambino.”

Talvolta, tuttavia, il comportamento del pittore risultava sventato proprio come quello di un bambino.
Gauguin, ad esempio, durante la loro convivenza si irritava molto per il fatto che non provvedesse a chiudere i tubetti di colore e a pulire i pennelli dopo aver finito di dipingere, rischiando di rovinare gli uni e gli altri.
Per quanto riguarda la famiglia d’origine, l’autrice si limita a dire che Vincent si sentiva in qualche modo schiacciato dall’aver ricevuto lo stesso nome del primogenito morto, quasi fosse una maledizione e che il rapporto con il fratello minore, Theo, era strettissimo, tanto che era lui a finanziare come e quando poteva Vincent.
Non viene però approfondita la motivazione di un rapporto tanto profondo e perché invece fosse pressoché assente quello con l’altra sorella e l’ultimo fratello che poi sarebbe morto suicida.
In compenso l’autrice non si astiene dal biasimare Gauguin, ritenuto troppo preso da se stesso per saper condividere l’amicizia con Van Gogh e anche in competizione con l’amico che l’ospitava a Arles, in Provenza, nella famosa Casa Gialla (cfr. foto del dipinto).

Pare che Vincent non avesse proprio un buon carattere, come invece sembra sostenere l’autrice, tanto che una volta avrebbe tirato un calamaio addosso a Gauguin. Sul fatto, però, che Paul Gauguin fosse un donnaiolo, egoista e opportunista non ci possono essere dubbi.

La Jaeglé non si sofferma troppo neanche a parlare della tecnica del colore utilizzata da Vincent, tecnica che però è invece trattata nella interessante ma non sempre facile lettura della postfazione al romanzo di Anna Maria Panzera. La curatrice  riporta alcune delle affermazioni inserite nelle tante lettere spedite dall'artista al fratello Theo, come: “… il pittore del futuro sarà un colorista come non si è ancora mai visto …” e ancora: “Il vero disegno è modellare con il colore.”
Tanto complessa risulta la postfazione di Anna Maria Panzera nella descrizione della tecnica di Vincent Van Gogh come pittore, tanto lineare la scrittura di Jaeglé nel raccontarci in modo forse troppo semplicistico, e per tale motivo non sempre condivisibile, la sua personale immagine di Van Gogh come essere umano.
E' peraltro interessante il contrasto fra la lunga e piuttosto tecnica postfazione di Anna Maria Panzera, che pone Van Gogh insieme a Cezanne quali "iniziatori del moderno", rispetto al racconto di Marianne Jaeglé, che appare, invece, piuttosto riduttivo della complessa personalità del pittore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giallo Van Gogh
  • Titolo originale: Vincent qu'on assasine
  • Autore: Marianne Jaeglé
  • Traduttore: Maria Letizia Fanello
  • Editore: L'asino d'oro
  • Data di Pubblicazione: giugno 2018
  • Collana: Omero - narrativa
  • ISBN-13: 9788864424599
  • Pagine: 320
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

16 aprile 2018

Il ragazzo persiano - Mary Renault

Bagoa, nobile persiano, ha solo dieci anni quando vede la famiglia massacrata dai soldati del re Dario. Fatto schiavo, viene evirato e diventa uno dei tanti eunuchi che popolano la corte persiana. Ma qualcosa sta cambiando in Oriente, ed enormi saranno le ripercussioni sulla vita di Bagoa. Le truppe macedoni guidate da Alessandro hanno iniziato la loro marcia alla conquista di Babilonia, Susa, Porsepoli, rinnovando le glorie di quello che, per il giovane conquistatore, è stato il massimo re di tutti i tempi: Ciro il Grande. La bellezza di Bagoa gli guadagna il favore di Alessandro, di cui diventa amante, amico, confidente. La loro sarà una relazione passionale, salda e sincera: un rapporto che sarà troncato solo dalla morte del Conquistatore.

Recensione

Il racconto che l’eunuco Bagoa ci riporta dalla sua viva voce è diventato leggenda e nel contempo si è fatto storia, sulla quale in tanti prima della Renault si sono cimentati.
Ad ogni modo la voce narrante non si limita a trasferire la sequela di vittorie e di battaglie che il condottiero macedone noto come Alessandro Magno, ha portato avanti nell’antichità, ma diventa l’esposizione genuina di una società intera, quella del popolo persiano che si incrocia con un uomo proveniente dall’ovest.
Quest'uomo eccezionale diventerà il suo nuovo imperatore con una politica condotta sul campo ma anche sull’integrazione tra culture diverse: da un lato la culla orientale del prosternarsi e dello sfarzo, dall’altro la modifica del mondo occidentale di matrice ellenica che ha imparato con l’evoluzione del pensiero filosofico a gestire le cose pratiche della vita.
In questo senso il romanzo storico, che tra l’altro risulta essere molto accurato nelle fonti così come nella veridicità storica, raggiunge in pieno il suo risultato.

L’opera dell’autrice non si limita a descrivere un modo di vivere e le convenzioni della sua ambientazione, essa si addentra poi nella vicenda personale e profondamente umana, con una diade di tutto rispetto impersonata proprio dal giovane Bagoa da un lato, obbligato a fare la vita di corte in qualità di amante per via di un intrigo politico precedente alla venuta di Alessandro, e dall’altra proprio il personaggio storico del macedone che invece vive intensamente un esilio volontario pur di rincorrere il suo ideale di conoscenza del mondo sino ai suoi confini.
Un uomo su cui, come precedentemente affermavo, si è detto di tutto, dalla sua omosessualità nota ai più al continuo conflitto interiore che lo pervade, rendendolo nonostante tutto un eroe normale, con dei chiaroscuri simili a quelli delle persone comuni.

Un altro nodo centrale della storia diviene inoltre l’amore: quello che lega il macedone al suo desiderio di scoperta e alla sua gente, quello che lo lega all’amico (o amante) di sempre Efestione, o lo stesso innamoramento che rapisce Bagoa e che lo lega in maniera indissolubile al suo signore, tanto non solo renderlo testimone delle sue gesta fino alla sua dipartita da questo mondo, ma condurlo quasi per mano a mettere per iscritto (almeno nell’immaginazione dell’autrice) la raccolta dei suoi giorni vittoriosi così come degli intrighi di corte e delle sue ansie più nascoste.

O ancora, non meno importante diviene agli occhi del lettore il vero e proprio scontro di culture che si confrontano e che fungono da cornice: i macedoni che ogni tanto non comprendono come il loro re e signore possa apprezzare la cultura barbara degli orientali, con delle abitudini concepite come disdicevolei e di contro i persiani che per millenni hanno cullato le loro tradizioni e guardano con diffidenza l’orda di invasori da cui vengono assoggettati, concependoli a loro volta come arretrati evolutivamente.
Entrambi perdono di vista quale sia il vero intento del monarca: l’integrazione dei popoli, a suo giudizio l’unico modo per creare l’armonia. Ma è un intento che, come la storia ci tramanda e Bagoa stesso ci esplica, rimarrà alla fine un’utopia.

In merito ai personaggi, essi emergono all’interno della scena con tratto netto e sempre psicologicamente approfondito, si muovono in modo corretto nello spazio e nel pensiero, rendendo la vicenda verosimile e comunque ben congegnata.
L’ambientazione storica è curata in ogni minimo dettagli: belle le descrizioni dei paesaggi così come quello delle città e dei palazzi, gli interni.
Il tutto si dipana in maniera armonica e coerente così che l’ingente quantità di informazioni risulta non appesantire il narrato quanto, caso mai, arricchirlo.

Agevolato da uno stile sobrio e accattivante, rispettoso degli usi linguistici ed espressivi dell’epoca, Il ragazzo persiano si pone come una lettura interessante e affatto stucchevole.
Una storia che non solo racconta l’epicità di un mito, ma che ne sviscera soprattutto l’umanità, raccontandoci in modo indelebile che anche i più grandi eroi della nostra storia, in primo luogo, sono state delle persone ricche di contraddizioni, il cui impegno ne ha costruito, mattone dopo mattone, la grandezza.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Il ragazzo persiano
  • Titolo originale: The Persian Boy
  • Autore: Mary Renault
  • Traduttore: Oddera B.
  • Editore: Corbaccio
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: Narratori Corbaccio
  • ISBN-13: 978-8879727051
  • Pagine: 478
  • Formato - Prezzo: Copertina rigida - € 16,00

6 aprile 2018

Mia Cugina Rachele - Daphne du Maurier

Cornovaglia, metà Ottocento. Rimasto orfano a diciotto mesi, dopo la morte improvvisa dei genitori, Philip Ashley viene cresciuto dal cugino Ambrose, uno scapolo impenitente e non privo di una buona dose di misoginia. Per anni il loro ménage familiare scorre sereno e tranquillo e vano risulta qualsiasi tentativo da parte di amici e conoscenti di spingere Ambrose verso le gioie domestiche del matrimonio. Grande è, perciò, lo stupore di Philip nel ricevere una lettera da Firenze, dove da qualche anno Ambrose si reca a svernare per motivi di salute, in cui il cugino gli comunica di aver sposato una lontana parente, la cugina Rachele, vedova di un nobile italiano che è stato ucciso in un duello, lasciandola con un mucchio di debiti e una grande villa vuota. Quando le lettere di Ambrose dall'Italia assumono i toni sempre più confusi e drammatici di un uomo spaventato, lo sconcerto di Philip si trasforma in un'apprensione tale da spingerlo a raggiungere al più presto la città toscana. A Firenze, però, lo aspetta un'amara realtà: Ambrose è deceduto in seguito a un male che lo ha consumato in breve tempo, e Rachele è partita subito dopo il funerale, chiudendo la villa e portando via con sé tutti gli effetti personali del defunto. Rientrato in Cornovaglia, Philip si macera nell'odio nei confronti della cugina Rachele, che si figura come una creatura grottesca e mostruosa capace, davanti al corpo di Ambrose, di afferrare le sue cose, infilare tutto nei bauli e sgusciare via col fare di un serpente. Ma ogni certezza vacilla quando Rachele giunge all'improvviso in Cornovaglia per restituire a Philip gli averi di Ambrose. Intenzionato ad accoglierla con freddo cinismo, se non con aperta ostilità, il giovane si ritrova, turbato e stupefatto, dinanzi a una donna molto diversa da quella che ha agitato le sue veglie e i suoi sogni per mesi. Ma chi si cela, davvero, dietro quella affascinante vedova dai lineamenti belli e regolari e dagli occhi grandi? Una donna che ha perduto l'uomo che amava o una potenziale assassina a caccia di denaro?

Recensione

Il romanzo narra la passione da parte del giovane Philip Ashley per Rachele, la vedova di origini italoinglesi del cugino Ambrose Ashley.
Rachele, pur non essendo una donna appariscente, è piena di fascino e dotata di capacità non comuni. Sa curare i malati meglio di un medico e prepara tisane portentose. Ha un ottimo gusto, nonché la capacità di occuparsi di giardinaggio, tanto da riuscire a stupire il giardiniere con cui mette a dimora le varie piante che il marito defunto raccoglieva durante i suoi viaggi. Inoltre conosce diverse lingue e tutti quelli che vengono a contatto con lei, di qualunque ceto siano, ne rimangono affascinati, essendo lei capace di metterli a proprio agio e discutere con competenza degli argomenti di loro interesse. Non può meravigliare che il giovane Philip, che sta per raggiungere la maggiore età, si innamori di lei, nonostante le lettere ricevute dal cugino Ambrose prima di morire lo abbiano messo in guardia nei confronti di Rachele. Daltronde Ambrose, che si era preso cura di Philip fin da bambino quando era rimasto orfano, era affetto da un tumore al cervello che, dopo il matrimonio, lo faceva talvolta delirare e Philip, ormai stregato dalla donna, vuole credere che quelle di Ambrose siano solo allucinazioni di una mente malata.
Quello che stupisce è che il giovane, raggiunta la maggiore età, le intesti tutte le proprietà e le doni i gioielli di famiglia lasciatigli dal cugino come farebbe l’ultimo degli sprovveduti, nonostante che il nuovo tutore, subentrato alla morte di Ambrose, l’abbia messo in guardia dal compiere azioni azzardate.
Il dubbio che l’autrice cerca di far nascere nel lettore è se Rachele abbia concorso ad uccidere il primo e il secondo marito, se sia un’inguaribile seduttrice e un’abile opportunista capace di sfruttare l’ingenuità di Philip per accaparrarsi tutti i beni degli Ashley. Oppure solo una donna particolarmente colta e intelligente che vuole vivere la propria vita come meglio le aggrada, troppo indipendente per poter sopportare il rapporto esclusivo preteso dal suo giovane pretendente. Rachele è capace di dare tutta se stessa quando il caso lo richieda. È lei che si presta ad accudire Philip quando si ammala e riesce a guarirlo con le sue cure assidue. In fondo lei, come moglie di Ambrose, avrebbe avuto diritto ai suoi beni, senza che fosse Philip a doverglieli concedere, non si può, pertanto, biasimarla se, una volta ottenuto quanto le spetta, manifesti il desiderio di andarsene dalla Cornovaglia pur sapendo di spezzare il cuore di Philip.
L’avvocato italiano Rainaldi, che va a trovarla in Cornovaglia, è inoltre il suo amante come ha ventilato in una sua lettere a Philip il cugino Ambrose? Nessuno ne ha le prove e come indizio esiste solo la grande familiarità che i due compaesani mostrano quando sono insieme.
L’autrice indica come seduttrice una figura femminile che un criminologo direbbe che non ne ha il profilo e non è pertanto classificabile come tale. Una seduttrice non trascorre generalmente il tempo a studiare e a riuscire a mettere in pratica ciò che impara.
Il fatto che la voce narrante sia quella di Philip condiziona il giudizio del lettore; per dare pari opportunità ai protagonisti sarebbe stato opportuno ascoltare anche quella di Rachele.
La cosa migliore del romanzo, oltre alla caratterizzazione dei personaggi, è l’atmosfera inquietante che riesce ad imprimere l’autrice alla storia e che ben inquadra i sentimenti cupi del protagonista maschile, infantilmente ossessionato dal desiderio per un'unica donna e attanagliato dalla gelosia.

Giudizio:

+3stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo: Mia cugina Rachele
  • Titolo originale: My cousin Rachel
  • Autore: Daphne du Maurier
  • Traduttore: Marina Morpurgo
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: I narratori delle tavole
  • ISBN-13: 9788854515222
  • Pagine: 384
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

29 gennaio 2018

Non conquistammo che sabbia - Domenico Aliperto

Il romanzo, ambientato nel 1909, ci rivela con sfacciata astuzia un viaggio avventuroso che somiglia a una carambola –da Napoli allo sterminato deserto del Fezzan – e ci racconta un triangolo amoroso che tenderà a espandersi in poligoni irregolari, eccitanti e multiformi. I compagni di viaggio sono un’armata Brancaleone: Roger Delacroix, un gesuita francese dal fascino magnetico ed equivoco; Archibald McFenzie, bonario ma pedante ambasciatore di sua Maestà la Regina d'Inghilterra; Madame De Cecco, conturbante e capricciosa nobildonna partenopea. Ennio Branca indolente esule romano, costretto a vivere a Tripoli. Siamo in piena epoca coloniale e i rapporti diplomatici sono tessuti con delicati fili in procinto di spezzarsi. Su questa delicata trama i nostri saranno interpreti di una missione che, se portata a termine, porterà l'Italia a impadronirsi della Libia. Un piano bizzarro che i libri di Storia non racconteranno. Perché quasi sempre i libri sono scritti dai vincitori. Non questo. Questo celebra straordinari perdenti realmente esistiti: William Eaton, Franceschiello, Turghut Reis e Filippo Tommaso Marinetti, a cui la memoria forse non ha concesso il giusto tributo. Le loro vicende brillano in mezzo al continuo fuggi-fuggi dei protagonisti. 

Recensione

Gli avvenimenti narrati in Non conquistammo che sabbia si svolgono nel 1909 e per poterli comprendere ed apprezzare adeguatamente occorre inquadrarli nella particolare situazione politica del tempo. Meno di quaranta anni prima delle vicende raccontate nel romanzo, infatti, era stato aperto il canale di Suez e questa circostanza, unitamente alla crisi che stava attraversando l’impero ottomano a seguito della cosiddetta rivoluzione dei Giovani Turchi, stava creando un notevole fermento nell’area mediterranea. Il canale di Suez aveva nuovamente reso importante il Mediterraneo, rendendo possibile il commercio marittimo con in paesi asiatici senza necessità di circumnavigare l’Africa. Occorreva, naturalmente, che le genti dei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo non costituissero impedimenti alla navigazione e, anche per questo fine, le potenze europee si preoccupavano di occupare le zone costiere dei territori nord africani già appartenenti per la gran parte all’impero ottomano in via di disfacimento. Anche l'Italia voleva un fetta d'Africa e per accaparrarsi la Libia, anch'essa appartenente all’impero ottomano, poteva contare sull’appoggio di Inghilterra e Francia. Le due nazioni si attivavano per agevolare le mire espansionistiche italiane attraverso interventi diplomatici e l'attività dei loro servizi segreti, ma i motivi del loro intervento non era disinteressato. Entrambe desideravano che una nazione così ben protesa nel Mediterraneo come l'Italia potesse rendere più sicura la navigazione delle marine mercantile dei loro paesi dai pirati libici. L’Inghilterra, inoltre, vedeva di buon occhio che fra l’Egitto, di fatto sotto il suo protettorato, e la Tunisia, occupata dalla Francia, si formasse uno stato cuscinetto italiano in Libia. La Francia, poi, in cambio del suo aiuto, contava di tacitare le pretese della Italia sulla Tunisia, strappatale con un colpo di mano, nonostante vi constasse una considerevole presenza di italiani.
È in questo contesto storico che la contessa De Cecco, donna viziata e capricciosa, annoiata dalla vita vissuta quasi da reclusa nel palazzo di Mondragone e pertanto avida di esperienze anche solo per interposta persona, aveva organizzato un ricevimento a cui aveva invitato due noti diplomatici stranieri, il francese monsignor Roger Delacroix e l’inglese sir Archibald McFenzie, per ascoltare i loro resoconti su popoli e terre stranieri. Inaspettatamente, però, terminato il ricevimento, erano irrotti nella casa di Madame De Cecco dei sicari turchi sparando all'impazzata. La donna, in quel momento da sola con Delacroix, era stata costretta a scappare insieme al francese per salvare la vita.
Il viaggio che dovrà intraprendere, unitamente a McFenzie e Delacroix nell’intento di sfuggire ai loro persecutori, la condurrà verso Sabha, in Libia, alla ricerca dei discendenti del pascià Ahmad Karamanli. Questi aveva di fatto governato autonomamente la Tripolitania pur se questa terra era nominalmente sotto l’impero ottomano. Il console italiano a Tripoli aveva pertanto ingaggiato Delacroix e McFenzie per trovare gli eredi del pascià Karamanli, con l'intento di creare un governo fantoccio, non inviso alla popolazione libica, sotto l’egida dell’Italia. Naturalmente le intenzioni italiane erano osteggiate dalla Turchia che aveva sguinzagliato i sicari dei propri servizi segreti per impedire la modifica dello status quo.
Il racconto delle disavventure di madame De Cecco si snoda piacevole e divertente per le oltre 700 pagine di cui consta il romanzo. La contessa, partita in tutta fretta su una motocicletta, aveva come unica arma la propria avvenenza per riuscire a destreggiarsi in un mondo di uomini. Pertanto veniva a crearsi una certa tensione fra le persone di sesso maschile che ruotavano intorno a lei. Non si chiedeva alle donne del tempo di farsi una cultura  e lei dovrà imparare a superare i propri pregiudizi e le difficoltà pratiche di un lungo viaggio nel deserto per poter sopravvivere.
Domenico Aliperto con la sua scrittura scorrevole avvince il lettore con un romanzo dai risvolti umoristici in cui si mescolano avventura e spionaggio. Non mancano riferimenti alla politica italiana  e agli uomini più famosi del tempo come D’Annunzio e Marinetti, presi un po’ in giro per i loro proclami altisonanti. Interessante la considerazione dell’autore per bocca di uno dei suoi tanti personaggi nel segnalare la presenza in Libia di una comunità di italiani.

“Qui essere napoletani, o piemontesi, siciliani o veneziani, o ancora romani oppure fiorentini non fa nessuna differenza. Sa cosa disse subito dopo l’unificazione del regno d’Italia un patriota torinese, Massimo D’Azeglio? Disse: Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Ebbene, gli italiani li ha fatti la Libia, li ha fatti l’Eritrea, li hanno fatti le Americhe. Li hanno fatti tutti quei paesi dove siamo dovuti andare per trovare uno straccio di lavoro. O per fuggire al nostro destino. Al destino non manca il senso dell’ironia.” 

Buona la caratterizzazione dei personaggi fra cui emerge la figura della contessa De Cecco che potremmo definire la maggiore protagonista suo malgrado delle vicende narrate. La donna era avida di esperienze, sia amorose che avventurose, ma solo nelle prime si sentiva a proprio agio, conscia della propria avvenenza e delle proprie arti seduttive, essendo impreparata ad affrontare le altre, data anche il tipo di educazione ricevuta. Ciò nonostante, e malgrado la propria ingenuità, saprà cavarsela egregiamente, riuscendo a sopravvivere al meglio fra turbamenti e spaventi in una girandola di sorprese.
Un romanzo storico d’azione, intessuto di acute considerazioni e spunti umoristici, in cui viene analizzato  il comportamento delle varie popolazioni con cui la contessa viene in contatto. Nonostante la sua lunghezza, il romanzo, piacevolmente ironico, si legge velocemente.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:Non conquistammo che sabbia
  • Autore:Domenico Aliperto
  • Editore:BiancaeVolta Edizioni
  • Data di Pubblicazione:2017
  • ISBN: 9788896400371
  • Pagine:718
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,00

15 gennaio 2018

Augusto - John Edward Williams

Uno dei migliori romanzi storici di tutti i tempi e un capolavoro della letteratura americana contemporanea, Augustus è uno scavo psicologico profondo e intimo che fa riflettere sulla solitudine che si nasconde dietro al potere. Sono le Idi di marzo del 44 a.C quando Ottaviano, diciottenne gracile e malaticcio ma intelligente e ambizioso quanto basta, viene a sapere che suo zio, Giulio Cesare, è stato assassinato. Il ragazzo, che da poco è stato adottato dal dittatore, è quindi l’erede designato, ma la sua scalata al potere sarà tutt’altro che lineare. John Williams ci racconta il principato di Ottaviano Augusto e i fasti e le ambizioni dell’antica Roma attraverso un abile intreccio di epistole, documenti, diari e invenzioni letterarie da cui si scorgono i profili interiori dei tanti attori dell’epoca, i loro dissidi, le loro debolezze: l’opportunismo di Cicerone, la libertà e l’ironia di Orazio, la saggezza di Marco Agrippa, la raffinata intelligenza di Mecenate, ma soprattutto l’inquietudine di Giulia, una donna profonda e moderna, che cede alla lussuria quanto alla grazia. In Augustus, che valse all’autore il National Book Award nel 1973, protagonista è la lingua meravigliosa di Williams che ci restituisce a pieno lo spirito della Roma augustea. Un capolavoro della narrativa americana che, fra ricostruzione storica, finzione e perfezione stilistica, non manca mai di dialogare con il presente, e in cui la grande storia è lo spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

Recensione

Nella statuaria creata dalla propaganda di regime, pur mantenendo un’omogeneità di fondo nella fisionomia dei tratti, nascono e si diffondono diverse immagini del primo principe, Ottaviano Augusto. Anche dalle lettere da cui è formato ‘Augustus’ emergono i vari volti di una persona che il destino ha trasformato da individuo a incarnazione del potere: Augusto rappresenta il momento in cui un attributo, augustus, il rifondatore, diventa l’appellativo riservato alla carica suprema, la maschera ufficiale del potere stesso.

Dalle lettere che l’autore immagina scritte tra personaggi che hanno formato la famiglia e l’entourage di Ottaviano, da Agrippa a Livia a Mecenate, o dal diario della prigionia di Giulia, la figlia prodiga di sé e vittima dell’azione moralizzatrice dello stesso padre insieme al poeta Ovidio, affiora una personalità multiforme e complessa, padre, anche della patria, premuroso e affettuoso e insieme cinico e pragmatico governante, uomo coraggioso e lungimirante eppure anche disilluso e rassegnato politico.

I punti di vista che ricompongono i tratti della personalità e della storia interiore di Ottaviano Augusto sono i più diversi e disparati, e non sempre la narrazione riesce a farli reggere bene insieme eppure il risultato, per quanto storicamente non sempre affidabile – ma del resto qui siamo in un romanzo e non in un’opera storiografica – è una introspezione dettagliata nell’animo del fondatore di un Impero che ha segnato la storia dell’umanità in tanti modi ancora tangibili.

In alcuni punti, come il diario in forma di lettera a se stessa di Giulia, scritto durante il confino a Pandataria, oppure la lettera della vecchia nutrice che incontra Augusto per caso nelle vie di Roma, la trama risulta eccessivamente modernizzata nell’autoconsapevolezza esplicita degli schemi mentali femminili per il primo caso e, nell’incontro con l’anziana nutrice, per eccesso di carico patetico in favore, per così dire, di telecamera. In effetti, tolto il discorso dell’attendibilità storica che pure scava un solco tra le Memorie di Adriano e opere come questa o come il Giuliano di Gore Vidal, la sensazione dominante durante e dopo la lettura è che ci si trovi di fronte a un tentativo, tecnicamente apprezzabile, di traghettare una vicenda umana e storica esemplare verso forme espressive e schemi concettuali attuali, dall’agilità prevedibile da sceneggiatura alla scelta di attribuire al protagonista, nelle parole di altri personaggi e nelle sue stesse, una sensibilità esistenziale venata di malinconia e incertezze che affiorano dalle profondità dell’animo tanto vicine all’uomo moderno quanto poco credibili per il fondatore di un Impero, per quanto gravato dal peso della sua missione.

Intendiamoci: non che il risultato non sia affascinante e per molti versi anche convincente. Una lettura dell’evoluzione del regno di Augusto come un’inevitabile involuzione autoritaria è in parte giustificabile e verosimile, come pure è interessante l’esplorazione delle dinamiche interiori di chi si appresta a scalare i vertici del potere; nel complesso la scrittura scorrevole e la coerenza interna della trama creano un ritratto non frammentario ma compatto di Augusto, nonostante le tante voci che si intrecciano e i diversi punti di vista che creano la sensazione di vicinanza e lontananza rispetto a un uomo di fatto solo nel portare il peso delle sue responsabilità umane e politiche.

Anche la circolarità del racconto che inizia con una lettera di Cesare in cui viene sancito il destino del futuro padrone di Roma da parte del padrone del momento e termina con una lunga lettera-testamento di Augusto, che equivale a un bilancio dell’esistenza e del progetto politico, contribuisce a definire una figura a tutto tondo, complessa e contraddittoria ma comunque imponente.

Se dunque non si può prendere la biografia di Williams come una fedele ricostruzione storica del personaggio Ottaviano Augusto né tanto meno come affresco di un momento epocale, rimane tuttavia un ottimo prodotto dell’industria editoriale nel tentativo di realizzare un romanzo storico tutto sommato accurato e insieme, nella fluida traduzione di Stefano Tummolini, godibile.


Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Augustus
  • Titolo originale: Augustus
  • Autore: John E. Williams
  • Traduttore: Stefano Tummolini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade (326)
  • ISBN-13: 9788893252836
  • Pagine: 410
  • Formato - Prezzo: eBook - Euro 9,99

26 luglio 2017

Il destino del leone - Wilbur Smith

È il Sudafrica il grandioso palcoscenico sul quale Sean Courteney muove i suoi primi passi. E sono anni di libertà, avventure ed esplorazioni, di amicizie, amori e scoperte. Ma poco oltre la soglia dell’adolescenza brillano già le immagini seducenti del potere e della ricchezza, lucente come l’oro del Transvaal e candida come l’avorio degli elefanti. La terra dei suoi padri ha impresso su Sean un marchio incancellabile, assegnandogli un destino tormentoso di grandezza e solitudine.


Recensione

L’esordio di Wilbur Smith, che lo ha consacrato al successo, è un romanzo che si può ascrivere al genere avventuroso dalle tinte decisamente storiche e che racconta le vicende della famiglia Courteney, a cui poi conseguiranno sia una saga di prequel che diversi romanzi sequel.
L’ambientazione in questo caso è il Sudafrica della fine dell’ottocento, dove un giovane Sean insieme al fratello gemello Garry muovono i primi passi in un mondo selvaggio che solo un luogo come il continente africano può regalare.
Attraverso il percorso del protagonista il lettore ha modo di attraversare le vicende storiche che hanno caratterizzato il paese: la convivenza dei coloni inglesi e boeri, le vicende politiche del Presidente Kruger, la corsa al profitto minerario degli invasori e la guerra contro lo Zululand fanno da sfondo al primo capitolo della saga, raccontandoci in modo profondo non soltanto il contesto sociale ma soprattutto il percorso di crescita e di cambiamento di un uomo che più di una volta deve fare a patti con se stesso e con la realtà, sia per sopravvivere che, soprattutto per maturare e imparare la vita senza mai perdere se stesso.

A parte la cornice ambientale, resa in modo preciso sia dal profilo storico che da quello meramente geografico, con puntuali descrizioni dei paesaggi tanto belle da mozzare il fiato, dando l’occasione al lettore di sperimentare quasi una sua effettiva presenza in un luogo così magico, affronta nelle sue vicende diversi aspetti della quotidianità, tremendamente simili alla vita che ancora oggi conduciamo, da un profilo peculiare: quello di un passato che, se ragionato, è in grado di rappresentare il risultato odierno.

L’uomo bianco governa, depreda, spesso entra in competizione con l’autoctono per reprimerne le richieste, o ancora modifica la natura sempre rincorrendo il profitto attraverso, un esempio per tutti, la caccia all’elefante al fine di guadagnare l’avorio per ragioni di ricchezza.
Nel corso del romanzo assistiamo infatti a una modifica passo dopo passo del paesaggio: conosciamo le miniere dell’oro, la costruzione di Johannesburg che in poco più di un ventennio da sobborgo minerario diviene una città elegante e confusa, rincorriamo prede nelle foreste vergini e inesplorate che a poco a poco vengono deflorate della loro essenza, assistiamo al cambiamento sociale che intercorre tra la città e il villaggio Zulu, in una continua contrapposizione di contrasti che, ancora oggi, caratterizzano il Sudafrica rendendolo per certi aspetti ancora magico.

Ma accanto ai temi di stampo politico, troviamo il percorso dell’uomo: l’amore fraterno che si rovina, la solitudine e l’esilio volontario, la scalata sociale e il sapersi reinventare nei momenti di gravi difficoltà, o ancora l’amore che porta oltre ogni confine. Dalla bella Candy che perdutamente si innamora di Duff fino a Sean che scopre in Katrina i sentimenti del legame a cui lui stesso, dopo le esperienze tristi dell’infanzia e dell’adolescenza, pensava di non possedere. O ancora parliamo dei rapporti di amicizia e di fedeltà tra Nkosi Sean e lo zulu Mbejane, che va oltre le differenze di appartenenza, a dimostrarci che certi rapporti trascendono comunque le diversità o il diverso ceto sociale.
Il tutto si compone in un quadro armonico che conduce fino al finale, ovviamente sospeso in quanto la stessa storia prosegue in ben due romanzi successivi e ulteriori quattro che racconteranno i posteri, ma nonostante questo e, soprattutto nonostante il dolore che pervade l’ultima parte della storia, il piacere della lettura non viene minimamente scosso da questa consapevolezza.

Lo stile è fortemente rappresentativo, in una traduzione comunque curata che rende il narrato avvincente sia nei momenti descrittivi, onnipresenti fin troppo, che in quelli invece dove le emozioni e le azioni prevalgono sulla natura e sullo sfondo cittadino.
Di certo Il destino del leone è una storia dai sapori molteplici: racconta una storia personale all’interno di un contesto sociale storico definito e affascinante, descrive l’avventura dell’essere umano nel mondo inesplorato e non sempre accogliente ma soprattutto descrive la crescita di un giovane uomo che diventa adulto cercando di tenere fede ai suoi principi. Una lettura delicata, ma comunque leggera, capace di stupire gli appassionati del genere ma anche chi, come me, non frequenta spesso questi ambiti.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Il destino del leone
  • Titolo originale: When the Lion Feeds
  • Autore: Wilbur Smith
  • Traduttore: M. Biondi
  • Editore: Tea
  • Data di Pubblicazione: data
  • Collana: Best TEA
  • ISBN-13: 9788850243983
  • Pagine: 474
  • Formato - Prezzo: brossura € 6,90

12 luglio 2017

Il ragazzo ombra - Laura Costantini

Robert Stuart Moncliff è un romanziere e un ritrattista affermato. Nell’autunno del 1901 chiuso nel castello di famiglia, su una scogliera scozzese, rilegge il diario degli ultimi vent’anni. Un’assenza pesa su di lui: la persona più importante della sua vita. Un tredicenne dagli incredibili occhi d’oro apparso come un’ombra, sotto la luna piena nell’aprile del 1881. Nella lettura Robert rivive la gioia passata, unica cura per superare il giudizio della società vittoriana che ora lo condanna. Il ragazzo ombra è il primo episodio della serie Diario vittoriano.

Recensione

Sicuramente, dell’ultima fatica di Laura Costantini, si può affermare che il punto di forza maggiore dell’intero tessuto narrativo risiede nell’ambientazione. Non mi riferisco soltanto alla puntuale e precisa descrizione dei luoghi e del periodo storico, ma anche alla fedele trasposizione di intrighi, atteggiamenti sociali e gesti che i vari personaggi intessono all’interno della trama stessa, proiettandoci nell’epoca vittoria dell’Impero Inglese.
L’autrice mostra una dote importante: studio e dovizia di espressione, di riferimento fedele del secolo in cui la storia ambientata, dove ciascun dettaglio è incasellato con precisione e cura, senza lasciare nulla al caso o alla fortuna.

Ma andiamo con ordine: il romanzo racconta le vicissitudini di due tredicenni, tanto diversi eppure così simili, che vivono un’amicizia importante, riconoscendosi sin dalla loro giovane età l’uno come l’esatta metà dell’altro.
Parliamo di Robert, un giovane inglese che vive con il padre e la sua istitutrice Alvena, da poco trasferitosi in India, e Kiran, un indiano di dubbia origine con alle spalle un passato traumatico. Una serie di vicissitudini porterà la famiglia di Robert a trarre in salvo l’ indiano affascinante con due occhi magnetici e a portarlo in Inghilterra, in un percorso periglioso, sia nel senso del viaggio che nel senso interiore, alla scoperta delle sue origini.
Tanti personaggi gravitano intorno ai due giovani, che si salvano vicendevolmente la vita: dal burbero padre di Robert, sino ad arrivare alla donna che in qualche modo si ritrova a fare da madre al piccolo inglese, senza trascurare i nemici che si mettono alle calcagna di Kiran per eliminarlo e impedirgli di diventare la pietra dello scandalo che rischia di mettere in risalto i loro turpi peccati.
La carrellata di figure che compaiono nella vita dei due giovani hanno una prospettiva consequenziale, con motivi celati e via via svelati, dando comunque spessore non soltanto alla loro dimensione, ma alla vita stessa dei due protagonisti.

Dal profilo dei contenuti, su tutti prevale l’argomento del legame. Una relazione di amicizia assoluta, innocente ma vissuta come totalizzante, tanto da lasciare immaginare al lettore che, in realtà, il rapporto tra due adolescenti obbligati dalle contingenze a crescere sin troppo in fretta, possa sfociare in altro.
E dico “possa” non a caso: Il ragazzo ombra appartiene in realtà a un progetto ben più ampio, denominato Diario Vittoriano, di cui l’opera è la prima puntata, per cui il giudizio globale sull’intera trama potrebbe arricchirsi via via che, nel proseguo della serie la storia si comporrà di ulteriori tasselli che in questa prima fase, appena accennati, generano una notevole aspettativa.

Ma il legame non viene declinato solamente in senso amicale: ritroviamo il rapporto complicato tra padre e figlio, soprattutto quando la figura materna viene a mancare prematuramente, esploriamo anche il legame con le proprie origini personali e dinastiche, e l’impatto sociale che in un epoca dove ancora l’etichetta comportamentale e la morale prevalevano in modo netto sull’individuo e sulle sue aspirazioni. E inoltre, non è trascurabile l’analisi sottintesa delle vessazioni e delle violenze di cui potevano essere oggetto sia gli outsider (se pensiamo per esempio a Keyra, la madre di Kiran) o chi deteneva un ruolo sociale subalterno rispetto all’aristocrazia prepotente, che si trasforma quasi nella dicotomia tra puro (inglese/invasore/padrone) e impuro (autoctono/represso/ribelle). Una serie di riflessioni pertanto scaturiscono dalla lettura di questo testo, che apre tanti spiragli nell’immaginario collettivo di chi si imbatte nelle sue pagine.

A livello stilistico, oltre a denotare una estrema correttezza di forma, la storia si espone in diversi registri stratificati: abbiamo la narrazione onnisciente, a focalizzazione interna sull’emotività degli attori sulla scena, il rimando al flashfoward futuro dove un Robert adulto ripercorre piano piano la sua amicizia con Kiran e la descrizione diaristica del giovane Robert, che puntualmente riporta quello che sente. Il costrutto finale risulta abbastanza armonico, per quanto richieda in certi passaggi di una notevole attenzione per non perdere il filo di chi parla e quando, soprattutto nei primi capitoli. Una volta dimensionata la scena e la realtà, diviene automatico seguire il filo narrativo senza intoppi.

Il ragazzo ombra è certamente un libro capace di destare interesse nel lettore: racconta una porzione storia in modo puntuale e preciso, ma consente di indagare i dilemmi sociali sulla forza che a volte certi rapporti generano, quando riescono a travalicare i confini sociali. Non si può esprimere un’opinione netta e conclusiva, non perché lo meriti, ma alla luce della prosecuzione del progetto per la quale, mi auguro, l’autrice non ci faccia aspettare.
Di sicuro si tratta di un’esperienza di lettura originale e confortante, da dedicare a chi non vuole limitarsi a una storia semplice, ma predilige approfondire non solamente le vicende ma i risvolti sociali che, sebbene differenti, caratterizzano comunque ogni secolo dell’umanità.
Perché soltanto partendo da ieri, spesso, riusciamo a comprendere l’odierno.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il ragazzo ombra - Diario vittoriano vol. 1
  • Autore: Laura Costantini
  • Editore: GoWare
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Historica
  • ISBN-13:9788867978243
  • Pagine: 209
  • Formato - Prezzo: e-book € 4,99
 

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