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31 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I Tre Moschettieri - Alexandre Dumas padre

Alexandre Dumas padre nasce il 24 luglio 1802 a Villers-Cotterêts. Figlio di un generale dell'esercito francese che aveva ripudiato il suo titolo nobiliare e morto quando Dumas aveva tre anni, questi fu cresciuto dalla sola madre che gestiva una tabaccheria. Non potendo avere un'istruzione approfondita a causa delle scarse risorse economiche, Dumas inizia a lavorare nell'albergo del nonno materno e in seguito, trasferitosi a Parigi, entra al servizio del Duca d'Orléans come copista. Nel 1824 da una relazione con una sarta nasce Alexandre Dumas figlio, anche lui in seguito famoso letterato. Nello stesso periodo inizia a lavorare per il teatro, riscuotendo successo con opere quali Enrico III e la sua corte, Antony, La Torre di Nesle e Kean. Nel 1843 sposa l'attrice Ida Ferrier e inizia un periodo di successi. Nel 1844 Dumas raggiunge l'immortalità letteraria. Il Conte di Montecristo e I Tre Moschettieri (qui recensito e facente parte di una trilogia), scritti a puntate a partire dal 1844, sono tra le opere francesi più famose e imitate al mondo. Nello stesso anno Dumas acquista un terreno a Marly-le-roi e fa costruire il "Castello di Montecristo", un edificio composito su ispirazione degli stili del Rinascimento, barocco e gotico. Nel 1846 inaugura un proprio teatro, che chiama il "Théâtre-Historique", che fallisce però nel 1850. Rovinato dai debiti, lo scrittore è costretto a vendere all'asta il suo castello e nel 1851, inseguito da più di 150 creditori, deve riparare in Belgio. Torna a Parigi solo nel 1854, risolti i suoi problemi finanziari. Inizia dunque a viaggiare per tutta l'Europa e dal 1861 al 1864, dopo aver accompagnato Garibaldi nelle sue battaglie, soggiorna a Napoli, dove viene nominato direttore degli scavi e dei musei. Tornato in Francia negli anni seguenti, si ammala gravemente e nel settembre del 1870 si trasferisce nella villa di suo figlio Alexandre a Puys, vicino a Dieppe, dove muore il 5 dicembre. Tra le sue opere più importanti, oltre ai romanzi succitati, ci sono il Ciclo degli ultimi Valois (La Regina Margot, La dama di Monsoreau, I Quarantacinque), In viaggio sulle Alpi (1834), Delitti celebri (1839-40), Napoleone (1840), Giovanna d'Arco (1842), La cappella gotica, La guerra delle donne, Il tulipano nero (1850), Il Caucaso (1859).


«Beato colui che per la prima volta si accinge a inseguire le orme di d'Artagnan; beato colui che, avendo letto questo libro nell'adolescenza, come accade, in una edizione probabilmente ornata di traumatizzanti illustrazioni, non ne conserva che un confuso ricordo, fatto di generosi e un po' sciocchi duelli, di trame ingegnose, di agevoli uccisioni; attendono costoro alcune ore di indifesa, deliziata lettura... Una velocissima cavalcata, che si svolge con accelerazione sempre piú nervosa e rovinosa, ci rapisce, per le strade di Francia e di Inghilterra, sulle tracce di d'Artagnan e dei tre moschettieri; in preda ad un batticuore lievemente degradante, gustando tutta la codarda letizia di essere "fuori", noi seguiamo le ambagi di una storia seducente quanto sfrontatamente improbabile». (Giorgio Manganelli)

Recensione

Opera tra le più importanti nella storia della letteratura francese, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas padre (in collaborazione con Auguste Maquet, uno dei suoi assistenti che fu prezioso anche per l'altro capolavoro, Il Conte di Montecristo) uscì per la prima volta a puntate sul giornale “Le Siècle” tra il marzo e il luglio del 1844, durante quel periodo turbolento chiamato anche “Monarchia di Luglio” (1830-1848) che segnò un breve ritorno alla monarchia prima di passare definitivamente alla repubblica. Fulgido esempio di romanzo ottocentesco storico, fu un successo enorme sia di critica che di pubblico già dalle prime pubblicazioni.

Tutto parte dal ritrovamento di un romanzo del '700 - Mémoires de Monsieur d'Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras – da parte di Dumas mentre questi era alla ricerca di notizie su Luigi XIV. Il personaggio descritto in quelle pagine lo colpì così tanto che decise di usarlo per farne il protagonista de I Tre Moschettieri.
Nella trama le avventure del giovane guascone che parte per cercare fortuna a Parigi presso il capitano delle guardie di Sua Maestà de Tréville sono coinvolgenti e senza un attimo di respiro: bastano le pagine iniziali per definire il carattere turbolento e orgoglioso del neanche ventenne.
Leggere le sue parole mentre apostrofa un gentiluomo che aveva celatamente parlato male del suo ronzino e chiedere soddisfazione per l'insulto (cosa che rimarrà come sottotrama per tutto il romanzo), svenire e perdere la lettera di raccomandazione, arrivare a Parigi e testardamente chiedere udienza a de Tréville rischiando di essere ucciso in duello dai tre suoi futuri inseparabili amici Porthos, Aramis e Athos, ci riporta immediatamente a un'epoca affascinante e violenta nel quale i duelli regolamentati tra gentiluomini risolvevano anche la minima controversia.

Ogni azione si accompagna a un eloquio nobile anche nelle imprecazioni e gli intenti, benché rafforzati da moschetto e spada, sono sempre in linea con quello spirito ribaldo e allo stesso tempo signorile che ha creato un termine di paragone nella letteratura.

In più, personaggi memorabili – Milady e il Cardinale Richelieu sono degli antagonisti perfetti e anche i comprimari fanno ottimamente la loro parte - e dialoghi sì ridondanti ma efficaci rendono avvincente un romanzo che a causa della sua serialità ogni tanto gira a vuoto su ridondanti descrizioni o panegirici magniloquenti fini se stessi che devono evidentemente allungare il brodo.

Considerato il primo thriller politico della storia, I Tre Moschettieri non può che affascinare il lettore anche oggi, anche solo per rivivere le gesta che tanto hanno influenzato libri, film, fumetti opere teatrali e tanti altri media.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: i Tre Moschettieri
  • Titolo originale: Les Trois Mousquetaires
  • Autore: Alexandre Dumas padre
  • Traduttore: Zini Marisa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Einaudi tascabili
  • ISBN-13: 9788806190286
  • Pagine: 636
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

29 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Il sindaco di Casterbridge - Thomas Hardy

Thomas Hardy nacque nel 1840 ad Higher Bockhampton, Dorchester, Inghilterra. Studente brillante, non poté intraprendere gli studi universitari a causa degli scarsi mezzi economici della famiglia, per questo all'età di 16 anni abbandonò la scuola e fu assunto come apprendista in uno studio di architettura fino al suo trasferimento a Londra, dove riuscì a iscriversi al King's College e dove vinse diversi riconoscimenti importanti nel campo dell'architettura.
Sempre cosciente delle divisioni sociali esistenti faticò ad ambientarsi nella capitale, ma il soggiorno a Londra lo rese molto attento alle problematiche di riforma sociale e del lavoro, diffuse fra gli altri da John Stuart Mill. Dopo essere rientrato nel Dorchester, Hardy nel 1874 si trasferì in Cornovaglia in seguito al matrimonio con Emma Lavinia Gifford. Sebbene i due finiranno col divorziare, lo scrittore rimase legato alla donna e fu profondamente toccato dalla sua morte, evento che lo spinse ad avvicinarsi con decisione alla poesia e che lo portò a vincere importanti riconoscimenti, tanto che oggi egli viene apprezzato tanto quanto poeta che quanto romanziere.
La decisione di diventare scrittore era maturata però molto tempo prima, al momento del ritorno nel Dorchester, e aveva portato nel 1867 alla produzione del suo primo romanzo, The Poor Man and the Lady, che però non trovò mai un editore e fu in seguito bruciato dal suo autore, a causa dei controversi temi politici trattati.
Nel frattempo Hardy aveva prodotto altre due novelle, Desperate Remedies (1871) e Sotto gli alberi (Under the Greenwood Tree, 1872), pubblicate sotto pseudonimo, e una terza uscita invece con il suo vero nome a puntate sul Tinsley's Magazine tra il 1872 e il 1873. Quest'opera, intitolata Due occhi azzurri (A Pair of Blue Eyes), si ritiene abbia dato origine al termine cliffhanger in quanto al termine di uno dei capitoli il protagonista restava letteralmente appeso ai bordi di una scogliera.

Successo ancora maggiore riscosse l'opera successiva, Via dalla pazza folla (Far from the Madding Crowd, 1874), nella quale viene per la prima volta introdotto il termine Wessex per indicare la regione, corrispondente grossomodo all'antico regno Sassone, nella quale saranno ambientati quasi tutti i suoi romanzi successivi.
E' proprio grazie al successo di Via dalla pazza folla (qui la nostra recensione) che Hardy poté abbandonare il lavoro di architetto e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno producendo altri dieci romanzi nei quali l'autore ritorna più volte sui temi a lui cari quali la lotta impari contro il destino, l'impossibilità di valicare le divisioni di classe e la predominanza della passione sulla ragione, tutti temi che lo porteranno a essere identificato come uno dei principali esponenti del realismo Vittoriano. Spiccano fra tutti gli ultimi due romanzi, Tess dei d'Urbevilles (Tess of the d'Urbervilles, 1891), da noi recensita qui, e Jude l'oscuro(Jude the Obscure, 1896), entrambi destinati a suscitare enormi polemiche e indignazione nel pubblico vittoriano per la palese critica all'istituzione del matrimonio e il modo disinvolto con cui venivano trattati argomenti come il sesso e la religione. Pare che Giuda venisse venduto in buste di carta per nasconderne il titolo e che il vescovo di Wakefield arrivò a bruciarne delle copie e pare che le aspre critiche ricevute convinsero Hardy a non scrivere più romanzi nonostante in quel periodo fosse ormai arrivato all'apice della fama e, a partire dal 1910, ricevesse ben dieci candidature al Nobel per la Letteratura.
Sposatosi una seconda volta nel 1914 con la segretaria Florence Emily Dugdale, di 39 anni più giovane, Hardy si ammalò ai polmoni nel 1927 e morì i primi di gennaio del 1928 nella sua abitazione di Max Gate. Le sue ceneri furono seppellite nell'Angolo dei Poeti a Westminster Abbey, con l'eccezione del cuore che fu invece seppellito insieme alla prima moglie Emma.


Michael Henchard è un mietitore disoccupato che, dopo essersi ubriacato ad una fiera di paese, in seguito ad un impulsivo scatto d'ira vende la moglie Susan e la figlioletta di un anno ad un marinaio appena incontrato. Diciotto anni dopo, Susan e la figlia si mettono alla sua ricerca senza sapere che nel frattempo l'uomo è diventato il personaggio più prominente di Casterbridge. Henchard tenta a questo punto di porre rimedio alla sua scorrettezza giovanile ma la sua natura impulsiva, mai domata dagli anni, adombra sia le sue relazioni personali che la buona riuscita dei suoi affari. Sebbene Henchard sia destinato a essere un eroe tragico, incapace di sopravvivere alla nuova realtà commerciale, il suo è anche un cammino verso l'amore.

Recensione

Quando pensiamo ad Hardy oggi pensiamo soprattutto all'innocente e sfortunata Tess. Eppure questo Il sindaco di Casterbridge, precedente di cinque anni, inizia con una delle scene più memorabili della letteratura, con cui pochi altri romanzi riescono a rivaleggiare ancora oggi: un giovane ubriaco, iracondo e impulsivo, vende la propria moglie e la propria figlia ancora in fasce ad un perfetto sconosciuto. Un gesto di cui si pentirà troppo tardi e che segnerà la sua esistenza.

Un inizio sfolgorante che non indugia in preamboli e che si tuffa poi a capofitto in avanti di vent'anni per narrare una delle storie più ricche di colpi di scena della letteratura vittoriana, che si dipana secondo una sequenza di eventi così ben congegnata da chiedersi come sia possibile che la fama di quest'opera si sia tanto offuscata negli anni, a vantaggio di opere un po' più pasticciate come appunto Tess.
Anche ne Il sindaco di Casterbridge, infatti, ritroviamo l'eterna lotta fra uomo, destino e i limiti di una società ipocrita che sono al cuore di tutti i romanzi di Hardy, Tess compresa, ma qui il tono è più razionale, prosaico, contenuto nel melodramma - nonostante l'autore non sia avaro di disgrazie in rapida sequenza - e perciò meno propenso ad accalappiare lettori in cerca di emozioni forti e immediate. Va poi detto che le vicende di una fanciulla innocente dalla virtù violata sono destinate a rimanere più facilmente nei ricordi e nel cuore del pubblico rispetto alla parabola tragica di un uomo un po' rozzo e dal carattere iracondo che sembra un po' meritarsi le disgrazie di cui è vittima.

A differenza di altri romanzi di Hardy, in cui i protagonisti sembrano spesso vittime impotenti del fato e lo spazio di manovra del loro libero arbitrio sembra veramente limitato, ne Il sindaco di Casterbridge il carattere del protagonista appare responsabile del suo destino tanto quanto gli eventi incontrollabili che appaiono sul suo cammino (non a caso il sottotitolo dell'opera è "La vita e la morte di un uomo di carattere"). Michael Henchard è un uomo orgoglioso e portato a farsi accecare dalle passioni, non cattivo, anzi, capace di momenti di profonda tenerezza e empatia, eppure incapace di impedire ai suoi istinti più bassi di prendere il sopravvento. Qualcuno ha notato in questa sua personalità instabile, capace di slanci di generosità e subito pronta a cadere nel vittimismo e nella diffidenza semi-paranoica, gli indizi di una forma di depressione, inevitabilmente acuita dall'abuso di alcol che esalta la tendenza dell'uomo all'ira ingiustificata.

Henchard è un personaggio complesso ma estremamente umano, per questo non difficile da amare o quantomeno da compatire, anche nei suoi momenti più bassi. Anche lui in qualche modo ha tentanto di elevarsi sopra il proprio rango, di uscire dagli schemi, di ottenere qualcosa di più di quanto la classe sociale in cui è nato gli avrebbe concesso e per questo, come quasi tutti i personaggi del romanziere inglese, viene punito. In questo caso, però, non è tanto l'ipocrita società vittoriana da biasimare (anche se nell'infelice destino delle relazioni con Susan prima e con Lucetta poi non mancano di infliggere una stoccata all'istituzione del matrimonio così come lo vedeva Hardy) quanto il protagonista stesso che permette al proprio orgoglio e alla propria invidia di mandare all'aria quanto di buono è stato capace di costruire nella seconda parte della sua esistenza. Vendere la propria moglie e figlia è una colpa troppo grande dalla quale è impossibile redimersi, sembra dire l'autore.

Il fato migliore, al contrario, tocca a chi sa accettare il proprio destino con paziente sopportazione come la figlia di Michael, Elizabeth-Jane, una figura femminile decisamente poco accettabile oggi, docile e sottomessa fanciulla disposta a subire l'atteggiamento freddo e scostante del padre prendendosene la colpa e a restare in paziente attesa dell'amato anche quando questo si invaghisce e sposa un'altra.
I personaggi secondari, va detto, sono uno degli aspetti di minor fascino dell'opera e il motivo per cui ho tolto una stelletta al voto finale. Al di là dell'insipida ma tenace Elizabeth-Jane, non mancano figure affascinanti come il brillante Donald Farfrae, nemesi di Henchard, figura solare, positiva e senza ombre, o la sfortunata Lucetta che non è ben chiaro se Hardy voglia dipingere come una sciocchina o come una donna di fascino e personalità. Tuttavia ognuna di queste figure sale a sprazzi alla ribalta nel corso della storia, apparendo come una possibile figura centrale fino a che lo scrittore non la rispedisce in secondo piano o, peggio ancora, nel dimenticatoio per capitoli interi. Il protagonista assoluto, come del resto anticipava il titolo, resta quindi solo lui, Michael, le altre figure della sua vita destinate a vedersi solo quando funzionali al racconto e quindi nel complesso sempre un po' monocordi e poco apprezzabili.

Infine un'ulteriore stelletta l'ho tolta per il modo in cui viene gestita la trama: Il sindaco di Casterbridge apparve inizialmente a puntate su Graphic magazine in Inghilterra e su Harper’s Weekly negli Stati Uniti, per cui non è difficile immaginare che i frequenti colpi di scena abbiano lasciato i primi lettori in sospeso da una settimana all'altra. Ogni colpo di scena viene però risolto quasi sempre nel capitolo successivo, a differenza di quanto avviene in opere di altri grandi scrittori vittoriani come Dickens o Charlotte Bronte abituati a celare alcuni misteri per la quasi totalità dell'opera. Questo, unito al numero relativamente scarso di personaggi principali, rovina un po' la suspense per il lettore moderno che si trova fra le mani un'opera fatta da una sequenza di azione e reazione, non priva di fascino ma forse meno accattivante di quanto doveva apparire all'inizio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il sindaco di Casterbridge
  • Titolo originale: The Mayor of Casterbridge
  • Autore: Thomas Hardy
  • Traduttore: L.Berti
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2000
  • Collana: BUR - Classici
  • ISBN-13: 978-8817173315
  • Pagine: 361
  • Formato - Prezzo: ebook- 2,99 €

22 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Grandi speranze - Charles Dickens

Considerato il padre della letteratura vittoriana, Charles John Huffam Dickens nacque il 7 febbraio 1812 a Portsea Island (Portsmouth), secondo degli otto figli di John Dickens, impiegato all'Ufficio Stipendi della Marina Britannica, e di Elizabeth Barrow. Avido lettore fin da bambino, l'impiego del padre gli consentì di avere un'istruzione, almeno fino a quando John Dickens, che manteneva un tenore di vita più alto di quanto la sua rendita gli consentisse, fu rinchiuso nella prigione per debitori di Southwark. La famiglia lo seguì, con la sola eccezione di Charles, all'epoca dodicenne, che fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe per mantenersi. Le dure condizioni di lavoro influenzarono a fondo la vita e le opere di Dickens, soprattutto Oliver Twist e il più autobiografico David Copperfield, e lo convertirono in un fervente sostenitore della necessità di una riforma socioeconomica che tutelasse le fasce della popolazione più povere e che garantisse condizioni di lavoro più umane.
La morte della bisnonna di Charles, che lasciò alla famiglia una discreta eredità, consentì al padre di saldare i debiti e di uscire dalla prigione di Southwark, ma la madre non ritirò subito il ragazzino dal lavoro in fabbrica, gesto che segnò per sempre i rapporti tra i due e che fece maturare in Dickens una certa misoginia. Riuscì comunque in seguito a riprendere gli studi fino al 1827, anno in cui iniziò a lavorare nell'ufficio legale di Ellis & Blackmore come praticante, imparando anche, nel tempo libero, la stenografia, che gli consentì poco dopo di lasciare l'ufficio e di lavorare sia come reporter freelance che come stenografo in tribunale e negli studi legislativi. La vicinanza alla mostruosa macchina burocratica e alle contraddizioni del sistema legale confluirono successivamente in opere come Nicholas Nickleby, Dombey e Figlio e soprattutto Casa desolata.
Dopo alcuni iniziali tentativi di sfondare come attore (tanto forte era l'amore per il teatro da lui maturato in questo periodo), uno zio materno gli offrì un lavoro al "Mirror of Parliament", per cui iniziò a scrivere sotto lo pseudonimo di "Boz" alcuni brevi e arguti articoli a tema politico, che nel 1836 vennero pubblicati in due raccolte dal nome di Sketches by Boz.

Dickens iniziò a calcare la scena letteraria del tempo stringendo amicizia con lo scrittore William Harrison Ainsworth, nel cui salotto in Harrow Road si riuniva periodicamente con Benjamin Disraeli, George Cruikshank, Edward Bulwer-Lytton, e con John Macrone, l'editore che aveva pubblicato i suoi Sketches. Il successo di questi ultimi condusse a una proposta degli editori Chapman&Hall perché Dickens fornisse dei testi con cui accompagnare le incisioni di Robert Seymour su una rivista mensile. Il risultato (Hablot Knight "Phiz" Browne aveva poi sostituito Seymour, morto suicida) divenne in seguito il romanzo a puntate Il Circolo Pickwick, che acquisì un successo via via maggiore fino a vendere, con l'ultimo numero, 40.000 copie. Poco dopo la fine della pubblicazione di Pickwick, Dickens iniziò Oliver Twist, il primo romanzo vittoriano con un bambino per protagonista, pubblicato nel 1838.
Il suo successo non conobbe battuta d'arresto: tra il 1838 e il 1839 pubblicò Nicholas Nickleby, cui seguirono La bottega dell'antiquario (1840-41) e il suo primo romanzo storico, Barnaby Rudge, uscito a puntate sul settimanale "Master Humphrey's Clock", da lui stesso fondato dopo alcuni dissapori con l'editore John Macrone. Rientrato in Inghilterra dopo un lungo e trionfale viaggio in America e Canada con la moglie Catherine Thomson Hogarth, Dickens iniziò a lavorare sulla prima delle storie a tema natalizio, Un canto di Natale, e ai più maturi Dombey e Figlio (1849-1850) e David Copperfield.
A questa seconda fase della sua produzione appartengono anche Casa desolata (1852–53), Tempi difficili (1854) e La piccola Dorrit (1856). Le entrate dell'autore, che si profuse corpo e anima nell'aiuto - anche economico - di ospedali per poveri e associazioni di carità e assistenza per "donne decadute" e orfani, aumentarono anche grazie ai reading tour in Inghilterra, Scozia e Irlanda, sempre più numerosi man mano che la sua popolarità aumentava. Nel 1859 uscì Racconto di due città, seguito due anni dopo da Grandi speranze.
L'8 giugno 1870, mentre stava lavorando a Il mistero di Edwin Drood (che rimarrà incompiuto), Dickens perse i sensi a causa di un'emorragia cerebrale che già si era manifestata negli anni precedenti. Morì il giorno seguente. Contrariamente al suo desiderio di essere seppellito privatamente e senza alcuno sfarzo nella Cattedrale di Rochester, le sue spoglie furono poste nell'Angolo dei Poeti dell'Abbazia di Westminster.


Pip vive in un piccolo villaggio alla foce del Tamigi. La sua infanzia di fervida e inquieta immaginazione viene sconvolta dall'irruzione di due adulti: il criminale Magwitch e la bizzarra e ricca Miss Havisham. Esaltato a "grandi speranze" dalla ricchezza che la vecchia signora sembra destinargli, il giovane rompe i legami d'affetto con il villaggio per recarsi a Londra, inseguendo la fredda e sprezzante Estella e fatalmente attratto dalle propaggini più inquietanti della città: il kafkiano mondo legale delle Inns of Court, le carceri di Newgate e le limacciose sponde del Tamigi. Narratore e protagonista, Pip ripercorre con humour e passione il suo cammino di conoscenza e disillusione, facendo i conti con la propria cecità di fronte ai casi della vita. Da questo romanzo è stato tratto di recente il film "Great Expectations", con, tra gli altri, Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes.

Recensione

«Pirrip era il cognome di mio padre e Philip il mio nome di battesimo, ma la mia lingua infantile non riuscì a cavarne nulla di più lungo o più esplicito di Pip. Sicché cominciai a chiamare me stesso Pip e Pip mi chiamarono gli altri.
In quanto al cognome Pirrip, mi baso sull'autorità della tomba di mio padre e su mia sorella - la moglie di Joe Gargery, il fabbro. Non avendo mai visto mio padre o mia madre e neppure una loro immagine (a quei tempi l'era della fotografia era ancora lontana), le mie prime fantasie sul loro aspetto derivarono, assurdamente, dalle pietre tombali. La forma delle lettere su quella di mio padre, suscitò in me la strana idea che fosse un uomo quadrato, robusto, scuro, con capelli neri e ricci. I caratteri e il tenore dell'epitaffio ANCHE GEORGIANA MOGLIE DEL SUDDETTO, mi portarono ingenuamente a concludere che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia. A cinque piccole losanghe di pietra, lunghe circa due palmi, ordinatamente disposte in fila accanto alla tomba e consacrate alla memoria dei miei cinque fratellini - che smisero ben presto di arrabattarsi e lottare per sopravvivere - sono debitore di una certezza in cui credevo fervidamente, e cioè che fossero nati supini con le mani in tasca, e che ve le avessero tenute sinché erano rimasti su questa terra.
Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare - nel tratto in cui si formava l'ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell'identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all'imbrunire. Fu allora che scoprii con certezza che quel luogo desolato coperto di ortiche era il cimitero; e che Philip Pirrip, defunto di questa parrocchia, e anche Georgiana moglie del suddetto, erano morti e sepolti; e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, bambini del sunnominato, erano anch'essi morti e sepolti; e che la piatta distesa fosca al di là del cimitero, intersecata da canali, argini e barriere, su cui pascolava sparso il bestiame, era la palude; e che la bassa linea livida più giù era il fiume; e che la tana remota e selvaggia da cui si scatenava il vento, era il mare; e che il mucchietto di brividi che sentiva crescere la paura di ogni cosa e si metteva a piangere, era Pip.
«Silenzio!», gridò una voce tremenda mentre un uomo sbucava tra le tombe, di fianco al portico della chiesa. «Sta zitto, piccolo demonio, se non vuoi che ti taglio la gola!».»

Inizia con uno degli incipit più famosi dell'epoca vittoriana Grandi speranze: il giorno di una brumosa vigilia di Natale il giovanissimo Pip, in visita alle tombe dei defunti genitori, viene terrorizzato da un galeotto in fuga in cerca di cibo e di una lima. Nonostante desideri poco incorrere nelle ire della violenta sorella, Pip obbedisce, ma la fuga dell'uomo è di breve durata: il giorno successivo Magwitch, questo il nome del galeotto, viene ricatturato nelle paludi.
Le stranezze nella vita di Pip non terminano qui: poco dopo l'episodio il ragazzino viene chiamato a Satis House, una dimora un tempo sontuosa ma adesso nel più completo disfacimento, dalla stramba Miss Havisham. La donna, abbandonata il giorno delle nozze molti anni prima, infesta Satis House come un fantasma, ancora nel lacero abito nuziale che aveva appena finito di indossare, non uscendo quasi dalla stanza buia in cui tutto è rimasto come in quel giorno. Pip, cui Miss Havisham chiede di andarla a trovare di tanto in tanto (e che lo stupisce con strambe richieste), s'innamora all'istante di Estella, l'algida protetta adottata dalla donna perché possa un giorno vendicarla dei torti subiti dal sesso maschile.
Giunto all'età adatta per imparare un mestiere, Miss Havisham paga a Joe Gargery, il mite cognato di Pip, un compenso perché lo assuma come apprendista fabbro. Di malumore Pip si adatta alla povera esistenza che gli è sempre stata destinata. Ma poco dopo il ragazzo viene convocato da Mr. Jaggers, il legale di Miss Havisham, che gli comunica un'inaspettata notizia: un misterioso benefattore, che vuole restare anonimo, ha messo una grossa somma a disposizione di Pip perché venga educato come un gentiluomo a Londra. Non senza qualche senso di colpa nei confronti di Joe, ed eppure felice di mutare la sua misera condizione in una che gli consenta di essere al livello di Estella, Pip, convinto che il misterioso benefattore sia Miss Havisham e che gli abbia destinato la sua protetta, parte per Londra pieno di grandi speranze.

Da queste mosse si dipana un romanzo di formazione tragicomico denso di colpi di scena e agnizioni degni della migliore tradizione dickensiana: dal palustre villaggio natale Pip giunge nella frenetica Londra, dove, rinnegando sempre più le sue umili origini, si darà ai bagordi con il coetaneo Herbert Pocket (figlio del suo precettore Matthew Pocket, negletto cugino di Miss Havisham). Risucchiato dalla torbida corrente londinese, che lo inizierà alla scioperataggine di una vita trascorsa tra ritrovi mondani, un'educazione senza scopo, debiti da saldare e adorazione incondizionata verso Estella, il passivo Pip scoprirà il marcio nascosto nell'esistenza più dorata fino a rimpiangere l'ingenua semplicità della sua precedente vita, da cui si troverà tagliato fuori. A salvarlo (letteralmente), come spesso accade nelle opere dickensiane, sarà l'amicizia.

Ma le grandi speranze cui il titolo si riferisce non sono unicamente quelle di Pip: grandi speranze sono quelle di Abel Magwitch, che ha accumulato un capitale perché il suo protetto diventasse ciò che lui non ha avuto l'occasione di divenire; grandi speranze sono quelle di Miss Havisham, che ha educato Estella senza sentimento per farne un'arpia che potesse far soffrire il maggior numero di uomini possibile; grandi speranze di sfondare nel commercio così da sposare la fidanzata Clara sono quelle di Herbert, grandi speranze - di ricchezza, di potere, di ascesa sociale - nutrono gran parte dei personaggi.
Evidenti sono i riferimenti autobiografici nella figura di Estella, ispirata all'algida attrice Ellen Ternan, con cui l'autore intraprese una relazione extraconiugale dopo un'iniziale riluttanza da parte di lei. Ma le esperienze personali dell'autore sono riflesse anche nella descrizione dell'ambiente legale - lo studio del rigido e macchiettistico Mr. Jaggers, un inferno burocratico di cavilli e garbugli giudiziari, in cui l'impiegato John Wemmick ostenta un'identità professionale diametralmente opposta alla spontaneità e simpatia che Pip scopre nel suo privato - con cui Dickens ebbe modo di lavorare a stretto contatto, e nei contrasti del protagonista con la violenta figura materna (in questo caso la sorella) che prevale sull'inetta figura paterna (il cognato Joe). Autobiografico è pure il sentimento di solidarietà che si respira per tutto il romanzo verso gli orfani, Pip ed Estella, oppressi, l'uno in povertà e l'altra in ricchezza, dall'aridità sentimentale, così come lo stesso Dickens era stato oppresso dalla noncuranza di un padre incapace e di una madre che lo aveva costretto al lavoro in fabbrica.

Scritto e pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861 sul periodico "All the Year Round", Grandi speranze è un'opera matura popolata da un carosello di pittoreschi personaggi, scritta con lo stile unico e sferzante del padre della letteratura vittoriana.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grandi speranze
  • Titolo originale: Great Expectations
  • Autore: Charles Dickens
  • Traduttore: M.F. Melchiorri
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: I MiniMammut
  • ISBN-13: 9788854165144
  • Pagine: 415
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 3,90 €

11 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I miserabili - Victor Hugo

Victor-Marie Hugo, nato nel 1802 a Besançon dalla famiglia di un generale napoleonico e morto a Parigi nel 1885, venerato come padre della Patria, può essere considerato in qualche modo una figura esemplare del Romanticismo e della storia francesi del XIX secolo. Dopo una vocazione molto precoce per la scrittura, legata a un'istruzione classica e insieme attenta all'attualità, il suo debutto avviene poco dopo l'adolescenza e segna l'inizio di una carriera letteraria e politica lunghissima e prolifica, dalla prosa alla poesia, al teatro.

Attivo nei circoli del romanticismo parigino anche come pubblicista, nel 1830 la polemica nota come bataille d'Ernani generata dal suo dramma omonimo, poi musicato da Verdi nel 1844, viene ritenuta una data d'inizio per il fenomeno romantico francese. Attivo anche politicamente come avversario dell'oscurantismo reazionario e sostenitore di ideali liberali o vicini al nascente socialismo filantropico-umanitario, ha una vita pubblica e privata molto attiva, funestata da morti di figli e parenti, dalla follia della figlia Adéle e da battaglie politiche, alle quali possiamo riportare diverse idee anche del suo capolavoro, I miserabili, scritto con diverse pause dal 1834 fino al 1862. Le forme del romanzo storico e i temi che prendono spunto da questioni sociali come la gisutizia e le differenze di classe nel movimentato scenario politico della Francia moderna forniscono materia a una penna, quella di Hugo, praticamente inesauribile. L'impegno politico, che lo porta allo scontro, dopo un iniziale sostegno, con il regime di Napoleone III per via della svolta autocratica del 1851, lo consacra con l'esilio prima a Bruxelles e poi a Guernesey un padre nobile, coperto di onori e considerazione come Pari di Francia, già dai tempi di Luigi Filippo, e Senatore, e infine sepolto subito dopo la morte nel Pantheon, nel 1885.


In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

Recensione

Più che cosmologica leggere I miserabili di Victor Hugo sembra un'impresa titanica, al limite delle forze del lettore medio. Almeno questa è la prima impressione di fronte al monumentale mattone della letteratura francese ed europea pubblicato in volume nel 1862, sebbene per la struttura e la gestazione, oltre che per le tematiche 'eversive', sia tranquillamente assimilabile ai romanzi d'appendice tanto di moda all'inizio del XIX secolo, in particolare a I misteri di Parigi di Eugéne Sue del 1843.
Prima impressione soltanto, però, perché ad avere la perseveranza diabolica di portare a termine l'eroica impresa capita di ribaltare il giudizio e di considerare il feuilleton di Hugo un vero capolavoro, pur con le sue pecche. Fin dalle prime pagine ci si accorge innanzitutto di come la penna dell'autore sia abilissima nel plasmare figure e ambienti, personaggi e situazioni storiche. Ci si riferisce soprattutto al ritratto iniziale del vescovo di Digne, monsignor Bienvenu Myriel, con la sua pacata santità quotidiana, quasi laica, con la sorella condiscendente e santa per analogia e la perpetua Magloire, devota e protettiva. Al termine della vicenda intera si percepisce invece anche il respiro oceanico e profondo dell'opera che ruota tutta intorno alla figura di Jean Valjean e in cui anche tutti gli episodi iniziali acquisiscono una collocazione e un ruolo perfettamente coerenti: nella trama in sé, in un libro smisurato come questo, non un episodio appare superfluo. Questo dà conto della grandezza di Hugo e del suo capolavoro.

Al di là degli spaccati sociali e delle riflessioni umane sulle classi e i loro rapporti, dei racconti storici, anche vissuti in prima persona, degli scorci insuperabili di una Parigi già del tutto 'ville' ma non ancora molto 'lumiére', dei singoli personaggi, I miserabili trovano una dimensione sublime nella figura gigantesca e indimenticabile del protagonista, Jean Valjean.
Questo gigante-nano riassume in sé e nel suo destino sciagurato e sublime insieme il senso di un'epoca e della sua visione della vita, tradotto in forma romantico-sentimentale – forse un po' fuori tempo massimo se pensiamo che l'opera di Hugo fu pubblicata ben sei anni dopo Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che dava il segno di un netto cambiamento del clima letterario in direzione naturalista – ma capace di suscitare nel pubblico una partecipazione fortissima da un colpo di scena all'altro e di unificare il fluire della narrazione e di tutti gli altri personaggi, da Cosette a Gavroche, da Fantine a Marius, dall'ispettore Javert al vescovo Bienvenu.

Valjean, il vescovo Bienvenu e
i candelabri d'argento
Ed è singolare come questo tipo, o meglio arche-tipo, umano in grado di evocare storie e mondi così diversi e distanti, protagonista solitario di una traversata di profondissima espiazione, nel romanzo si limiti perlopiù al ruolo di presenza muta: fino alla conclusione, in cui la confessione/congedo assume il tono di un profluvio di parole, Valjean-Madeleine-Fauchelevent parla con il contagocce. Magari la sua vita interiore è l'oggetto d'analisi preferito dall'autore ma le sue parole, le sue esternazioni sono limitatissime. La sua figura sublima se stessa nel simbolo che incarna e che si può forse riconoscere nel valore allegorico dei candelabri del vescovo Bienvenu, a lui 'donati' all'inizio della vicenda. I candelabri sono segno della luce che rischiara le tenebre, sia come sforzo laico verso il progresso sociale di una mentalità che arriva dal secolo dei Lumi, moderata e pacifica nella sua portata rivoluzionaria, sia come virtù religiosa da trasmettere di testimone in testimone attraverso una fede non fredda e distante da una realtà spesso brutale ma anzi in grado di riscaldarla: Valjean è a tutti gli effetti 'figlio' in spirito del vescovo Bienvenu, che lo fa rinascere al mondo come uomo nuovo e passa il testimone di una nuova ed eterna umanità alla generazione successiva, attraverso la felicità di Marius e Cosette, di cui è, a tutti gli effetti, padre.
In questa successione lineare e semplice l'autore, in parte per moda – quella dell'appendice –, in parte per dare spazio ai suoi intenti di critica sociale, in particolare sul senso della pena e della redenzione nella giustizia e nella società degli uomini, in parte per la gestazione molto lunga del racconto, inserisce una serie di lunghe divagazioni, che appesantiscono la lettura, almeno per noi lettori moderni. Si parla di Waterloo, ed ecco che parte una ricostruzione storica dettagliatissima sulla battaglia esiziale per Napoleone di diverse decine di pagine. Valjean e Cosette finiscono in un monastero di clausura: interi capitoli ne descrivono vita morte e – letteralmente – miracoli per dare un senso dell'esperienza della vita contemplativa. I superstiti della rivolta del 1832 trovano scampo nelle fogne di Parigi, ma il lettore non si salva da una accuratissima ricostruzione della storia fognaria della capitale francese, con annessi aneddoti e varie altre amenità.

In effetti questo affastellarsi di deviazioni laterali dal tronco della storia di Valjean potrebbero indurre a dare a I miserabili meno di cinque stelle, anche tenendo conto del fatto che si è di fronte a uno stile narrativo alquanto lontano dai nostri gusti. Quando però ci si trova dinanzi al finale, quando ogni sorpresa sembra ormai lontana e inverosimile, e invece Hugo trova con un colpo di genio il modo – sì, è vero, piuttosto strappalacrime: ma si tratta di un feuilleton, in fin dei conti! – di stupire il lettore, di rimettere in equilibrio tutte le vicende del racconto, di salvare i proverbiali capra e cavoli e di commuovere, tutta la fatica del leggere viene ampiamente ripagata e superata. Non resta che un miserabile senso di vuoto perché si è giunti all'ultima pagina.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: I miserabili
  • Titolo originale: Les Misérables
  • Autore: Victor Hugo
  • Traduttore: Riccardo Reim
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 1995
  • Collana: I Mammut, I grandi tascabili economici
  • ISBN-13: 9788879836234
  • Pagine: 1296
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,90

4 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Madame Bovary - Gustave Flaubert

Gustave Flaubert nasce a Rouen il 12 dicembre 1821 da padre e madre di estrazione borghese, medico chirurgo e ricca proprietaria terriera.
Si avvicina alla scrittura sin da ragazzo, dal 1834 al 1839 è redattore del giornale Le colibrì e nel 1838 scrive Memorie di un pazzo, romanzo breve autobiografico che farà da base per la stesura di un altro celebre romanzo, L'educazione sentimentale, scritto intorno al 1845 ispirandosi all'ardente passione insoddisfatta per la giovane Elise Focault, conosciuta sulla spiaggia di Trouville.
I viaggi sono una costante nell'esistenza dello scrittore francese: si trasferirà a Parigi per iscriversi alla facoltà di legge, per poi abbandonarla subito, ma alla morte del padre si sposterà a Croisset nella casa di campagna della madre. Sono questi gli anni della storia d'amore con la scrittrice Louise Colet, che durerà fino al 1855.
Flaubert vive gli anni della rivoluzione a Parigi, e fronte alla salita al trono di Napoleone III si insinua in lui l'idea del fallimento della borghesia. Da questo filone di idee nasce il suo capolavoro Madame Bovary, romanzo d'appendice la cui storia viene pubblicata a puntate sulla rivista Revue de Paris. Il romanzo è ben lontano dalle idealizzazioni tipiche del Romanticismo (corrente con cui viene in contatto negli anni di residenza parigina), l'idealismo si scontra con il realismo della quotidianità della vita e i personaggi sono antieroi vittime della società, descritte nella loro effimera esistenza con punte di ironia a tratti grottesca.
Considerato di contenuti immorali e oltraggio alla religione, Madame Bovary viene messo all'indice e subisce un processo per oscenità nel 1857, ma Flaubert venne assolto dai giudici per indimostrabilità dell'intenzione di offendere la morale.
L'epilessia, compagna di vita sin dalla gioventù, segna la fine dello scrittore l'8 maggio 1880 a Croisset.

La protagonista, Emma Bovary, donna di provincia, che dalla vita si aspettava tanto, insoddisfatta della sua famiglia, del suo modesto marito che pure la ricopre d'amore, e persino della sua graziosa bambina, sente il bisogno di evadere e di trovare al di fuori dello squallore quotidiano gli ideali e i sogni tante volte accarezzati durante la sua adolescenza. Il romanzo è il poema del disinganno, della fantasia romantica abbassata a mediocre storia reale, ma l'affetto, l'ironia, la pietà e il sentimento tragico finale restituiscono ai sogni la grandezza e la poesia, innalzandoli al di sopra del piccolo e meschino mondo circostante.

Recensione

Sin dalle prime pagine del romanzo si respira il profumo del perfezionismo e della premura nella ricerca dei vocaboli migliori da parte dell'autore Gustave Flaubert, per raccontare e descrivere al meglio ogni minimo dettaglio della sua Madame Bovary.
Un’analisi quasi cavillosa dell’indole apparentemente ribelle ma fallimentare della bella Emma Roualt in Bovary, simbolo di un’insoddisfazione e di un’infelicità che tanto inducono a nefande avventure, ma allo stesso tempo anche incarnazione del sogno e del desiderio di una vita diversa, vissuta tra balli, teatri e feste degne dell’alto rango nobiliare. Un personaggio, quello di Emma, estremamente controverso e dalle mille sfaccettature che mostrano e delineano i contorni di un animo combattuto tra l’infelice fedeltà alla famiglia e l’ardente desiderio di adulterio come evasione dalla monotona quotidianità. Le riserve della donna però non sono così forti da combattere il fuoco della passione e ad esso si abbandona totalmente ogni giorno sempre più, dimenticando principi e oneri.
In realtà, ella è alla perenne ricerca di qualcuno, un uomo perbene a cui attribuire il titolo di amante, ancorando alla figura di quest’ultimo tutte le proprie aspettative e perdizioni che spera di realizzare al meglio in un futuro alternativo da quello che le si prospetta nella realtà.

Flaubert ci racconta le vicende della protagonista in un’ottica che non esclude una sottile misoginia, mai mostrata apertamente - non c’è infatti alcuna critica diretta al comportamento della protagonista - ma che si evince sia dall'occasionale messa in ridicolo degli atteggiamenti e del modo di fare di Emma sia nel mostrare le debolezze e il fallimento della donna che, più di una volta, si lascia andare a leggerezze e non manca di proporsi per risollevare le sorti economiche di casa Bovary, sul lastrico ormai a causa sua.
Ne deriva una disperazione così grande da trasformare Emma in vittima di se stessa, un malcontento tanto grande da indurla gradualmente a compiere azioni prive di morale o raziocinio. Una donna da mille volti: speranzosa e sognatrice, poi depressa e insoddisfatta, nervosa e scostante, adultera e di una gioiosità meschina nei confronti del marito ignaro, folle e sbarazzina ed infine immorale e disperata che in preda forse ai sensi di colpa mostra un lato di sé sconosciuto, quella dolcezza che non ha riservato nemmeno agli amanti donata infine tutta al povero Charles ormai distrutto dal dolore.

Quest'ultimo emerge come lavoratore instancabile e buon padre, forse poco attento alle gioie cui anela la moglie (questa la sua unica colpa) ma realmente devoto e innamorato di Emma, pronto ad ogni cosa per renderla felice. La freddezza e l’essere scostante della donna non arrestano i suoi impeti di affetto nonostante il più delle volte finisca vittima di un rifiuto.
L’ottimismo e la buona fede sono grandi doti dell’uomo che mai ha lasciato alla malizia e al dubbio lo spazio di agire, la furbizia e la cattiveria sono invece tutte di Emma che più e più volte ha visto nel compagno la causa scatenante dei suoi mali, tali ai suoi occhi che nemmeno l’amore per la figlia Berthe riesce ad allietare le sue giornate; più di una volta la madre si scaglia contro la piccola che, nella sua innocenza, non comprende fortunatamente i comportamenti della donna.

Il romanzo mostra quindi il lato più oscuro di Madame Bovary e la meschinità brutale di un donna ostinata a cambiare le sorti della propria misera esistenza.
Esso è anche però l'occasione per affrontare temi di più ampio respiro e non mancano quindi tra le pagine dispute su trattati filosofici e i misteri della religione, riflessioni sulla caduta della classe borghese, misera rispetto all’alta società tutta trini e merletti, ma anche sul disagio economico e l’ignoranza; la professione stessa di Charles, medico, dà inoltre spunto a trattare di malattie e di cure estremamente innovative per l’epoca (come l’operazione dello storpio Hipolite) facendo luce sul campo della ricerca scientifica.
Tanto spazio nel romanzo, infine, viene riservato alle descrizioni dei paesaggi e della vita nelle piccole realtà cittadine francesi, così come vengono descritte con cura anche le feste popolari o i comizi politici (eventi da non perdere e a cui presenziare perché manifestazioni di spicco per la popolazione).

Una società, quella descritta da Flaubert, dove conta tanto l’apparire e dove pochi badano all’essere e in questa confusione agisce Emma, attenta sì all’apparire la brava moglie del medico ma anche all’essere l’amante possessiva di chi riuscirà a garantirle una vita migliore.
Quattro stelle al romanzo perché nel complesso è molto gradevole fatta eccezione per alcuni passaggi descrittivi che sembrano interminabili e rallentano molto la narrazione; nonostante questo un ottimo lavoro.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Madame Bovary
  • Titolo originale: Madame Bovary
  • Autore: Gustave Flaubert
  • Traduttore: Ottavio Cecchi
  • Editore: Newton & Compton Editori
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Minimammut
  • ISBN-13: 978-88-541-6521-2
  • Pagine: 320 pagine
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 3,90 Euro

1 agosto 2015

Agosto: Speciale Romanzi d'Appendice


Scrivere un romanzo, come rivela Umberto Eco nelle Postille a Il nome della rosa, è sicuramente un fatto cosmologico. Nel caso specifico del 'sottogenere' feuilleton o romanzo d'appendice la dimensione cosmologica, o anche cosmogonica se vogliamo, è davvero possibile intenderla quasi nel senso letterale del termine: si tratta di veri e propri mattoni non di rado misurabili in migliaia di pagine, con storie intricate e rocambolesche, che spaventano solo a vederli.

I misteri di Parigi di Sue, La freccia nera di Stevenson, diverse parti della Comédie Humaine di Balzac, Delitto e castigo di Dostoevskij, La contessa di Salisbury di Dumas padre, Capitan Fracassa di Gautier, lo stesso Le avventure di Pinocchio di Collodi nascono come pubblicazioni a puntate, o in appendice, la cui estensione è in parte spiegabile con la visione cosmologica ma anche con l'esigenza tutta editoriale, di marketing si dirà oggi, di incatenare il lettore alla testata. Quando il numero di lettori, e non la pubblicità, sosteneva ancora i giornali...

Di puntata in puntata i malcapitati lettori appassionati diventavano schiavi dei loro beniamini di carta: si incontreranno ancora Marius e Cosette? Pinocchio si farà imbrogliare dal Gatto e la Volpe? Raskolnikov resisterà ai suoi sensi di colpa? Come oggi sicuramente ci si chiede cosa succederà nella puntata successiva del feuilleton televisivo, dopo che la sigla finale ha lasciato col fiato sospeso gli spettatori. Di certo la motivazione 'economica' di queste narrazioni non è del tutto separabile dalla complessità di trame e visioni del mondo che lavorano dietro le quinte, e perciò in molti casi queste opere hanno superato l'origine transitoria – quelle cioè che non son servite ad avvolgere il pesce due giorni dopo la pubblicazione – e sono diventate e sono ancora delle pietre miliari del nostro patrimonio culturale e letterario.

C'è tanto di artigianale e di particolare in questi romanzi, che vanno dal capolavoro di Dostoevskij al romanzetto rosa di Carolina Invernizio, pensati per tipologie di pubblico abissalmente divergenti, che comprendono opere di genio, che hanno segnato epoche e società, creando il nome per comportamenti come il bovarismo – si, anche Madame Bovary di Flaubert è nata in appendice – oppure hanno solo accompagnato le para-letture di signorine per bene con sogni proibiti e destinati a restare tali, come i romanzi di Liala. Del resto in quest'ultimo caso l'autrice aveva un padrino d'eccezione, grande interprete di gusti, letterari e non, trendsetter, si direbbe oggi, ante litteram e per eccellenza: il vate Gabriele D'Annunzio, lo stesso creatore di numerosi marchi, tra cui anche quello di Novella, oggi 2000, una rivista nata come raccolta di racconti d'amore e non solo, a puntate.

A puntate, dunque, gli autori ammannivano, in appendice ai fatti di cronaca e alle notizie serie, storie di amori e guerre, di famiglie e delle loro fortune, di eventi storici e situazioni sociali, a seconda dei gusti e dei propositi dei vari personaggi – per esempio Balzac notoriamente scriveva a metri, assillato da conti e debiti da saldare –, in genere con lieto fine, spesso con l'obiettivo di creare un affresco molto ampio di ambienti sociali emergenti come la piccola borghesia o i ceti più umili: è il caso del dottore di campagna che sposa l'ambiziosa madame Bovary in Flaubert, della plebe parigina tra carceri, fogne, banlieue e sommosse rivoluzionarie in Hugo, delle aspirazioni più ordinate e contenute degli orfanelli di Dickens, desiderosi di ascendere socialmente ma secondo i buoni costumi e le regole.

Ma accanto a questi intenti a vario titolo 'sociali' si ha anche il romanzetto d'appendice rosa, quello delle varie Invernizio e Liala; e via via, con l'evoluzione dei gusti di lettori dal palato sempre più raffinato, nascono vari sottogeneri, come il romanzo giallo, a partire da Conan Doyle, oppure le riviste specializzate come Weird Tales per l'orrore e la fantascienza, con storie perlopiù brevi ma anche pubblicate in serie o a puntate. Diverse volte capita ancora oggi di ritrovare nei periodici contemporanei storie a puntate, certo molto più brevi dei romanzi ottocenteschi d'appendice, quasi come una rievocazione vintage, soprattutto nei periodi estivi, come se le storie avessero un potere rinfrescante o se fossero adatte a essere lette quando si è in ferie, sotto l'ombrellone.

Si vede che dai tempi di Sue e Dickens molta acqua è passata sotto i ponti: quei periodici, i fogli appunto, che trattavano di argomenti di critica sociale e politica, o che volevano semplicemente catturare il lettore con le storie in appendice, oggi usano gadget e collane di libri di ogni genere e contenuto, e sono stati ampiamente superati da altri canali di informazione, oltre che da spazi pubblicitari e dalla raffinate analisi di marketing. Certo, diverse di quelle opere sono diventate dei capolavori, giustamente, e oggi continuano a vivere la loro gloria solenne tra copertine lussuose o cartonate, titanici nelle dimensioni e nel numero di pagine. Ma non manca forse quel senso di attesa partecipe, nel sapere che in edicola ti aspetta un'avventura dell'eroe/eroina di turno?

 

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