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26 ottobre 2011

In arte Johnny. Vita, morte e miracoli di Giovanbattista Cianfrusaglia - Lorenzo Pompeo

L’ultimo giorno della sua vita, Giovanbattista Cianfrusaglia, celebre personaggio romano, presumibilmente scomparso tra la fine degli anni ’90 e i primi del decennio successivo, per una fortuita coincidenza si imbatte in una faccenda più grande di lui: il presunto ritrovamente dell'ultimo improbabile frammento dello Scudo Crociato. Lo stesso venne ritrovato, secondo alcune voci, all’ingresso di un misterioso mausoleo venuto alla luce durante gli scavi della linea C della metropolitana a Piazza Venezia. La sua vita, fino ad allora tranquilla e un po' pigra, subirà una scossa di incredibile potenza che lo accompagnerà fino al fatale appuntamento con un lampione ai piedi del quale, un triste altarino con sciarpe e foto della Roma, ne ricorda la prematura scomparsa.

Recensione

Questo libro l’ho letto qualche mese fa e con questa frase ho già iniziato male. Ho trasgredito a due regole importanti, una sul tempo e una sullo spazio.

Per quanto riguarda il tempo, scrivere in un articolo pubblicato su un blog "qualche mese fa” non ha senso, significa avere la presunzione di chiedere al lettore di andarsi a cercare la data di pubblicazione. In secondo luogo ho rubato spazio al libro, all’autore, alla casa editrice con il mio ego e i suoi bisogni in prima persona.

Quest’incipit è una cianfrusaglia, come il protagonista del libro, e i suoi genitori e l’Italia desta. Nel leggere le recensioni che hanno accompagnato l’uscita di quest’opera prima (come romanzo, perché l’autore ha già pubblicato raccolte di racconti ed è un traduttore slavista) ho riscontrato una piacevole anomalia, non ce n’è una che racconti la stessa storia. Sullo scudo crociato, deus ex machina tardivo di questo intreccio, ci sono voci e versioni che si sovrappongono. La realtà e la fantasia coincidono in un’unanime confusione. Così come il protagonista ora è un vitellone, simbolo di un’Italia in decadimento, ora è un ragazzo semplice e pigro, migliore di tanti politici e accademici, simbolo di un’Italia in decadimento.

Credo che Lorenzo Pompeo sia riuscito nel suo intento, intorpidire le acque, mischiare le carte, l’ironia nell’ironia, ridere del sistema in cui anch’io gioco. La gioia di dire cosa si pensa in modi originali, che l’Italia è in decadimento, e la maggior parte della mia generazione non conosce i nomi dei responsabili, le date in cui questo è accaduto. Del resto la vita è un tran tran frenetico, dove il tempo e lo spazio rappresentano un problema. C’est la vie.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: In arte Johnny. Vita, morte e miracoli di Giovanbattista Cianfrusaglia
  • Autore: Lorenzo Pompeo
  • Editore: CIESSE Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: GREEN
  • ISBN-13: 9788866600022
  • Pagine: 128
  • Formato Brossura - Prezzo: 13,00 Euro

29 settembre 2011

Il dio del massacro - Yasmina Reza

Fin dalle primissime battute di questa commedia al tempo stesso esilarante e feroce appare chiaro perché Roman Polanski abbia deciso di portarla sullo schermo – e perché attori come Isabelle Huppert, Ralph Fiennes e James Gandolfini abbiano voluto interpretarla a teatro. Poche volte, infatti, un autore è stato capace di squarciare con altrettanto soave crudeltà i veli destinati a ricoprire la costitutiva barbarie della creatura umana. Nel lindo, assennato salotto borghese in cui due coppie di genitori si incontrano per cercare di risolvere, da persone adulte e civili quali essi ritengono di essere, una questione in fondo di poco conto (una lite scoppiata ai giardinetti tra i rispettivi figli), vediamo sgretolarsi a poco a poco le maschere di benevolenza, tolleranza, buona creanza, e di correttezza politica, apertura mentale, dirittura morale; e sotto quelle maschere apparire il ghigno del nume efferato e oscuro che ci governa sin dalla notte dei tempi: il dio del massacro, appunto. Con uno humour corrosivo e una sorta di noncurante cinismo (e senza mai assumere il tono del moralista), in una lingua volutamente media, che sfodera tutto il suo micidiale potere, Yasmina Reza costruisce un brillante psicodramma, porgendo allo spettatore (e al lettore) uno specchio deformante nel quale scoprirà, non senza un acido imbarazzo, qualcosa che lo riguarda molto da vicino.

Recensione

Leggere saggi mattoni sulla civiltà e il suo declino è noioso, anche se il lettore penserà dipenda da mattone a mattone. Lo psicodramma della Reza al contrario non ha niente di noioso, forse qualcosa di caustico, sarcastico, imprevedibile e amaro, ma di noioso nulla. Come bere una soda. O forse una coca cola, la stessa che Véronique Houllié offre ad Annette Reille per aiutarla con i suoi problemi di bile.

Immaginate un salotto, nessun realismo, nessun elemento inutile. Due mazzi di tulipani e una serie di cataloghi d'arte fuori produzione. In questa cornice due coppie affrontano civilmente la lite fra i due figli. L'incontro ha uno scopo educativo, niente scuola, niente tribunale, nessuna interferenza dall'esterno per risolvere, solo il buon senso comune all'occidentale. Ma la consapevolezza di un lento ma inesorabile imbarbarimento si insinua nelle parole di benevolenza, e le scelte linguistiche mostrano la faccia della mediocrità. Quando il rispetto dei valori della collettività è una pelle di serpente vuota, mentre i pensieri strisciano verso il dio del massacro, gli uomini non si rispecchiano se non in loro stessi e il concetto di giustizia e diversità combacia con un colpo di bastone negli incisivi, o con il vomitare, o ancora con il lanciare una borsa per aria e assistere alla proprietaria che la recupera gattonando in preda a una crisi isterica. O ancora più di tutto con il bere. Perché è così che fa la maggior parte di noi, segue strade già battute, immerge i piedi in solchi già scavati, e quando non ce la si fa più si aspetta che la lingua si sbronzi e il cervello si penta. E più si perde il rispetto per l'altro, più perdiamo rispetto per noi stessi allentando i freni e distanziando i limiti. Le due coppie si scoprono pezzi singoli, maschi contro femmine, intellettuali contro economisti, classe media contro classe dirigente, buoni contro cattivi, per arrivare al solitario uomo contro uomo. Alla fine si ride di tutto. Ride chi legge. E Polanski, con il suo Carnage, ha riso più di tutti gli altri.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il dio del massacro
  • Titolo originale: Le dieu du carnage
  • Autore: Yasmina Reza
  • Traduttore: Laura Frausin Guarino - Ena Marchi
  • Editore: Adelphi Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Piccola Biblioteca Adelphi
  • ISBN-13: 9788845926235
  • Pagine: 112 pagine - brossura
  • Formato - Prezzo: 9,00 Euro

31 agosto 2011

Intervista a Christine Leunens, autrice di Uomini da mangiare

L'autrice

Christine Leunens è nata in Connecticut, da madre italiana e padre fiammingo. Ha vissuto in Piccardia dove ha allevato cavalli e scritto per il teatro in inglese e francese. Come sceneggiatrice è stata premiata dal Centre National du Cinéma. Ora si è trasferita in Nuova Zelanda, dove continua a scrivere.





Il libro

Rinchiusa nella dispensa, la piccola Kate fissa con astio le ombre dei prosciutti appesi. Sua madre, un'irascibile vedova lituana, la rinchiude lì per costringerla ad abbandonare la sua innata avversione per il cibo. Nell'oscurità riesce a sentire il battito del suo cuore e può abbandonarsi a complicate fantasie. La mente di Kate è fervida e impaziente, ma nessuno si preoccupa di rispondere alle sue domande sul mondo, e così lei si crea delle idee tutte sue su quello che gli uomini e le donne fanno quando sono soli. Gli innamorati si mangiano. Affamati gli uni degli altri si staccano morsi di frutti proibiti che crescono sotto i loro vestiti. Per questo Kate ha paura di mangiare. I suoi occhi sgranati una volta hanno visto un uomo e una donna preda della passione: si consumavano a vicenda sulle lenzuola di un letto, come se fosse una tavola apparecchiata. C'è un'intera cosmogonia nel mondo di Kate: forse tutto l'universo è commestibile. Forse mangiare ed essere mangiati è il solo prodigioso modo di perpetrare la vita. Ma è nel giorno della sua prima comunione che tutto le appare finalmente chiaro. Sentendo sciogliersi in bocca quel fragile velo di pane, Kate inizia per la prima volta ad aver fame; proprio quando il suo corpo sta diventando quello di una donna e l'adolescenza la sospinge verso i segreti chiusi nelle bocche degli adulti.



L'intervista



Il testo dell'intervista in lingua originale lo trovate in fondo al post.
Scroll down for english version.


1) Uomini da mangiare è il tuo esordio, pubblicato nel 2003. Dopo otto anni, cosa provi per Kate e il suo mondo?

Ho la sensazione che Kate e il suo mondo siano ancora in fase sperimentale e che la crudezza con cui ho rappresentato molti aspetti della vita -la fame, il nutrirsi della vita stessa per sopravvivere, l'adolescenza, il risveglio sessuale- sia stata incoscientemente temeraria.


2) Il tuo stile, tagliente e originale, è un misto di ironia e teatralità. Com'è nata l'idea di unire questo stile all'utilizzo come protagonista di una bambina?

Finora non l'avevo mai considerata in questi termini. Ho semplicemente scritto ciò che mi sembrava di dover scrivere, istintivamente. A volte devo dire alla mia mente di star tranquilla mentre scrivo. E' come guidare. Se la mente tace, il corpo supera il camion senza problemi. Se pensi troppo a ciò che stai facendo, le mani iniziano ad agitare il volante a destra e a sinistra, e non va bene.


3) L'ambientazione è un elemento straniante del romanzo. Non si riesce facilmente a collocarlo, non richiamando alla memoria nessun aspetto stereotipato dell'America. Quale elemento ha più influenzato la resa dell'ambientazione, l'oniricità della storia o la multiculturalità dei personaggi?

Quasi tutta la storia ha luogo nel Gulf Coast, in Florida. Dal momento che non è un'ambientazione comune -il territorio basso, pianeggiante, l'umidità tropicale, i canali- probabilmente non viene riconosciuta come America.


4) Guardando la tua biografia si nota immediatamente quante culture diverse abbiano contribuito alla tua crescita. Quanto c'è della tua vita in Kate e nella sua famiglia?

Certamente vi è confluita buona parte della mia infanzia e adolescenza. Ecco perché credo parli così forte ai sensi -odorato, gusto, vista e tatto- perché i nostri sensi sono più acuti quando non siamo ancora abituati alla vita.


5) Il cibo diventa una metafora sociale per trattare tematiche importanti, quali il rapporto genitori-figli, la consapevolezza del corpo e del sesso, il diventare adulti. Il forte impatto che lascia il finale, aiuta il lettore ad avvicinarsi a tali tematiche senza paura. Quale messaggio vorresti arrivasse sicuramente al lettore, leggendo il tuo libro?

Ricordo che ero una bambina molto allegra, e che guardavo gli adulti con un blando senso di pietà. La forma matura delle creature, fossero esse cani, elefanti o esseri umani, non era per me interessante come la cosiddetta forma immatura. Gli adulti smettevano di divertirsi. Potevano restarsene per ore attorno a una piscina con i loro drink aspri a parlare, parlare, parlare. Perciò presi la ferma decisione di non diventare una di loro. Ma poi il mio corpo cambiò, e concetti che prima mi avrebbero disgustato -i ragazzi- diventarono interessanti. In altre parole, veniamo spinti verso la maturità, la maternità, la vecchiaia e la morte come se venissimo condotti in un lungo viaggio.
Il mio messaggio, non espresso specificatamente nel romanzo ma che forse emerge a causa della sua carica emotiva, è di non lasciare che i propri sensi o la propria mente vengano uccisi. Meravigliatevi, divertitevi e ridete!


6) I romanzi con bambini come protagonisti di solito raccontano la ribellione. Al contrario Kate segue una strada retta, per essere punita ogni volta che se ne allontana. A quali scrittori ti sei ispirata per Uomini da mangiare, e quali invece consideri i tuoi maestri?

Una delle bizzarre ironie dello scrivere è che il mio particolare stile, alla fine, non somiglia a quello di nessuno degli autori da cui più sono ispirata e che hanno contribuito, attraverso le loro opere, al mio amore per la scrittura. Amo la purezza dello stile di Kazuo Ishiguro in Quel che resta del giorno, o le lunghissime e dettagliate scene di Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Eppure, quando mi siedo a scrivere viene fuori qualcosa di completamente diverso, e ho dovuto accettare che questo è semplicemente ciò che sono.


7) Capita spesso che una scrittrice venga rinchiusa nella tipologia della “scrittura femminile”. Pensi esista una “scrittura femminile” e una “scrittura maschile”?

Anche se in teoria non vorrei descrivere la scrittura come maschile e femminile, so cosa s'intende. Una volta qualcuno ha detto che la mia scrittura è 'maschile', perché manca di sentimento. Così su due piedi, mi vengono in mente sia scrittori sentimentali, sia scrittrici che non lo sono. La verità, fortunatamente, è più ambivalente delle etichette.


8) Ringraziandoti per il tempo dedicato al blog, un'ultima domanda di rito: quali sono i tuoi progetti futuri come scrittrice? Verrai a trovare i tuoi fans in Italia?

Dal mio secondo romanzo, Come semi d'autunno, sta per essere tratta una versione cinematografica. Inoltre sto apportando le ultime revisioni al mio terzo romanzo, Can of Sunshine, che esplora il rapporto tra suocera e nuora in seguito alla morte del figlio/marito. Poi inizierò a ideare il mio quarto romanzo.
Spero di incontrare i miei lettori italiani il più presto possibile – se tutto va bene, in occasione della première del film.



The Interview



1) Primordial Soup is your first book, published in 2003. Eight years have passed, what do you feel about Kate and her world now?

I still feel that Kate and her world are still avant-garde and the rawness with which I confronted many aspects of life – hunger, life having to eat life to survive, adolescence, sexual awakening – was recklessly brave.


2) Your sharp and original style is a mixture of irony and theatricalness. How did you develop the idea of combining this particular style with the choice of a child as protagonist of your book?

I didn’t really think it out in those terms back then. I just wrote what it seemed I had to write instinctively. Today I have to sometimes tell my mind to be quiet when I write. It’s like driving. If the mind shuts up, the body will easily drive the car past the truck. If one thinks too much about what one’s doing, the hands start making little shifts and adjustments left and right and it’s no good.


3) The setting of you romance is bewildering for the reader. It is almost impossible to place it, since it doesn't remind any of the known stereotypes about America. Which was the most influential element in the realization of this kind of setting: the dreamlike atmosphere of the story or the multiculturalism of the characters?

Most of the story took place on the Gulf Coast of Florida. Because that’s not a common setting – the low, flat land, the tropical humidity, the canals – it probably wasn’t recognisable as America.


4) When looking at yor personal story, one instantly notices how many different cultures contributed to your growth. How much of your life did you put in Kate and her family?

A lot of my childhood and adolescence certainly went into it. That’s why I believe it speaks so loudly to the senses – smell, taste, vision and touch, because one’s senses are sharpest when one is yet unaccustomed to life.


5) Food becomes a social metaphor used for dealing with important themes like parents-children relationship, consciousness of one's own body and sex, the process of growing up. The conclusion of the novel has a strong impact which helps the reader to approach these themes without fear. Which message would you like the reader to get from your novel?

I remember being very happy as a child and looking at adults with a sense of mild pity. To me, the mature form of creatures, whether dogs, elephants or humans, wasn’t as cute as the so-called immature one. Adults stopped having fun. They could stay around a pool with these sour drinks and just talk and talk. So I made the firm decision not to become one of those. Then my body changed and concepts that would have revolted me – boys – became interesting. In other words, the way in which we’re carried along to adulthood, parenthood, aging and death is as if we’re being taken along for a big ride. My message, not stated specifically in the novel but perhaps arising out of its emotions, would be not to let one’s senses or mind become deadened. Marvel, enjoy and laugh!


6) Novels with children as protagonists usually talk about rebellion. On the contrary, Kate always walks the line and she's punished every time she goes astray. By which authors were you inspired in writing Primordial Soup? And whom do you consider as your master?

One of the puzzling ironies of writing is that my particular style, in the end, doesn’t seem anything like the writers I am most inspired by and that contributed, though my reading of them, to my love of writing. I love the purity of style in Kazuo Ishiguro’s The Remains of the Day, or the very long intricately detailed scenes of Lev Tolstoy’s War and Peace. Yet when I sit down to write, something entirely different comes out and I have had to come and accept that that is simply who I am.


7) It is common for a female writer to be included in the "female writing"stereotype. Do you think something like "female writing" and "male writing" really exist?

Even though in theory, I wouldn’t want to describe writing as ‘male’ and ‘female’, I know what is meant by that. Someone once wrote that my writing was ‘male’, because it lacked a kind of sentimentality. Off the cuff, I can think of a few male writers who are sentimental, and some female ones that aren’t. So the truth is thankfully more ambiguous than the terms.


8) Thank you for taking the time to answer our questions. One last question, as tradition: what are you future project as a writer? Will you visit your fans in Italy in the next future?

My second novel, Caging Skies is being made into a film. Also, I’m doing some last revisions to my third novel, Can of Sunshine, which explores the relationship between a mother-in-law and daughter-in-law after the son/husband dies. Then I’m planning on starting on my fourth novel.
I hope to visit my readers in Italy as soon as possible – hopefully with the premiere of the film.


Intervista di Lorem Ipsum, traduzione di Valetta e Sakura87

6 luglio 2011

Uomini da mangiare - Christine Leunens

Rinchiusa nella dispensa, la piccola Kate fissa con astio le ombre dei prosciutti appesi. Sua madre, un'irascibile vedova lituana, la rinchiude lì per costringerla ad abbandonare la sua innata avversione per il cibo. Nell'oscurità riesce a sentire il battito del suo cuore e può abbandonarsi a complicate fantasie. La mente di Kate è fervida e impaziente, ma nessuno si preoccupa di rispondere alle sue domande sul mondo, e così lei si crea delle idee tutte sue su quello che gli uomini e le donne fanno quando sono soli. Gli innamorati si mangiano. Affamati gli uni degli altri si staccano morsi di frutti proibiti che crescono sotto i loro vestiti. Per questo Kate ha paura di mangiare. I suoi occhi sgranati una volta hanno visto un uomo e una donna preda della passione: si consumavano a vicenda sulle lenzuola di un letto, come se fosse una tavola apparecchiata. C'è un'intera cosmogonia nel mondo di Kate: forse tutto l'universo è commestibile. Forse mangiare ed essere mangiati è il solo prodigioso modo di perpetrare la vita. Ma è nel giorno della sua prima comunione che tutto le appare finalmente chiaro. Sentendo sciogliersi in bocca quel fragile velo di pane, Kate inizia per la prima volta ad aver fame; proprio quando il suo corpo sta diventando quello di una donna e l'adolescenza la sospinge verso i segreti chiusi nelle bocche degli adulti.

Recensione

Il romanzo di Christine Leunens ha davvero qualcosa di Lynch, così come riporta la quarta di copertina, riprendendo un commento di Vogue.

È pieno di immaginazione onirica, di effetti speciali convertiti in metafore alimentari. Un corollario di personaggi che forse non raggiungerà la piacevole follia di Twin Peaks, ma per la crescita biologica della protagonista è fin troppo.

Una madre ossessiva e lituana che crede nei “soldi che lavorano sodo”, un padre morto in un incidente d'auto imbarazzante, una sorella con cui ha in comune solo i vestiti cuciti dalla madre, (stesso modello, stesso colore), una casa vicino a un canale e idee fantasiose ed economiche a tavola. Questa è Kate, o meglio questo è quello che non vorrebbe essere. Perché le bocche degli adulti sono piene di parole che inghiottono invece di sputare. Le verità se le mangiano, lasciando ai bambini solo l'uso dei sogni per capire i fatti della vita. E così, a forza di usare termini come mordere, mangiare, salsicce, uova e carne, Kate pensa di dover soccorrere Ursula, un'amica della madre, mentre patteggia a letto un armistizio con il marito fedifrago. Kate offre all'uomo, intento a riempire di chiazze rosse il corpo di Ursula, gli avanzi di bistecca, porri e carote della sera prima, sperando di salvare la vittima dal suo carnefice. Una bambina sensibile e ironica, che rifiuta il cibo per rivendicare la sua infanzia e dare voce al suo corpo, anche questo commestibile, un ammasso di carne a cui gli adulti non danno importanza. La madre diventa la cantina da cui fuggire, anche perché una donna che serve il coniglio per pasqua, usa un portatovaglioli decorativo come albero di natale, e cucina i pezzi più viscidi della macelleria è davvero difficile da amare senza qualche riserva. Kate in risposta sputa le banane lebbrose, nasconde nel vestito i reni di chissà quale animale, libera i granchi che dovrebbe arrostire e rifiuta intingoli e prugne, perché non sono cose da bambini.

Una lotta per la sopravvivenza, divertente e rivoltante, dove alla fine Kate diventa grande, come la sua fame, un istinto che aveva ignorato da piccola e che riversa sugli amanti. Sceglie le prede, le seduce e poi le investe con l'intero contenuto del frigorifero. Del resto l'appetito vien mangiando. E in questo mondo o mangi o sei mangiato. E il libro finisce davvero così.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Uomini da mangiare
  • Titolo originale: Primordial soup
  • Autore: Christine Leunens
  • Traduttore: Maurizia Balmelli
  • Editore: Meridiano zero
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Primo parallelo
  • ISBN-13: 9788882372262
  • Pagine: 170
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 14,00

23 giugno 2011

Tam_9.0 - Alessio Gradogna

"Tam_9.0" è una storia in bilico tra erotismo, perversione, possesso, avidità, materialismo, gelosia e ossessione. Una torbida discesa nel buio della mente, nel quale il sesso diviene un nemico capace di condurre verso il limite della follia. Brian e Tamara sono amanti, e godono di una straordinaria ed appagante sintonia sessuale. Un giorno lui le propone di provare a mettere a frutto le loro capacità per ottenere un guadagno economico, e le chiede di diventare una webcam girl. Tamara accetta, in breve tempo scopre un mondo che la entusiasma, e diventa una stella del sesso virtuale, idolatrata dai clienti che spiano i suoi conturbanti spettacoli attraverso il computer. Quello che era iniziato come un gioco, si trasforma però gradualmente in un incubo: Tamara non può più fare a meno di esibirsi, e Brian si sente trascurato, tradito, preso in giro. L'uomo perde il controllo della propria vita, e inizia a covare propositi di vendetta...

Recensione

La protagonista di questo libro è un personaggio da lettura estiva, l'aggettivo “facile” la connota nella sua interezza, dai capelli rosso fuoco alle caviglie strette. Tamara non è solo facile sessualmente, è facile in qualunque aspetto che la riguardi.

È facile a prendere decisioni, a chiudere un rapporto, a diventare una webcam girl, ad ambire a soddisfare più clienti possibili per fare soldi e comprarsi ninnoli, a sopportare quella lagna di Brian, l'amante che spinge Tam nel sesso internauta e il lettore nella storia. Tam è facile da giudicare, il lettore capisce subito da quale parte della bilancia si manifesta la giustizia, e di solito non è quella dove la psicosi manovra un corpo femminile. La protagonista si lascia prendere la mano, trascura il suo protettore e fa del suo secondo lavoro una mania, o almeno questo è quello che ci dice Brian. Quello che ci vuole fare credere. O almeno questo è quello che vuole l'autore per preparare un finale a sorpresa, che pone tutti sopra il carro dei perdenti. Una storia estiva, un gelato da gustare sotto l'ombrellone ma di cui non si capisce il gusto: c'è il sesso ma non c'è erotismo, c'è la tensione di un omicidio ma non c'è assassino o vittima, c'è la voglia di psicoanalisi ma poi ci si ripensa tanto ci sono i soldi, ci sono due personaggi noiosi, una può vestirsi di pizzo e l'altro brandire un coltello ma la voglia di leggere altro prima o poi prende. Che Brian sia geloso di ciò che ha creato, e si scopra un uomo uguale a tanti altri poco importa. Si lamenta per tutto il libro mentre Tam geme di fronte a una webcam. Durante la lettura si sente una vocina che ripete “Brian levati dalle scatole e fammi vedere cosa fa Tam”, e poi dopo aver visto Tam la vocina continua “Ma non è meglio leggere l'ultimo di Stephen King?”. E tra una vocina e l'altra il libro viene riscritto secondo regole che non sono dell'autore. L'incipit è un'eiaculazione precoce, uno spogliarello prematuro, si dà troppo al lettore per poi non riuscire a gestire il ritmo durante la narrazione. L'explicit al contrario è un coito interrotto, vuole indurre alla riflessione senza concedersi del tutto. Il piacere bisogna saperlo gestire dall'inizio alla fine.

È una questione di ritmo e non solo di realizzazione, un'idea va gestita e non espansa per includere più generi se non strettamente necessario. In ogni caso questo libro può definirsi un esempio di scrittura maschile, soprattutto nei dialoghi. La resa del personaggio femminile è un altare sacrificale per delineare quello maschile e comprenderne l'evoluzione. Peccato che tutto langue in un sentore di déjà vu. Basta accendere la televisione e guardare Italia 1.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tam_9.0
  • Autore: Alessio Gradogna
  • Editore: CIESSE Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Pink
  • ISBN-13: 9788897277798
  • Pagine: 134
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 Euro

15 giugno 2011

Passione di Michele - Giuseppe Fava

Passione di Michele è l'ultimo romanzo scritto da Giuseppe Fava. Vi si narra la storia di Michele Calafiore, ragazzo di Palma di Montechiaro che emigra in Germania sperimentando sulla propria pelle il conflitto tra due mondi, l'impatto con il miraggio della città e della civiltà del benessere. Memoria e vita quotidiana, sentimenti e paesaggi segnano, in una narrazione realistica e incalzante, le tappe di uno sradicamento che culmina in un delitto e in un processo dagli esiti grotteschi. L'estrema incursione di un destino assurdo nella passione di Michele.
Con il titolo Palermo or Wolfsburg, da questo romanzo, il regista Werner Schroeter ha realizzato il film vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino 1980.

Recensione

Michele Calafiore è un giovane siciliano in partenza. L'attende la Germania, che non è una meta ma solo lo stress di un viaggio in treno, e il resto delle giornate passate in fabbrica a risparmiare sugli straordinari e a calcolare quanta libertà d'acquisto abbia guadagnato rispetto agli amici, che si è lasciato a Palma di Montechiaro e che ormai sono solo nella sua testa. Il ragazzo è il più grande tra i fratelli, e deve saldare il debito accumulato dalla famiglia per comprare la terra che garantirà a generazioni sconosciute una posizione certa, al di là del sole, del mare, della fenomenologia dei cadaveri che nascono nei campi senza un perché, del caldo che fa tremare gli occhi. Il viaggio in treno rappresenta la continuità orizzontale che segna la vita del protagonista, povero in Sicilia, povero e solo in Germania, l'immobilità culturale fondata su valori usati.
Michele dimentica la sua armonica e non impara il tedesco, ein mark ein minute è l'unica frase che gli si imprime nel cervello, la stessa volontà di ferro con cui forgia sportelli per automobili. I piccoli loculi che sanno di piscio, dove per un marco dietro un vetro si alza una tendina e fioriscono donne nude sempre diverse, allo stesso ritmo di una catena di montaggio, per cui finito uno sportello se ne fa un altro e così fiori biondi e castani o neri con le dita sempre immerse, sono lo stupore di un bambino che non cresce perché muto, che scambia la fidanzatina di Palma con quella di Wolfsburg.

Non c'è ascesa o discesa, solo un camminare vacuo per seguire radici che si sono perdute nel sottosuolo, ma che si immaginano ancora sotto a seguire i propri passi. Non ci sono fatti storici sullo sfondo, date da ricordare, non c'è uno sfondo, le giornate si contano con le birre bevute o le parole spese con questo o quello emigrante che la sa sempre più lunga. L'autore stesso ci informa fin dall'inizio, Michele affronta la sua passione senza coraggio o viltà perché non c'è nulla per cui lottare. Uccidere i suoi rivali in amore ed essere processato da un popolo che non conosce non aggiunge nulla alla storia.

È solo la fine. La passione comincia dall'inizio: “Michele cominciò a scendere correndo la scalinata che portava al centro del paese. Alto, magro, con una nuvola di capelli neri, due occhi neri e ridenti che sembravano messi per sbaglio in quel viso selvatico. Era contento poiché aveva lavorato due giorni da manovale e ora aveva diciottomila lire in tasca.”

In “London Fields” Amis, prima di iniziare il racconto del racconto di un omicidio, riflette sulla scelta dello scrittore per il titolo: “...due classi, due ordini. I titoli del primo tipo si riferiscono a qualcosa che già esiste nella realtà. I titoli del secondo tipo sono onnipresenti: vivono e respirano, o tentano di farlo, in ogni pagina.”

"Passione di Michele” non è un titolo che vive o respira, Giuseppe Fava sigla un patto col lettore, un patto fondato sulla franchezza, un'intenzione da giornalista. Questo romanzo non lo si può leggere a prescindere dalla sua produzione giornalistica, che lo condannerà il 5 gennaio del 1984 a diventare uno dei tanti morti per mafia della Sicilia. L'aspro giudizio morale, in difesa di generazioni di disperati spremuti in onore della povertà senza nome, risuona più come un grido politico che letterario, sia per i cadaveri morti che per quelli che camminano e ancora stanno camminando.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Passione di Michele
  • Autore: Giuseppe Fava
  • Editore: Mesogea
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: La piccola
  • ISBN-13: 9788846920805
  • Pagine: 256
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,50 Euro

26 aprile 2011

La bambola di vetro - Teresa Di Gaetano

In un’intervista rilasciata a La Repubblica delle Donne, lo scrittore olandese Karel Van Loon ha affermato: “Il fatto è che non sappiamo niente della persona che amiamo, ma tendiamo a ricordare le storie passate come le migliori della nostra vita”.
Una buona chiave di lettura per questo romanzo fantasy.
Sembra di essere in un microcosmo delicato e sottile come una ragnatela. Dove i luoghi descritti sono ovattati in una irreale atmosfera.
Tutto ha inizio con un viaggio per cercare quel qualcosa che non si possiede. Un giovane ricerca avventure, ma diventa una pedina della scacchiera che farà muovere l’intrigato gioco della vita di un anziano scrittore.
I loro dialoghi nel presente sono una scusa per raccontare la storia del passato. E, di volta in volta, ramificazioni del passato di ciascun personaggio.
Un punto di non ritorno, verso cui tenere fisso lo sguardo per scoprire il dolore degli uomini di fronte ad eventi più grandi di loro…

Recensione

La riproducibilità dell'arte è una caratteristica della contemporaneità. Se prima l'atto creativo era l'espressione rituale di un popolo e quindi unico e irripetibile nello spazio e nel tempo, oggi l'arte è un gesto individuale che si costituisce attraverso la tecnologia, che mira a essere più un prodotto che non lo spirito dei fruitori, ma questo ne determina l'autorevolezza che non può più avere attraverso l'identità dell'artista. Questo vale anche per la scrittura. Questo vale anche per questo libro.

Reinhold Kid è un ventenne in cerca di avventure, non sa che queste avventure saranno fantasy e purtroppo anche il lettore avrà difficoltà a capirlo: una contessa da salvare, il potere speciale di rivivere sentimenti perduti nel tempo, per avvicinare le persone e recuperare gli errori commessi, una dura lotta tra bene e male, la storia in sé ha buone premesse. Peccato per la resa.

Il libro parte come la suddetta recensione, lentamente, e solo nella seconda parte inizia a sbrogliare la trama, per poi svolgerla in tutta fretta in un finale abbandonato a se stesso.

La mancanza di una struttura spazio/temporale efficiente non può essere addotta come elemento di stile. Va bene depistare il lettore per incuriosirlo, ma perderlo completamente in una giungla di personaggi, fatti e luoghi, che sbucano all'improvviso senza alcun collegamento, non è ammissibile.

Considerando il genere e il mercato di riferimento meglio puntare su strutture semplici, in cui il lettore sia più impegnato a leggere che non a sfogliare a ritroso.

Quest'opera sembra una bozza, un insieme di paratesti, un quaderno di appunti disordinati a cui dare forma. Un'ambientazione onirica non può essere il pretesto per non caratterizzare i personaggi, la liricità non può significare dialoghi fuori contesto che fanno riferimento solo al flusso di coscienza, la scioltezza del testo non coincide con l'assenza di spiegazioni tra una fase e l'altra della storia, irreale non è sinonimo di assurdo.

Ultima nota ed estremamente dolente l'edizione, piena di refusi, errori grammaticali e sviste incredibili.

Nell'era della massima riproducibilità dell'arte tutti scrivono. Anch'io questa recensione. Su un libro che non mi è piaciuto.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: La bambola di vetro
  • Autore: Teresa Di Gaetano
  • Editore: Montedit
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: I salici
  • ISBN-13: 9788860372956
  • Pagine: 110
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 €
 

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