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15 gennaio 2018

Augusto - John Edward Williams

Uno dei migliori romanzi storici di tutti i tempi e un capolavoro della letteratura americana contemporanea, Augustus è uno scavo psicologico profondo e intimo che fa riflettere sulla solitudine che si nasconde dietro al potere. Sono le Idi di marzo del 44 a.C quando Ottaviano, diciottenne gracile e malaticcio ma intelligente e ambizioso quanto basta, viene a sapere che suo zio, Giulio Cesare, è stato assassinato. Il ragazzo, che da poco è stato adottato dal dittatore, è quindi l’erede designato, ma la sua scalata al potere sarà tutt’altro che lineare. John Williams ci racconta il principato di Ottaviano Augusto e i fasti e le ambizioni dell’antica Roma attraverso un abile intreccio di epistole, documenti, diari e invenzioni letterarie da cui si scorgono i profili interiori dei tanti attori dell’epoca, i loro dissidi, le loro debolezze: l’opportunismo di Cicerone, la libertà e l’ironia di Orazio, la saggezza di Marco Agrippa, la raffinata intelligenza di Mecenate, ma soprattutto l’inquietudine di Giulia, una donna profonda e moderna, che cede alla lussuria quanto alla grazia. In Augustus, che valse all’autore il National Book Award nel 1973, protagonista è la lingua meravigliosa di Williams che ci restituisce a pieno lo spirito della Roma augustea. Un capolavoro della narrativa americana che, fra ricostruzione storica, finzione e perfezione stilistica, non manca mai di dialogare con il presente, e in cui la grande storia è lo spunto per riflettere sulla condizione umana, sulle lusinghe del potere e sulla solitudine di chi lo esercita.

Recensione

Nella statuaria creata dalla propaganda di regime, pur mantenendo un’omogeneità di fondo nella fisionomia dei tratti, nascono e si diffondono diverse immagini del primo principe, Ottaviano Augusto. Anche dalle lettere da cui è formato ‘Augustus’ emergono i vari volti di una persona che il destino ha trasformato da individuo a incarnazione del potere: Augusto rappresenta il momento in cui un attributo, augustus, il rifondatore, diventa l’appellativo riservato alla carica suprema, la maschera ufficiale del potere stesso.

Dalle lettere che l’autore immagina scritte tra personaggi che hanno formato la famiglia e l’entourage di Ottaviano, da Agrippa a Livia a Mecenate, o dal diario della prigionia di Giulia, la figlia prodiga di sé e vittima dell’azione moralizzatrice dello stesso padre insieme al poeta Ovidio, affiora una personalità multiforme e complessa, padre, anche della patria, premuroso e affettuoso e insieme cinico e pragmatico governante, uomo coraggioso e lungimirante eppure anche disilluso e rassegnato politico.

I punti di vista che ricompongono i tratti della personalità e della storia interiore di Ottaviano Augusto sono i più diversi e disparati, e non sempre la narrazione riesce a farli reggere bene insieme eppure il risultato, per quanto storicamente non sempre affidabile – ma del resto qui siamo in un romanzo e non in un’opera storiografica – è una introspezione dettagliata nell’animo del fondatore di un Impero che ha segnato la storia dell’umanità in tanti modi ancora tangibili.

In alcuni punti, come il diario in forma di lettera a se stessa di Giulia, scritto durante il confino a Pandataria, oppure la lettera della vecchia nutrice che incontra Augusto per caso nelle vie di Roma, la trama risulta eccessivamente modernizzata nell’autoconsapevolezza esplicita degli schemi mentali femminili per il primo caso e, nell’incontro con l’anziana nutrice, per eccesso di carico patetico in favore, per così dire, di telecamera. In effetti, tolto il discorso dell’attendibilità storica che pure scava un solco tra le Memorie di Adriano e opere come questa o come il Giuliano di Gore Vidal, la sensazione dominante durante e dopo la lettura è che ci si trovi di fronte a un tentativo, tecnicamente apprezzabile, di traghettare una vicenda umana e storica esemplare verso forme espressive e schemi concettuali attuali, dall’agilità prevedibile da sceneggiatura alla scelta di attribuire al protagonista, nelle parole di altri personaggi e nelle sue stesse, una sensibilità esistenziale venata di malinconia e incertezze che affiorano dalle profondità dell’animo tanto vicine all’uomo moderno quanto poco credibili per il fondatore di un Impero, per quanto gravato dal peso della sua missione.

Intendiamoci: non che il risultato non sia affascinante e per molti versi anche convincente. Una lettura dell’evoluzione del regno di Augusto come un’inevitabile involuzione autoritaria è in parte giustificabile e verosimile, come pure è interessante l’esplorazione delle dinamiche interiori di chi si appresta a scalare i vertici del potere; nel complesso la scrittura scorrevole e la coerenza interna della trama creano un ritratto non frammentario ma compatto di Augusto, nonostante le tante voci che si intrecciano e i diversi punti di vista che creano la sensazione di vicinanza e lontananza rispetto a un uomo di fatto solo nel portare il peso delle sue responsabilità umane e politiche.

Anche la circolarità del racconto che inizia con una lettera di Cesare in cui viene sancito il destino del futuro padrone di Roma da parte del padrone del momento e termina con una lunga lettera-testamento di Augusto, che equivale a un bilancio dell’esistenza e del progetto politico, contribuisce a definire una figura a tutto tondo, complessa e contraddittoria ma comunque imponente.

Se dunque non si può prendere la biografia di Williams come una fedele ricostruzione storica del personaggio Ottaviano Augusto né tanto meno come affresco di un momento epocale, rimane tuttavia un ottimo prodotto dell’industria editoriale nel tentativo di realizzare un romanzo storico tutto sommato accurato e insieme, nella fluida traduzione di Stefano Tummolini, godibile.


Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Augustus
  • Titolo originale: Augustus
  • Autore: John E. Williams
  • Traduttore: Stefano Tummolini
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade (326)
  • ISBN-13: 9788893252836
  • Pagine: 410
  • Formato - Prezzo: eBook - Euro 9,99

24 giugno 2017

Elizabeth Jane Howard. Un'innocenza pericolosa - Artemis Cooper

La biografia di una delle migliori scrittrici del Novecento inglese.
Dietro a una donna bellissima e affascinante, protagonista dei salotti letterari e ammirata da chiunque avesse a che fare con lei, si cela una donna insicura che per tutta la vita ha cercato l’amore vero.
La storia di una donna brillante e della sua disastrosa, turbolenta vita sentimentale. Matrigna di Martin Amis, fu lei che lo iniziò alla lettura e lo spinse a diventare scrittore.
Elizabeth Jane Howard (1923-2014) scriveva romanzi intelligenti che analizzavano l’effetto dell’amore sulle persone, ma nella vita privata le relazioni durature che tanto avidamente cercava l’hanno sempre delusa. Cresciuta con aspirazioni da attrice, vide il suo sogno infrangersi con il matrimonio e l’arrivo della guerra. Si diede quindi alla narrativa. Scrisse quindici romanzi, fra cui i cinque volumi della famosa saga dei Cazalet. Dopo il divorzio dal primo marito, il naturalista Peter Scott, ebbe una serie di relazioni con personaggi del mondo letterario: Cecil Day-Lewis, Arthur Koestler e Laurie Lee, che hanno contribuito a creare la sua fama di femme fatale. Eppure l’immagine di donna sofisticata nascondeva un’innocenza romantica che offuscava il suo giudizio in ambito emotivo. Il suo secondo matrimonio era sull’orlo del collasso quando conobbe Kingsley Amis, e per qualche anno formarono una coppia brillante e glamour, finché anche la loro unione si sfasciò. Jane si stabilì a Suffolk, dove scriveva e ospitava amici, ma la sua turbolenta vita amorosa non era ancora finita... Artemis Cooper ha intervistato Jane diverse volte nella sua casa del Suffolk. Ha anche parlato a lungo con i suoi familiari, amici e coetanei, e ha potuto consultare tutta la sua corrispondenza privata.

Recensione

Leggendo la saga dei Cazalet mi sono spesso interrogata sulla visione critica e, per la maggior parte, negativa, offerta da Elizabeth Jane Howard sul matrimonio.
Ora che ho letto il coinvolgente riassunto che Artemis Cooper offre della vita della romanziera, molto di quanto narrato nel Cazalet acquista un nuovo e sconvolgente significato.

Se avete letto la saga allora già conoscete i punti salienti della vita di EJH, almeno fino alla sua prima giovinezza.
Discendente da una famiglia di commercianti di legnami appartenente all'alta borghesia, Jane - come è stata chiamata per tutta la sua vita - aveva una straordinaria somiglianza con il personaggio di Louise, la bellissima primogenita del più grande dei fratelli Cazalet.
Tutta la famiglia Cazalet, a dire il vero, è modellata sugli Howard, dal capostipite noto come il Generale ai quattro fratelli, tre maschi impiegati nell'azienda di legname di famiglia una femmina che porterà una avanti una relazione omosessuale clandestina per tutta la vita.
La coppia Edward e Villy Cazalet, in particolare, rispecchia purtroppo i genitori che Jane ha realmente conosciuto. Dico purtroppo perché, come per la povera Louise, anche per Jane le relazioni con madre e padre si sono rivelate presto piuttosto difficili: la prima sembrava sempre insoddisfatta della figlia e le ha trasmesso un'insicurezza che condizionerà l'intera vita da adulta, il secondo, inguaribile donnaiolo, la renderà oggetto di traumatizzanti abusi.

La Cooper compie il suo lavoro di biografa in modo eccellente, evitando la pedanteria dei dettagli inutili ma al tempo stesso fornendo al lettore i particolari essenziali per comprendere la scrittrice inglese, tracciando attente analisi di ogni suo romanzo nella quali con perspicacia illustra i parallelismi con la biografia di Jane oltre che i punti di forza delle sue abilità come narratrice.

Artemis Cooper guarda al suo soggetto con comprensione quasi materna, sottolineandone la forza di carattere ma meravigliandosi incessantemente dell'abilità e comprensione mostrate dalla Howard nel dissezionare le relazioni amorose e il vincolo matrimoniale quando nella sua vita privata non ha fatto altro che inanellare una successione di errori dolorosi.
Una contraddizione che salta immediatamente all'occhio anche del lettore ogni qualvolta la biografa narra di un nuovo amore infelice nel quale Jane sembra ripetere sempre gli stessi errori.

La scrittrice sembra individuare nell'atteggiamento freddo e ipercritico della madre di Jane la fonte di quasi tutti i suoi problemi, dallo spasmodico desiderio di essere amata alla patologica insicurezza che la rendeva dipendente e capace di sopportare le peggiori umiliazioni da parte di uomini inguaribilmente fedifraghi.
Personalmente, ritengo che anche le frequenti avancés subite dal padre durante l'adolescenza, che sia la Howard che la Cooper liquidano con leggerezza, abbiano lasciato il segno portando inconsapevolmente la romanziera a scegliere uomini inaffidabili, dalla personalità dominante e nella maggior parte dei casi già impegnati e disposti a offrire a Jane solo il ruolo "dell'altra".
Bisogna dire che la lettura della sfilza di uomini sposati pronti a cadere fra le braccia della bellissima scrittrice volendo però conservare la comodità e la sicurezza della propria vita con moglie e figli non aiuta a farsi un'idea rassicurante dell'istituzione del matrimonio e degli uomini in generale, tutt'altro.
Anche nel caso in cui abbiate una mentalità più aperta della mia, probabilmente giungerete all'opinione che è meglio evitare di sposare uno scrittore: sapranno indubbiamente essere affascinanti ma il loro fascino è pienamente compensato da forti dosi di egocentrismo, codardia e immaturità.

L'aspetto migliore della biografia, invece, è la scoperta che Jane, pur tanto insicura nella sua vita personale, aveva idee molto chiare sul suo lavoro e sapeva come farle rispettare.
Fin da ragazzina è disposta a lottare per portare avanti il suo desiderio di diventare scrittrice; come Louise sacrifica la sicurezza del matrimonio e la possibilità di essere madre per dedicarsi alla sua passione; nel corso degli anni saprà mantenersi ferma nelle decisioni prese riguardo alle sue opere anche quando editori e colleghi mettono in dubbio e le sue scelte e si dedicherà a ogni nuovo progetto, che sia una sceneggiatura televisiva o l'organizzazione di un festival letterario, con trasporto, creatività e passione uniche.

Un'innocenza pericolosa è una biografia che ipnotizza: Elizabeth Jane Howard non delude nemmeno come oggetto di un'opera, la sua vita ricca e movimentata fatta tanto di errori quanto di scelte coraggiose è un esempio per ogni donna che, terminata la lettura, non potrà non sentirsi più vicino alla grande romanziera.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Elizabeth Jane Howard. Un'innocenza pericolosa
  • Titolo originale: Elizabeth Jane Howard: A Dangerous Innocence
  • Autore: Artemis Cooper
  • Traduttore: Franca Di Muzio, Nazzareno Mataldi
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 20 aprile 2017
  • Collana: La vite
  • ISBN-13: 9788893251518
  • Pagine: 426
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18.50

8 maggio 2017

Storie della buonanotte per bambine ribelli - Elena Favilli, Francesca Cavallo

C’era una volta una bambina che sognava il principe azzurro. No! C’era una volta una bambina che sognava di volare, un’altra che amava le macchine, una che voleva diventare campionessa mondiale di tennis, un’altra che scoprì la metamorfosi delle farfalle!
Da Serena WIlliams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo, da Margherita Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate in queste pagine e illustrate da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. Scienziate, pittrici, astronaute, sollevatrici di pesi, musiciste, giudici, chef... esempi di coraggio, determinazione e generosità per chiunque voglia realizzare i propri sogni.

Recensione

Di questo libro si è parlato così tanto negli ultimi due mesi che ormai saprete quasi tutto, ma repetita iuvant: primo nella classifica dei libri più venduti da settimane, Storie della buonanotte per bambine ribelli nasce da due trentenni italiane residenti negli Stati Uniti, Elena Favilli e Francesca Cavallo, che hanno finanziato il loro progetto tramite la piattaforma di crowfunding Kickstarter, raccogliendo in appena un mese più di un milione di dollari. Il libro nasce da un lodevole intento: presentare in forma di fiaba le storie vere di grandi donne di tutti i tempi che hanno sfidato handicap, famiglia, politica e società pur di fare ciò in cui credevano, attraverso cento brevi ritratti lunghi una pagina accompagnati da altrettante illustrazioni realizzate da artisti di tutto il mondo.

Quando si parla di femminismo, che non è una parolaccia, c'è sempre troppa gente che si immagina fanatiche isteriche che bruciano i reggiseni per strada e che si augurano l'estinzione del genere maschile. Anche qui repetita iuvant: scopo delle autrici non è rivelare alle bambine che sono meglio dei maschietti e che il maschio è un nemico contro cui combattere, ma spronarle a essere indipendenti, a credere in se stesse e non a chi dice questa cosa non è per femmine, a tenere duro attraverso le difficoltà piccole e grandi della vita e a non abbandonare mai la speranza di realizzarsi. E lo fa proponendo cento esempi di grandi donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, alcune molto conosciute come le sorelle Bronte, Cleopatra, Coco Chanel, Elisabetta I, Evita Perón, Frida Kahlo, Ipazia, Virginia Woolf, altre meno, come Alfonsina Strada, le Cholita Climbers, Jessica Watson, Mary Kom, Ruth Bader Ginsburg, raccontando cosa hanno fatto e perché quello che hanno fatto è stato (o è) così straordinario.

I ritratti sono molti e non tutti pienamente riusciti. Alcuni - una delle critiche che più spesso sono state mosse a quest'opera - non meritavano forse di essere inclusi. Coerentemente con il target che il libro si è prefissato - bambini e bambine -, inoltre, le storie sono spesso amputate dei dettagli più truci della vita delle protagoniste, scelta condivisibile ma che ne svuota alcuni del loro significato più importante: che di idee, anche quelle belle, anche quelle giuste, si può anche morire. Anna Stepanovna Politkovskaja, giornalista russa impegnata sul fronte dei diritti umani in Cecenia, fu assassinata nel 2006 senza che le circostanze del suo omicidio siano ancora state chiarite a distanza di 11 anni. Ipazia fu lapidata. Tre delle sorelle Mirabal furono fatte assassinare da Trujillo a nemmeno trent'anni. E se pure il suicidio di Virginia Woolf, cui non si fa cenno, non qualifica di certo la sua attività di femminista e scrittrice, perché focalizzare il suo ritratto sulla depressione e sul suo rapporto con i marito?
Su altri si potrebbe poi ridire: il fulcro del processo di Artemisia Gentileschi contro Agostino Tassi non fu tanto lo stupro da lei subito, ma l'impossibilità di contrarre il matrimonio riparatore perché Tassi era già coniugato. Il ritratto che emerge di Michelle Obama è quello di spalla del marito. E qual è il merito di Ruth Harkness, che andò a strappare un panda gigante dal suo habitat per portarlo in uno zoo degli Stati Uniti? Bellissima, invece, la scelta di parlare del coraggio delle bambine di oggi, oltre che quelle di ieri: Coy Mathis, la bambina transgender a cui una sentenza pochi anni fa ha riconosciuto il diritto di usare i bagni femminili, la giovanissima velista australiana Jessica Watson, l'attivista nigeriana Balkissa Chaibou, il più giovane Premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai, la ballerina del Sierra Leone Michaela Deprince, la nuotatrice siriana Yusra Mardini.

Nonostante questi opinabili difetti, il libro è molto riuscito, anche se magari è troppo ambizioso pensare che sarà recepito appieno dal giovane target e diventerà forse uno di quei libri che i genitori acquistano per i figli ma che finiscono per tenere e apprezzare loro. Ma vale la pena provare a regalarlo, perché l'educazione alla parità dei sessi deve partire fin dai primi anni e ci auspichiamo tutti un mondo in cui le bambine non debbano essere considerate ribelli solo perché esercitano il loro sacrosanto diritto di essere se stesse.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Storie della buonanotte per bambine ribelli
  • Titolo originale: Goodnight stories for rebel girls
  • Autore: Elena Favilli, Francesca Cavallo
  • Traduttore: Loredana Baldinucci
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • ISBN-13: 9788804676379
  • Pagine: 224
  • Formato - Prezzo: Rilegato, illustrato - Euro 19,00

14 marzo 2017

Giuliano - Gore Vidal

Pubblicato per la prima volta nel 1964, Giuliano è uno dei romanzi di maggiore successo di Gore Vidal. Il romanzo racconta la vita privata e politica di Giuliano, l'imperatore romano del quarto secolo, nipote di Costantino, che durante i brevi anni del suo regno tentò di soffocare la diffusione del cristianesimo e di restaurare il culto degli dèi, passando per questo motivo alla storia con l'appellativo di "Apostata". Il racconto di Vidal comincia diciassette anni dopo la morte di Giuliano e prende le mosse dalla corrispondenza tra due potenti e influenti uomini politici del tempo. Senza scrupoli, portati a privilegiare gli intrighi della politica e del potere, non esitano a farcire le loro lettere di osservazioni malevole, pettegolezzi e maliziose digressioni che interpolano il diario scritto dall'imperatore, destinato a essere la sua autobiografia. Nelle pagine di 'Giuliano' troviamo dunque l'affascinante rappresentazione di un conflitto politico e religioso in cui già si profila il declino dell'Impero Romano, ma troviamo soprattutto il sentimento di un'epoca raffigurato con maestria e con l'inconfondibile stile di Gore Vidal. Nella lotta senza speranza contro il cristianesimo ormai trionfante, nel tentativo di restaurare una religione che lo spirito del tempo non sente più sua, si nasconde il tormento di un'anima spaventata e smarrita di fronte al futuro. Un sentimento che appartiene a ogni epoca e che fa della tragica parabola dell'imperatore romano una storia attuale anche ai giorni nostri.

Recensione

Per ricostruire la vita di un imperatore noto quasi soltanto per essere stato un rinnegato, Giuliano di Gore Vidal propone più che un romanzo storico una sorta di reportage, quasi un’inchiesta giornalistica. Al personaggio cui Vidal intitola l’opera non viene dedicato, in genere, più di qualche rigo nei manuali di storia: come risarcimento per una gloria rubata da secoli di propaganda avversa, lo scrittore americano gli riserva un trattamento opposto, dipingendolo come ultimo ellenista, imperatore illuminato e tollerante, condottiero spregiudicato e pacato filosofo, che somma in sé le virtù militari di un Giulio Cesare, quelle politiche di un Ottaviano Augusto e quelle speculative di un Marco Aurelio. Un eroe degno del mito greco, la cui grandezza viene però troncata proprio sul punto di germogliare.

‘Muore giovane chi è caro agli dei’, recita un aforisma del commediografo ateniese Menandro, ma nel caso di Giuliano vale il contrario: a lui, morto a 32 anni, quasi come Alessandro Magno, erano cari gli dei, che vedeva come simboli, nella cornice culturale e religiosa del politeismo greco, dei valori e degli ideali che avevano innervato e sostenuto la grandezza del pensiero ellenico e dello stato romano, i due elementi di cui si considerava, in quanto imperatore-filosofo, erede e custode. La sua figura tragica ed eroica insieme di grande vissuto come una meteora nel periodo storico sbagliato, nel declino del mondo pagano, riceve da Vidal una luce che ricompensa in parte l’oblio venato di disprezzo cui la vittoria del cristianesimo lo aveva condannato con il marchio d’infamia di ‘apostata’, il rinnegato.

Nel ritratto che lo scrittore americano tratteggia, Giuliano emerge con molte sfaccettature contrastanti dalle sue stesse memorie, grazie all’espediente del diario personale sottratto dalla tenda dell’imperatore al momento della morte nel 363 d.C., durante la campagna contro i Parti. L’autobiografia è affiancata dai commenti e dalle lettere di altri due personaggi, Prisco, filosofo neoplatonico, amico e consigliere del protagonista, che aveva in suo possesso le carte private di Giuliano, e il retore Libanio, che vorrebbe pubblicare un’apologia di Giuliano, dopo circa vent’anni dai fatti, per difendere, attraverso la persona del giovane imperatore morto quasi da martire, il ricordo di un mondo sempre più vicino all’oblio.

Tra i coloriti personaggi che popolano la galleria degli imperatori romani – dal sublime Adriano di Yourcenar al Claudio di Graves fino all’anarchico Eliogabalo di Artaud – Vidal ne sceglie uno trascurato, visto che, per la brevità del suo regno e non solo, l’utopico progetto di restaurazione del politeismo greco-romano era destinato alla sconfitta. L’aspetto che risalta di più nel suo ritratto è il contrasto tra le inaspettate abilità politiche e militari di una figura, quella di Giuliano, che sembrava destinata a un’esistenza laterale e incerta, tra rischi di congiure e intrighi di corte, e si rivela invece un outsider di successo, e l’ingenuità velleitaria e testarda di un giovane intriso di ideali filosofici e di cultura e ardente di spirito civico. Queste forze interne in perenne conflitto lo portano a tentare una crociata contro quelli che chiama sempre con l’epiteto dispregiativo di ‘Galilei’, i cristiani, dalla regione di provenienza di Gesù. Il risarcimento postumo per uno che avrebbe ricevuto dai ‘galilei’ il soprannome ingiurioso di ‘apostata’ non nasconde però, attraverso i punti di vista di un testimone esterno all’animo di Guliano come Prisco o ancora più lontano come Libanio, i difetti del giovane imperatore, perché la volontà di scandagliare l’animo del protagonista mettendone in luce gli aspetti più soggettivi di riformatore illuminato ma fuori tempo – e questo ne delinea anche il destino tragico sotto una luce nostalgica e insieme pietosa – è bilanciata dai continui scambi di Prisco e Libanio.
Il filosofo e il retore, nei loro interventi di spiegazione e correzione, rendono evidente, spesso anche con toni amaramente ironici, come in un contrappunto oggettivo sottoposto al giudizio critico della storia, che il contesto in cui Giuliano era vissuto rendeva i suoi progetti sostanzialmente illusori.

Proprio il carattere visionario dell’impresa del protagonista, votato a una ribellione fervida e sincera, tuttavia, è l’aspetto più affascinante della biografia di Vidal: il sogno di un giovane outsider che si oppone a un corso che la Storia dimostrerà irreversibile assume, nella penna di un abile sceneggiatore hollywoodiano – e forse l’essere così vicino a un copione cinematografico non rende del tutto giustizia alla dimensione letteraria dell’opera –, la forma di un romanzo epico, del quale conoscere già in partenza la conclusione tragica non sminuisce l’interesse.

La capacità di evocare un’epoca così sfumata come il tardo-antico, a cavallo tra antichità e medio evo, al di là di possibili falle storiche e di esagerati, almeno per un’opera di fiction, scrupoli storiografici costituiscono un ulteriore merito del romanzo, che rende contemporanea, attraverso il filo sottile della nostalgia, la figura dolente e indomita di Giuliano. Se è vero, come afferma l’autore nell’introduzione, che anche nella storiografia l’immaginazione ha un ruolo importante, allora la visione audace e la lotta disperata ma inevitabile che dominano la vita dell’ultimo imperatore pagano assumono un significato che non smette di vivere neppure oggi, a più di quindici secoli di distanza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Giuliano
  • Titolo originale: Julian
  • Autore: Gore Vidal
  • Traduttore: Chiara Vatteroni
  • Editore: Fazi Editore
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Le strade, 308
  • ISBN-13: 9788893251297
  • Pagine: 594
  • Formato - Prezzo: Paperback, euro 19,50

2 marzo 2016

Comportati come se fossi felice - Marco Alloni, Claudio Magris

Eravamo ad Alessandria d'Egitto. E forse era proprio Claudio Magris il confidente che cercavo. Lo portai a ridosso delle onde, e glielo confidai senza mezze misure: sono infelice. Non parve particolarmente colpito. Né ostentò la rituale sconsolatezza che fa seguito a simili frettolose confessioni. Si limitò a guardare lontano, dove il mare sconfinava nel grigio opaco del cielo. "Comportati come se fossi felice" mi fece. "La felicità verrà dopo". E quando lo guardai esterrefatto aggiunse: "E' una frase di Singer. Nei momenti peggiori ha aiutato molto anche me". Il nostro dialogo cominciò allora.

Recensione

Anche senza volerne considerare il notevolissimo lavoro come germanista e accademico nel panorama della cultura letteraria della seconda metà del '900, Claudio Magris, uno dei pochi autori che ha ricevuto ancora vivente l'onore e l'onere di vedere una sua citazione usata come traccia per gli esami di maturità – è accaduto nel 2013 con un brano dal saggio L'infinito viaggiare – è di sicuro tra gli scrittori italiani più longevi e rappresentativi, attivo come romanziere ponderato e ponderoso da più di un trentennio. Non ha bisogno di alcuna presentazione, per cui ci limiteremo, banalmente, a ricordare come l'aspetto che rende tanto più significativo il suo lavoro, quanto più se ne considerino l'ampiezza e lo spessore, sia proprio il profondo legame tra lo studio letterario e l'opera di scrittore.

Il percorso iniziato, molto prima dell'esordio editoriale, con gli studi sulla letteratura mitteleuropea trova un proseguimento naturale e fecondo nei suoi libri e lo rende autore interessante e attualissimo per le sue analisi degli incontri tra culture diverse, che si incrociano come in viaggi capaci di diventare metafore della vita. Non per niente la cultura – in senso lato – mitteleuropea e la città stessa in cui vive, Trieste, sono luoghi di passaggio e di incontro tra mondi diversi, lingue diverse, storie e popoli diversi, come suggeriva Ettore Schimtz con la scelta dello pseudonimo di Italo Svevo. Un incrocio, quello mitteleuropeo, di elementi che non hanno ancora trovato un loro equilibrio stabile e che, nel suo essere problematico, trova un suo posto centrale anche nel dibattito sulle identità presenti e immediatamente future dell'Europa, più o meno unita.

La sussiegosa e a tratti erudita intervista di Alloni ha il merito di rendere chiare le radici più intime di un lavoro, ancora incompiuto, fecondo e ricchissimo di sfumature diverse, e perciò tanto più in grado di illuminare la natura prismatica della realtà. Nei vari capitoli tematici in cui il colloquio con Magris è diviso emerge forte un filo conduttore di natura morale presente nella sua weltanschauung: il tema del rispetto per l'altro e quindi anche per se stessi come uomini è il pilastro intorno al quale si sviluppa il pensiero e l'opera dell'autore triestino, che ha tanto in comune con le culture che ha studiato e analizzato nella sua vita.

Rispetto significa anche e prima di tutto incontro: il confronto tra le culture, le civiltà e le religioni, in particolare quella ebraica che ha un ruolo fortissimo nella cultura mitteleuropea, soprattutto nella sua componente di viaggio e, in senso etimologico, di 'errore'. Ma confronto chiama in causa anche l'altra faccia del rispetto, la responsabilità, che Magris riporta, rivelando con discreta compostezza, quasi con pudore, alcuni aspetti molto intimi della sua vita, legati alle radici famigliari e al ruolo della figura paterna come modello etico di rispetto e dignità nelle conseguenze pratiche dei comportamenti, anche intellettuali.

Così da tanti temi, toccati tutti brevemente e con leggerezza ma in profondità, a volte con il coraggio e il gusto di una posizione controcorrente – è il caso, per esempio, del rifiuto al facile sostegno in caso come 'Je suis Charlie', nel dibattito scivoloso sui limiti tra libertà di satira e rispetto della fede dell'altro – , altre volte con la pacata serenità di chi cammina al di sopra di certe umane vicende – come nel caso del piccolo condominio dei premi letterari italiani – viene fuori un ritratto che dà voce a una contraddizione curiosa tra l'estrema limpidezza della figura di Magris e la sua naturale capacità di dar voce all'indistinto, al confine, alla terra di nessuno che è la patria di ogni incontro e di ogni dubbio.

Non è allora, forse, un caso che la foto di copertina mostri un profilo molto netto di Claudio Magris che si staglia come su un limite, sull'orlo di un molo, sospeso tra un mare livido e mosso, che si fonde senza soluzione di continuità con un cielo nuvoloso e instabile.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Comportati come se fossi felice
  • Autore: Marco Alloni, Claudio Magris
  • Editore: Aliberti Compagnia Editoriale
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788899276300
  • Pagine: 144
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

17 gennaio 2016

Per Cristo e Venezia - Sibyl von der Schulenburg

Nel 1716 il mondo occidentale è minacciato dall’impero ottomano. I potenti d’Europa si muovono per arginare l’ondata islamica che minaccia di conquistare i pascoli cristiani. Il conte Johann Matthias von der Schulenburg, un condottiero tedesco, è chiamato a difendere l’isola veneziana di Corfù, l’estremo avamposto d’Europa, per dare a Eugenio di Savoia il tempo di portare le sue truppe a est. L’amore di due donne, l’orgoglio e l’onore, sono le basi sulle quali il feldmaresciallo von der Schulenburg costruisce la difesa con soli tremila uomini contro quarantamila nemici. In palio ci sono Venezia, l’Europa, la cristianità, e la gloria postuma. Per Cristo e Venezia! è l’urlo di guerra dei soldati del feldmaresciallo nonché il titolo della versione italiana di un romanzo pubblicato per decenni all’estero, in numerose edizioni. 

Recensione

Nella prefazione di Per Cristo e Venezia, vincitore del Premio Internazionale Mario Luzi 2014/2015, l’autrice precisa che il romanzo è una versione ridotta di “Der Konig von Korfù” (Il re di Corfù), pubblicato da suo padre, Werner von der Schulenburg, nel 1950. Il libro ebbe diverse riedizioni fino al 2008 che furono tradotte dal tedesco in greco ma mai in italiano.

Per Cristo e Venezia racconta il periodo della vita del feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulenburg che va indicativamente dal 1715 al 1718. Johann Matthias von der Schulenburg era un prussiano di nobili origini che aveva messo le sue doti militari al servizio di diverse nazioni ed è considerato, insieme a Eugenio di Savoia a capo dell’esercito asburgico, uno dei migliori strateghi del suo tempo.
Quando l'esercito ottomano invase l’Ungheria e occupò le isole veneziane con l’intento di entrare nel mare Adriatico e da lì stringere in una morsa l’impero asburgico, la Serenissima assoldò von der Schulenburg per difendere Corfù, che era la porta per entrare nell’Adriatico e quindi nei domini veneziani. Le capacità militari di Johann Matthias van der Schulenburg gli hanno valso la riconoscenza della repubblica della Serenissima, che gli ha eretto a Corfù una statua quando era ancora in vita, onore decisamente raro. I discendenti di Johann Matthias von der Schulenburg possono essere giustamente orgogliosi del loro avo che diede prova durante le sue imprese militari di notevoli atti di valore nonché indubbie capacità strategiche e, in tempo di pace, fu collezionista di opere d'arte e mecenate. Per i suoi interessi culturali non a caso era amico di Gottfried Wilhelm von Leibniz. La sorella di Johann Matthias, Melusine, nota come duchessa di Kendal, era l'amante di re Giorgio I° di Gran Bretagna, da cui ebbe tre figlie.

Il romanzo inizia con l'incontro, nell'abitazione di Johann Matthias von der Schulenburg, di coloro che andavano a trovarlo per convincerlo ad accogliere l'offerta di ingaggio da parte della Serenissima, offerta che, dopo qualche reticenza e un colloquio personale a Vienna con il principe Eugenio, egli decise di accettare. Nel 1716 avvenne l’attacco dei turchi a Corfù e il feldmaresciallo von der Schulenburg, pur disponendo di una forza militare molto esigua rispetto a quella degli assalitori, riuscì a respingere l’offensiva dopo atti di valore e capacità strategiche non usuali. Nonostante si prevedesse che l’isola sarebbe stata attaccata dalle forze islamiche, che già avevano conquistato la Morea, la Serenissima aveva tardato ad attivarsi per prendere i provvedimenti adatti alla sua difesa, sia per la cronica mancanza di uomini disciplinati a combattere, sia per le incertezze dovute ai contrasti della classe dirigente della repubblica, non più abituata a valutare il pericolo e alla cui rilassatezza e corruzione è imputabile il decadimento di Venezia. Vienna, cui per prima si era rivolta la Serenissima per avere aiuto contro i turchi, rifiutò di intervenire in suo soccorso essendo impegnata in Bosnia a contenere l’offensiva turca. Ma il principe Eugenio di Savoia consigliò alla Serenissima di rivolgersi al conte Johann Matthias von der Schulenburg di cui conosceva valore e capacità avendo combattuto insieme e contro di lui.

Sibyl van der Schulenburg dà un’interpretazione personale, ma realistica, dei motivi per cui il Senato veneziano fosse stato tanto lento a prendere i provvedimenti per contrastare gli islamici, immaginandolo condizionato da intrighi di palazzo, interessi contrapposti, rancori interpersonali e corruzione. Non c'è quindi da stupirsi che il feldmaresciallo, non disponendo dei mezzi promessi per difendere Corfù, pensasse con amarezza che quello era il risultato che si otteneva quando si metteva la propria spada al servizio dei mercanti.
Diamo atto all'autrice di essere riuscita a creare, specie nella parte romanzata della biografia del suo avo, la giusta atmosfera di sospetto e di incertezza derivante dagli intrallazzi e interessi personali degli esponenti delle varie corti europee. Una delle attività all'ordine del giorno era lo spionaggio a favore di una o l'altra nazione e in questo le donne del romanzo si mostrano sicuramente superiori agli uomini.

L’autrice ha mantenuto nella lingua italiana lo stile letterario barocco usato dal padre (nato nel 1880) per la stesura del De Konig von Korfù, scelta opportuna per non snaturare la storia e il modo di pensare dell'epoca. Ecco, ad esempio, con quale giro di parole si accenna ad una notte d'amore di Johann Matthias:

Nelle prime ore del nuovo giorno le divinità planetarie vincolarono la loro magnificenza stellare, e dagli angoli di un enorme letto celestiale, quattro angeli d'oro soffiarono con le loro trombe fanfare silenziose nel mondo, in onore di Giove, che appassionatamente abbracciava la sua ninfa, bella chiara e dolce.
Il feldmaresciallo aveva un senso dell’onore decisamente diverso da quello dei veneziani. Egli aspirava ad ottenere sul campo di battaglia quella gloria che pensava fosse la migliore eredità da lasciare ai posteri, piuttosto che, prosaicamente, un ingente patrimonio. Matthias viene descritto da una delle sue amanti come una persona piuttosto ingenua, giudizio che doveva essere condiviso anche da altri, visto che è lo stesso Leibniz a metterlo in guardia, quando gli dice:
... Volevo solo ricordare alla sua credulità nordica, che deve stare sempre all'erta, soprattutto in paesi con diversi valori etici.
Fisicamente Johann Matthias viene descritto calvo (peraltro al tempo si usavano le parrucche e, in ogni caso, l'alopecia viene giustificata da chi ne viene colpito come segno di virilità) e con un occhio storto (peculiarità che l'autrice, che ha bellissimi occhi, non ha ereditato). Ciononostante aveva successo in campo femminile. Questo non era sempre un vantaggio dal punto di vista pratico, dato che in diverse occasioni gli fece mancare il sostegno militare da parte dell'ammiraglio Pisani della flotta veneziana. Questi accusava ingiustamente il feldmaresciallo di approfittare della figlia Elena poco più che sedicenne. Per quanto quest'ultima sia un personaggio di fantasia, il fatto si presta a spiegare la titubanza dell'ammiraglio veneziano a contrastare la flotta turca. Pisani era evidentemente più preoccupato della verginità della figlia che della sua incolumità, essendo lei rimasta a fianco di Matthias durante tutto il periodo dell'assedio, al termine del quale, a lei che in pratica gli si offriva, lui dice:
Ti ringrazio, Elena, per non avermi abbandonato. Vedi, io sono un uomo per cui le donne non rappresentano un giocattolo, bensì l'opportunità di ampliare l'anima. Dio ha voluto che fossi così e ti ha mandato a me, perché potessi compiere la mia opera. La tua presenza mi ha rafforzato ed infiammato, e il nome di Elena Pisani sarà sempre, indissolubilmente, legato alla più grande opera della mia vita.
Bellissime frasi piene di tatto per un rifiuto che non sembra, peraltro, aver mortificato particolarmente Elena, che si consola presto (beata gioventù!), e buon per lei, visto come erano terminati i precedenti amori del feldmaresciallo, le cui parole fanno intuire, inoltre, come la sua fede fosse di tipo protestante e, come tale, ritenesse di essere predestinato a compiere le imprese che lo avrebbero reso famoso.

Per quanto riguarda più propriamente i sanguinosi scontri tra i turchi e i difensori di Corfù, essi sono ben descritti dall'autrice, purtuttavia si sente la mancanza di una cartina esplicativa che agevolerebbe la comprensione del lettore, costretto a ricorrere a quella che si trova su Wikipedia che non si può dire che brilli per chiarezza.



monte d’Abramo (A) monte San Salvatore (B) Fortezza Nuova (E) Manducchio (F) Scarpone (C) Porta Raimonda (D)

Il romanzo è pieno di riferimenti storici per cui risulta molto utile la tavola storico-cronologica posta dopo la prefazione. Altrettanto utile, dato l'alto numero dei personaggi che compaiono nel romanzo, l'elenco di quelli principali, con l'indicazione se siano realmente vissuti o di fantasia.
In definitiva l’opera di Sibyl von der Sculenburg risulta pregevole e decisamente interessante, specie considerando che si tratta di un avvenimento che riguarda la storia italiana, e veneta in particolare, anche se il romanzo, per complessità e argomento, non è di quelli che si lasciano leggere d'un fiato.
Come curiosità aggiungo che, negli scritti di Sibyl von der Schulenburg che mi è capitato di leggere, ho notato sempre qualche elemento surreale. Non fa eccezione questo, dove ne viene accennato uno nella prefazione. Forse è una caratteristica ereditata dalla sua antenata, Melusine, che teneva un corvo che riteneva fosse l'incarnazione di re Giorgio, tornato a farle visita dopo la morte.

Giudizio:

+4stelle

Dettagli del libro

  • Titolo:  Per Cristo e Venezia - Il feldmaresciallo Johann Matthias von der Schulemburg al servizio della Serenissima
  • Autore: Sibyl von der Schulenburg
  • Editore: Il Prato
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Storie Venete
  • ISBN-13: 9788863362749
  • Pagine: 336
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 25,00

25 maggio 2015

Niente Panico! La guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams secondo Neil Gaiman - Neil Gaiman

La trilogia in cinque parti della Guida galattica per gli autostoppisti è approdata allo status di “cult” ormai da molti anni. Capolavoro senza tempo scritto da un simpatico genio, morto troppo presto: Douglas Adams. Personaggio eclettico e brillante, lo si può trovare a collaborare con i Monty Python, o a suonare sul palco con i Pink Floyd oppure a scrivere libri di zoologia. Ma il suo spazio nella Storia se lo è ritagliato proprio con la Guida galattica per gli autostoppisti, un’epopea in cui fantascienza e umorismo si fondono alla perfezione.
Neil Gaiman, mitico autore della serie Sandman per la Vertigo e per la Marvel di 1602 e di romanzi quali Coraline e American Gods, conduce il lettore nel mondo fantastico di Adams con il suo stile inconfondibile. Il libro è una sorta di doppia biografia, in primo piano si racconta la nascita e l’evoluzione della Guida galattica come se fosse un organismo vivente. Sullo sfondo si staglia invece l’incredibile storia del suo indimenticabile autore. Il tutto attraverso aneddoti e vicende che tengono incollato alle pagine il lettore. Un libro che fa ridere e anche commuovere.
Scriveva Adams a proposito del libro di Gaiman: “È tutto assolutamente, incredibilmente vero. Eccetto le parti inventate.” Il libro conterrà un ricco apparato di appendici tra le quali si trova un prezioso estratto del soggetto inedito scritto da Adams per la celebre serie televisiva Doctor Who.

Recensione

“L'idea in questione sorge nella mente di Douglas Adams in maniera assolutamente casuale, in un prato a Innsbruck. Più tardi egli negherà ogni ricordo dell'accaduto, ma è una storia che ha raccontato lui e, se dobbiamo proprio considerarne uno, l'inizio è stato questo. Se volete prendere una bandiera con su scritto LA STORIA COMINCIA QUI e la volete piantare da qualche parte, allora il posto giusto è questo.”

Così scrive lo stesso Adams nel 1984 a proposito della genesi della Guida Galattica per Autostoppisti, il suo lavoro più famoso. Nata prima come programma radiofonico per la BBC, quest'opera riscosse immediatamente un grandissimo successo, tanto che in breve seguirono gli adattamenti per la tv, per il teatro – addirittura tre! -, la serie di libri e il film.
Niente Panico! La guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams secondo Neil Gaiman, però, è una biografia di Adams uscita nel corso degli anni in tre edizioni sempre più ampliate e leggendolo si può cogliere molti aspetti della sua vita, dall'avventurosa e povera giovinezza alla fama e alla curiosità innata che lo hanno spinto verso le nuove tecnologie – tanto da fargli istituire una società di produzione di videogiochi, la The Digital Village - fino all'improvvisa morte avvenuta nel 2001. Il tutto fatto minuziosamente da una persona che lo conosceva bene e che in seguito molto ha dato alla letteratura: Neil Gaiman.

Gli appassionati di fantascienza non possono che commuoversi ed esaltarsi leggendo della vita di uno degli autori più importanti nella storia di questo genere a cui, tra l'altro, approdò, per sua stessa ammissione, per caso. Gli inizi, però, furono tutt'altro che facili: il contrastato rapporto con la compagnia dei “Footlights” dell'università di Cambridge, i molti sketch non approvati, l'amicizia con Graham Chapman dei Monty Python che non gli frutta altro che una colossale quantità di sbronze e una piccola partecipazione al “Monty Python's Flying Circus”. Intanto i debiti crescevano e i soldi scarseggiavano. Per Adams la svolta arrivò con Doctor Who - di cui c'è un abbozzo di sceneggiatura della puntata mai andata in onda alla fine del libro, Doctor Who and the Krikkitmen - celebre programma fantascientifico della BBC che nel 2013 ha festeggiato cinquanta anni di produzione. Da curatore delle sceneggiature poté farsi notare, nonostante le imposizioni lavorative ne limitassero la creatività e il conseguente licenziamento dall'incarico. Non molto tempo dopo ebbe la possibilità di scrivere e produrre quel programma della radio citato sopra che sarebbe stato legato indissolubilmente al suo nome. In più, le idee nate in quel periodo furono usate per creare i futuri capolavori di Adams, da Dirk Gently Agenzia di Investigazione Olistica al terzo volume della trilogia in cinque parti, cioè La Vita, l'Universo e Tutto Quanto.

Niente Panico è la biografia profonda e appassionata di un autore straordinario quanto proverbialmente in ritardo oltre ogni scadenza di consegna, ricca di spunti e aneddoti come ogni biografia dovrebbe essere. L'uomo Adams è stato difficile da gestire per chi ci ha lavorato, ma in ognuno di loro ha lasciato un ricordo indelebile, come solo i geni sanno fare.
In Italia è stata tradotta la terza e ultima edizione in maniera molto curata – anche se in ritardo di una decina d'anni rispetto alla stessa e di ben ventisette rispetto alla prima edizione - e dal prezzo tutto sommato contenuto. Un “must” per gli appassionati di Adams, di fantascienza e di humour britannico che andrebbe letta dopo aver conosciuto le opere dell'autore.

Curiosità: esiste anche una tiratura limitata con asciugamano esclusivo a 24,90 Euro.
Buon "Towel Day" a tutti!

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Niente Panico! La guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams secondo Neil Gaiman
  • Titolo originale: Don't Panic: The Official Hitchhiker's Guide to the Galaxy Companion
  • Autore: Neil Gaiman
  • Traduttore: P. L. Gaspa
  • Editore: 001 Edizioni
  • Data di Pubblicazione: Ottobre 2013
  • ISBN-13: 9788896573501
  • Pagine: 292
  • Formato - Prezzo: Brossura - 19,90 Euro

23 marzo 2015

Speciale "Dal libro al film": Biografie di scrittori - Parte Seconda

Come promesso siamo tornati con la seconda parte del nostro speciale (qui trovate la prima metà dell'articolo) dedicato alle biografie di grandi scrittori che hanno avuto l'onore di essere portate sul grande schermo, con risultati altalenanti.
Malattie mentali, alcolismo, ambiguità sessuale ma soprattutto ego grandi come palazzi hanno movimentato la vita dei protagonisti delle pellicole di cui vi parleremo oggi, traducendosi quasi sempre in disastrose relazioni sentimentali, puntualmente riprese dal mondo del cinema per il quale, si sa, una storia d'amore tormentata è per definizione la trama ideale di un film.
Per fortuna registi di talento hanno saputo superare il cliché del drammone romantico per proporre opere che, in alcuni casi, hanno saputo trasmettere allo spettatore l'indole dei geni letterari che hanno deciso di raccontare, rendendo così un vero servizio alla letteratura.


Una regista affezionata al tema è sicuramente la neozelandese Jane Campion che si è distinta in due particolari opere biografiche.

La prima è Un angelo alla mia tavola (An Angel at My Table, 1990), tratto dalla biografia della scrittrice neozelandese Janet Frame scomparsa nel 2004 e più volte candidata al premio Nobel per la letteratura. Il film, interpretato da un'intensa Kerry Fox, portò all'attenzione di pubblico e critica la giovane Campion, guadagnandosi il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, quando in tanti le avrebbero assegnato direttamente il Leone d'Oro. Le atmosfere sono quelle lente e riflessive che caratterizzano tutta la produzione della regista, la quale anche qui gioca sul connubio uomo natura per narrare tre fasi fondamentali della vita della scrittrice, considerata ingiustamente pazza, per il suo carattere anticonformista e un po' introverso. Si parte quindi dall'infanzia per poi passare ai primi romanzi pubblicati, attraverso l'esperienza avvilente della clinica psichiatrica. Un film oggi un po' dimenticato ma di rara poesia, veramente da vedere.


La seconda opera targata Campion è decisamente più recente: si tratta di Bright Star

(Bright Star, 2009) con Ben Whishaw e Abbie Cornish, che segue gli ultimi tre anni di vita di uno dei campioni del Romanticismo, il poeta John Keats. Il film si basa sulla biografia di Keats di Andrew Motion e prende il suo titolo da un verso di un componimento del poeta: "Bright star, would I were steadfast as thou art", scritto durante la relazione tra quest'ultimo e Fanny Brawne, che è appunto al centro della pellicola.
Qui da noi il film è passato un po' in sordina ma molti critici lo riconoscono come uno dei più belli della regista neozelandese, che tratta la materia romantica con la sua solita pacatezza intrisa però di sensibilità e ha sicuramente il merito di riportare in auge gli scritti di un poeta ormai noto più per la sua fama di romantico che per le sue opere effettive.


Di poeta in poeta rimaniamo nella vecchia Gran Bretagna per occuparci di

The Edge of Love - Amore oltre ogni limite (The Edge of Love, 2008) di John Maybury, con Keira Knightley, Sienna Miller, Cillian Murphy e Matthew Rhys, dedicato al celebre poeta scozzese Dylan Thomas.
Se il titolo non vi dice molto è probabilmente perché da noi il film è stato distribuito direttamente in dvd senza passare dalle sale cinematografiche, il tema ritenuto poco appetibile per il pubblico italiano che in effetti poco conosce questa figura di culto nel mondo anglosassone se non per la sua passione per il whisky e per il fatto che Bob Dylan ha preso da lui il suo pseudonimo.
Thomas è stato un poeta passionale e appassionato, la cui tormentata vita privata è in questa pellicola ripercorsa sulla base di una sceneggiatura di Sharman Macdonald, che guarda caso è anche la mamma di Keira Knightley, qui nella parte di Vera Philips, vecchia fiamma di Thomas che andrà a costituire il terzo vertice di un triangolo amoroso con la moglie del poeta, interpretata da Sienna Miller. Si tratta di un'opera non particolarmente amata dalla critica e che, onestamente, gigioneggia un po' troppo con il melodramma guadagnando la maggior parte del suo fascino nella ricostruzione delle atmosfere inglesi anni '40. Si tratta inoltre di un film incentrato prevalentemente sulle figure femminili, che non fa un bel servizio a Dylan Thomas (il quale probabilmente non è stato fra i più nobili esempi di umanità) e sembra voler quasi assicurare una rivincita a quelle donne da lui tanto bistrattate. Per questo motivo per apprezzarlo davvero dovete essere amanti degli atteggiamenti stucchevolmente sbarazzini della coppia Knightley e Miller, che a fatica mascherano la loro indole un po' snob.


Passiamo dall'altra parte dell'oceano per trovare un altro poeta dalla vita sentimentale piuttosto tormentata: T.S. Eliot,

di cui si occupa il regista Brian Gilbert nel film Tom & Viv - Nel bene, nel male, per sempre (Tom & Viv, 1994) con Miranda Richardson, Willem Dafoe. L'autore de La terra desolata ebbe una complessa relazione con la prima moglie, Vivienne Haigh-Wood Eliot, dalla quale arrivò a separasi senza mai divorziare a causa soprattutto dei problemi psicologici della donna, che la porteranno alla morte. Il film è un tipica biografia inglese in costume (nonostante il cast americano), nell'accezione più negativa del termine perché troppo incentrata sulla forma e poco sullo sviluppo dei personaggi, che rimangono piuttosto freddini e non rendono giustizia alle figure che li hanno ispirati.


Ben più interessanti sono le recentissime pellicole che ripercorrono la vita del poeta simbolo della Beat Generation Allen Ginsberg. Ginsberg è ora considerato praticamente un guru ma quando scrisse la sua opera più famosa, Urlo, era un giovane insicuro, ancora impegnato a comprendere la propria omosessualità, ingenuamente rivoluzionario. Proprio del suo celebre poema si occupa

Urlo (Howl, 2010) di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, con James Franco nel ruolo principe. Il film segue Ginsberg negli anni newyorkesi passati vagando da un divano all'altro, da un locale underground all'altro raccogliendo scampoli di umanità varia che poi riverserà nella sua opera e, nel raccontare il processo per oscenità che questa subì si propone di "spiegare" il poema stesso al pubblico tramite una ricostruzione "ipertestuale", ovvero sequenze di immagini e grafica animata che mette su pellicola l'ululato accorato di Ginsberg.
Certo il film ha i suoi difetti, James Franco tende a far assomigliare il poeta a un povero beota e non tutti i riferimenti a figure e personaggi della beat generation sono a noi comprensibili, ma il risultato finale è decisamente apprezzabile e godibile e trasmette tutto l'ardore e il potere rivoluzionario della celebre poesia. Un film da scoprire.


Ginsberg torna anche tre anni dopo in un film di tutt'altro genere: Giovani ribelli - Kill Your Darlings

(Kill Your Darlings, 2013) di John Krokidas con Daniel Radcliffe, Michael C. Hall, Jennifer Jason Leigh e Kyra Sedgwick, ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto che coinvolse altre due figure cardine della beat generation oltre allo stesso Gilbert: Jack Kerouac e William S. Burroughs, sui quali questi ultimi scrissero anche una versione un po' romanzata, E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche.
Si tratta dell'omicidio di David Eames Kammerer, avvenuto per mano di Lucien Carr IV la notte precedente il 14 agosto 1944, vicenda che costò l'espulsione dalla Columbia University di Ginsberg, amico dell'omicida, per il quale nutriva anche un interesse sentimentale. Al di là della controversa vicenda dell'assassinio di Kammerer, il film naturalmente divaga sulle scorribande universitarie tra alcol e droga delle tre future icone letterarie, in un tripudio dell'atmosfera bohemien della New York dell'epoca. Un film non facilissimo ma decisamente ben riuscito che ha tra i suoi fattori di richiamo ovviamente la presenza di Daniel Radcliffe in uno dei suoi numerosi tentativi di scrollarsi di dosso la faccetta di Harry Potter. Detto sinceramente ho trovato Radcliffe raccapricciante in tutti gli otto film del maghetto, va però detto che qui la sua aria da giovane tontolone ben si adatta a rappresentare alcuni lati del carattere del giovane Ginsberg.


Altra pellicola fortemente letteraria e bohemien è

Henry & June (Henry & June, 1990) di Philip Kaufman con Fred Ward e Uma Thurman. Qui però siamo a Parigi e il protagonista è uno scrittore che sapeva come movimentare la propria esistenza: Henry Miller. Il film racconta il rapporto fra lo scrittore, la moglie June, alla cui biografia è inspirato Tropico del Cancro, e la scrittrice francese Anais Nin nella capitale francese degli anni '30. Si tratta di uno dei primi film di Kaufman, nel quale il regista dimostra già il suo interesse per le liaison dangereuse, come fu quella fra questo particolare trio in cui l'allora inesperta Nin subisce l'irresistibile attrazione dei trasgressivi coniugi americani, e com'è nel suo stile non si risparmia nell'indugiare sulla bisessualità delle due donne, vedendosi appioppare il famigerato divieto NC-17 negli Stati Uniti. Il risultato però è tutt'altro che dozzinale, anzi si distingue per una raffinata sensualità che gli fece guadagnare la candidatura agli Oscar come Miglior Film. Sicuramente un altro film da riscoprire.


Un capitolo a parte merita invece Prima che sia notte (Before Night Falls, 2000)

di Julian Schnabel con Javier Bardem e Johnny Depp. Il film è tratto dall'omonima autobiografia del poeta e romanziere cubano Reinaldo Arenas e si discosta dai manierismi che caratterizzano quasi tutte le biografie viste finora per lo sguardo un po' allucinato con cui indaga su una realtà sporca, dura come quella degli omosessuali sotto il regime castrista. In un sottobosco di incontri fugaci e relazioni clandestine Arenas cerca di costruirsi un'identità sessuale mentre va fuori e dentro dal carcere, incriminato sia per il suo orientamento sia per la sua posizione di intellettuale critico verso il regime. Una vita senza pace che troverà brevi momenti di conforto in seguito al tanto sospirato espatrio negli Stati Uniti ma che è comunque destinata a concludersi tragicamente, raccontata con passione da Schnabel grazie anche all'intesa interpretazione di Javier Bardem, che non a caso ricevette la nomination agli Oscar come Miglior Attore. Da segnalare ovviamente anche il doppio ruolo di Johnny Depp, il travestito marchettaro e il tenente che odia e maltratta gli omosessuali anche se inconsciamente ne è attratto.


Un tragico epilogo è quello che caratterizza anche la vita della poetessa americana Sylvia Plath, della quale si occupa il biopic

Sylvia(Sylvia, 2003) di Christine Jeffs, con Gwyneth Paltrow e Daniel Craig. Il film si concentra, tanto per cambiare, sull'incontro dell'autrice con l'affermato poeta Ted Hughes e sul conseguente disastroso matrimonio, che aggrava in modo irreparabile la tendenza alla depressione che la Plath aveva manifestato fin da giovanissima con un primo tentativo di suicidio. Nel farlo però, la regista neozelandese si limita a raccontare pedissequamente gli eventi, senza prendere una posizione precisa su controverse questioni come l'effettivo ruolo di Hughes nel suicidio della moglie e il valore letterario di entrambi i coniugi: era davvero Sylvia più dotata del marito o la sua fine tragica e il pessimo comportamento di lui ne hanno per sempre alterato la percezione dei posteri?
Premesso che non sono mai stata attratta particolarmente dalla figura della Plath, non posso che trovare la scelta dell'insulsa Paltrow nel ruolo principale più che azzeccata.


Concludiamo da dove siamo partiti, ovvero dall'Inghilterra dell'800, anche se qui siamo in piena epoca vittoriana,

dove troviamo il suo più famoso protagonista, Charles Dickens. Non tutti sanno che questo paladino della famiglia e dei suoi valori non fu particolarmente attento a rispettarli quando, ormai ultraquarantenne, si innamorò dell'attrice diciannovenne Ellen Ternan, costringendo di fatto la moglie che gli aveva dato 12 figli ad abbandonare il tetto coniugale, con conseguente, comprensibile scandalo. La vicenda è raccontata da una delle più apprezzate biografe di Dickens, Claire Tomalin, nel suo libro The Invisible Woman: The Story of Nelly Ternan and Charles Dickens (1991), ripreso dall'attore Ralph Fiennes per l'omonimo film The Invisible Woman nel quale interpreta il romanziere, mentre la brava Felicity Jones ricopre il ruolo della giovane Nelly.
Il film probabilmente dovrete procurarvelo in lingua originale ma se siete amanti del genere decisamente ne vale la pena: ben fatto, ben recitato, costruito attraverso una sequenza di flashback in cui Nelly ricostruisce la sua relazione con Dickens dopo la sua morte, approfondisce con sensibilità le contraddizioni del comportamento del romanziere e la difficile posizione in cui la ragazza si è trovata per tutta la sua vita. Molto bello.

E con questo abbiamo appena terminato. Come già detto all'inizio, questo speciale non ha l'ambizione di essere una lista esaustiva di tutti i biopic arrivati sul grande schermo, il cui numero complessivo arriva almeno intorno alla sessantina contando anche quelli non distribuiti in Italia e dedicati a una grandissima varietà di autori classici e contemporanei. Non voglio nemmeno affermare che quelli che vi ho qui elencato siano i più meritevoli, o che lo siano i loro protagonisti, si tratta di una mia selezione che segue sostanzialmente i miei gusti e le mie esperienze personali e che ha più che altro l'intento di portare alla vostra attenzione il tema e magari farvi riscoprire qualche autore un po' trascurato dalle nostre parti. Buona visione!

11 febbraio 2015

Speciale Letteratura LGBT: Estate Artica - Damon Galgut

Damon Galgut è uno scrittore e drammaturgo sudafricano nato Pretoria nel 1963. Ha passato parte dell’infanzia in ospedale per la cura di un cancro. E' in quel periodo che nasce la passione per la scrittura: esordisce appena diciassettenne con il romanzo A Sinless Season (1980), che narra l'incontro con la paura e la violenza di tre quindicenni in un riformatorio; segue la raccolta di racconti A Small Circle of Beings (1988) in cui affronta il tema della malattia mortale.
Il suo stile realista, nel quale l'inquietudine morale fa i conti con un destino che appare sempre ineluttabile, è perfettamente compiuto nel successo internazionale Il buon dottore (The Good Doctor, 2003), edito in Italia da Guanda, che gli conferisce non solo la fama internazionale ma anche la candidatura al Booker Prize del 2003 e la vittoria al Commonwealth Writers Prize. Il romanzo mette in luce la crudezza della vita sudafricana attraverso i fallimenti di un giovane medico pieno di ottimismo e buona volontà e di un fatiscente ospedale che non può far fronte alle esigenze di gente misera e martoriata dalle violenze di ex miliziani.

Il successivo L'impostore (The Impostor, 2008), sempre per Guanda, è la storia rarefatta e morbosa di un disoccupato depresso con ambizioni di poeta; In una stanza conosciuta (In a Strange Room, 2010) gli regala una nuova candidatura al Booker Prize del 2010. Si tratta del racconto di un viaggio senza meta in tre continenti di un uomo inquieto, alla ricerca di se stesso e di un'umanità da cui imparare a vivere. Estate artica (Artic Summer, 2014) è l'ultimo romanzo da lui pubblicato.
Galgut ha fin qui dimostrato di avere un talento piuttosto versatile, essendosi cimentato nella scrittura di diverse commedie teatrali e insegnando drammaturgia all'università di Cape Town, dove è professore di ruolo dal 1990. L'autore, che scrive in due lingue (inglese e francese), è anche un appassionato viaggiatore, passione che si riflette nell'ambientazione di molte sue opere.


Estate artica è la storia romanzata di uno dei maggiori scrittori britannici, E.M. Forster, l’autore di capolavori quali Passaggio in India, Maurice, Camera con vista. Forster, omosessuale in un’Inghilterra puritana, tentò per tutta la vita di sfuggire all’opprimente ambiente della provincia inglese e fu un grandissimo viaggiatore. I suoi viaggi non furono solo la scoperta di posti esotici, dove immergersi in stili di vita opposti a quelli occidentali e dove verificare l’ingiustizia sprezzante con cui l’Impero britannico trattava le proprie colonie, ma furono ancora di più la ricerca di passioni amorose, di affinità elettive con uomini di altre razze e culture, che Forster sentiva più vicini al proprio animo e al proprio desiderio.
Questo romanzo parla di differenze, di distanze, e di ponti gettati sugli abissi al fine di colmarle: c’è la distanza fra inglesi e indiani, dominatori e dominati, con le questioni politiche ed etiche che solleva; una distanza che si riverbera anche nelle relazioni affettive tra uomini nati su sponde diverse della vita e della società. Ci sono le difficoltà legate all’essere omosessuali nella società inglese in un’epoca come l’inizio del Novecento, con il segreto a cui si era costretti, la pressione del conformismo sociale e il conseguente senso di disperata solitudine, reso dall’autore con grande forza drammatica.

Recensione

Fra Casa Howard (1910) e Passaggio in India (1924), Edward Morgan Forster progettò di scrivere un romanzo che non vide mai la luce: avrebbe dovuto chiamarsi Estate Artica e prevedeva un contenuto ancora più audace di Maurice, opera pubblicata solo postuma.
Lo scrittore sudafricano Damon Galgut ha scritto in prima persona, come se fosse Foster stesso, questa biografia pubblicata nel 2014, romanzata ma non troppo, cui ha dato lo stesso titolo che aveva scelto l’autore inglese per il suo progetto abortito, riprendendo i frammenti del testo originale di Forster che erano già stati resi noti qualche anno prima.
Come Galgut, l'autore inglese era un grande viaggiatore, e la cosa non stupisce, tenuto conto di quanto poteva essere noiosa la provincia inglese e di quanto potesse essere gravosa la presenza in casa di una madre piuttosto ossessiva. Ma c’era anche – o soprattutto- la sua omosessualità a spingerlo lontano dall’Inghilterra puritana e conformista che aveva condannato alla prigione Oscar Wilde per sodomia solo pochi anni prima degli avvenimenti descritti.

A leggere le recensioni, questo romanzo dovrebbe essere un’accusa contro l’apartheid inglese e l’esaltazione della libertà di spirito di Forster, costretto ad allontanarsi da una patria gretta, in cerca dell’amore con la "A" maiuscola. In realtà, in questa biografia Forster appare più simile a un precursore dell’esecrabile turismo sessuale della nostra epoca piuttosto che a un viaggiatore spinto da nobili intenti. Come tutti, anche lui aspirava al grande amore ma, nel timore del disprezzo in cui sarebbe incorso in patria e presso i suoi familiari, sperava di trovarlo all’estero. In India e in Egitto aveva trovato giovani del popolo che si sentivano lusingati dal suo interessamento e non disdegnavano rapporti omosessuali, non fosse altro che per avere un compenso alle loro prestazioni. Forster, pragmaticamente, in mancanza del grande amore, sapeva accontentarsi. Per la verità appare difficile, per non dire impossibile, che egli potesse trovare l’anima gemella proprio in persone così lontane dalla propria mentalità e condizione socioculturale. Lui, che tanto biasimava l’atteggiamento arrogante dei suoi compatrioti nei riguardi delle popolazioni colonizzate e che asseriva che

il loro problema derivava dall’incapacità di vedere l’essere umano oltre le strettoie del protocollo
era poi il primo a sfruttare la supremazia della sua nazionalità e del suo stato sociale per dare sfogo ai propri istinti senza rischiare di essere tacciato di omosessualità in patria.
Foster non doveva neanche temere che il suo comportamento in India potesse suscitare scandalo in quanto, secondo le parole del maharaja Bapu Sahib,
«A quarantadue anni nessun indiano riesce a mantenere un’erezione. Quella parte della vita è chiusa. Quindi nessuno crederà che tu possa avere rapporti sessuali con altri.»
Lo scrittore era poi solito scambiare corrispondenza con i vecchi amanti, biasimando il comportamento di quelli nuovi, il che fa venire in mente il cattivo gusto di chi, come Francesco Giuseppe l'Imperatore d’Austria, aveva l'abitudine di lamentarsi della moglie con l’amante.

Galgut è indubbiamente un bravo scrittore, e lo dimostra il fatto che per ben due volte i suoi romanzi sono arrivati in finale per il Booker Prize, ma risulta piuttosto monotono in questo Estate Artica. I viaggi di Foster raccontati da Galgut sembrano essere tutti uguali, indirizzati unicamente alla ricerca di sesso, e non si riesce a percepire il piacere del viaggiatore nella scoperta di nuovi orizzonti, né si sente un sentimento profondo nelle relazioni di Forster, nonostante alla fine del libro egli, rispondendo ad un commento sentito casualmente circa la vita solitaria che conduceva, asserisca:

«Io ho amato» disse a quelle donne. «Cioè, voglio dire, vissuto. A modo mio.»

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: Estate Artica
  • Titolo originale: Artic Summer
  • Autore: Damon Galgut
  • Traduttore: Fabio Pedone
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 9788866325154
  • Pagine: 360
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,50

6 gennaio 2015

Speciale "Dal libro al film": Biografie di Scrittori - Prima parte

L'abbiamo detto molte volte: il cinema ha da sempre trovato nel mondo della letteratura una fonte inesauribile di ispirazione. Un altro pozzo apparentemente senza fondo al quale registi e sceneggiatori amano attingere, soprattutto negli ultimi anni di crisi di idee, è quello delle biografie di personaggi più o meno famosi, tra i quali ovviamente non possono mancare gli scrittori.
Se autori famosissimi, come l'intramontabile Jane Austen, hanno avuto vite piuttosto tranquille e ordinarie, è decisamente più alto il numero degli scrittori che hanno vissuto un esistenza travagliata perché, sappiatelo, il binomio genio&sregolatezza non si applica solo ai musicisti, anzi.
Egocentrici, anticonvenzionali, polemici, tormentati: questi sembrano essere i tratti basilari per chiunque sia in grado di metter su carta qualcosa degno di esser letto e con caratteri così è molto difficile avere una vita banale. Al netto dei vari abbellimenti e licenze poetiche necessarie per rendere appetibile un film biografico al più elevato numero di spettatori, esiste una lista inaspettatamente ampia di pellicole appassionanti, in grado di coinvolgere e ispirare anche chi in partenza non è un appassionato dello scrittore che ne è protagonista.
Per questo articolo ho cercato di selezionarne solo il gruppo significativo, considerando quelle che sono state portate anche in Italia e in primis le mie insindacabili preferenze.


E poiché sono i miei gusti a dettar legge partiamo da uno dei miei preferiti: Iris - un amore vero (Iris, 2002) di Richard Eyre, con Kate Winslet, Judi Dench, Hugh Bonneville, Jim Broadbent. Un classico british movie, dalla regia al cast al soggetto principale, questo film passato quasi inosservato in Italia racconta la vita della romanziera e filosofa inglese Iris Murdoch, una delle più apprezzate e originali autrici inglesi del dopoguerra, contrapponendo la giovinezza anticonformista e indipendente al declino in tarda età dovuto al morbo di Alzheimer. Il tutto visto dal punto di vista del marito, un uomo mite e tradizionalista che per anni ha lasciato la moglie dettare le regole della loro relazione e che in tarda età si ritrova a gestire una donna improvvisamente docile per la quale riscopre il linguaggio infantile per continuare a comunicare con lei. A fianco ai bravi Jim Broadben e Hugh Bonneville (fan di Downton Abbey, l'avete riconosciuto?) spiccano ovviamente le due protagoniste femminili Judi Dench e Kate Winslet, entrambe nominate all'Oscar. Per la Winslet era la quarta nomination e la seconda per aver interpretato la "versione giovane" della stessa donna, com'era accaduto in Titanic. Per ragioni a me incomprensibile l'attrice dovrà aspettare altre due nomination per ottenere il meritato riconoscimento.
Incidentalmente, anche questo film è tratto da un libro: le memorie di John Baley, marito della Murdoch.


Proseguiamo con un altro film che ho molto amato anche se ad essere onesti alterna scene molto intense ad altre incredibilmente ridicole (i poeti che belano a quattro zampe nel prato? suvvia!). Sto parlando di Poeti dall'inferno (Total Eclipse, 1995) di Agnieszka Holland con Leonardo DiCaprio, David Thewlis, Romane Bohringer, film che immagino la maggior parte delle trentenni d'oggi si siano avidamente procurate ai tempi di Titanic per vedere il tanto criticato nudo integrale del loro idolo pre-fama. Oltre ai nudi frontali di DiCaprio e Thewils (sappiatelo: pochi fotogrammi per la verità, vedibili solo col fermo immagine), il film fece scandalo per l'esplicita scena di sesso fra i due, impegnati a rappresentare la turbolenta relazione sentimentale fra due poeti cardini del Simbolismo francese: il giovane Arthur Rimbaud e il più maturo Paul Verlaine (all'epoca sposato). La pellicola trae direttamente spunto dalle poesie e dalle lettere che i due si scambiarono e dalla piece teatrale che ne fu ricavata e ha il difetto di concentrarsi sull'aspetto più distruttivo della loro relazione senza indagare l'influsso che questa ebbe sulla corrente del Simbolismo o senza spiegare come essa si è evoluta. Rimane tuttavia un film appassionante e ben recitato, una buona introduzione a due figure chiave della letteratura, oggi spesso citate a sproposito.
Una curiosità: al posto di DiCaprio era stato previsto River Phoenix per la parte ma la prematura scomparsa del giovane attore ha cambiato le regole. Un peccato perché per quanto Leo abbia reso giustizia al ruolo, credo che Phoenix avrebbe affrontato la parte con maggiore sensibilità.


Altro film scandaloso, altro film con Kate Winslet è Quills - La penna dello scandalo (Quills, 2000) di Philip Kaufman, con Geoffrey Rush, Joaquin Phoenix, Michael Caine. Il film si basa sulla vita del famigerato Marchese DeSade fornendo un'interpretazione romanzata degli ultimi anni di vita dello scrittore, quando fu incarcerato nel manicomio di Charenton a causa della sue pubblicazioni. Al di là della tanto citata scena di necrofilia, il film più che a creare scandalo si rivela come una riflessione sulla censura, la moralità, il sesso e la pornografia, a tratti acuta mentre in altre occasioni più scontata e può vantare un cast in piena forma dall'eclettico Rush, nominato all'Oscar, alla splendida Winslet qui in un'inedita versione bruna all'angosciato Joaquin Phoenix. Assolutamente da vedere.


Vi sono poi autori che hanno ispirato più di un film. Uno di questi è Truman Capote, protagonista della splendida pellicola Truman Capote - A sangue freddo (Capote, 2005) di Bennett Miller con Philip Seymour Hoffman e di quella un po' inferiore Infamous - Una pessima reputazione (Infamous, 2006) di Douglas McGrath, con Toby Jones e Sandra Bullock. Entrambe le opere, uscite curiosamente a solo un anno di distanza l'una dall'altra, si focalizzano su un momento preciso della vita di Capote, osservando lo scrittore mentre effettua le sue ricerche per il famosissimo romanzo A Sangue Freddo, ispirato a un omicidio realmente accaduto.
Capote ebbe modo di incontrare i due autori della strage prima che venissero giustiziati e il film di Miller osserva le conseguenze di questi incontri, dipingendo lo scrittore combattuto fra la compassione suscitata dagli avvenimenti e l'egoistica smania di completare l'opera.
La pellicola oltre a dipingere con grande profondità la psicologia del protagonista si avvantaggia dell'interpretazione di Philip Seymour Hoffman, giustamente premiato con l'Oscar che inevitabilmente schiaccia nel confronto il povero Toby Jones (comunque non malvagio). Il film con Jones tratta lo stesso argomento con uno sguardo diverso e in un certo modo più umano, alternando le sequenze in cui Capote effettua le sue ricerca a interventi di diverse celebrità che componevano il raffinato circolo di frequentazioni dello scrittore, tra cui spicca l'autrice de Il buio oltre la siepe Harper Lee, a cui Capote era notoriamente legato da una profonda amicizia.
Infamous, a sua volta tratto da un'opera teatrale, tende a romanzare maggiormente gli eventi rispetto al film precedente: il risultato finale non è comunque apprezzabile ma eccede nella caricatura della personalità del protagonista, per questo ho preferito il film con Hoffman che mi è sembrato più raffinato.


Torniamo alla vecchia Inghilterra e a un autore che personalmente non mi fa impazzire ma di cui recentemente si è parlato molto dato che dai suoi libri sono stati tratti film di successo: C.S.Lewis, celebre attualmente per la saga fantasy Le Cronache di Narnia. Tra il 1950 e il 1960 lo scrittore ebbe una complessa relazione sentimentale con la poetessa americana di origine ebrea Joy Davidman, la cui morte di cancro riuscì addirittura a scuotere la profonda fede cristiana dell'autore. La vicenda è raccontata in Viaggio in Inghilterra (Shadowlands, 1993) di Richard Attenborough, con Anthony Hopkins e Debra Winger, un'opera dedicata soprattutto agli amanti del cinema inglese, con le sue atmosfere sonnolente e i dialoghi pacati, in cui le passioni emergono soprattutto in intensi silenzi. Nonostante il tema del contrasto tra la riservata Inghilterra e la caotica America sia uno di più abusati in cinema e letteratura, il risultato finale è comunque coinvolgente e intenso, oltre che nient'affatto scontato.


Questo drammone strappalacrime, invece, lo conoscete tutti e lo inserisco qui più per lo sguardo obliquo di Joseph Finnies e la splendida Inghilterra elisabettiana che per le insopportabili smorfiette di Gwineth Paltrow che pure per aver nascosto la chioma bionda vestendosi da uomo è stata dichiarata attrice seria e premiata con l'Oscar: ovviamente sto parlando di Shakespeare In Love (Id., 1998) di John Madden che vede fra i non protagonisti la perfetta Judi Dench e un quasi irriconoscibile Colin Firth. Il film si ispira molto liberamente alla vita del Bardo, impresa su cui si possono muovere poche critiche perché come si sa della vita del grande drammaturgo inglese si conosce ben poco e quindi ognuno è libero di fantasticare come vuole. Madden salta a pié pari i dubbi sulla sessualità del poeta, scaturiti più che altro dai suoi sonetti e immagina un giovane Shakespeare in crisi di ispirazione che si innamora di una nobile promessa a un altro e dalla sfortunata vicenda verrà ispirato per scrivere Romeo e Giulietta. Al di là del melodramma sentimentale il film è divertente e ben fatto, un must per gli amanti dei film in costume ma anche più che apprezzabile anche da tutti gli altri


Restiamo sui film in costume e torniamo a Kate Winslet (è la mia attrice preferita, rassegnatevi) co-protagonsta insieme a Johnny Depp di Neverland - Un sogno per la vita (Finding Neverland ,2004) di Marc Forster, con Dustin Hoffman e Julie Christie. Il film racconta l'incontro del commediografo James Barrie con la giovane vedova Sylvia Llewelyn Davies e i suoi quattro figli, incontro che porterà Barrie a scrivere l'immortale Peter Pan. La versione degli eventi è ovviamente romanzata ma comunque abbastanza fedele a ciò che accadde nella realtà, compreso un accenno alle insinuazioni meschine di cui Barrie fu vittima per il suo interesse verso i piccoli Llewelyn Davies. In tutta onestà il film sguazza un po' troppo nel melodramma e al personaggio di Kate Winslet vengono messe in bocca alcune frasi sdolcinate un po' stomachevoli, per questo i personaggi più apprezzati sono l'impresario teatrale impersonato da Dustin Hoffman (ricordate il suo Capitan Uncino in Hook?) e la moglie di Barrie, che fatica ad accettare lo spirito fuori dagli schemi del marito. Dopo anni di personaggi fuori dalle righe, Depp riesce a guadagnare una nomination all'Oscar per il ruolo di uno scrittore che indubbiamente nell'Inghilterra dei primi del '900 avrà suscitato scalpore ma che è il più mite fra i personaggi che gli sono capitati fra le mani. Come prevedibile neanche questa volta il povero Johnny si è aggiudicato l'ambita statuetta, il film rimane però molto interessante e imperdibile per tutti i fan del bambino che non vuole crescere.


Sempre ai primi del '900 e sempre in Inghiterra ci fu un autore che suscitò uno scandalo ben superiore ai pettegolezzi sul mite Barrie: Oscar Wilde. La sua vita, da idolo dei salotti della buona società a carcerato per sodomia, è ripresa con sufficiente dettaglio dal film Wilde (Id, 1997) di Brian Gilbert, con Stephen Fry nel ruolo principale. La sceneggiatura è stata tratta dalla biografia di Wilde scritta da Richard Ellmann e premiata con il Pulitzer e segue lo scrittore dagli albori del suo successo all'esilio europeo in seguito al rilascio dal carcere, attraverso il matrimonio, la scoperta della propria omosessualità e la turbolenta e fatale relazione con Lord Alfred Douglas. Il film riproduce fedelmente la vita dello scrittore ma tenta di discostarsi dalla classica biografia alternando scene della vita di Wilde a immagini di uno dei suoi racconti più famosi e amati, Il gigante egoista, che donano al film un tocco più intimo e personale, spogliandolo della pedanteria che a volte caratterizza le biografie. Stephen Fry fa un ottimo lavoro nell'impersonare il commediografo irlandese, sfruttando anche una somiglianza fisica impressionante ma chi attira davvero l'attenzione è il quasi esordiente Jude Law, la cui bellezza crudele è perfetta per rappresentare il capriccioso e viziato Bosie.


Concludiamo questa prima parte della nostra carrellata con un'opera particolare, The Hours (Id, 2002) di Stephen Daldry con Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep. Il film, tratto dall'omonimo romanzo di Michael Cunningham, racconta la storia di tre donne di età ed epoche diverse, due fittizie e una realmente esista: Virginia Woolf. Non una tradizionale biografia quindi ma il racconto di tre vite all'apparenza diverse legate però dalle pagine del romanzo della Woolf La signora Dalloway. È il racconto di tre infelicità che si focalizza sui mesi che la scrittrice inglese dedicò alla stesura del romanzo, mentre combatteva con i sintomi della depressione che l'avrebbe poi portata al suicidio. Molto bello, una delle poche trasposizioni cinematografiche ben fatte, è un film che si fa amare anche da chi non conosce o non ama particolarmente Virginia Woolf.


Si conclude qui la prima parte di questo nostro approfondimento, nella prossima puntata vedremo qualche film in costume in meno ma non ci faremo mancare la giusta dose di alcolismo e trasgressioni per cui continuate a seguirci, potreste scoprire il vostro prossimo autore (e film) preferito!

 

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