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9 febbraio 2018

L'Arminuta - Donatella di Pietrantonio

«Ero l'Arminuta, la ritornata. Parlavo un'altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza» - Ma la tua mamma qual è? - mi ha domandato scoraggiata. - Ne ho due. Una è tua madre. Ci sono romanzi che toccano corde cosí profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia cosí questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche piú care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c'è Adriana, che condivide il letto con lei. E c'è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L'accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell'Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.

Recensione

L’Arminuta è il titolo del libro vincitore del Premio Campiello 2017.
Acclamato e fortemente voluto sul podio dal pubblico, il romanzo racconta di un viaggio materiale ma soprattutto spirituale di una ragazzina di 13 anni – che noi lettori conosceremo solo ed esclusivamente con l’appellativo di “arminuta” – che, ormai donna, ripercorre a ritroso una fase della sua vita dolorosa perché segnata da abbandoni e da bugie che si scontrano con quelle tristi verità che si riveleranno essere tanto forti da ribaltare l’intera situazione iniziale.

L’arminuta, così in dialetto abbruzzese si usa dire “la ritornata”, nella sua sfortuna di essere rimandata indietro dai suoi genitori adottivi ai suoi genitori naturali, nella sua sfortuna di trasferirsi dalla città, dal mare al paese, alla campagna – per poi essere nuovamente sballottata in affido ad una famiglia di città per frequentare “le scuole alte” – ha la fortuna di toccare il fondo in modo così cruento e brutale – vista la tenera età – da perdersi completamente in quell’appellativo che tanto aveva odiato e che la etichettava, la marchiava come diversa ma in cui alla fine finisce per ritrovarsi totalmente attraverso un percorso faticoso ma estremamente necessario, fatto di momenti segnati da emozioni profonde e fortissime che restano tanto indelebili da macchiarne l’animo innocente.
Un viaggio alla scoperta di se stessa, della sua identità, della sua famiglia in cui gli interrogativi sul perchè tutto questo le sia capitato all’improvviso e soprattutto sul perché ora la donna che ha chiamato mamma per tredici anni debba essere sostituita da un’altra, affollano la mente della piccola arminuta.

La vita in paese e nella nuova famiglia – che all’inizio le sembra tanto ostile e sofferente della sua presenza tanto da sentirsi indesiderata – costruisce legami forti e importanti, al di là del già vincolo di sangue, che fanno conoscere alla protagonista adolescente sentimenti come l’amore, la lealtà, la forza della fratellanza e la condivisione.
Adriana, sorella minore della ritornata, con la sua spontaneità e la totale assenza di filtri, riflette come uno specchio i morsi della fame e i vuoti che una famiglia numerosa ed in difficoltà finisce necessariamente per lasciare.
La sua praticità, molto vicina ad un modo di fare spiccio e a tratti rozzo, si rivela essere un valore aggiunto per la sopravvivenza in quella realtà di paese scomoda ed impervia ma nella sua apparente forza d’animo si nasconde una fragilità che, soppressa per tanto tempo, fuoriesce a poco a poco dopo innumerevoli sollecitazioni.

Adriana per l’arminuta è come Virgilio per Dante, una guida silenziosa e non che accompagna e spalleggia la sorella in ogni momento strappandole la promessa di non lasciarla mai perché non solo sono sorelle ma sono legate da un affetto puro, forte e sincero che va al di là del sangue.
La sua figura nella storia è fondamentale perché consente la rinascita, il ritrovarsi della protagonista che ha la fortuna di scoprire il vero significato della famiglia e della vita smascherando le futili apparenze – che prima rappresentavano il suo tutto – in nome della verità dell’essenza delle cose.

Non dimentichiamo che il salto dell’arminuta è segnato anche da una evoluzione naturale, l’adolescenza e il diventare grande infatti, la portano a scontrarsi con quel mondo degli adulti sconosciuto sino ad allora con tutte quelle verità che esso porta con sé.
Nel suo diventare donna però la figura di Vincenzo occupa anch’essa una parte importante; con il suo sguardo da uomo, prima che da fratello, consente all’arminuta di provare delle sensazioni mai sentite prima ma senza cadere in una volgarità incestuosa: è un legame silenzioso che in nome di un non detto eterno, sia il ragazzo che la giovane, conservano celato nel proprio cuore e nella loro anima.
La timidezza e l’umiltà dei personaggi di paese – caratteristiche tipiche del popolo abbruzzese – sono il timbro di una introversione che a volte vince quell’orgoglio che non ha niente a che fare con l’orgoglio consueto ma è più vicino ad una vergogna, una modestia e ad un pudore che è sinonimo di ritegno.

Altri due temi molto cari alla bravissima autrice, Donatella di Pietrantonio, sono la forza del perdono e il rapporto madre-figlia che andando quasi a braccetto, rappresentano la base narrativa dell’intero romanzo attraversando svariate fasi evolutive: dal punto più alto a quello più basso, passiamo rapidamente dalla distanza più grande alla vicinanza più intima tra una madre ed una figlia che sembrano essere inversamente proporzionali tra loro – basti pensare che il rapporto tra l’arminuta ed Adalgisa si affievolisce mentre più si rafforza quello con la madre naturale e viceversa.
Per tutto il corso del romanzo è come se la protagonista acquisisse gli strumenti necessari per poter non solo vedere ma soprattutto guardare il mondo con una seconda vista, quella della maturità e della verità, molto più chiara e limpida della precedente.

La scelta di far uso del dialetto abbruzzese serve non solo ad autenticare la matrice già chiara della natura schietta e diretta della famiglia di paese ma conferisce anche una sacralità alle origini della stessa autrice.
Ben lontano da qualsiasi ricercatezza formale, lo stile di scrittura non si perde in convenevoli descrittivi inutili – i personaggi ad esempio vengono chiamati direttamente per nome senza alcuna presentazione, sta al lettore comprendere la loro identità progredendo con la lettura – estremamente semplice e fluido – anche scarno a tratti – ha dalla sua una grande scorrevolezza ma spicca nelle scelte stilistiche l’abilità eccellente della scrittrice nel saper costruire meravigliose figure linguistiche; queste come cornici, elevandosi ad un tono quasi poetico, abbracciano e raccontano concetti semplici come i fuochi d’artificio – Si spegnevano dopo un attimo di gloria universi di stelle appena esplose, sullo sfondo freddo degli astri fissi – o come la figura della madre, descritta al pari di un luogo – Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro – o ancora il destino – destino è una parola da vecchi, non puoi crederci a quattordici anni. E se ci credi, lo devi cambiare.

Mi sono ritrovata a leggere accorata un romanzo in cui è facile riconoscersi. Infatti anche se non direttamente, vuoi per una disgrazia o vuoi per una mancanza, ognuno di noi potrebbe essere l’arminuta. Ho apprezzato tanto il lavoro dell’autrice che è riuscita a far coesistere la brutalità e la poesia in una stessa pagina dando vita ad un ibrido innovativo ed estremamente vero: la verità è la forza del romanzo, è ciò che lo rende unico e soprattutto meraviglioso. Un grazie va a Donatella di Pietrantonio che nella sua assoluta originalità è riuscita a raccontare una storia autentica che strizza l’occhio alla vita e alla rinascita.


Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'Arminuta
  • Autore:Donatella di Pietrantonio
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806232108
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 17,50 Euro

18 ottobre 2017

George Saunders vince il Man Booker Prize 2017

Linconl nel Bardo di George Saunders ha vinto questa notte il Man Booker Prize per la narrativa.
E' il secondo anno consecutivo che il premio viene assegnato ad un autore americano, dopo la vittoria a sorpresa l'anno scorso de Lo schiavista di Paul Beatty.
Notevole il fatto che Saunders - nato in Texas nel 1958 - sia riuscito a vincere con il suo primo romanzo, dopo aver raggiunto la fama come autore di racconti, in Italia arrivato in quattro raccolte: Bengodi, Pastoralia, Nel paese della persuasione e Dieci dicembre. D'altra parte la sua vittoria era data per scontata da quando sono state annunciate per la prima volta le candidature.
Il romanzo, pubblicato in Italia da Feltrinelli, si apre nel 1862 con la visita del presidente Abramo Lincoln alla tomba del figlio undicenne, morto di tifo. Verrà a visitarlo lo spirito del ragazzino, al quale si uniranno presto altri spiriti, una comunità chiassosa e composita che abita quel reame tra la vita e la morte.
Un romanzo unico e complesso, che spesso assume più la forma di un'opera teatrale o un racconto tramandato oralmente secondo uno stile del tutto originale che, secondo l'autore, era il più adatto per trasmettere l'impatto emotivo del racconto.
Saunders, noto anche per un celebre racconto agli studenti intitolato L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza, aggiunge questa vittoria a una lunga lista di riconoscimenti che includono il Folio Prize, due volte il National Magazine Award e PEN/Malamud Award.
Saunders è stato anche inserito dal “New Yorker” nella lista dei “venti scrittori per il ventunesimo secolo”.


Il libro:


Febbraio 1862, la Guerra Civile è iniziata da un anno, e il Presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, è alle prese con ciò che sta assumendo i contorni di una catastrofe. Nel frattempo Willie, il figlio prediletto di undici anni, si ammala gravemente e muore. Verrà sepolto a Washington, nel cimitero di Georgetown. A partire da questa scheggia di verità storica – i giornali dell’epoca raccontano che Lincoln si recò nella cripta e aprì la bara per abbracciare il figlio morto –, George Saunders mette in scena un inedito aldilà romanzesco popolato di anime in stallo. Il Bardo del titolo, un riferimento al Libro tibetano dei morti, allude infatti a quello stato intermedio in cui la coscienza è sospesa tra la vita passata e quella futura. È questo il limbo in cui si aggirano moltitudini di creature ancora troppo attaccate all’esistenza precedente come Willie, che non riesce a separarsi dal padre, e il padre, che non riesce a separarsi dal figlio. Accompagnati da tre improbabili guide di ascendenza dantesca, assisteremo allo sconvolgimento nel mondo di queste anime perse per l’arrivo di Willie, che è morto e non lo sa, e di suo padre, che è come morto ma deve vivere per il bene del proprio paese. Ascolteremo le voci – petulanti, nostalgiche, stizzose, accorate – degli spiriti e il controcanto della storia. Leggeremo nei pensieri di Lincoln e nella mente di suo figlio, uniti da un amore che trascende il dolore e il distacco fisico. Il romanzo si svolge in una sola notte, in un territorio dove tutto è possibile, dove la logica convive con l’assurdo, le vicende vere con quelle inventate, dove tragedia e farsa si compendiano in un’unica realtà indifferenziata e contraddittoria. Come si può vivere, amare e compiere grandi imprese, sapendo che tutto finisce nel nulla.

Pagine: 347 p., Brossura - Euro 18,50

3 marzo 2017

Il simpatizzante - Viet Thanh Nguyen

È l'aprile del 1975 e, con i Vietcong già alle porte della città, Saigon precipita nel caos. Nella sua villa, un generale sudvietnamita sorseggia whiskey e, con l'aiuto dei suoi fidati ufficiali, appronta la lista di coloro destinati a imbarcarsi sugli ultimi voli messi a disposizione dall'amministrazione americana per abbandonare il paese. Il generale è il capo della Polizia Nazionale e dei servizi segreti del Vietnam del Sud e ha come aiutante di campo un giovane capitano che è, in realtà, un agente segreto comunista incaricato di riferire sulle attività militari e sul controspionaggio del Vietnam del Sud. Figlio illegittimo di una vietnamita e di un prete cattolico francese, il capitano è stato educato negli Stati Uniti, dove ha imparato a parlare inglese senza accento e a sviluppare un rapporto di odio-amore nei confronti di un paese dove tutto è "super" (i supermarkets, le superhighways, il Super Bowl, e così via). Animato da un'autentica fede nel comunismo, è tornato in Vietnam per sostenere, da agente doppiogiochista, la causa dei Vietcong. Della sua vera fede sono naturalmente all'oscuro tutti nel gruppo, in primo luogo il suo migliore amico Bon. In una Saigon in preda alla confusione, al caos e al terrore, il generale e i suoi uomini, compresi il capitano e Bon, fuggono sotto la tempesta di fuoco dei Vietcong...

Recensione

Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche questo probabilmente non stupirà nessuno. Non sono un mutante incompreso, saltato fuori da un albo a fumetti o da un film dell'orrore, anche se c'è chi mi ha trattato come se lo fossi. Sono semplicemente in grado di considerare qualunque argomento da due punti di vista antitetici.

Un libro notevole da un grande narratore che, non a caso, si è assicurato con quest'opera (prima) il Premio Pulitzer 2016 per la narrativa.

Caduta Saigon nel 1975 sotto l'avanzata dei Vietcong - esperienza che l'autore visse in prima persona a soli quattro anni prima di giungere, insieme alla famiglia, in un campo profughi della Pennsylvania -, mentre l'ordine ufficiale di evacuazione tarda ad arrivare, il Generale aspetta di imbarcarsi su un C-130 per raggiungere gli Stati Uniti con la sua famiglia e una lista di protetti impietosamente stilata dal Capitano, il suo attendente, l'unico uomo in cui ripone la sua più completa fiducia. Ma il Capitano (che non verrà mai nominato) è in realtà una spia che si finge un simpatizzante americano per trasmettere informazioni riservate ai Vietcong, talmente anonimo e impenetrabile persino a se stesso da risultare insospettabile.

Romanzo di guerra, dunque, eppure le pagine propriamente dedicate alla guerra sono pochissime. Romanzo di spionaggio, forse, che riflette sul crudele backstage che si cela dietro tutte le rivoluzioni. Romanzo di esilio, soprattutto, perché negli Stati Uniti, dove giunge al seguito del Generale continuando a servirlo fedelmente, il Capitano vive una condizione di espatrio perenne. Figlio di una vietnamita e di un pastore francese che mai si preoccupò di alleviare la povertà e la fame dell'amante e del suo bastardo, il Capitano barcolla continuamente tra più mondi, dilaniato tra la fedeltà ai due amici con cui strinse un patto di sangue da adolescente (l'uno divenuto il capo della resistenza a cui trasmette le informazioni, l'altro, Bon, agente come lui del Generale ma per autentica fede), dall'eguale influsso che hanno su di lui la cultura d'origine e il libertinismo americano, dalla sua perfetta capacità, come dichiara già nelle prime righe del romanzo, di immedesimarsi in tutte le parti.

Nelle pagine della confessione, che il Capitano redige con humour nero, si alternano la fuga disperata da Saigon in cui Bon perde il figlioletto sotto una scarica di colpi; la rievocazione dei primi anni statunitensi in California, dove il Capitano viene mandato per studiare la mentalità occidentale e acclimatarsi al nemico, e il successivo espatrio negli Stati Uniti, dov'è costretto continuamente a riconfermare la sua fedeltà agli americani attraverso delitti che accetta freddamente di compiere; il ritorno in patria per supervisionare le riprese di un film americano sulla guerra (Apocalypse Now?), forse le pagine più belle del romanzo, in cui gli viene richiesto di rendere più realistica la sceneggiatura; e infine, nelle pagine finali che si riallacciano all'incipit, l'ultimo rientro in patria e in seno alla resistenza. Qui, per la prima volta, l'humour nero vacilla, per rivelare finalmente il vuoto di una personalità sperduta - che è una, centomila, e quindi nessuna -, la disperata richiesta di una ragione, di una risposta a tutto.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il simpatizzante
  • Titolo originale: The Sympathizer
  • Autore: Viet Thanh Nguyen
  • Traduttore: Luca Briasco
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Bloom
  • ISBN-13: 9788854513396
  • Pagine: 511
  • Formato - Prezzo: Brossura, 18.00 Euro

26 ottobre 2016

Man Booker Prize 2016: vince "Lo schiavista" di Paul Beatty


Ieri sera nella suggestiva cornice della Guildhall di Londra è stato assegnato il Man Booker Prize 2016 per la Fiction a Lo schiavista (The Sellout) di Paul Beatty. Beatty, nato a Los Angeles nel 1962, è il primo americano ad aggiudicarsi la vittoria del prestigioso premio da quando, nel 2013, la competizione è stata estesa anche ai non membri del Commonwealth, con una feroce satira sul razzismo che vede un uomo tentare di reintrodurre la schiavitù e la segregazione nel liceo locale al solo scopo di riportare la sua piccola cittadina sulle mappe geografiche. Una vittoria anticipata da molti e dichiarata all'unanimità dalla giuria dopo una riunione di quattro ore; viene premiato un libro forte e non facilmente digeribile da tutti, con un linguaggio senza compromessi che attinge appieno negli stereotipi razziali dell'America contemporanea.
Lo schiavista, pubblicato proprio un paio di settimane fa in Italia da Fazi,
è il quarto romanzo di Beatty, che in precedenza aveva pubblicato anche un'antologia di umorismo afroamericano. L'autore si definisce un perfezionista e confessa, nel suo discorso d'accettazione, di "odiare scrivere" proprio perché la sua ricerca di perfezione lo porta ad essere spesso insoddisfatto di ciò che scrive; il libro, sorprendentemente, avrebbe potuto non arrivare mai nelle librerie se Beatty non si fosse lasciato convincere dal partner a chiedere un prestito per poter completare il romanzo. Un buon investimento visto che la vittoria del premio gli frutterà ora 50.000 sterline, oltre che un consistente aumento di visibilità per sé e per la sua opera.


Il libro vincitore

«So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente. Non ho mai evaso le tasse, non ho mai barato a carte. Non sono mai entrato al cinema a scrocco, non ho mai mancato di ridare indietro il resto in eccesso a un cassiere di supermercato». Questo l’inizio della storia di Bonbon. Nato a Dickens – ghetto alla periferia di Los Angeles – il nostro protagonista è rassegnato al destino infame di un nero della lower-middle-class. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha trascorso l’infanzia prestandosi come soggetto per una serie di improbabili esperimenti sulla razza: studi pionieristici di portata epocale, che certamente, prima o poi, avrebbero risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, l’unico suo lascito è il conto del funerale low cost. E le umiliazioni per Bonbon non sono finite: la gentrificazione dilaga, e Dickens, fonte di grande imbarazzo per la California, viene letteralmente cancellata dalle carte geografiche. È troppo: dopo aver arruolato il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebre protagonista della serie Simpatiche canaglie ormai caduto in disgrazia –, Bonbon dà inizio all’ennesimo esperimento lanciandosi nella più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione razziale nel ghetto. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

Dettagli del libro

  • Titolo: Lo schiavista
  • Titolo originale: The Sellout
  • Autore: Paul Beatty
  • Traduttore:Silvia Castoldi
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 6 ottobre 2016
  • Collana: Le strade
  • ISBN-13: 9788876259418
  • Pagine: 370
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,50

13 ottobre 2016

Premio Nobel per la Letteratura: vince Bob Dylan

Annuncio a sorpresa nel mondo della cultura: il Premio Nobel per la Letteratura 2016 è stato assegnato al cantautore statunitense Bob Dylan.
Più volte candidato negli anni passati ma sempre considerato un po' un outsider, il menestrello di Duluth vede finalmente riconosciuta la sua poetica straordinaria con il premio più prestigioso, assegnato con la motivazione di «aver creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana».
Da fan accanita e sfegatata di Dylan non posso che accodarmi al boato scatenatosi nella sala di Stoccolma all'annuncio e gridare "Finalmente!" per questa scelta fuori dagli schemi che immagino abbia già iniziato a far discutere.

Prima di giudicare non posso che invitare a scoprire e riscoprire la produzione di colui che, grazie un capolavoro come Like a Rolling Stone, viene attualmente riconosciuto come uno dei padri del rock.

Nato nel 1941 a Duluth, in Minnesota, Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan in onore al poeta gallese Dylan Thomas, si trasferisce giovanissimo a New York dove si inserisce ben presto nel movimento folk in cui la sua musica e la sua poetica fondano le radici.
Da molti visto come figura simbolo del movimento di protesta americano, Dylan è interessato soprattutto a rivoluzionare il mondo della musica, traguardo raggiunto con la pubblicazione dell'album Highway 61 Revisited, nel 1965.
Nella sua carriera, nella quale ha toccato quasi tutti i generi musicali, il neo Premio Nobel ha pubblicato 37 album in studio, 12 live e numerose compilation tra cui i 12 Bootleg Series adorati dai fan. E' anche autore di tre libri, tra cui Chronicles: Volume One , prima parte della sua autobiografia ed in passato è stato sia attore che regista; oltre che dello sfortunato Renaldo and Clara, lo ricordiamo soprattutto nel suo ruolo di Alias in Pat Garret and Billy The Kid di cui curò anche la splendida colonna sonora, che produsse il capolavoro Knockin on Heaven's Door (che molti erroneamente pensano sia stata scritta da Guns'Roses).

In tempi più recenti curò anche la colonna sonora dell'adorabile Wonder Boys, con Michael Douglas e Tobey Maguire, che gli fruttò l'Oscar per la Miglior Canzone grazie al singolo Things Have Changed.
Tra i suoi album miglior ricordiamo, oltre al già citato Highway 61 Revisited, The Freewheelin' Bob Dylan (1963), Blonde on Blonde (1966), Blood on The Tracks (1975), Desire (1976) and Love and Theft (2001) mentre non posso che consigliare la visione sia dello splendido documentario di Martin Scorsese No Direction Home: Bob Dylan che il film biografico di Todd Haynes Io non sono qui in cui sei attori diversi interpretano sette distinti momenti della vita del cantautore, davvero indispensabili per avere almeno una vaga idea di chi sia questo artista elusivo che ha influenzato alcune fra le band più importanti del pianeta e che a 75 anni ancora non si rassegna a mettere fine a una carriera durata più di 40 anni e lo vede ancora in giro per il mondo con il suo Never Ending Tour.
Impossibile citare tutte le sue canzoni/poesie, degne di nota. Sebbene molte fra le sue più celebri risalgano agli anni '60 e '70, Dylan continua a essere il portavoce di una generazione di giovani che non ha età e che ancora oggi si ritrova nelle sue parole forti, elettriche, vibranti. Testi come Blowin' in the wind, Hurricane, Desolation Row, Subterranean Homesick Blues, Hard Rain, solo per citarne alcuni, non potranno mai perdere la loro potenza espressiva e mentre ci congratuliamo ancora con questo gigante della musica e della letteratura, vi invitiamo a riscoprire tutta la sua produzione di cui vi diamo un assaggio riportando i versi di una delle sue canzoni più belle, Mr Tambourine Man.

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I'm not sleepy and there ain't no place I'm going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I'll come following you

Though I know that evenings empire has returned into sand
Vanished from my hand
Left me blindly here to stand but still not sleeping
My weariness amazes me, I'm branded on my feet
I have no one to meet
And the ancient empty street's too dead for dreaming

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I'm not sleepy and there ain't no place I'm going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I'll come following you

Take me on a trip upon your magic swirling ship
My senses have been stripped
My hands can't feel to grip
My toes too numb to step
Wait only for my boot heels to be wandering
I'm ready to go anywhere, I'm ready for to fade
Into my own parade
Cast your dancing spell my way, I promise to go under it

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I'm not sleepy and there ain't no place I'm going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I'll come following you

Though you might hear laughing, spinning, swinging madly through the sun
It's not aimed at anyone
It's just escaping on the run
And but for the sky there are no fences facing
And if you hear vague traces of skipping reels of rhyme
To your tambourine in time
It's just a ragged clown behind
I wouldn't pay it any mind
It's just a shadow you're seeing that he's chasing

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I'm not sleepy and there ain't no place I'm going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I'll come following you

Take me disappearing through the smoke rings of my mind
Down the foggy ruins of time
Far past the frozen leaves
The haunted frightened trees
Out to the windy bench
Far from the twisted reach of crazy sorrow
Yes, to dance beneath the diamond sky
With one hand waving free
Silhouetted by the sea
Circled by the circus sands
With all memory and fate
Driven deep beneath the waves
Let me forget about today until tomorrow

Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
I'm not sleepy and there ain't no place I'm going to
Hey, Mr. Tambourine Man, play a song for me
In the jingle jangle morning I'll come following you

14 settembre 2016

Man Booker Prize 2016: la shortlist


Qualche tempo fa vi avevamo annunciato il vincitore del Man Booker International Prize: Han Kang, con il suo The Vegetarian (di prossima pubblicazione per Adelphi). È fresca di annuncio adesso la shortlist all'annuale Man Booker Prize, riconoscimento letterario istituito nel 1968 e assegnato al miglior romanzo in lingua inglese pubblicato ogni anno, tra cui il 25 ottobre verrà annunciato il vincitore.
I sei libri finalisti sono ancora inediti in Italia. Lo schiavista di Paul Beatty sarà pubblicato a ottobre per i tipi Fazi.


Lo schiavista (The Sellout) di Paul Beatty (Fazi Editore - in uscita a ottobre, Oneworld)

Nato a Dickens – ghetto nella periferia di Los Angeles – il protagonista è rassegnato al destino del californiano della classe medio-bassa. Cresciuto da un padre single, controverso sociologo, ha passato l’infanzia fungendo da soggetto per una serie di studi psicologici sulla razza. Gli è sempre stato fatto credere che il lavoro pionieristico del padre sarebbe stato accorpato in un memoir che avrebbe risolto i problemi economici della famiglia. Ma quando il padre viene ucciso dalla polizia in una sparatoria, si rende conto che non esiste nessun memoir: l’unico lascito del genitore è il conto del funerale low cost. Fomentato da quest’imbroglio e dallo sfacelo generale della sua città, il protagonista si dà da fare per riparare a un altro torto subito: Dickens è stata letteralmente cancellata dalle carte geografiche per risparmiare ulteriore imbarazzo alla California. Dopo aver arruolato il più famoso residente della città – Hominy Jenkins, celebrità caduta in disgrazia –, dà inizio alla più oltraggiosa delle azioni concepibili: ripristinare la schiavitù e la segregazione nella scuola locale. Idea grazie alla quale finisce davanti alla Corte Suprema.

Paul Beatty, nato nel 1962 a Los Angeles, ha studiato scrittura Creativa al Brooklyn College e Psicologia alla Boston University. Ha tre figli e vive a New York.


Hot Milk di Deborah Levy (Hamish Hamilton)

Due sconosciute arrivano in un piccolo villaggio di pescatori della Spagna. La donna più anziana soffre di una misteriosa paralisi, che l'ha condotta a cercare una cura al di là dei confini della medicina tradizionale. Sua figlia Sofia ha trascorso gli ultimi anni nel ruolo -riluttante- di detective, cercando di capire la malattia della madre.
Circondata dall'opprimente calura del deserto, in cerca di una cura per una malattia persistente e forse immaginaria, Sofia è costretta a confrontarsi con la difficile relazione con sua madre. Analizzando la rabbia e la sessualità femminili, Deborah Levy esplora la strana e mostruosa natura della maternità, tendendo i legami tra genitori e figli fino a un punto di rottura.

Deborah Levy è una drammaturga, scrittrice e poetessa inglese. È autrice di altri cinque romanzi, tra cui A nuoto verso casa (Garzanti), finalista al Man Booker Prize 2012.


His Bloody Project di Graeme Macrae Burnet (Contraband)

Nel 1869, il caso di Roderick Macrae catturò il pubblico inglese: i giornali seguirono famelicamente il suo processo, e i penny dreadful descrissero con gioia i dettagli più splatter del brutale assassinio di tre persone in una remota comunità contadina.
In His Bloody Project, l'autore Graeme Macrae Burnet racconta la storia degli omicidi e il successivo processo. Le memorie di Roderick, insieme ai verbali del processo, i referti medici, i resoconti della polizia e gli articoli di giornale, mostrano che l'accusato ammise prontamente la sua colpa... lasciando solo il potere persuasivo del suo avvocato tra sé e la forca. Perché non si difese più vigorosamente, o provò a nascondere il crimine? Era stupido? Pazzo? O aveva un altro motivo?
Messi insieme, i documenti relativi al caso di Roderick Macrae rivelano molto di un sanguinoso triplo omicidio che scioccò la nazione. Ma rivelano anche perché un giovane avrebbe dovuto commettere questi atrocissimi atti di violenza?
Sarà impiccato?

Graeme Macrae Burnet è stato insignito dello Scottish Book Trust New Writer Award nel 2013. Il suo primo romanzo, The Disappearance of Adèle Bedeau, è stato un libro di culto. Attualmente sta lavorando ad altri due romanzi con il detective Georges Gorski.


Eileen di Ottessa Moshfegh (Jonathan Cape)

Il periodo natalizio è poco gioioso per Eileen Dunlop, una giovane donna senza pretese ma disturbata intrappolata tra il ruolo di badante del padre alcolizzato nella sua squallida casa e un lavoro diurno come segretaria nella prigione maschile, con i suoi orrori quotidiani. Consumata dal risentimento e dal disgusto verso se stessa, Eileen mitiga i suoi giorni tristi con fantasie perverse e sogni di fuga nella grande città. Nel frattempo, trascorre le sere e i weekend taccheggiando, stalkerando un'attraente guardia carceraria di nome Randy, e rimediando ai casini di suo padre, sempre più folle. Quando la bella e carismatica Rebecca Saint John entra in scena come nuovo consulente psichiatrico della prigione, Eileen è incantata e incapace di resistere a quella che sembra essere un'amicizia sbocciata miracolosamente. In una svolta alla Hitchcock, il suo affetto per Rebecca la porta a essere complice in un crimine che supera le sue più selvagge fantasie.

Ottessa Moshfegh è una scrittrice di romanzi del New England. Ha vinto numerosi premi, tra cui il Fence Modern Prize per la prosa e il Believer Book Award. I suoi racconti sono stati pubblicati sul Paris Review, sul New Yorker e su Granta.


All That Man Is di David Szalay (Jonathan Cape)

Nove uomini. Ognuno di loro in un diverso stadio della vita, ognuno di loro lontano da casa, e ognuno di loro che aspira - nei sobborghi di Praga, accanto a un'autostrada belga, in uno schifoso hotel di Cipro - a capire cosa significhi essere vivi, qui e adesso.
Tracciando un arco dalla primavera della gioventù all'inverno della vecchiaia, All That Man Is unisce queste vite separate per mostrarci gli uomini così come sono - ridicoli e sconnessi, sconvolgenti e spregevoli, vitali, patetici, esilaranti, e pieni di fervidi desideri.
Mentre il tempo si fa sempre più freddo, e gli uomini invecchiano, le barriere diventano sempre più alte.

David Szalay è autore di altri tre romanzi: Spring, The Innocent e London and the South-East. Cresciuto a Londra, ha vissuto in Canada e in Belgio, e risiede attualmente a Budapest.


Do Not Say We Have Nothing di Madeleine Thien (Granta Books)

1991, Canada: la decenne Marie e sua madre invitano un'ospite nella loro casa, una giovane donna di nome Ai-Ming, che è scappata dalla Cina all'indomani delle proteste di piazza Tiananmen.
Ai-Ming racconta a Marie la storia della sua famiglia nella Cina della Rivoluzione - dalle sale da tè affollate nei primi giorni dell'ascesa del Presidente Mao, al Conservatorio di Shanghai negli anni '60 e agli eventi che hanno condotto alle proteste di Beijing del 1989. È una storia di idealismo rivoluzionario, di musica e silenzio, in cui tre musicisti - il timido e brillante compositore Sparrow, il prodigio del violino Zhuli e l'enigmatico pianista Kai - lottano durante l'implacabile Rivoluzione Culturale cinese per rimanere leali gli uni agli altri e alla musica a cui hanno dedicato le loro vite. Costretti a re-immaginare se stessi nell'arte e nel privato, i loro destini riecheggiano attraverso gli anni, con profonde e durature conseguenze per Ai-Ming - e per Marie.

Madeleine Thien è autrice della raccolta di racconti Simple Recipes e dei romanzi Certainty e Dogs at the Perimeter, quest'ultimo finalista all'International Literary Award di Berlino nel 2014. I suoi libri sono stati tradotti in 23 lingue.

9 luglio 2016

Premio Strega 2016: vince Edoardo Albinati con "La scuola cattolica"


Nessuna sorpresa: Edoardo Albinati, il favorito, è il vincitore della LXX edizione del Premio Strega con La scuola cattolica (Rizzoli), 143 voti («Mi considero solo il redattore de La scuola cattolica», ha commentato). Seguono Eraldo Affinati con L'uomo del futuro (Mondadori), 92 voti, e Vittorio Sermonti con Se avessero (Garzanti), 89 voti. Chiudono Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (Minimum Fax), 46 voti, ed Elena Stancanelli con La femmina nuda (La Nave di Teseo), 25 voti. Posizioni invariate, insomma, rispetto allo spoglio che ha decretato la cinquina.
La cerimonia si è tenuta non più nella storica e splendida sede del Ninfeo di Villa Giulia, ma all'Auditorium Parco della Musica di Roma, con la conduzione del bravo Pino Strabioli.

Prima di lasciarvi a maggiori informazioni su libro e autore, vi ricordiamo altri due vincitori: ad aggiudicarsi il Premio Strega Europeo 2016, assegnato pochi giorni fa, è stato Gli Anni di Annie Ernaux (edito in italia da L'Orma Editore). Il premio, giunto alla terza edizione, viene conferito annualmente da una giuria composta da più di venti vincitori e finalisti del Premio Strega a un romanzo scelto tra «cinque voci provenienti da aree linguistiche e culturali diverse che con le loro opere esplorano il significato e il sentimento dell’essere cittadini europei». Una giuria composta da cinquecento ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni ha invece decretato vincitore del Premio Strega Giovani 2016 Dove troverete un altro padre come il mio di Rossana Campo (Ponte alle Grazie).


La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli), presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell'epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant'anni ha custodito i segreti di quella "mala educacion". Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo, che sbalordisce per l'ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: "Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?". Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l'amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose.


Edoardo Albinati (Roma, 1956) da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, esperienza narrata nel diario Maggio selvaggio. Suoi reportage dall’Afghanistan e dal Ciad sono usciti sul “Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “The Washington Post”. Ha scritto film per il cinema di Matteo Garrone e Marco Bellocchio. Tra gli ultimi libri pubblicati, ricordiamo Tuttalpiù muoio con Filippo Timi e Vita e morte di un ingegnere.

21 giugno 2016

Premio Strega 2016: la cinquina finalista


Edoardo Albinati con La scuola cattolica (Rizzoli), 202 voti, guida la cinquina finalista al Premio Strega 2016, seguito da Eraldo Affinati con L'uomo del futuro (Mondadori), 160 voti, e da Vittorio Sermonti con Se avessero (Garzanti), 156 voti. A chiudere la rosa di finalisti Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (Minimum Fax), 138 voti, ed Elena Stancanelli con La femmina nuda (La Nave di Teseo), 102 voti.
Questa la lista dei candidati alla 70esima edizione del premio, selezionata dal Comitato direttivo presieduto da Tullio De Mauro e composto da Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino, Giuseppe Gori, Melania Mazzucco, Luca Serianni e Maurizio Stirpe.
La seconda votazione e la proclamazione del vincitore avranno luogo venerdì 8 luglio, non più nella storica sede del Ninfeo ma all’Auditorium Parco della Musica di Roma.


La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli), presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi (202 voti)

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell'epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant'anni ha custodito i segreti di quella "mala educacion". Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo, che sbalordisce per l'ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: "Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?". Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l'amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose.


L'uomo del futuro di Eraldo Affinati (Mondadori), presentato da Giorgio Ficara e Igiaba Scego (160 voti)

A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea.


Se avessero di Vittorio Sermonti (Garzanti), presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale (156 voti)

Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d'un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre), lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant'anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli "intermittenti soprusi della memoria": il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il "passaggio dalla parte del nemico" (iscrizione al PCI), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia "feudale" della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell'ipotesi sospesa, a quell'eccidio mancato. Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d'amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del "narrator narrato", e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra...


Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (Minimum Fax), presentato da Giuseppe Antonelli e Diego De Silva (138 voti)

Nell’immaginario paese di Corsignano – tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: «il Cinghiale che uccise Liberty Valance» si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti. Giordano Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una tra le molte specie viventi sulla Terra.


La femmina nuda di Elena Stancanelli (La nave di Teseo), presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey (102 voti)

Anna è una donna intelligente, bella, con un lavoro interessante, ma di colpo tutto questo non serve più. Dopo cinque anni la sua storia d'amore con Davide affonda in una palude di tradimenti, bugie, ricatti. E la sua vita va in pezzi. Si trasforma in un'isterica, non dorme, non mangia, fuma e si ubriaca ogni sera per riuscire ad addormentarsi. Compulsivamente inizia a frugare nel telefonino di lui nelle chat, sui social. Non sa cosa sta cercando, non sa perché lo sta cercando. Per un anno rimarrà prigioniera di quello che lei stessa chiama il regno dell'idiozia, senza riuscire a dirlo a nessuno. Questo racconto è la sua confessione, sotto torma di lettera, a Valentina, la sua più cara amica, che l'ha vista distruggersi sera dopo sera. Anna dice tutto, senza pudore. I dettagli umilianti e ridicoli, l'ossessione, la morbosità. Anna somiglia a tutti noi, che combattiamo questa guerra paradossale che chiamiamo amore. Ogni tanto vinciamo, più spesso perdiamo. L'unica cosa su cui possiamo sempre contare, l'unica capace di indicarci i nostri confini, i nostri bisogni, è il corpo. E sarà al corpo che Anna si aggrapperà per sconfiggere il dolore.


27 maggio 2016

Premio Campiello 2016: la cinquina finalista e il vincitore del Premio Campiello Opera Prima


E' di oggi l'annuncio della rosa dei cinque finalisti alla 54esima edizione del Premio Campiello, la cui votazione si è svolta nell’Aula Magna G. Galilei di Palazzo Bo, Università degli Studi di Padova. Istituito nel 1962 da alcuni industriali del Veneto, venne assegnato per la prima volta nel 1963 a La tregua di Primo Levi, e annualmente insignisce un romanzo di narrativa pubblicato nell'anno corrente, scelto tra una rosa di cinque finalisti selezionati dalla Giuria dei Lettori. Ecco i cinque libri selezionati tra i 230 candidati::


Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy (Rizzoli)

È la primavera di un anno terribile, il 1917, quando Maria Rosa Radice a poco più di vent’anni lascia gli agi della sua casa a Napoli. Scappa da sua madre, dal salotto aristocratico che fino ad allora è stato il suo unico, soffocante orizzonte. La destinazione è la sola possibile per una donna non sposata e in fuga: il fronte. L’impatto della guerra è brutale. In un piccolo ospedale sul Carso cura centinaia di feriti, li vede soffrire e morire. Ma c’è una luce nelle sue giornate, una scintilla di cui si accorge poco a poco. È la sua silenziosa compagna di stanza Eugenia Alferro, una provinciale del Nord che sogna di diventare medico. Giorno dopo giorno, le insegna a sopravvivere in corsia e a superare la paura. La guerra regala alle due ragazze una libertà altrimenti impossibile. Così, nel tempo, avvertono una passione inattesa crescere tra loro e a mezza voce, la notte, si dichiarano l’amore. Non sanno se il futuro permetterà loro di rimanere vicine, entrambe però sentono di essere cambiate. Ora sono pronte a lottare per restare se stesse. In un romanzo vibrante, che appassiona e scuote, Elisabetta Rasy racconta la guerra dalla prospettiva misconosciuta delle donne al fronte. Ritraendo un’intimità limpida ma circondata dalle tenebre, ci mostra come l’amore non abbia mai avuto confini, perché i sentimenti esplodono sempre senza chiederci il permesso.


Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante (Giunti)

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all'esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell'emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro, di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, "non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr'otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del '59, avevo nove anni e uno a quell'età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi". Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è "picciriddu" o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c'è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta...


La prima verità di Simona Vinci (Einaudi)

Una giovane donna va alla ricerca del misterioso passato dei reclusi di un enorme lager in un'isola greca dove il regime dei colonnelli confinò insieme folli, poeti e oppositori politici.
E sprofonda, come il coniglio di Alice, seguendo tracce semicancellate archivi polverosi e segni magici, in una catena imprevista di orrori e segreti dove la pazzia sempre più si mostra come eterno segno dell'opposizione e della ribellione e il passato rivive in storie miracolose, in una festa del linguaggio e della parola. Nella seconda parte del romanzo la detection su follia, normalità e violenza della giovane donna si allarga al mondo contemporaneo e finisce col diventare inevitabile, sconvolgente autobiografia dell'autrice, dove il nodo del rapporto con la madre e la scoperta del fantasma della propria follia (e di quella materna) si aprono in immagini di rara forza. Unica salvezza è la parola poetica, la passione di dire e raccontare che unisce i mondi nel gesto individuale di chi ha il coraggio di cercare ancora "la prima verità".


Le cose semplici di Luca Doninelli (Bompiani)

Un giovane incontra a Parigi una ragazzina enfant prodige della matematica e i due s'innamorano, si fidanzano, si sposano. Lei, poco più che ventenne, va in America. Ma il mondo s'inceppa e in un batter d'occhio tutto finisce: niente più petrolio, niente più energia elettrica, commercio né moneta, niente più regole sociali. Ovunque solo guerre e carneficine. Il mondo si imbarbarisce e la sua caduta coglie i due innamorati ai due lati dell'oceano, senza possibilità di comunicare. Per vent'anni i due vivranno lontani, lei ha una vita durissima, lui comincia a scrivere per non dimenticarla, finché, dopo tanti anni, i due si ritroveranno, accesi dal fuoco della passione e dal bisogno di verità. "Le cose semplici" è il tentativo di raccontare il cammino dei nostri desideri più comuni ed elementari - e di tutto quello che ci tocca il cuore, fino a straziarci con la sua bellezza o con il ricordo pungente di essa - attraverso la labirintica distruttività del mondo. Il nostro bisogno di vivere una vita che si possa dire umana, di gioia ma anche di un dolore dotato di senso, è destinato a infrangersi contro il muro del potere, della superficialità, del pensiero indotto e dei luoghi comuni? O può trovare soddisfazione?


Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie)

Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Čikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva nei modi più orrendi almeno cinquantasei persone. Le sue vittime – bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne – avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole. Erano insomma simboli del fallimento dell’Idea comunista, sintomi dell’imminente crollo del Socialismo reale. Questo libro, sospeso tra romanzo e biografia, narra la storia di uno dei più feroci assassini del Novecento attraverso la visionaria, a tratti metafisica ricostruzione della confessione che egli rese in seguito all’arresto. E fa di più. Osa raccontare l’orrore e il fallimento in prima persona: Čikatilo, infatti, in questo libro dice «io». È lui stesso a farci entrare nella propria vita e nella propria testa, a raccontarci le sue pulsioni più segrete, le sue umiliazioni e ossessioni. Il giardino delle mosche è un libro lirico e crudele allo stesso tempo: la storia di un’anima sbagliata, una meditazione sul potere e la sconfitta e, soprattutto, una discesa impietosa fino alle radici del Male.


E' stato invece già assegnato il Premio Campiello Opera Prima, attribuito dal 2004 a un autore al suo esordio letterario:


La teologia del cinghiale di Gesuino Némus (Elliot)

Luglio 1969. Nei giorni dello sbarco sulla luna, a Telèvras, un piccolo paese dell'entroterra sardo, due ragazzini vengono coinvolti in una serie di eventi misteriosi. Matteo Trudìnu, talentuoso figlio di un sequestratore latitante, e Gesuino Némus, da tutti considerato un minorato mentale, sono amici per la pelle. Di loro si occupa come fossero suoi figli don Cossu, il prete gesuita del paese. Un giorno il padre di Matteo viene trovato morto a pochi chilometri dal paese. A indagare si trova il maresciallo dei carabinieri di stanza a Telèvras, un piemontese che fatica a comprendere le logiche dell'omertà che lo circonda, aiutato dall'appuntato Piras e da don Cossu. Ma il mistero si infittisce ancor di più quando, a pochi giorni di distanza, viene ritrovato il corpo di un secondo uomo. Una storia di misteri e rivelazioni, in cui si mescolano gli odori, i sapori, le voci, le superstizioni e la magia della terra sarda, a comporre il quadro di un'Italia che arriva fino ai giorni nostri.

20 maggio 2016

The Man Booker International Prize 2016: vince "The Vegetarian" di Han Kang

Con il suo romanzo The Vegetarian, inedito in Italia, Han Kang - nella traduzione di Deborah Smith - si è aggiudicata il Man Booker International Prize, uno dei più importanti riconoscimenti letterari britannici, che premia i migliori romanzi internazionali tradotti in lingua inglese.
Boyd Tonkin, a capo della giuria, ha così commentato:

The Vegetarian di Han Kang, tradotto dal coreano da Deborah Smith, è un romanzo potente, indimenticabile e originale [...] Noi giurati abbiamo scelto all'unanimità The Vegetarian come vincitore. Narrata da tre voci, tre prospettive diverse, questa storia concisa, inquietante e perfettamente costruita traccia il rifiuto, da parte di una donna ordinaria, di tutte le convenzioni e i presupposti che la legano alla casa, alla famiglia e alla società.
Han Kang, 45 anni, ha trionfato su nomi molto più noti al pubblico anglosassone, quali Orhan Pamuk ed Elena Ferrante.


The Vegetarian di Han Kang (Portobello Books) - COREA DEL SUD

Yeong-hye e suo marito sono persone ordinarie. Lui è un impiegato con moderate ambizioni e modi miti; lei una moglie scialba ma premurosa. L’accettabile encefalogramma piatto del loro matrimonio si interrompe quando Yeong-hye, cercando un’esistenza più “rigogliosa”, commette uno scioccante atto sovversivo. Mentre la sua ribellione si manifesta in forme sempre più bizzarre e spaventose, Yeong-hye sprofonda sempre più nell'idea di abbandonare la sua prigione di carne e di diventare – impossibilmente, estaticamente – un albero. Inquietante, disturbante e bellissimo, The Vegetarian è un romanzo sull'odierna Corea del Sud, ma anche sulla vergogna, sul desiderio, e sui nostri vani tentativi di comprendere gli altri, da un corpo imprigionato a un altro.

Han Kang è nata a Gwangju (Corea del Sud), ma si è trasferita a Seoul all'età di dieci anni. Ha studiato letteratura coreana all'Università di Yonsei. Le sue opere hanno vinto l'Yi Sang Literary Prize, il Today's Young Artist Award, e il Korean Literature Novel Award. The Vegetarian, il suo primo romanzo tradotto in inglese, è stato pubblicato da Portobello Books nel 2015, mentre Human Acts nel 2016. Al momento insegna scrittura creativa all'Istituto delle Arti di Seoul.


16 aprile 2016

The Man Booker International Prize: i finalisti

Il 13 aprile è stata annunciata la lista dei sei candidati al Man Booker International Prize, uno dei più importanti riconoscimenti letterario britannici, che premia i migliori romanzi internazionali tradotti in lingua inglese. Assegnato dal 2005 al 2015 con cadenza biennale all'opera omnia di un autore, a partire da questa edizione si terrà annualmente e selezionerà una singola opera.
Il 16 maggio tra la rosa dei sei finalisti - tra cui la nostra Elena Ferrante - verrà annunciato il vincitore.


A General Theory of Oblivion di José Eduardo Agualusa (Harvill Secker) - ANGOLA

A General Theory of Oblivion è un grande patchwork che racconta la storia dell’Angola attraverso Ludo, una donna che si barrica nel suo appartamento alla vigilia dell’indipendenza angoliana. Per i successivi trent’anni vive di verdure e piccioni, e brucia i mobili per restare al caldo. Ma il mondo esterno trapela attraverso frammenti di conversazione alla radio, voci dalle porte vicine, barlumi di un uomo che sfugge ai suoi inseguitori e un biglietto attaccato alla zampa di un uccello. Finché un giorno non incontra Sabalu, un giovane che si arrampica fino alla sua terrazza dalla strada. Con la giocosità, l’umorismo e il calore che sono il marchio di fabbrica dell’autore, A General Theory of Oblivion è un romanzo stupefacente sul dolore umano e sulle emozioni, le speranze e i pericoli che un cambiamento radicale porta con sé.

José Eduardo Agualusa è nato a Huambo (Angola) nel 1960, ed è una delle voci più influenti nella letteratura angolana e in lingua portoghese. Il suo romanzo Creole è stato insignito del Portuguese Grand Prize for Literature, e Il venditore di passati (La Nuova Frontiera) ha vinto l'Independent Foreign Fiction Prize nel 2007. Agualusa vive tra Portogallo, Angola e Brasile.


Storia della bambina perduta di Elena Ferrante (Europa Editions, e/o) - ITALIA

"Storia della bambina perduta" è il quarto e ultimo volume dell'"Amica geniale". Le due protagoniste Lina (o Lila) ed Elena (o Lenù) sono ormai adulte, con alle spalle delle vite piene di avvenimenti, scoperte, cadute e "rinascite". Ambedue hanno lottato per uscire dal rione natale, una prigione di conformismo, violenze e legami difficili da spezzare. Elena è diventata una scrittrice affermata, ha lasciato Napoli, si è sposata e poi separata, ha avuto due figlie e ora torna a Napoli per inseguire un amore giovanile che si è di nuovo materializzato nella sua nuova vita. Lila è rimasta a Napoli, più invischiata nei rapporti familiari e camorristici, ma si è inventata una sorprendente carriera di imprenditrice informatica ed esercita più che mai il suo affascinante e carismatico ruolo di leader nascosta ma reale del rione (cosa che la porterà tra l'altro allo scontro con i potenti fratelli Solara). Ma il romanzo è soprattutto la storia di un rapporto di amicizia, dove le due donne, veri e propri poli opposti di una stessa forza, si scontrano e s'incontrano, s'influenzano a vicenda, si allontanano e poi si ritrovano, si invidiano e si ammirano. Attraverso nuove prove che la vita pone loro davanti, scoprono in se stesse e nell'altra sempre nuovi aspetti delle loro personalità e del loro legame d'amicizia. Intanto la storia d'Italia e del mondo si srotola sullo sfondo e anche con questa le due donne e la loro amicizia si dovranno confrontare...

Elena Ferrante è autrice dell'Amore molesto, da cui Mario Martone ha tratto il film omonimo. Dal romanzo successivo, I giorni dell'abbandono, è stata realizzata la pellicola di Roberto Faenza. Nel volume La frantumaglia racconta la sua esperienza di scrittrice. Nel 2006 le Edizioni E/O hanno pubblicato il romanzo La figlia oscura, nel 2007 il racconto per bambini La spiaggia di notte e nel 2011 il primo volume dell'Amica geniale, seguito nel 2012 dal secondo volume, Storia del nuovo cognome, nel 2013 dal terzo, Storia di chi fugge e di chi resta, e nel 2014 dal quarto e ultimo, Storia della bambina perduta.


The Vegetarian di Han Kang (Portobello Books) - COREA DEL SUD

Yeong-hye e suo marito sono persone ordinarie. Lui è un impiegato con moderate ambizioni e modi miti; lei una moglie scialba ma premurosa. L’accettabile encefalogramma piatto del loro matrimonio si interrompe quando Yeong-hye, cercando un’esistenza più “rigogliosa”, commette uno scioccante atto sovversivo. Mentre la sua ribellione si manifesta in forme sempre più bizzarre e spaventose, Yeong-hye sprofonda sempre più nell'idea di abbandonare la sua prigione di carne e di diventare – impossibilmente, estaticamente – un albero. Inquietante, disturbante e bellissimo, The Vegetarian è un romanzo sull'odierna Corea del Sud, ma anche sulla vergogna, sul desiderio, e sui nostri vani tentativi di comprendere gli altri, da un corpo imprigionato a un altro.

Han Kang è nata a Gwangju (Corea del Sud), ma si è trasferita a Seoul all'età di dieci anni. Ha studiato letteratura coreana all'Università di Yonsei. Le sue opere hanno vinto l'Yi Sang Literary Prize, il Today's Young Artist Award, e il Korean Literature Novel Award. The Vegetarian, il suo primo romanzo tradotto in inglese, è stato pubblicato da Portobello Books nel 2015, mentre Human Acts nel 2016. Al momento insegna scrittura creativa all'Istituto delle Arti di Seoul.


La stranezza che ho nella testa di Orhan Pamuk (Faber & Faber, Einaudi) - TURCHIA

Un ragazzo ama una ragazza. Tutte le storie, anche quelle più complicate, nascono da questa semplice, universale premessa. Mevlut l'ha incontrata una sola volta: i loro sguardi si sono incrociati di sfuggita al matrimonio di un parente a Istanbul. Eppure è bastato quell'attimo di perfezione e felicità a farlo innamorare. Süleyman, il cugino, gli ha detto che delle tre figlie di Abdurrahman, quella che ha visto Mevlut, quella di cui si è innamorato, è senz'altro Rayiha. Da allora non l'ha più rivista ma, per tre anni, Mevlut le scrive le lettere più appassionate che il suo cuore riesce a creare. Finché un giorno capisce che l'unico modo di coronare il suo sogno è scappare con Rayiha, di fatto rapendola dalla casa paterna in cui è rinchiusa. Così, una notte di tempesta, mentre Süleyman aspetta con un furgone in una strada poco lontana, Mevlut e la sua amata si riuniscono. Nulla potrà andare storto ora, nulla potrà più dividerli, pensa lui. Poi un lampo illumina la scena e rivela il volto di Rayiha: quella non è la ragazza a cui Mevlut ha creduto di scrivere per tutto quel tempo, non è la ragazza di cui si è innamorato a prima vista tre anni prima! Chi ha ingannato Mevlut? E come si comporterà ora il nostro eroe?

Orhan Pamuk è nato nel 1952 a Istanbul. Nel 2006 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Einaudi ha in corso di stampa tutte le sue opere e ha finora pubblicato Il castello bianco, La nuova vita, Il mio nome è rosso, Neve, La casa del silenzio, Istanbul, Il libro nero, La valigia di mio padre, Il Museo dell'innocenza, Altri colori, Il Signor Cevdet e i suoi figli, Romanzieri ingenui e sentimentali, L'innocenza degli oggetti e La stranezza che ho nella testa.


Una vita intera di Robert Seethaler (Picador, Neri Pozza) - AUSTRIA

Andreas Egger non ha mai gridato né esultato da bambino. Fino al suo primo anno di scuola non ha mai neppure davvero parlato. Quando nell’estate del 1902, ancora bimbo, lo tirano giù dal carro con cui giunge tra le montagne diventate poi sue, resta semplicemente muto a guardare in alto con grandi occhi stupiti le cime splendenti di bianco. Ha quattro anni all’epoca, e non interessa a nessuno. Men che meno a Hubert Kranzstocker, il contadino che lo accoglie controvoglia. Il bimbo è l’unico figlio di una cognata che ha condotto una vita leggera ed è stata perciò punita dal buon Dio con una tisi che se l’è portata via.
Kranzstocker non lo manda al diavolo unicamente perché reca al collo un sacchetto di cuoio con delle banconote. In compenso non esita a picchiarlo per un pane lasciato ammuffire, una vacca persa o un balbettio durante la preghiera della sera. Un giorno lo bastona a tal punto che nella gamba destra di Andreas ogni cosa va fuori posto. L’aggiustaossa di un paese vicino gliela sistema alla bell’e meglio, ma la gamba da allora spunta sbieca dall’anca, irrimediabilmente storta.
Andreas Egger non grida né esulta nemmeno quando, trent’anni dopo, fa la sua comparsa nella valle, tra le urla di gioia del paese, la squadra del cantiere della ditta Bittermann & Figli: duecentosessanta operai, dodici macchinisti, quattro ingegneri, sette cuoche e un drappello di aiutanti, l’avanguardia di una colonna incaricata di costruire una funivia e mutare per sempre il volto della valle.
Andreas Egger ubbidisce semplicemente in silenzio al suo destino: vivere tra la quiete e la bellezza dei monti e la crudeltà degli uomini. Impara così dapprima il mestiere di bracciante e poi di contadino, e alla fine entra a far parte della Bittermann & Figli. È «la gigantesca macchina chiamata Progresso», gli dicono. Ma a lui queste cose non interessano.
Soltanto una cosa gli sta a cuore: mettere piede nell’osteria del paese e incrociare lo sguardo di Marie Reisenbacher, la ragazza dai capelli biondi e la pelle rosea che lavora lì ai tavoli, e che un giorno gli ha procurato «un dolore sottile vicino al cuore» sfiorandogli appena il braccio. Perciò quando, un pomeriggio di fine agosto, riesce a strappare un bacio a Marie e a stringerla a sé e lei gli dice «Ohi. Quanta forza, che hai!», gli sembra di capire che, oltre alla crudeltà, esiste anche la possibilità del bene e della felicità tra gli esseri umani.
Nominato «libro dell’anno» dai librai tedeschi, selezionato da Der Spiegel come uno dei romanzi più importanti del 2014, accolto con entusiasmo dalla critica e dal pubblico in Germania, Una vita intera si segnala, nella narrativa contemporanea, per la bellezza della sua scrittura e l’originalità della sua narrazione: l’unicità di un’esistenza qualunque.

Robert Seethaler è nato a Vienna nel 1966. Autore e sceneggiatore, nel 2007 il suo romanzo d’esordio è stato premiato con il prestigioso premio del Buddenbrookhaus. Ha ottenuto numerose borse di studio, tra cui la Alfred Döblin dalla Academy of Arts, e il film tratto dalla sua sceneggiatura.


The Four Books di Yan Lianke (Chatto & Windus) - CINA

Nel novantanovesimo distretto di uno sterminato campo di lavoro, artisti, liberi pensatori e accademici sono imprigionati per rafforzare la loro lealtà alle ideologie comuniste. Qui, la Musicista e il suo amante, lo Studioso, insieme all'Autore e al Teologo, sono obbligati a eseguire estenuanti lavori fisici e incoraggiati a riferire sui comportamenti dissidenti altrui. Il premio: conquistarsi una possibilità di libertà. Sono controllati da un supervisore preadolescente, il Bambino, che trae piacere dal sistema di ricompense e dalle punizioni eccessive. Quando le quote di produzione agricola e industriale aumentano a un livello irraggiungibile, il novantanovesimo distretto si dissolve nell'anarchia. E a quel punto, mentre il tempo si fa inclemente e scoppia una carestia, vengono abbandonati a loro stessi per sopravvivere.

Yan Lianke è nato nel 1958 nella provincia di Henan, Cina. È autore di numerosi romanzi e antologie di racconti, tra cui Servire il popolo (Einaudi), Il sogno del villaggio dei Ding (Nottetempo), Lenin's Kisses. Vincitore di molti premi letterari in Cina, inclusi il Lao She, il Lu Xun e il Hua Zhong World Chinese Literature Prize, ha ricevuto anche il Franz Kafka Prize nel 2014, ed è già stato selezionato tra i finalisti del Man Booker International Prize e dell'Independent Foreign Fiction Prize. Attualmente vive e scrive a Pechino.

 

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