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24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

4 aprile 2018

L'ultima estate - Cesarina Vighy

Da dove arriva la voce di Zeta? Apparentemente dal luogo più inabitabile e muto: la malattia, in quel punto estremo che toglie possibilità, respiro, futuro. Ma è solo apparenza: questa voce proviene dal nucleo più irriducibile e infuocato della vita. Che non tace, non cessa di guardare e amare. E anzi, comincia qualcosa: a scrivere. E i ricordi sono uno squarcio lacerante nella memoria di una vita tenacemente irregolare: la nascita fuori dal matrimonio della “bambina più amata del mondo”, l’infanzia sotto le bombe, Venezia splendida e meschina, il primo disastro sentimentale e poi Roma becera e vitale, l’esperienza della psicanalisi, l’avventura del femminismo, il cammino della malattia. E sempre la coriacea e gentile difesa della propria individualità, l’irrisione delle tribù e delle cliniche cui ha rifiutato di appartenere. Così la storia della sua vita scorre laterale, vissuta intensamente ma mai accettata, come non fosse mai meritevole di piena identificazione. Mai, lungo queste pagine, si può dimenticare che l’autrice è malata, gravemente. Però basta uno spiraglio della finestra in cucina a far entrare un platano o un merlo. C’è una Gatta fedele, indulgente, comprensiva. C’è una esistenza verso cui – Zeta non lo direbbe mai e certamente si rifiuta perfino di pensarlo – si può nutrire un orgoglio felice. Non degenera: può sfidare il peso dei rimorsi del passato e l’orrore dei sintomi di oggi, ironicamente e fieramente: «Dicono che si nasca incendiari e si muoia pompieri. A me è successo il contrario: brucerei tutto, adesso». Lo fa in questo libro singolare: piccolo auto da fé e magnifico inno alla vita che era ed è.

Recensione

L’ultima estate di Cesarina Vighy ha un inizio in salita, che ricorda le atmosfere soffocanti e sarcastiche di un piccolo capolavoro cinematografico di ambientazione romana, ‘Pranzo di ferragosto’: il caldo afoso e insopportabile e la solitudine esistenziale di una città assediata dal sole, nella quale anche le iniziative per chi è condannato a restare aggravano il senso di isolamento e di abbandono percepito, sono il paesaggio nel quale l’autrice mette in scena una rappresentazione autobiografica, l’unica e l’ultima, che trova profondità umana nella dignità ironica del distacco dalle proprie vicissitudini e tratta l’impotenza di fronte alla malattia come quella di fronte all’afa.

Calura, malattia e isolamento sono la triade sotto i cui sacri auspici inizia un viaggio che parte dall’infanzia – anche da prima, dalle radici più lontane – e man mano assume la forma di un lieve bilancio esistenziale, a cui il morbo degenerativo mai nominato esplicitamente conferisce insieme urgenza e leggerezza. Chissà, forse se l’autrice, che insiste nel sottolineare il carattere ‘amatoriale’ del suo lavoro, non si fosse ammalata, non avrebbe sentito l’esigenza e avuto la consapevolezza per compiere quest’operazione che si rimanda sempre a un ineluttabile quanto lontano futuro, con il disincanto che rende ‘l’ultima estate’ lettura piacevole e commovente di un testamento privo di formalismi e solennità, profondamente umano e personale, autoironico e non giustificatorio.

Alle riflessioni dell’opera prima e ultima si aggiungono gli scambi epistolari via mail con la figlia e gli amici, che hanno fornito tanti spunti alla narrazione di sé, le poesie, i primi capitoli di un altro racconto iniziato e lasciato interrotti, tutti satelliti del pianeta Vighy, che danno conto di una rielaborazione sorvegliata e naturale. Nella conversazione pacata ma non rassegnata che l’autrice inizia con un interlocutore immediatamente accettato nel suo mondo trovano posto il racconto delle radici, famigliari e culturali insieme, le divagazioni giovanili, la tenerezza dei ricordi e degli affetti più intensi e difficili, con la famiglia più stretta, il marito, presenza laterale, la figlia ritrovata, la propaggine tesa nel futuro, il nipote, gli amici e la compagnia dei gatti.

L’occasione che si offre è di ripercorrere attraverso aneddoti che saltano di palo in frasca, seguendo il filo dei ricordi, la vita intensamente interiore di una donna colta e schiva, che di fronte alla consapevolezza dell’estremo margine trova la disinvoltura necessaria a trasformare se stessa in racconto e lo fa senza autoindulgenze, con la sobria leggiadria di chi non cerca altra conferma che in se stesso, con l’autoironia di chi sa di non avere altre possibilità.

Brevi capitoli di un racconto che rinchiudono una vita tutto sommato normale, forse anche banale, e allora perché raccontarli? E, a maggior ragione, perché leggerli? Perché l’acume sottile di una mente sensibile, come gli ultimi bagliori più vividi di una candela che sta per spegnersi, illuminano di luce propria tutte le sfaccettature dell’universo irripetibile di un’anima – se anche non si credesse nello Spirito – capace di entrare a occhi aperti nel buio della morte.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'ultima estate
  • Autore: Cesarina Vighy
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Le Strade
  • ISBN-13: 9788864110127
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: eBook - euro 4,99

15 febbraio 2018

Un artista del mondo fluttuante - Kazuo Ishiguro

Ambientato in Giappone dopo la seconda guerra mondiale, il libro è narrato da Masuji Ono, un anziano pittore che riflette sulla sua vita e su come l'ha vissuta. Si accorge che la sua reputazione, una volta grande, è diminuita dalla fine della guerra, e le attitudini nei riguardi suoi e delle sue opere sono cambiate. In particolare Ono deve accettare la responsabilità per i suoi comportamenti del passato. Il romanzo prova a rispondere alla domanda: qual è il ruolo dell'uomo in una società in rapida evoluzione?

Recensione

Masuji Ono è un artista in pensione. Un pittore che ha iniziato la sua carriera seguendo la tradizionale scuola giapponese dell’ukiyo-e, il mondo fluttuante, imparando nelle botteghe di maestri l’arte dell’illustrazione trasmessa di generazione in generazione e, insieme all’abilità di trasfigurare un mondo attraverso infinitesimali dettagli di pennellate e colori, ha sviluppato l’ambizione di partecipare attivamente al risveglio del Giappone e alla sua crescita come nazione egemone in Asia.

In realtà dunque si è profondamente distaccato dalla rappresentazione del mondo fluttuante, una visione effimera, edonistica e profondamente intrisa di una lieve malinconia, per scegliere di inserire nelle sue opere temi e riferimenti attuali, che esprimono un impegno politico. Questo aspetto della sua carriera, che ha raggiunto dei punti di considerevole importanza viene abilmente taciuto dal racconto in prima persona di fatti e situazioni che lo coinvolgono negli anni immediatamente successivi alla sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Ono si presenta come un anziano pittore in pensione, il cui prestigio appartiene al passato. Il presente lo vede privo di qualsiasi ruolo attivo: le figlie lo accusano di trascorrere il tempo della sua pensione ciondolando senza obiettivi e ne mettono in discussione il ruolo di capofamiglia e il potere decisionale; la casa in cui abita, appartenuta prima di lui a un grande artista, rispecchia i valori estetici e morali di un mondo ormai superato, tanto che la seconda figlia la lascia, appena sposata, per un minuscolo ma moderno appartamento in un condominio; il locale, nel quale si riuniva con la sua corte di allievi e ammiratori ai tempi d’oro della sua fama, nel quartiere del piacere che ormai non esiste più, è assediato dalle macerie dei bombardamenti americani e dai cantieri della ricostruzione e gli avventori abituali sono tutti spariti; l’unico che pare riconoscergli autorevolezza è un bambino, il piccolo nipotino, con cui l’anziano pittore cerca una furbesca complicità.

A poco a poco emerge il problema del matrimonio della seconda figlia, ormai non più una ragazzina, per la quale Masuji è preoccupato. Una prima trattativa è sfumata senza che i motivi venissero spiegati – così il protagonista lascia intendere di credere – e la seconda sembra procedere con difficoltà. Ci sono dei problemi ma Masuji ne parla con reticenza, preferisce riesumare ricordi degli anni d’oro, che però lo riportano sempre al confronto con delle scelte artistiche le cui conseguenze cerca di nascondere anche a se stesso. Il fascino del romanzo di Kazuo Ishiguro è tutto nelle velate allusioni che mantengono un alone di mistero, fin quasi alla conclusione, sui dissidi personali e famigliari del protagonista.

Pur essendosi distaccato dalla maniera tradizionale, languida, decadente e vuota, Masuji non si accorge, o rifiuta di riconoscere per rimozione, che il suo impegno patriottico è stato tanto effimero e fugace quanto il patrimonio artistico del mondo fluttuante, dal quale intendeva liberarsi. Per tutta la narrazione aleggia la presenza di un convitato di pietra, una colpa, che si avverte nella sfera personale con la perdita della moglie, morta come unica vittima in un raid aereo quasi alla fine della guerra, e con il rapporto conflittuale con le figlie, che sembrano mettere in dubbio l’autorità paterna, seppur velatamente secondo il rigido cerimoniale nipponico dei rapporti interpersonali. Nella sfera pubblica, a dispetto delle molte autoattestazioni sul proprio ruolo sociale e artistico, sempre proposte dal protagonista/narratore in tono minore per una modestia che tradisce una certa di dose di falsità, la colpa emerge molto più gradatamente e solo verso la fine del racconto, nel rapporto interrotto con colleghi e discepoli dei giorni del successo, con l’oblio della propria opera artistica, con il fallimento del primo fidanzamento della seconda figlia, per il quale le trite scusanti sulla disparità sociale tra le due famiglie vengono da Masuji accettate con una buona fede e una prontezza sospette, in generale nella solitudine inerte e pigra, vagamente percepita come una sorta di punizione.

La colpa aleggia ma rimane indefinita e indefinibile per il lettore e solo alla fine e con fatica da Masuji la ammette, più per non danneggiare le prospettive nuziali della figlia che per convinta autocritica. Nell’indagine sottile e quasi impercettibile che l’autore, trapiantato nel Regno Unito ad appena sedici anni, conduce con l’abilità di sondare delicatamente, quasi come disfacendo un origami, ma implacabilmente l’animo e le contraddizioni di Masuji emergono i contrasti tra due volti del Giappone prima e dopo la II Guerra Mondiale, l’abisso universale che separa l’antico e il moderno anche quando ancora convivono, come recitano le motivazioni per il Nobel alla letteratura del 2017. Quasi per una sorta di contrappasso il mondo effimero delle case di piacere, che Masuji aveva considerato poco significativo, si prende una rivincita sulla vita dell’artista, la cui fama di autore ‘impegnato’ risulta essere molto più fluttuante.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un artista del mondo fluttuante
  • Titolo originale: An artist of the floating world
  • Autore: Kazuo Ishiguro
  • Traduttore: Laura Lovisetti Fuà
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1994
  • Collana: I Coralli (14)
  • ISBN-13: 9788806136031
  • Pagine: 204
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 9,50

15 gennaio 2018

Augusto - John Edward Williams

Uno dei migliori romanzi storici di tutti i tempi e un capolavoro della letteratura americana contemporanea, Augustus è uno scavo psicologico profondo e intimo che fa riflettere sulla solitudine che si nasconde dietro al potere. Sono le Idi di marzo del 44 a.C quando Ottaviano, diciottenne gracile e malaticcio ma intelligente e ambizioso quanto basta, viene a sapere che suo zio, Giulio Cesare, è stato assassinato. Il ragazzo, che da poco è stato adottato dal dittatore, è quindi l’erede designato, ma la sua scalata al potere sarà tutt’altro che lineare. John Williams ci racconta il principato di Ottaviano Augusto e i fasti e le ambizioni dell’antica Roma attraverso un abile intreccio di epistole, documenti, diari e invenzioni letterarie da cui si scorgono i profili interiori dei tanti attori dell’epoca, i loro dissidi, le loro debolezze: l’opportunismo di Cicerone, la libertà e l’ironia di Orazio, la saggezza di Marco Agrippa, la raffinata intelligenza di Mecenate, ma soprattutto l’inquietudine di Giulia, una donna profonda e moderna, che cede alla lussuria quanto alla grazia. In Augustus, che valse all’autore il National Book Award nel 1973, protagonista è la lingua meravigliosa di Williams che ci restituisce a pieno lo spirito della Roma augustea. Un capolavoro della narrativa americana che, fra ricostruzione storica, finzione e perfezione stilistica, non manca mai di dialogare con il presente, e in cui la grande storia è lo spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

Recensione

Nella statuaria creata dalla propaganda di regime, pur mantenendo un’omogeneità di fondo nella fisionomia dei tratti, nascono e si diffondono diverse immagini del primo principe, Ottaviano Augusto. Anche dalle lettere da cui è formato ‘Augustus’ emergono i vari volti di una persona che il destino ha trasformato da individuo a incarnazione del potere: Augusto rappresenta il momento in cui un attributo, augustus, il rifondatore, diventa l’appellativo riservato alla carica suprema, la maschera ufficiale del potere stesso.

Dalle lettere che l’autore immagina scritte tra personaggi che hanno formato la famiglia e l’entourage di Ottaviano, da Agrippa a Livia a Mecenate, o dal diario della prigionia di Giulia, la figlia prodiga di sé e vittima dell’azione moralizzatrice dello stesso padre insieme al poeta Ovidio, affiora una personalità multiforme e complessa, padre, anche della patria, premuroso e affettuoso e insieme cinico e pragmatico governante, uomo coraggioso e lungimirante eppure anche disilluso e rassegnato politico.

I punti di vista che ricompongono i tratti della personalità e della storia interiore di Ottaviano Augusto sono i più diversi e disparati, e non sempre la narrazione riesce a farli reggere bene insieme eppure il risultato, per quanto storicamente non sempre affidabile – ma del resto qui siamo in un romanzo e non in un’opera storiografica – è una introspezione dettagliata nell’animo del fondatore di un Impero che ha segnato la storia dell’umanità in tanti modi ancora tangibili.

In alcuni punti, come il diario in forma di lettera a se stessa di Giulia, scritto durante il confino a Pandataria, oppure la lettera della vecchia nutrice che incontra Augusto per caso nelle vie di Roma, la trama risulta eccessivamente modernizzata nell’autoconsapevolezza esplicita degli schemi mentali femminili per il primo caso e, nell’incontro con l’anziana nutrice, per eccesso di carico patetico in favore, per così dire, di telecamera. In effetti, tolto il discorso dell’attendibilità storica che pure scava un solco tra le Memorie di Adriano e opere come questa o come il Giuliano di Gore Vidal, la sensazione dominante durante e dopo la lettura è che ci si trovi di fronte a un tentativo, tecnicamente apprezzabile, di traghettare una vicenda umana e storica esemplare verso forme espressive e schemi concettuali attuali, dall’agilità prevedibile da sceneggiatura alla scelta di attribuire al protagonista, nelle parole di altri personaggi e nelle sue stesse, una sensibilità esistenziale venata di malinconia e incertezze che affiorano dalle profondità dell’animo tanto vicine all’uomo moderno quanto poco credibili per il fondatore di un Impero, per quanto gravato dal peso della sua missione.

Intendiamoci: non che il risultato non sia affascinante e per molti versi anche convincente. Una lettura dell’evoluzione del regno di Augusto come un’inevitabile involuzione autoritaria è in parte giustificabile e verosimile, come pure è interessante l’esplorazione delle dinamiche interiori di chi si appresta a scalare i vertici del potere; nel complesso la scrittura scorrevole e la coerenza interna della trama creano un ritratto non frammentario ma compatto di Augusto, nonostante le tante voci che si intrecciano e i diversi punti di vista che creano la sensazione di vicinanza e lontananza rispetto a un uomo di fatto solo nel portare il peso delle sue responsabilità umane e politiche.

Anche la circolarità del racconto che inizia con una lettera di Cesare in cui viene sancito il destino del futuro padrone di Roma da parte del padrone del momento e termina con una lunga lettera-testamento di Augusto, che equivale a un bilancio dell’esistenza e del progetto politico, contribuisce a definire una figura a tutto tondo, complessa e contraddittoria ma comunque imponente.

Se dunque non si può prendere la biografia di Williams come una fedele ricostruzione storica del personaggio Ottaviano Augusto né tanto meno come affresco di un momento epocale, rimane tuttavia un ottimo prodotto dell’industria editoriale nel tentativo di realizzare un romanzo storico tutto sommato accurato e insieme, nella fluida traduzione di Stefano Tummolini, godibile.


Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Augustus
  • Titolo originale: Augustus
  • Autore: John E. Williams
  • Traduttore: Stefano Tummolini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade (326)
  • ISBN-13: 9788893252836
  • Pagine: 410
  • Formato - Prezzo: eBook - Euro 9,99

23 ottobre 2017

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica - Matteo Meschiari

In questo volume di scritti militanti, Matteo Meschiari raccoglie una serie di lucide intuizioni su terra e crisi ambientale. Con passo selvatico e sguardo poetico, l’autore ci sprona a intraprendere una lotta per le immagini, perché il disastro che ci attende coincide con la nostra incapacità di immaginare il mondo che annientiamo. Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. E l’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica.

Recensione

Immaginazione è il concetto chiave per capire il senso delle riflessioni di Matteo Meschiari, che ribaltano in prospettiva copernicana la percezione dell’ambiente. Alla lettera questa parola indica tutto ciò che ci circonda, ma già questa immagine presenta un mondo con l’uomo al centro: una visione antropocentrica, che ha espresso, nella storia, alcuni tra i valori più alti nella storia dell’umanità. Tuttavia, sembra suggerire l’autore, questo punto di vista soggettivo dell’uomo che si colloca al centro con tutto il mondo minerale, vegetale e animale intorno, rischia di farci dimenticare la nostra origine e la sua centralità per la sussistenza della razza umana.

Il saggio invita a tenere presente il tema ecologico come grande sfida attuale per l’umanità, se mai non bastassero i continui dibattiti e le notizie sulla sostenibilità delle attività umane. La conseguenza che ne deriva è l’esigenza, sempre meno procrastinabile, di compiere un rovesciamento del rapporto con quella che per millenni abbiamo considerato una madre comune, la Terra. Le riflessioni sui legami tra scienze geografiche e teorie anarchiche portano a una rivoluzione inquadrata come liberazione da strutture e sovrastrutture gerarchiche, che si sono incrostate attorno all’uomo e alla società e lo hanno allontanato dalla fonte del suo sostentamento e in definitiva della sua stessa vita, la terra madre, concreta, orizzontale, priva di ogni ordine, senso ed equilibrio perché è essa stessa la sorgente di tutto e su di essa l’uomo sta in equilibrio, simbolicamente e realmente.

Anarchia della terra e rinnovamento del concetto di paesaggio come realtà circostante significano, per l’uomo, riconoscere di far parte dell’ambiente e di non esserne a capo, di poterlo e doverlo vivere in profondità senza caricarlo di una ricerca di senso che gli è estraneo. A tratti sembra che l’idea di terra di Meschiari, spogliata di ogni accento pessimistico, richiami alla mente nella sua solenne e imponente maestà l’immagine leopardiana di una natura così immensa che non si riesce a percepire per eccesso di vicinanza.

E allo stesso modo la definizione di ecologia ha un aspetto politico, legato alla fruizione condivisa e responsabile di risorse finite e alla conservazione progettuale di un patrimonio da lasciare in eredità così come lo si è ricevuto, ma anche e prima di tutto un valore poetico, presente nella dimensione ancestrale e selvaggia che oggetti come albero, foglia, crepaccio, terra, ghiacciaio assumono se li consideriamo nella loro semplicità primitiva invece che dal nostro punto di vista ‘umano’. La rivoluzione anarchica diventa possibile se sostituiamo ai paesaggi della mente creati secondo un principio armonico una mente che si fa paesaggio e accetta l’entropia del mondo come proprio fondamento: questa sostituzione riporta l’uomo a un rapporto diretto con la terra e la natura, come nell’arte primitiva delle grotte di Lascaux, a un’ecologia dell’arte invece che a un’arte ecologica, che è prodotto di una visione antropocentrica.

La riforma passa attraverso un ripensamento semantico della geografia in senso qualitativo – nel paragrafo sul valore intrinseco delle sfumature del verde, ad esempio, ma anche in quello sui possibili significati del termine paesaggio emerge un legame complesso tra quest’ultimo e il linguaggio, non solo geografico, che lo descrive – e permette all’uomo di trasformare il rapporto con esso in forma transitiva. Con questa premessa diventa possibile cambiare il rapporto con il mondo esterno riducendo le distanze e si può camminare IL paesaggio invece che NEL paesaggio, camminare L’albero invece che sotto l’albero: l’esplorazione diventa riappropriazione della dimensione panica e dinamica della realtà.

Se è vero che il bosco, come la selva oscura, l’albero della vita e così via, il paesaggio in generale, hanno da sempre popolato l’immaginario dell’uomo nel suo vivere l’esistenza come una foresta di simboli, è giunto il momento, suggerisce Meschiari negli ultimi capitoli del saggio che sfociano quasi nel lirismo geografico, di riportare dentro ciò che è fuori, la foresta appunto, di perdersi nella disordinata realtà della terra con i suoi infiniti e concreti percorsi possibili, e compiere un percorso per certi versi contrario alla discesa dello Zarathustra nietszchiano dai monti con il ritorno alle origini selvagge e prerazionali della creatività poetica dell’uomo, che alla Terra deve tutta la sua reale concretezza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica
  • Autore: Matteo Meschiari
  • Editore: Armillaria
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: I Cardinali
  • ISBN-13: 788899554187
  • Pagine: 148
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 12,00

28 agosto 2017

Vivere! - Yu Hua

“Vecchio mio, anche se muori devi vivere lo stesso” Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il narratore, recatosi nelle campagne della Cina popolare a raccogliere ballate, ebbe modo di conoscere un anziano contadino che arava la terra con il suo bufalo. Si chiamava Fugui e fu ben contento di aprirgli il suo cuore e raccontargli la sua storia all’ombra di un albero rigoglioso. Figlio di un ricco proprietario terriero, era considerato la pecora nera della famiglia Xu perché giocava d’azzardo e in una notte aveva perduto tutto il patrimonio familiare. Da quel momento era iniziata la rovina della sua casa e Fugui aveva dovuto intraprendere una nuova vita, fatta di fatica nei campi, miseria e umiliazioni, per risollevarsi. Ma nell’affrontare il duro destino ha sempre potuto trarre la forza necessaria dall’affezionata moglie Jiazhen, dalla brava figlia Fengxia, dal piccolo Youqing… E passando attraverso la povertà, la fame, la fatica, la guerra, le riforme, la carestia e una lunga serie di lutti è giunto a capire l’essenza delle cose, l’autenticità degli affetti, approdando a un ottimistico attaccamento alla vita e a una superiore consapevolezza, ironica e pietosa assieme, della gioia di vivere, nonostante tutto

Recensione

Si apre con un artificio letterario, un racconto nel racconto, il romanzo del 1993 dello scrittore cinese Yu Hua: la voce narrante, che parla in prima persona e si potrebbe anche identificare con lo scrittore stesso, anche se non viene detto esplicitamente, è quella di un giovane che svolge una ricerca sulla cultura popolare andando alla ricerca di vecchie canzoni e ballate contadine nell’immensa campagna cinese. Durante l’estate di ricerca si imbatte in un vecchio contadino che bisticcia con un toro e ci parla quasi come fosse un umano e, attratto e divertito dalla situazione, finisce per ascoltare dalla sua voce una storia famigliare lunga e travagliata, che costituisce la trama della narrazione.

La cornice campestre diventa l’ambiente in cui si svolge un racconto che dura una giornata intera, scandito dalle pause del lavoro del contadino, durante le quali il giovane ascolta una specie di autobiografia che si allontana quasi subito dalle aspettative di giocosa spensieratezza con cui si apre il libro. Il contadino, sopravvissuto alla fatica e a una serie interminabile di traversie, dimostra, nello sgranare una litania di sventure, di alcune delle quali è responsabile, mentre per altre può solo dare la colpa al destino, quasi una gioia di vivere che il lettore fa fatica a distinguere dalla follia. Invece non è follia, quella di Xu Fugui – questo il nome del contadino –, come sembrerebbe quando il cronista ce lo esibisce nell’atto di parlare con il bufalo e di fingere la presenza di altri bufali, inesistenti, dai nomi umani; è, come si capisce man mano che il vecchio procede nella sua autobiografia, una sorta di equilibrio che deriva dall’accettazione di tutto quello che gli è capitato nella vita, anche al di là delle sue responsabilità.

Vivere, sembra insegnare Fugui, significa soprattutto non cedere mai alla disperazione, anche quando l’esistenza viene scandita da una sequenza ininterrotta di negatività. Vivere è più che semplicemente sopravvivere, restare come relitti abbandonati dalle onde sul bagnasciuga, è trovare o almeno cercare una consapevolezza dei fondamenti dell’uomo attraverso la sfortuna. La storia di Fugui e della sua famiglia costituisce un breve e densissimo riassunto di una parte della storia cinese degli ultimi sessant’anni vista da un punto di vista periferico, come periferico è il villaggio dove si svolge la vicenda narrata, come periferico è il ruolo del contadino ex riccone e della sua famiglia. Nei rivolgimenti che riguardano la vita di Fugui, che da ricco possidente si ritrova miserabile coltivatore, e la società cinese della rivoluzione maoista, la famiglia rimane unico perno attorno cui è possibile costruire se non la felicità almeno un suo simulacro, anche quando viene meno, anche quando le vicissitudini la rendono sempre più amara e insopportabile.

In questo Yu Hua pare voler indicare che gli orizzonti della tradizione confuciana, che vede nel rispetto della famiglia e dello Stato, garanti entrambi dell’ordine terreno, i valori supremi, non sono ancora superati, anzi sono destinati a rimanere ancora attuali. Come il vecchio contadino che non incrollabile pazienza, alle soglie del XXI secolo, trascina insieme al suo bufalo – sua unica famiglia – un aratro quasi medievale e la sua stanca, ma nonostante tutto, non inutile vita verso un futuro incerto.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Vivere!
  • Titolo originale: Hezhuo
  • Autore: Yu Hua
  • Traduttore: Nicoletta Pesaro
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Universale Economica Feltrinelli
  • ISBN-13: 9788897720758
  • Pagine: 190
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 8,00

9 agosto 2017

Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner - Arthur Conan Doyle, William Gillette

Una famiglia aristocratica ingaggia il detective per recuperare alcune lettere compromettenti in possesso di Alice Faulkner, una giovane che, con quei documenti, avrebbe potuto vendicare la sorella, ingannata da un nobile e condotta alla morte. Alice, a sua volta, è stata raggirata da una coppia di truffatori e tenuta prigioniera in casa dove viene continuamente maltrattata perché continua a tenere segreto il nascondiglio dei documenti. A questo punto, Holmes interviene e cerca, a sua volta, di ingannare i due malfattori che si rivolgono al Professor Moriarty per recuperare ciò che cercano e per fare uccidere Holmes. Il loro piano e quello di Moriarty, però, falliscono e Holmes recupera le lettere compromettenti ma poi si rifiuta di consegnarle ai propri committenti in quanto, innamoratosi di Alice, ritiene che dovrebbe essere lei a decidere se restituirle. Quando Sir Edward Leighton, emissario della Corona e il Conte Von Stalburg gli chiedono conto delle indagini, Holmes ammette di aver fallito. Alice, che ha sentito tutto, si pente e restituisce le lettere: il suo gesto induce Holmes a iniziare con lei una storia d'amore.

Recensione

Leggere un testo teatrale, rispetto alla modalità di fruizione per cui viene scritto, cioè la rappresentazione scenica, è sempre una fatica. Vale anche per il giallo scritto quasi a quattro mani da Sir Arthur Conan Doyle e William Gillette, uno dei primi e più fedeli interpreti della sua creatura, l’investigatore con la pipa, sulle scene teatrali. Il valore della pubblicazione è quasi prettamente erudito visto che il motivo che rende importante la pièce teatrale è che da questo lavoro scritto da Conan Doyle insieme all’attore e impresario teatrale nel 1899 è stata tratta la sceneggiatura di uno dei primissimi film con Holmes protagonista, ancora muto e girato nel 1916 negli USA e del quale si credeva non esistessero più copie fino al 2014, quando una vecchia pizza del film muto è saltata fuori dalla Cinémathèque Française.

E va almeno menzionato il fatto che proprio dalle interpretazioni sulla scena teatrale dell’americano Gillette il britannico Holmes nasce l’iconografia classica del britannico Holmes: si devono a lui due tratti inconfondibili del personaggio, il berretto da cacciatore e la caratteristica pipa ‘calebassa’. Dunque il ruolo di Gillette nella creazione di un’immagine che fa ormai parte non solo della storia della letteratura, gialla e non solo, ma anche della cultura popolare è tutt’altro che secondario.

La presenza di una serie di indicazioni – all’interno del testo – molto precise su come l’azione scenica doveva svolgersi, sia per gli spostamenti degli attori e la loro interpretazione sia per le scenografie, se da un lato appesantisce notevolmente la lettura dall’altro fa parte di un modo di scrivere che si avvicina molto alle moderne sceneggiature per il grande schermo. La settima arte era appena agli inizi dei suoi sviluppi ma gli interpreti di Broadway erano già pronti a fare il grande salto in direzione Hollywood, e Holmes si guadagna un posto in prima fila nel tappeto rosso delle glorie in celluloide anche grazie all’abilità di Gillette, che infonde un’anima al personaggio.

Nonostante l’appesantimento dell’apparato di annotazioni e la difficoltà di leggere un testo pensato per essere visto, nella storia di Alice Faulkner si ritrovano tutti gli elementi più classici delle trame di Conan Doyle: lo scontro con l’antieroe maligno di Holmes, il genio del crimine Moriarty, che arriva qui, per la soddisfazione del pubblico pagante, allo scontro diretto con l’eroe; il rapporto con il jet-set di fine ‘800, la casa regnante di un Paese misterioso, e un ricatto legato a lettere pruriginose, secondo un topos consacrato nel racconto di Poe del 1845, ‘La lettera rubata’ con il detective Auguste Dupin; le ambientazioni thriller della Londra di fine secolo, percorsa dai fiacre e coperta da fitte nebbie nelle quali si aggireranno personaggi come il conte Dracula, il dr. Jekyll o Jack lo Squartatore, sospesi tra realtà e finzione; una vicenda sentimentale con la bella e virtuosa fanciulla in pericolo, il cui cavaliere soccorritore indossa gli abiti insoliti dell’investigatore schiavo contemporaneamente della sua ragione e dei paradisi artificiali cui si accede con la soluzione al 7 per cento, ma non – o perlomeno non ancora – dell’amore.

In tutto questo cocktail di stilemi a volte un po’ triti e con tipico finale cinematografico si riconosce la mano di autori – Conan Doyle e Gillette – che conoscono bene i gusti del loro pubblico e sanno come titillarli, creando un prodotto da industria editoriale, come accade quasi sempre nel giallo, ma comunque di alta qualità e la pièce risulta essere una buona mescolanza di temi non originali ma già sfruttati in altri racconti come ‘Uno scandalo in Boemia’ e ‘Uno studio rosso’, tra i più famosi dello scrittore scozzese. Del resto che in fondo alle mirabolanti avventure di Holmes, Watson e company ci siano delle solide esigenze commerciali lo ricorda anche la copertina del libro, in cui i due protagonisti campeggiano con i volti dei loro ultimi, meritatamente fortunati, interpreti televisivi, Benedict Cumberbathc e Martin Freeman.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sherlock Holmes e lo strano caso di Alice Faulkner
  • Titolo originale: Sherlock Holmes
  • Autore: Arthur Conan Doyle, William Gillette
  • Traduttore: Alessandro Gebbia
  • Editore: Rogas Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: DarcyincontraDupin
  • ISBN-13: 9788899700096
  • Pagine: 240
  • Formato - Prezzo: paperback, Euro 16,90

15 luglio 2017

Palazzo Yacoubian - ʿAlāʾ al-Aswānī

Costruito negli anni trenta da un miliardario armeno, Palazzo Yacoubian contiene in sé tutto ciò che l'Egitto era ed è diventato da quando l'edificio è sorto in uno dei viali del centro. Dal devoto e ortodosso figlio del portiere, che vuole entrare in polizia ma che finirà invece a ingrossare le già folte milizie islamiste, alla sua fidanzata, vittima delle angherie dei padroni; dai poveri che vivono sul tetto dell'edificio e sognano una vita più agiata al gaudente signore aristocratico poco timorato di Dio e nostalgico dei tempi di re Faruk che indulge in piaceri assolutamente terreni; dall'intellettuale gay con la passione per gli uomini nubiani, che vive i suoi amori proibiti neanche troppo clandestinamente, all'uomo d'affari senza scrupoli del pianterreno che vuole entrare in politica. Ciascuno di questi personaggi si ritroverà a compiere delle scelte: quale ne sia l'esito, sarà il lettore a deciderlo. Ognuno interpreta una sfaccettatura del moderno Egitto dove la corruzione politica, una certa ricchezza di dubbia origine e l'ipocrisia religiosa sono alleati naturali dell'arroganza dei potenti, dove l'idealismo giovanile si trasforma rapidamente in estremismo e dove ancora prevale un'immagine antiquata della società. Campeggia in questo romanzo la denuncia dei costumi inquinati, della politica egiziana e dei movimenti islamisti, una denuncia tanto cara ad al-Aswani che oggi è uno degli esponenti di punta del movimento di opposizione Kifaya

Recensione

Breve raccolta di frammenti di vita del Cairo e in sintesi dell’Egitto intero, Palazzo Yacoubian è una versione aggiornata del Karnak Cafè o del Vicolo del mortaio, opere tra le più note del nobel egiziano Nagib Mahfouz: i temi, le atmosfere, le situazioni sono in molti casi simili, a volte anche identici. Cambia il contesto politico, perché – anche se è difficile accorgersene leggendo il libro – le storie del palazzo cairota sono ambientate ai tempi della Prima Guerra del Golfo, quindi nel 1991. Ma non cambia l’ambiente, la società egiziana nelle sue varie fasce e nei vari stili di vita, più o meno arretrati o occidentalizzati; e di questa società il libro disegna uno spaccato vitale e nitido, anche se a tratti didascalico.

L’espediente – che appare forse un po’ forzato – è legato al palazzo del titolo: costruito ai tempi d’oro della capitale di un regno allegramente laico e ruggente da un ricco possidente armeno, pronto a rifugiarsi in Svizzera con le sue fortune non appena si delinea all’orizzonte la dittatura militare di stampo socialista di Nasser nel 1952, il palazzo Yacoubian testimonia direttamente la decadenza della vita mondana cairota con il suo degradarsi da residenza chic ad alloggio semipopolare, nel quale esponenti della buona società convivono gomito a gomito con derelitti e sbandati senza prospettive di miglioramento.

Si incrociano, tra il terrazzo sovraffollato e la portineria, tra i negozi del piano stradale e gli ampi appartamenti dei piani alti, le storie di un decrepito dongiovanni dei bei tempi andati dedito a sperperare i capitali correndo dietro alle gonne e costretto a litigare furiosamente per questo con la vecchia megera che è diventata sua sorella; di un giovane spiantato ma meritevole per la sua dedizione allo studio che vede svanire a causa delle umili origini la possibilità di una carriera nei ranghi delle forze di Polizia e per questo si avvicina ai Fratelli Musulmani, gruppo di fondamentalisti; di un cristiano copto, mutilato e abile nello sfruttare la sua menomazione insieme al fratello, altrettanto subdolo, che inizia una scalata al potere condominiale partendo da una botteguccia da camiciaio senza farsi scrupolo di sfruttare anche i bisogni materiali di una ragazza che vive sul terrazzo, costretta dalla condizione di orfana e dalla sua avvenenza a scendere a compromessi carnali per mantenere la madre anziana e i numerosi fratelli. Ma i tipi umani non lasciano scoperto alcuno spazio nella multiforme gamma di possibilità: non mancano il giornalista intellettuale omosessuale, allevato nella cultura occidentale, con una passione per i giovani militari nubiani e l’imprenditore con tanto di pelo sullo stomaco che decide di buttarsi in politica per proteggere e sviluppare la sua rete di affari. Troviamo anche, agli estremi opposti, lo sheyk integralista, che predica la jihad come rimedio a tutti i mali dell’Egitto, e varie figure di ufficiali di polizia dediti alla tortura, al rapimento e allo spregio di ogni diritto umano, in stile ‘Fuga di mezzanotte’.

Scritto nel 2002 con riferimenti alla realtà di circa un decennio prima, quando il generale Hosni Mubarak era ancora saldamente al potere, ‘Palazzo Yacoubian’ conosce una rapidissima diffusione – diventa anche un film – per la sua forte dose di realtà e per la componente di cronaca viva, perfettamente plausibile anche nella situazione odierna, con le vicende del terrorismo, della primavera di Piazza Tahrir che ha portato alla fine del regno di Mubarak e all’instabilità politica della felpata dittatura attuale, con un regime poliziesco che non va affatto per il sottile, come purtroppo ci ha recentemente mostrato la dolorosa vicenda di Giulio Regeni.

Forzato, forse, nel tentativo di costruire intorno a un palazzo le varie identità dell’Egitto moderno attraverso le figure dei condomini, elementare, per certi versi, nel mostrare come l’ingiustizia sociale e la corruzione politica siano responsabili del diffondersi dell’integralismo islamico e dell’estremismo jiahdista, scontato, a tratti, nello stabilire legami semplici e diretti tra dinamiche sociali e destini individuali, il romanzo di al-Aswānī offre però la freschezza e la vitalità di un punto di vista laico e spassionato che riesce a raccontare, come dimostra anche il successo riscosso nel mondo arabo, le anime tormentate ma non sempre destinate all’infelicità – ne è un esempio l’amore improbabile e sincero del vecchio damerino Zaki e la giovane traviata Buthayna – di un Egitto che sta iniziando adesso la sua corsa verso un futuro incerto e imprevedibile.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Palazzo Yacoubian
  • Titolo originale: ʿImārat Yaʿqūbīān
  • Autore: ʿAlāʾ al-Aswānī
  • Traduttore: Bianca Longhi
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Universale Economica, 1988
  • ISBN-13: 9788807819889
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 9,00

3 giugno 2017

I sensi del testo - Raul Mordenti

Raul Mordenti affronta alcune questioni fondamentali riguardanti il testo letterario come l'alterità (sulla scorta di Lotman) e la straordinaria produttività del margine. Egli mette alla prova le sue categorie critico-analitiche affrontando alcuni testi e autori della cultura italiana ed europea: dalle Affinità elettive di Goethe al possibile rapporto Boccaccio-Belli, fino a Primo Levi.

Nella parte 'Maestri di una generazione senza maestri' prende invece in esame (in un vis à vis che è per Mordenti anche autobiografico) le posizioni critiche di Walter Binni, Alberto Asor Rosa, Giuseppe Prestipino, Mario Lavagetto e Remo Cesarani.

La parte 'Il nuovo contesto della ricerca letteraria' considera infine alcuni aspetti che oggi ridefiniscono completamente il 'campo letterario', primo fra tutti le conseguenze della rivoluzione informatica: questa deve condurre non solo a una nuova riflessione in ordine al concetto di testo ma anche a modalità di fruizione del letterario del tutto diverse da quelle proprie della grande parentesi gutemberghiana. Di questo nuovo contesto fanno parte naturalmente anche le attuali modalità di organizzazione dell'Università e di finanziamento della ricerca.

Recensione

Per un blog che si occupa soprattutto di recensire romanzi, di vario genere e di vari generi, anche saggi, a volte, ma comunque libri a tema unitario, parlare di una raccolta di contributi, con taglio accademico, di critica filologica e letteraria, con alcune deviazioni nei territori della politica e dell’attualità, è alquanto insolito. Però una delle caratteristiche degli articoli di Mordenti che risalta maggiormente è l'alto grado di leggibilità, anche per non specialisti delle tematiche trattate, il che per pubblicazioni di questo genere non è affatto scontato.

Il libro inizia e termina in una struttura ad anello con due riflessioni sul senso della lettura come occasione di scoperta dell’alterità: riconoscere che la natura del linguaggio è legata al tentativo dell’uomo di dare un senso alla realtà e, conseguentemente, di comunicarlo porta a delle considerazioni sui modi di interpretare la letteratura, che del linguaggio è un’espressione concentrata, e, in conclusione, ad auspicare un rovesciamento copernicano degli studi critici e dei criteri interpretativi del testo, letterario o meno, che lasci emergere il senso delle alterità marginali o periferiche rispetto a un centro, quello della Storia della letteratura, che ha perso ormai la capacità di restare connesso alla realtà di cui i testi sono espressione. Nel mezzo si trovano una serie di interventi molto vari, per taglio e lunghezza, che affrontano singoli autori e opere, come nel caso di Goethe e delle sue ‘Affinità elettive’ o di Primo Levi; che trattano di questioni più erudite di critica letteraria e dei suoi protagonisti, da Asor Rosa a Lavagetto, Binni e Ceserani, forse meno noti al grande pubblico; o che infine tracciano un quadro rigoroso della gestione politica di alcuni aspetti della ricerca, come il finanziamento pubblico e la libertà dei ricercatori.

L’autore non fa mistero del fatto che le sue radici culturali affondano in un milieu che possiamo forse ancora definire - in maniera ormai abbastanza confusa - di 'sinistra' e questo vale sia per i contributi di stampo prettamente letterario e filologico, sia per quelli più impegnati sul versante politico, dal ricordo di figure accademiche che hanno coniugato impegno etico e studi letterari alle critiche alle riforme del sistema universitario. Nonostante l'assunzione aperta di questi valori, Mordenti mantiene un saldo equilibrio ed evita con coerenza qualsiasi forma di pregiudizio e di gabbia ideologica che mortificherebbe i testi.

Sono quest’ultimi che si trovano al centro della ricerca di Mordenti, e in effetti le promesse contenute nel titolo vengono mantenute: per il testo e i suoi sensi che si intrecciano e si sovrappongono, rinnovandosi e e allargandosi nel tempo e nello spazio come la trama di un tessuto si avverte una passione profonda, quasi ontologica. E, aspetto non trascurabile, lo stile non è mai erudito in forma esibizionista: si possono anche semplicemente leggere, non si devono per forza studiare, questi saggi brevi.

Anche in quello più lungo, su ‘Le affinità elettive’, il dettaglio e il grado di profondità dell’analisi, che riguardano non solo gli schemi della trama e l’indagine dei personaggi e delle simmetrie nelle loro relazioni – punto nodale della narrazione – ma anche i riferimenti testuali e le fonti più o meno dirette dalla cultura tedesca del tempo, si riesce a seguire agilmente il filo del ragionamento – il che, si ribadisce in molti, testi accademici non è banale né scontato – e dei richiami letterari senza che si perda nulla del rigore critico. Mordenti mostra insomma che si può fare della critica testuale senza rinunciare né alla sincerità e alla coerenza, anche con toni come quelli adombrati dal suo cognome, appunto, né alla profondità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura
  • Autore: Raul Mordenti
  • Editore: Bordeaux Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788899641276
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

20 maggio 2017

I piccoli maestri - Luigi Meneghello

I piccoli maestri non sanno fare la guerra. Sarà perché hanno un forte spirito di libertà, che li rende refrattari alle gerarchie militari. Sarà perché hanno letto troppi libri e possiedono uno scarso senso pratico. Sarà che loro preferiscono la parola all’azione. Il fatto è che quel gruppo di studenti universitari che nell’autunno del 1943 si dà alla macchia prima sui monti del bellunese e poi sull'altopiano di Asiago per combattere la propria personale guerra contro il nazismo, sperimenterà un apprendistato umano, più che politico. Gigi e Lello studiano lettere, Enrico e Simonetta, ingegneria e Bene, medicina. A loro si uniranno un marinaio, un operaio ed un sottufficiale degli alpini. Sarà questa la formazione partigiana dei “piccoli maestri”, ovvero la «banda dei perché», come loro stessi la chiamano. Alla sua guida c’è Capitan Toni, Antonio Giuriolo, partigiano anomalo, aderente al partito d’azione, non capo politico, professore precario di filosofia perché si è rifiutato sempre di prendere la tessera del fascio.

Recensione

I piccoli maestri’ di Meneghello è un libro – tra romanzo e diario – di guerra e sulla guerra ma quasi senza guerra. A chi legge, almeno, resta all’incirca quest’impressione: che di guerra si parli solo di striscio, per caso, in modo quasi involontario. Oggi, passati oltre settant’anni dai fatti e più di mezzo secolo dalla pubblicazione, comincia forse a esserci la giusta distanza per giudicare serenamente un’opera che ha suscitato forti polemiche al momento della sua uscita.

Nel 1964, anno della prima edizione, i fatti di cui Meneghello parla anche in forma autobiografica sono ancora troppo vicini e gravidi di conseguenze per permetterne una ricostruzione, non obiettiva – il che forse sarebbe difficile pure oggi – ma quanto meno libera da eccessivi condizionamenti politici. Meneghello, invece, poteva permettersi una fuga in avanti perché la giusta distanza l’aveva trovata iniziando una brillante carriera universitaria in Gran Bretagna e perché la formazione politica per la quale aveva militato durante la resistenza partigiana, il Partito d’Azione, si era dissolta sin dal 1947. La scelta di riappropriarsi di un episodio nodale della sua vita parte per l’autore con la scelta di un titolo che, a dispetto di quanto potrebbe apparire, ha un senso fortemente autoironico.

Fare ironia – in questo caso autoironia – su un tema delicato come la resistenza, momento fondativo della Repubblica Italiana nel bene e nel male, doveva avere, in quegli anni, un significato dissacrante che oggi è difficile cogliere. Eppure, man mano che si procede nella lettura, si capisce inevitabilmente che i ‘piccoli maestri’ del titolo sono una geniale e affettuosa interpretazione di un momento generazionale guardato da lontano, con una specie di nostalgica e paternamente bonaria ironia. I piccoli maestri hanno contribuito a salvare l’Italia dall’ignominia dal nazifascismo e lo hanno fatto con un’ingenuità tipica degli anni della gioventù: Meneghello guarda appunto a quegli eroici furori con un divertito e maturo disincanto, che rende il suo racconto difficile da ricondurre alla celebrazione riservata alla resistenza da intellettuali, politici e storiografi ma che, lungi dal voler dissacrare o sminuire, si assume il gravoso compito di riconsegnare i fatti storici alla realtà attraverso la narrazione dei ricordi nudi e crudi.

E nei ricordi la crudezza della guerra resta sullo sfondo rispetto al traguardo di ricreare l’atmosfera e le idee dei molti giovani che hanno partecipato e dato la vita nella lotta partigiana, non sempre con la consapevolezza che la versione dei vincitori ha poi cucito loro addosso. I piccoli maestri sono allora ‘piccoli’ perché involontariamente presuntuosi, con il loro idealismo velleitario, ma anche perché con i loro ‘piccoli’ sacrifici hanno costruito la possibilità di un futuro diverso per l’Italia.

C’è tutta la divertita nostalgia per la giovinezza nella ricostruzione di quel modo scapestrato di fare resistenza raccontato da Meneghello, lontano dagli intrighi di partito e forse quindi poco ‘partigiano’ e insieme, tuttavia, rigoroso e impegnato. La morte compare – e lo stesso anche per gli scontri a fuoco, le imboscate, le battaglie – quasi solo di striscio: dei numerosi compagni di lotta persi nei due anni scarsi di clandestinità sui colli veneti l’autore, in modo pudico, fa, in molti casi, solo un rapido cenno delle circostanze della morte. Il pericolo, il rischio corso dalle staffette, l’incoscienza e la leggerezza con cui i piccoli maestri affrontano la guerra civile rivelano nella scelta della lotta un impulso vitale spontaneo prima che una scelta mentale ponderata; e del resto l’autore e i suoi compagni erano poco più che ragazzi, metterli sul piedistallo della retorica patriottica, sembra quasi dire Meneghello, sarebbe quasi tradire la loro purezza sventata e coraggiosa.

I personaggi di Meneghello, piuttosto, i compagni di università, i contadini giovani e poveri, i raccoglitori di sterpi, gli operai, le ragazze borghesi come Simonetta, i ladruncoli di camicie sfilano come in una parata festosa, una parata in cui si festeggia la liberazione, non solo dal morbo nazifascista della Repubblica di Salò, ma anche dalla retorica patriottica vieta e ipocrita, che in breve, dopo il 25 aprile, avrebbe fagocitato, con il crudo linguaggio della realpolitik, quanto di più autentico e vivo era sbocciato nella generazione falciata dal più catastrofico, per l’Italia e il mondo, conflitto bellico della nostra storia.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I piccoli maestri
  • Autore: Luigi Meneghello
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • Collana: Contemporanea
  • ISBN-13: 9788817061186
  • Pagine: 234
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,50

3 maggio 2017

Le sei reincarnazioni di Ximen Nao - Mo Yan

Primo gennaio del 1950: Ximen Nao, un ricco proprietario terriero, è stato giustiziato dai suoi mezzadri alla vigilia della rivoluzione cinese e da due anni vive nel mondo delle tenebre. Sebbene subisca i più crudeli e dolorosi supplizi, rifiuta di pentirsi: è convinto di avere condotto una vita giusta e di essere invece stato immeritatamente condannato. Re Yama, il terrifico signore della morte, è talmente stufo di lui, delle sue continue, fastidiose lagnanze che alla fine gli dà la possibilità di reincarnarsi nei luoghi dove ha vissuto. Ximen Nao spera di riprendere così possesso della moglie, delle due concubine, della terra, dei suoi averi. Non immagina che tanta generosità nasconde un ancora maggiore insidia: perché re Yama decide di farlo reincarnare non in se stesso, ma in un asino.

Al momento di tornare sulla terra, Ximen si rifiuta inoltre di bere una pozione che gli consentirebbe di dimenticare il passato e di liberarsi progressivamente delle pulsioni, del desiderio, dell'odio, della sete di vendetta. Vuole che le esperienze della vita precedente rimangano impresse nella sua memoria. Che senso avrebbe, altrimenti, tornare nel mondo degli uomini per riparare all'ingiustizia subita? Nell'arco di cinquant'anni all'asino faranno seguito il toro, il maiale, il cane, la scimmia. Un lasso di tempo che basterà a Ximen per liberarsi di ogni rancore e durante il quale sarà partecipe degli eventi piccoli e grandi che hanno contribuito a trasformare la Cina. E alla fine giungerà anche il momento in cui re Yama gli consentirà di ridiventare uomo.

Il 31 dicembre del 2000, la notte della nascita del nuovo millennio, verrà al mondo un bambino di nome Lan Qiansui, ossia " Lan mille anni"; sarà lui, che ha un " corpo piccolo e magro e la testa insolitamente grande, una memoria eccellente e una parlantina sciolta" a iniziare, il giorno del suo quinto compleanno, il racconto della propria storia: "Dal primo gennaio dell'anno 1950...".

Recensione

Non è proprio quel che si dice un titolo di lettura facile, il romanzo di Mo Yan sulla reincarnazione, anzi, è uno di quei libri che si leggono con fatica, almeno per chi nella lettura cerca – anche, se non unicamente – divertimento. In compenso si capisce perché l’Accademia di Stoccolma, le cui scelte non sono sempre perspicue e spesso poco popolari, abbia assegnato all’autore il Nobel per la letteratura nel 2012.

Sospesa in un equilibrio precario tra una fantasia evanescente e il più greve dei realismi, la storia del protagonista, lo Ximen Nao del titolo, si dipana per circa mezzo secolo, dal 1950 fino all’alba del nuovo millennio e coinvolge diverse generazioni di una famiglia e di un villaggio cinese, Ximen, nel distretto di Gao Mi, non troppo lontano da Pechino, dall’alba del sol dell’avvenire fino all’avvento della nuova via cinese al capitalismo. In un cerchio perfetto la narrazione inizia e finisce nel 1950, attraverso una trovata scaltra, e percorre la storia di un anziano proprietario terriero, Ximen Nao, che viene ucciso dai comunisti nel 1950 ma è condannato dal re/giudice dell’Oltretomba a reincarnarsi in vari animali, partecipando così alla vita della comunità da una posizione esterna ma con la facoltà di comprendere e la coscienza di essere uno spirito umano rinchiuso in corpo di bestia. In forma prima di asino, poi di toro, di maiale, di cane e infine di scimmia Ximen assiste alle vicissitudini di un gruppo famigliare secondo l’idea tradizionale cinese del clan o della famiglia allargata, molta parte della cui vita si svolge in un palcoscenico naturale che è il cortile della sua vecchia casa di possidente, poi trasformata in azienda agricola collettiva nei decenni del comunismo.

Le mogli e concubine di Ximen, i figli e i figliastri, i loro discendenti, vari altri personaggi che si legano in qualche modo alle vicende famigliari ricreano un ambiente sociale comunitario simile per certi aspetti a un classico del romanzo cinese come ‘Il sogno della camera rossa’, eppure per altri versi Mo Yan costruisce una narrazione che rievoca le grandi saghe famigliari del romanzo europeo novecentesco, come i Buddenbrook di Thomas Mann. Il villaggio agricolo Ximen di Mo Yan si fa spazio nella mente del lettore come uno di quei luoghi simbolici della geografia letteraria che sono inestricabilmente legati alle storie dei protagonisti, un po’ come Macondo per Garcia Marquez, Arkham per Lovecraft o Vigata per Camilleri: si finisce, pur tra molte difficoltà nella lettura, per immaginare gli spazi letterari come reali. I kang, giacigli tipici, su cui i personaggi si addormentano e vivono, le strade fangose, i campi di albicocchi e le porcilaie assumono il carattere vissuto e concreto di luoghi conosciuti.

È vero che seguire le storie dei vari personaggi è reso complicato dalla difficoltà di capire i legami interni nelle famiglie che si formano, quasi come se si dovesse ricostruire un albero genealogico, e dai problemi creati dai nomi cinesi, che per un occidentale sono spesso molto simili. È vero che la storia procede per blocchi molto lunghi e spesso si arricchisce di estese sequenze descrittive che si spingono fino al lirismo ma sono di un gusto che non è sempre semplice apprezzare. È vero, infine, che molta parte del racconto presuppone anche una minima conoscenza degli ultimi settant’anni di storia della Cina comunista e dei suoi rivolgimenti sociali, economici e politici che rappresenta una sfida per i nostri orizzonti di lettori eurocentrici abituati a guardare poco oltre il nostro ombelico.

Però, pur con tali gravami, l’esperienza del libro di Mo Yan – che tra l’altro, con una pregevole dose di autoironia, in questo compatto affresco della Cina moderna che assomiglia a certe sculture di stile sovietico, una specie di ‘Quarto stato’ in versione orientale, include anche se stesso: l’autore parla di sè come di un imbrattacarte squilibrato – apre uno spiraglio, attraverso il mistero arcaico e modernissimo della narrazione, sul mondo delle tradizioni, dei pensieri comuni, delle vite individuali, degli affetti e dei vincoli morali di un Paese che, pur non essendo mai stato così vicino, resta ancora lontanissimo.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le sei reincarnazioni di Ximen Nao
  • Titolo originale: Shēngsǐ píláo
  • Autore: Mo Yan
  • Traduttore: Patrizia Liberati
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Supercoralli
  • ISBN-13: 9788806185787
  • Pagine: 735
  • Formato - Prezzo: copertina rigida - Euro 22

9 aprile 2017

Le notti blu - Chiara Marchelli

Il capodanno per Michele e Larissa, una coppia sulla cinquantina che vive a New York, lui professore universitario, lei casalinga, è il momento più brutto dell’anno. Il loro unico figlio, Mirko, che viveva in Italia con la moglie Caterina, si è ucciso il 31 dicembre di cinque anni prima.

Le notti blu, il romanzo di Chiara Marchelli pubblicato da Giulio Perrone, affronta il tema del lutto dal punto di vista di due genitori che non riescono, a distanza di tempo, ad accettare l’accaduto. Ognuno dei due va avanti come può, ma quando Caterina al telefono parla di una lettera trovata per caso, di un bambino che Mirko avrebbe avuto con un’altra, tra i due coniugi fino ad allora solidali tra loro, si apre una frattura.

Recensione

Una storia comune, una lingua piana che usa spesso il presente della quotidianità, dei personaggi normali, che a chiunque potrebbe capitare di incontrare nella vita di tutti i giorni. Nel Le notti blu il tema del dolore più insopportabile che sia possibile immaginare per un genitore, la perdita di un figlio che diventa perdita di senso dell’esistenza della coppia e dell’individuo, non viene affrontato. Tuttalpiù viene raccontato e descritto il travaglio che un lutto inspiegabile provoca in due mondi e in due modi diversi, quello della madre che, forse più vicina al figlio, Mirko, rifiuta di darsi speranza e quello del padre, più lontano dal figlio, che proprio per questo è divorato dai dubbi e dal rimorso e vede nella possibilità di un nipote tenuto nascosto un’ancora di salvezza e un legame ancora vivo con il figlio morto. La storia di per sé non spiega nulla, è semplicemente proposta come uno spaccato, quasi la sequenza di un film, un rullo dal girato più ampio che è la vita.

C’è un punto di partenza preciso, il momento in cui Caterina, la nuora, informa Michele e Larissa, il cui figlio si è suicidato nella notte di capodanno di alcuni anni prima, di essere stata contattata da uno studio legale per l’azione di riconoscimento postumo di un figlio avuto da Mirko fuori dal matrimonio. La sola ipotesi della presenza di un nipote tenuto nascosto manda in frantumi l’equilibrio che i due genitori, per sopravvivere al dolore, avevano creato dopo la morte del figlio e impedisce anche la mera quotidiana banalità della routine. Di fronte all’emergere della doppia vita del figlio Larissa si rifugia nel rifiuto, quasi come se conservare per sé sola il lutto le permettesse di mantenere una forma di esclusività nel vincolo filiale. Michele, invece, che non aveva mai capito le scelte del figlio, dalla carriera al matrimonio con una donna che lui ritiene insignificante, si sente spinto dalla scoperta del lato ‘oscuro’ di Mirko a cercare un rapporto col figlio morto che sia privo di pregiudizi e presupposizioni. Cerca anche di trovare una spiegazione alla scelta definitiva del figlio nella teoria matematica dei giochi, il suo campo di studio di professore universitario, della quale aveva tante volte discusso con Mirko: però anche questa strada rimane senza uscita, un vicolo cieco.

Nel racconto si inserisce la figura di Caterina, la vedova di Mirko, che fa da tramite tra il dolore dei genitori e l’intimo segreto del figlio, ma la sua è una parte secondaria, funzionale a dividere e contrapporre le reazioni del padre e della madre; insieme a lei ci sono molti altri personaggi, dalla donna dalla quale Mirko ha – o meglio avrebbe – avuto un figlio naturale, ai conoscenti di Michele e Larissa, al barista di fiducia di Michele, un intenditore di whiskey come ci si aspetterebbe dagli stereotipi newyorkesi, tutte figure che fanno parte di uno sfondo bigio e indistinto. Dalla nebulosa del dolore e del lutto emergono solo le figure di Michele e Larissa, e soprattutto il padre, che racconta anche il dolore della madre/moglie e ne cerca risvolti e spiegazioni nel passato.

Se l’obiettivo dell’autrice era costruire un non-racconto che parlasse dei risvolti umani, materni e paterni, ma più latamente individuali, del dolore, di certo la scelta di un lessico semplice, l’uso costante del presente e il ritmo narrativo piano e monocorde sarebbero scelte coerenti, anche se così facendo ella rischia di avvicinarsi molto a un atteggiamento quasi volontariamente esibito e forzato, più che a un fluire naturale della trama per sottrazione. Così come una prospettiva del genere giustificherebbe la non-conclusione di un racconto, che lascia in sospeso ogni questione, sia sulle motivazioni del suicidio di Mirko, che resta un taboo, sia sul dubbio che scava un fossato anche nel rapporto di sopravvivenza simbiotica tra Michele e Larissa, sia sulla possibile esistenza in vita di un nipote, propaggine di un figlio che si è negato senza apparenti ragioni la vita stessa.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Le notti blu
  • Autore: Chiara Marchelli
  • Editore: Giulio Perrone Editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Hinc
  • ISBN-13: 9788860044396
  • Pagine: 236
  • Formato - Prezzo: paperback - 15,00 euro

14 marzo 2017

Giuliano - Gore Vidal

Pubblicato per la prima volta nel 1964, Giuliano è uno dei romanzi di maggiore successo di Gore Vidal. Il romanzo racconta la vita privata e politica di Giuliano, l'imperatore romano del quarto secolo, nipote di Costantino, che durante i brevi anni del suo regno tentò di soffocare la diffusione del cristianesimo e di restaurare il culto degli dèi, passando per questo motivo alla storia con l'appellativo di "Apostata". Il racconto di Vidal comincia diciassette anni dopo la morte di Giuliano e prende le mosse dalla corrispondenza tra due potenti e influenti uomini politici del tempo. Senza scrupoli, portati a privilegiare gli intrighi della politica e del potere, non esitano a farcire le loro lettere di osservazioni malevole, pettegolezzi e maliziose digressioni che interpolano il diario scritto dall'imperatore, destinato a essere la sua autobiografia. Nelle pagine di 'Giuliano' troviamo dunque l'affascinante rappresentazione di un conflitto politico e religioso in cui già si profila il declino dell'Impero Romano, ma troviamo soprattutto il sentimento di un'epoca raffigurato con maestria e con l'inconfondibile stile di Gore Vidal. Nella lotta senza speranza contro il cristianesimo ormai trionfante, nel tentativo di restaurare una religione che lo spirito del tempo non sente più sua, si nasconde il tormento di un'anima spaventata e smarrita di fronte al futuro. Un sentimento che appartiene a ogni epoca e che fa della tragica parabola dell'imperatore romano una storia attuale anche ai giorni nostri.

Recensione

Per ricostruire la vita di un imperatore noto quasi soltanto per essere stato un rinnegato, Giuliano di Gore Vidal propone più che un romanzo storico una sorta di reportage, quasi un’inchiesta giornalistica. Al personaggio cui Vidal intitola l’opera non viene dedicato, in genere, più di qualche rigo nei manuali di storia: come risarcimento per una gloria rubata da secoli di propaganda avversa, lo scrittore americano gli riserva un trattamento opposto, dipingendolo come ultimo ellenista, imperatore illuminato e tollerante, condottiero spregiudicato e pacato filosofo, che somma in sé le virtù militari di un Giulio Cesare, quelle politiche di un Ottaviano Augusto e quelle speculative di un Marco Aurelio. Un eroe degno del mito greco, la cui grandezza viene però troncata proprio sul punto di germogliare.

‘Muore giovane chi è caro agli dei’, recita un aforisma del commediografo ateniese Menandro, ma nel caso di Giuliano vale il contrario: a lui, morto a 32 anni, quasi come Alessandro Magno, erano cari gli dei, che vedeva come simboli, nella cornice culturale e religiosa del politeismo greco, dei valori e degli ideali che avevano innervato e sostenuto la grandezza del pensiero ellenico e dello stato romano, i due elementi di cui si considerava, in quanto imperatore-filosofo, erede e custode. La sua figura tragica ed eroica insieme di grande vissuto come una meteora nel periodo storico sbagliato, nel declino del mondo pagano, riceve da Vidal una luce che ricompensa in parte l’oblio venato di disprezzo cui la vittoria del cristianesimo lo aveva condannato con il marchio d’infamia di ‘apostata’, il rinnegato.

Nel ritratto che lo scrittore americano tratteggia, Giuliano emerge con molte sfaccettature contrastanti dalle sue stesse memorie, grazie all’espediente del diario personale sottratto dalla tenda dell’imperatore al momento della morte nel 363 d.C., durante la campagna contro i Parti. L’autobiografia è affiancata dai commenti e dalle lettere di altri due personaggi, Prisco, filosofo neoplatonico, amico e consigliere del protagonista, che aveva in suo possesso le carte private di Giuliano, e il retore Libanio, che vorrebbe pubblicare un’apologia di Giuliano, dopo circa vent’anni dai fatti, per difendere, attraverso la persona del giovane imperatore morto quasi da martire, il ricordo di un mondo sempre più vicino all’oblio.

Tra i coloriti personaggi che popolano la galleria degli imperatori romani – dal sublime Adriano di Yourcenar al Claudio di Graves fino all’anarchico Eliogabalo di Artaud – Vidal ne sceglie uno trascurato, visto che, per la brevità del suo regno e non solo, l’utopico progetto di restaurazione del politeismo greco-romano era destinato alla sconfitta. L’aspetto che risalta di più nel suo ritratto è il contrasto tra le inaspettate abilità politiche e militari di una figura, quella di Giuliano, che sembrava destinata a un’esistenza laterale e incerta, tra rischi di congiure e intrighi di corte, e si rivela invece un outsider di successo, e l’ingenuità velleitaria e testarda di un giovane intriso di ideali filosofici e di cultura e ardente di spirito civico. Queste forze interne in perenne conflitto lo portano a tentare una crociata contro quelli che chiama sempre con l’epiteto dispregiativo di ‘Galilei’, i cristiani, dalla regione di provenienza di Gesù. Il risarcimento postumo per uno che avrebbe ricevuto dai ‘galilei’ il soprannome ingiurioso di ‘apostata’ non nasconde però, attraverso i punti di vista di un testimone esterno all’animo di Guliano come Prisco o ancora più lontano come Libanio, i difetti del giovane imperatore, perché la volontà di scandagliare l’animo del protagonista mettendone in luce gli aspetti più soggettivi di riformatore illuminato ma fuori tempo – e questo ne delinea anche il destino tragico sotto una luce nostalgica e insieme pietosa – è bilanciata dai continui scambi di Prisco e Libanio.
Il filosofo e il retore, nei loro interventi di spiegazione e correzione, rendono evidente, spesso anche con toni amaramente ironici, come in un contrappunto oggettivo sottoposto al giudizio critico della storia, che il contesto in cui Giuliano era vissuto rendeva i suoi progetti sostanzialmente illusori.

Proprio il carattere visionario dell’impresa del protagonista, votato a una ribellione fervida e sincera, tuttavia, è l’aspetto più affascinante della biografia di Vidal: il sogno di un giovane outsider che si oppone a un corso che la Storia dimostrerà irreversibile assume, nella penna di un abile sceneggiatore hollywoodiano – e forse l’essere così vicino a un copione cinematografico non rende del tutto giustizia alla dimensione letteraria dell’opera –, la forma di un romanzo epico, del quale conoscere già in partenza la conclusione tragica non sminuisce l’interesse.

La capacità di evocare un’epoca così sfumata come il tardo-antico, a cavallo tra antichità e medio evo, al di là di possibili falle storiche e di esagerati, almeno per un’opera di fiction, scrupoli storiografici costituiscono un ulteriore merito del romanzo, che rende contemporanea, attraverso il filo sottile della nostalgia, la figura dolente e indomita di Giuliano. Se è vero, come afferma l’autore nell’introduzione, che anche nella storiografia l’immaginazione ha un ruolo importante, allora la visione audace e la lotta disperata ma inevitabile che dominano la vita dell’ultimo imperatore pagano assumono un significato che non smette di vivere neppure oggi, a più di quindici secoli di distanza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giuliano
  • Titolo originale: Julian
  • Autore: Gore Vidal
  • Traduttore: Chiara Vatteroni
  • Editore: Fazi Editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade, 308
  • ISBN-13: 9788893251297
  • Pagine: 594
  • Formato - Prezzo: Paperback, euro 19,50

7 febbraio 2017

Frammenti lirici greci - a cura di Emiliano Randazzo

Dal «lieve rogo» d’amore di Saffo alle «soavi melodie» di Stesicoro, dal «sorriso di miele» di cui Alceo sop­porta il peso, all’«amore di fanciullo» descritto da Teocrito: una scelta antologica dei frammenti lirici greci condotta interamente sul tema della “musicalità” del verso poetico, come illustra il traduttore e curatore, il Maestro Emiliano Randazzo, nella sua introduzione. Il lettore potrà godere della piena lettura dei versi grazie alla voce recitante dell’attrice Donatella Allegro.


Recensione

Si può dire che una nuova edizione di classici per eccellenza come i lirici greci non è mai un'occasione sprecata. Soprattutto se si cerca di illuminare alcuni aspetti, non da specialisti, di una poesia il cui suono ci giunge da molto lontano, confuso, quasi attraverso un'eco, come la lirica greca. Nell'introduzione Emiliano Randazzo sottolinea il ruolo della componente musicale per una poesia che nasce proprio per uno strumento, la lira, sacra ad Apollo, e che è in realtà musica nella sua più intima essenza linguistica, tra articolazione delle parole e della metrica; ed è altrettanto apprezzabile la possibilità di usufruire di una versione online, una sorta di audiolibro, che restituisce almeno una parte del valore aurale di una serie di frammenti che di solito, anche a scuola, sono condannati a essere letti ma mai ascoltati, come invece erano stati concepiti.

Detto questo, tenendo conto che - almeno per intuizione - il curatore prova a dare l'occasione di sentire il valore delle opere al di fuori di ogni tentativo di interpretazione e di spiegazione, il che non è poco né scontato, destano tuttavia dei dubbi diversi aspetti del risultato finale. In linea generale, anche se si rispetta la volontà di rendere disponibile i testi lirici al di fuori di ogni mediazione, emerge una discreta difficoltà nel comprendere le scelte sugli autori inseriti nel canone lirico e anche nella scelta dei testi. Perché alcuni e non altri? Sarebbe interessante conoscere le ragioni per cui a Saffo, giustamente, in quanto più nota, sono riservati ampi spazi, mentre per altri autori altrettanto importanti gli spazi sono più ridotti, come nel caso di Alceo, o molti altri sono del tutto assenti, come Solone, Pindaro o Bacchilide.

Non è questa una critica alla scelta, semmai una curiosità naturale sulle ragioni della stessa. La traduzione, che in mancanza di altre indicazioni si suppone opera del curatore, presenta diversi punti controversi, ma, visto che ogni traduzione, e a maggior ragione nel caso di un testo poetico così complesso come il frammento lirico, costituisce un'opera a se stante - per tutti l'esempio delle traduzioni dei lirici del premio Nobel Salvatore Quasimodo -, più che criticarli sarebbe interessante comprendere le ragioni e i significati delle scelte. In questo senso sarebbero utili delle introduzioni, delle annotazioni o delle sintesi che aiutino il lettore a capire il tipo di relazione che è stato individuato come ponte tra testo di partenza in greco antico, ricco di complesse forme dialettali, e testo d'arrivo in italiano. Ancora la scelta di inserire delle note in coda a tutti i testi ma senza segnalarle all'interno dei singoli frammenti rende meno immediata la funzione esplicativa delle stesse; risulta infine difficile da comprendere anche una certa disomogeneità nella scelta dei criteri di trascrizione del testo greco.

Di fronte a un compito arduo come quello di rendere accessibile un patrimonio incommensurabile della cultura umana, i lirici greci, che da una parte vengono spesso banalizzati in mille modi - dalla scritta su t-shirt al biglietto nel cioccolatino - e dall'altra rimangono indigesti alla lettura, sia per la natura frammentaria sia per demeriti scolastici, la raccolta che qui viene recensita ha senza dubbio la virtù dell'immediatezza. Sarebbe più apprezzabile se avesse aggiunto il pregio di indicazioni almeno di massima utili a orientarsi fra le scelte tematiche e lessicali, i contenuti e le tipologie testuali più importanti.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Frammenti lirici greci
  • Autore: a cura di Emiliano Randazzo
  • Editore: Bordeaux
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • ISBN-13: 9788897236726
  • Pagine: 194
  • Formato - Prezzo: paperback - Euro 12,00
 

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