31 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: I Tre Moschettieri - Alexandre Dumas padre

Alexandre Dumas padre nasce il 24 luglio 1802 a Villers-Cotterêts. Figlio di un generale dell'esercito francese che aveva ripudiato il suo titolo nobiliare e morto quando Dumas aveva tre anni, questi fu cresciuto dalla sola madre che gestiva una tabaccheria. Non potendo avere un'istruzione approfondita a causa delle scarse risorse economiche, Dumas inizia a lavorare nell'albergo del nonno materno e in seguito, trasferitosi a Parigi, entra al servizio del Duca d'Orléans come copista. Nel 1824 da una relazione con una sarta nasce Alexandre Dumas figlio, anche lui in seguito famoso letterato. Nello stesso periodo inizia a lavorare per il teatro, riscuotendo successo con opere quali Enrico III e la sua corte, Antony, La Torre di Nesle e Kean. Nel 1843 sposa l'attrice Ida Ferrier e inizia un periodo di successi. Nel 1844 Dumas raggiunge l'immortalità letteraria. Il Conte di Montecristo e I Tre Moschettieri (qui recensito e facente parte di una trilogia), scritti a puntate a partire dal 1844, sono tra le opere francesi più famose e imitate al mondo. Nello stesso anno Dumas acquista un terreno a Marly-le-roi e fa costruire il "Castello di Montecristo", un edificio composito su ispirazione degli stili del Rinascimento, barocco e gotico. Nel 1846 inaugura un proprio teatro, che chiama il "Théâtre-Historique", che fallisce però nel 1850. Rovinato dai debiti, lo scrittore è costretto a vendere all'asta il suo castello e nel 1851, inseguito da più di 150 creditori, deve riparare in Belgio. Torna a Parigi solo nel 1854, risolti i suoi problemi finanziari. Inizia dunque a viaggiare per tutta l'Europa e dal 1861 al 1864, dopo aver accompagnato Garibaldi nelle sue battaglie, soggiorna a Napoli, dove viene nominato direttore degli scavi e dei musei. Tornato in Francia negli anni seguenti, si ammala gravemente e nel settembre del 1870 si trasferisce nella villa di suo figlio Alexandre a Puys, vicino a Dieppe, dove muore il 5 dicembre. Tra le sue opere più importanti, oltre ai romanzi succitati, ci sono il Ciclo degli ultimi Valois (La Regina Margot, La dama di Monsoreau, I Quarantacinque), In viaggio sulle Alpi (1834), Delitti celebri (1839-40), Napoleone (1840), Giovanna d'Arco (1842), La cappella gotica, La guerra delle donne, Il tulipano nero (1850), Il Caucaso (1859).


«Beato colui che per la prima volta si accinge a inseguire le orme di d'Artagnan; beato colui che, avendo letto questo libro nell'adolescenza, come accade, in una edizione probabilmente ornata di traumatizzanti illustrazioni, non ne conserva che un confuso ricordo, fatto di generosi e un po' sciocchi duelli, di trame ingegnose, di agevoli uccisioni; attendono costoro alcune ore di indifesa, deliziata lettura... Una velocissima cavalcata, che si svolge con accelerazione sempre piú nervosa e rovinosa, ci rapisce, per le strade di Francia e di Inghilterra, sulle tracce di d'Artagnan e dei tre moschettieri; in preda ad un batticuore lievemente degradante, gustando tutta la codarda letizia di essere "fuori", noi seguiamo le ambagi di una storia seducente quanto sfrontatamente improbabile». (Giorgio Manganelli)

Recensione

Opera tra le più importanti nella storia della letteratura francese, I Tre Moschettieri di Alexandre Dumas padre (in collaborazione con Auguste Maquet, uno dei suoi assistenti che fu prezioso anche per l'altro capolavoro, Il Conte di Montecristo) uscì per la prima volta a puntate sul giornale “Le Siècle” tra il marzo e il luglio del 1844, durante quel periodo turbolento chiamato anche “Monarchia di Luglio” (1830-1848) che segnò un breve ritorno alla monarchia prima di passare definitivamente alla repubblica. Fulgido esempio di romanzo ottocentesco storico, fu un successo enorme sia di critica che di pubblico già dalle prime pubblicazioni.

Tutto parte dal ritrovamento di un romanzo del '700 - Mémoires de Monsieur d'Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras – da parte di Dumas mentre questi era alla ricerca di notizie su Luigi XIV. Il personaggio descritto in quelle pagine lo colpì così tanto che decise di usarlo per farne il protagonista de I Tre Moschettieri.
Nella trama le avventure del giovane guascone che parte per cercare fortuna a Parigi presso il capitano delle guardie di Sua Maestà de Tréville sono coinvolgenti e senza un attimo di respiro: bastano le pagine iniziali per definire il carattere turbolento e orgoglioso del neanche ventenne.
Leggere le sue parole mentre apostrofa un gentiluomo che aveva celatamente parlato male del suo ronzino e chiedere soddisfazione per l'insulto (cosa che rimarrà come sottotrama per tutto il romanzo), svenire e perdere la lettera di raccomandazione, arrivare a Parigi e testardamente chiedere udienza a de Tréville rischiando di essere ucciso in duello dai tre suoi futuri inseparabili amici Porthos, Aramis e Athos, ci riporta immediatamente a un'epoca affascinante e violenta nel quale i duelli regolamentati tra gentiluomini risolvevano anche la minima controversia.

Ogni azione si accompagna a un eloquio nobile anche nelle imprecazioni e gli intenti, benché rafforzati da moschetto e spada, sono sempre in linea con quello spirito ribaldo e allo stesso tempo signorile che ha creato un termine di paragone nella letteratura.

In più, personaggi memorabili – Milady e il Cardinale Richelieu sono degli antagonisti perfetti e anche i comprimari fanno ottimamente la loro parte - e dialoghi sì ridondanti ma efficaci rendono avvincente un romanzo che a causa della sua serialità ogni tanto gira a vuoto su ridondanti descrizioni o panegirici magniloquenti fini se stessi che devono evidentemente allungare il brodo.

Considerato il primo thriller politico della storia, I Tre Moschettieri non può che affascinare il lettore anche oggi, anche solo per rivivere le gesta che tanto hanno influenzato libri, film, fumetti opere teatrali e tanti altri media.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: i Tre Moschettieri
  • Titolo originale: Les Trois Mousquetaires
  • Autore: Alexandre Dumas padre
  • Traduttore: Zini Marisa
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 1998
  • Collana: Einaudi tascabili
  • ISBN-13: 9788806190286
  • Pagine: 636
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

Ingenuità e Violenza - Quarta tappa Blogtour Chelsea & James

Oggi il nostro blog ospita la quarta tappa del BlogTour dedicato a Chelsea & James, il bellissimo romanzo di Roberto Giuseppe Cozzo, recensito qualche mese fa su queste pagine (qui trovate la recensione completa), che racconta della disperata storia d’amore di due ragazzi, non ancora ventenni, sulle cui spalle grava però un notevole fardello di responsabilità ed esperienze particolarmente dure per la loro età; un passato da dimenticare li accomuna, così come la voglia di evasione da una realtà scomoda e stretta.

La gentile richiesta del giovane autore, che abbiamo accolto con grande piacere, è stata sottolineare una questione molto forte e rilevante all’interno dell’opera: il rapporto tra l’ingenuità dei ragazzi e il concetto di violenza e del modo in cui si collocano la morale e la giustizia in una storia come quella di Chelsea e James.
Non è sicuramente un tema facile da affrontare, visto il particolare contesto in cui si colloca la realtà narrativa dei due ragazzi e la forte influenza della componente emotiva che sicuramente gioca un ruolo di punta nel romanzo. Ma a darci lo spunto per un’analisi approfondita e mirata è lo stesso autore, il quale si è concesso a noi per una breve intervista, così da approfondire al meglio alcune tematiche e trovare risposte ad alcuni interrogativi e curiosità sopraggiunte in seguito alla lettura. Una prima domanda nasce proprio dalla curiosità di conoscere il punto di vista dell'autore sulla ricezione del suo Chelsea & James:

1. La scelta di scrivere una storia come quella di Chelsea e James comporta necessariamente la messa in discussione di elementi come la morale o la giustizia, hai mai pensato che questo potesse portare anche a delle critiche?

Sì. Correvo il rischio che non tutti i lettori riuscissero a comprendere le azioni dei protagonisti. Ma questo non mi ha mai fatto dubitare, neanche per un istante, dell'intenzione di sviluppare queste tematiche. Credo che sottoporsi ad un'autocensura preventiva sia una limitazione che uno scrittore non può permettersi. In un mondo di pseudonimi, ghost writers e firme poste sulle copertine di libri scritti da altre persone, io voglio distinguermi. La mia storia è attuale e il mio modo di scrivere è concreto. Ecco perché arriva ai miei lettori, che non hanno mai frainteso le mie intenzioni.

Una scelta coraggiosa e che rende onore al nostro giovane scrittore emergente, la risposta positiva dei lettori ha sicuramente colmato le aspettative e dimostrato come la ragione soccomba alle logiche del cuore e alle emozioni, spezzando tutti i vincoli della consuetudine e mettendo in secondo piano i concetti di moralità e giustizia. Eppure non dobbiamo dimenticare che parliamo sempre di punti di vista, soffermiamoci su un estratto della quarta di copertina

Nel tentativo di perseguire il proprio personale senso di giustizia, due ragazzi cercano di fuggire da un ingombrante passato, che li condiziona fortemente. La moralità, immancabilmente relativa, viene messa in discussione, mentre un viaggio li porterà via dalla zona in cui hanno imparato a soffrire.

Il proprio senso di giustizia. L’uso di questa espressione non è affatto casuale, cosa è giusto e cosa è sbagliato viene ridotto al personale e soggettivo modo di vedere le cose dei due protagonisti: quello di Chelsea e quello di James ma nell'ottica comune, le loro azioni, che vanno dalla rapina, al furto, all’omicidio non esulano da una condanna oggettiva. Il loro coinvolgimento emotivo nella vicenda e la loro età incidono sicuramente, sembrano quasi voler addolcire il loro operato per far accettare il tutto come conseguenza dell'infausto destino toccato ai due giovani sventurati, senza però volerli necessariamente giustificare. Anche Giuseppe Cozzo è della stessa idea, come conferma la sua risposta alla mia domanda:

2. L'amore e la follia dei due ragazzi sono secondo te una valida giustificazione per il loro modo di agire?

Non direi che i protagonisti siano folli. Le loro azioni sono efferate, ma il loro piano è lucidissimo ed il loro desiderio è condivisibile. Tutte le scelte causano delle conseguenze, ma nel loro caso sono estreme. L'amore, di per sé, non può portare a qualcosa di così negativo. Sono il desiderio di libertà e la voglia di cominciare a vivere che rendono i loro gesti comprensibili. Ma mai giustificabili.

E’ questione di prospettive, loro non pensano affatto alle loro colpe ma si soffermano sulle sofferenze da cui cercano di riscattarsi, facendo delle loro debolezze dei punti di forza, tutto mentre gli occhi estranei li giudicano, ma non dimentichiamo che artefice della loro fuga è la disperazione, quella di Chelsea, stufa di vivere una vita sacrificata passata a subire e quella di James, alla ricerca della verità sul suo passato. Giuseppe Cozzo è stato molto bravo nel riuscire a creare due personaggi che nonostante le loro colpe riescono a farsi amare incondizionatamente dal lettore, perciò ho domandato al loro ideatore

3. Chelsea e James sono sempre stati così spietati e amorevoli allo stesso tempo oppure inizialmente avevano delle caratteristiche diverse?

La loro creazione è stata assolutamente naturale, e credo che l'assenza di forzature traspaia dalla lettura della storia. La loro violenza trae una chiara origine dagli eventi che li hanno segnati, e dai quali ritengono che un distacco sia possibile solo compiendo una rivoluzione. Il contrasto tra sensibilità e crudeltà è ciò che rende umani i protagonisti. Senza l'una o l'altra cosa, avrei la colpa di averli resi astratti.

Queste parole hanno fatto luce su un elemento che mi ha colpito molto: la freddezza assoluta con cui i due operano i loro misfatti e il modo in cui subiscono inermi le vicissitudini. E' stato facile comprendere il perchè siano così rigidi e distaccati da quanto li circonda, accettano il lato più oscuro del loro essere e questo non perchè siano dei mostri senza cuore e raziocinio o perchè siano invece così ingenui da non capire quanto stiano complicando la loro esistenza, ma semplicemente perchè è la voglia di riscattarsi a guidare i loro destini come una furia, cieca a qualsiasi circostanza o soggetto le si avvicini con l'intento di rallentare o intralciare il suo cammino. I due innamorati si ritrovano ad essere vittime di un destino crudele e vedono nelle loro azioni una speranza di salvezza ma ad un'affermazione di questo tipo segue naturalmente un quesito e ancora una volta ho cercato di colmare la mia curiosità rivolgendomi a Giuseppe Cozzo

4. Chelsea e James hanno mai creduto davvero di farcela ad arrivare alla fine della corsa e vivere la loro vita insieme?

Probabilmente sì, anche se lo stesso James ne dubitò, all'interno del testo. Magari per un breve periodo. Direi dopo le fasi iniziali, quando arrivano in Arizona e le loro condizioni di vita migliorano leggermente grazie ai guadagni che conseguono illegalmente. D'altronde, se fossero stati certi di non riuscire a modificare la propria situazione, non avrebbero mai neanche provato a farlo. Qual è la tua idea in proposito?

Rispondo pubblicamente a questa domanda in modo molto semplice, io credo che almeno per un momento abbiano creduto di arrivare alla fine della corsa vittoriosi ma è stato solo un attimo, la loro felicità e la loro speranza sono state proprio la fuga e tutto il tempo trascorso assieme: il viaggio è stata la loro salvezza e la loro gioia.
Il fine si trasforma nel mezzo e l’amore, protagonista indiscusso, è stato il sogno ad occhi aperti di questi due ragazzi che nonostante il loro essere criminali non possiamo non amare, per le loro tenerezze e per il loro modo disperato di appoggiarsi all’altro. Ringrazio ancora una volta Giuseppe Cozzo per la sua disponibilità e per la possibilità di partecipare a questa iniziativa, aspettando con ansia un suo secondo lavoro che sicuramente eguaglierà il successo del suo primo romanzo, faccio i miei migliori auguri per il suo futuro perchè mettersi in gioco e scrivere a cuore aperto non è sempre facile!

Concludo segnalandovi segnalo la prossima tappa del BlogTour:
Citazioni e ispirazione, su Da una stella cadente all'altra, lunedì 7 settembre
Le frasi più significative del mio romanzo e quelle che lo hanno ispirato. I riferimenti espliciti a Bonnie e Clyde, i pochi punti di contatto e le molte differenze.

29 agosto 2015

Speciale Romanzi d'Appendice: Il sindaco di Casterbridge - Thomas Hardy

Thomas Hardy nacque nel 1840 ad Higher Bockhampton, Dorchester, Inghilterra. Studente brillante, non poté intraprendere gli studi universitari a causa degli scarsi mezzi economici della famiglia, per questo all'età di 16 anni abbandonò la scuola e fu assunto come apprendista in uno studio di architettura fino al suo trasferimento a Londra, dove riuscì a iscriversi al King's College e dove vinse diversi riconoscimenti importanti nel campo dell'architettura.
Sempre cosciente delle divisioni sociali esistenti faticò ad ambientarsi nella capitale, ma il soggiorno a Londra lo rese molto attento alle problematiche di riforma sociale e del lavoro, diffuse fra gli altri da John Stuart Mill. Dopo essere rientrato nel Dorchester, Hardy nel 1874 si trasferì in Cornovaglia in seguito al matrimonio con Emma Lavinia Gifford. Sebbene i due finiranno col divorziare, lo scrittore rimase legato alla donna e fu profondamente toccato dalla sua morte, evento che lo spinse ad avvicinarsi con decisione alla poesia e che lo portò a vincere importanti riconoscimenti, tanto che oggi egli viene apprezzato tanto quanto poeta che quanto romanziere.
La decisione di diventare scrittore era maturata però molto tempo prima, al momento del ritorno nel Dorchester, e aveva portato nel 1867 alla produzione del suo primo romanzo, The Poor Man and the Lady, che però non trovò mai un editore e fu in seguito bruciato dal suo autore, a causa dei controversi temi politici trattati.
Nel frattempo Hardy aveva prodotto altre due novelle, Desperate Remedies (1871) e Sotto gli alberi (Under the Greenwood Tree, 1872), pubblicate sotto pseudonimo, e una terza uscita invece con il suo vero nome a puntate sul Tinsley's Magazine tra il 1872 e il 1873. Quest'opera, intitolata Due occhi azzurri (A Pair of Blue Eyes), si ritiene abbia dato origine al termine cliffhanger in quanto al termine di uno dei capitoli il protagonista restava letteralmente appeso ai bordi di una scogliera.

Successo ancora maggiore riscosse l'opera successiva, Via dalla pazza folla (Far from the Madding Crowd, 1874), nella quale viene per la prima volta introdotto il termine Wessex per indicare la regione, corrispondente grossomodo all'antico regno Sassone, nella quale saranno ambientati quasi tutti i suoi romanzi successivi.
E' proprio grazie al successo di Via dalla pazza folla (qui la nostra recensione) che Hardy poté abbandonare il lavoro di architetto e dedicarsi alla scrittura a tempo pieno producendo altri dieci romanzi nei quali l'autore ritorna più volte sui temi a lui cari quali la lotta impari contro il destino, l'impossibilità di valicare le divisioni di classe e la predominanza della passione sulla ragione, tutti temi che lo porteranno a essere identificato come uno dei principali esponenti del realismo Vittoriano. Spiccano fra tutti gli ultimi due romanzi, Tess dei d'Urbevilles (Tess of the d'Urbervilles, 1891), da noi recensita qui, e Jude l'oscuro(Jude the Obscure, 1896), entrambi destinati a suscitare enormi polemiche e indignazione nel pubblico vittoriano per la palese critica all'istituzione del matrimonio e il modo disinvolto con cui venivano trattati argomenti come il sesso e la religione. Pare che Giuda venisse venduto in buste di carta per nasconderne il titolo e che il vescovo di Wakefield arrivò a bruciarne delle copie e pare che le aspre critiche ricevute convinsero Hardy a non scrivere più romanzi nonostante in quel periodo fosse ormai arrivato all'apice della fama e, a partire dal 1910, ricevesse ben dieci candidature al Nobel per la Letteratura.
Sposatosi una seconda volta nel 1914 con la segretaria Florence Emily Dugdale, di 39 anni più giovane, Hardy si ammalò ai polmoni nel 1927 e morì i primi di gennaio del 1928 nella sua abitazione di Max Gate. Le sue ceneri furono seppellite nell'Angolo dei Poeti a Westminster Abbey, con l'eccezione del cuore che fu invece seppellito insieme alla prima moglie Emma.


Michael Henchard è un mietitore disoccupato che, dopo essersi ubriacato ad una fiera di paese, in seguito ad un impulsivo scatto d'ira vende la moglie Susan e la figlioletta di un anno ad un marinaio appena incontrato. Diciotto anni dopo, Susan e la figlia si mettono alla sua ricerca senza sapere che nel frattempo l'uomo è diventato il personaggio più prominente di Casterbridge. Henchard tenta a questo punto di porre rimedio alla sua scorrettezza giovanile ma la sua natura impulsiva, mai domata dagli anni, adombra sia le sue relazioni personali che la buona riuscita dei suoi affari. Sebbene Henchard sia destinato a essere un eroe tragico, incapace di sopravvivere alla nuova realtà commerciale, il suo è anche un cammino verso l'amore.

Recensione

Quando pensiamo ad Hardy oggi pensiamo soprattutto all'innocente e sfortunata Tess. Eppure questo Il sindaco di Casterbridge, precedente di cinque anni, inizia con una delle scene più memorabili della letteratura, con cui pochi altri romanzi riescono a rivaleggiare ancora oggi: un giovane ubriaco, iracondo e impulsivo, vende la propria moglie e la propria figlia ancora in fasce ad un perfetto sconosciuto. Un gesto di cui si pentirà troppo tardi e che segnerà la sua esistenza.

Un inizio sfolgorante che non indugia in preamboli e che si tuffa poi a capofitto in avanti di vent'anni per narrare una delle storie più ricche di colpi di scena della letteratura vittoriana, che si dipana secondo una sequenza di eventi così ben congegnata da chiedersi come sia possibile che la fama di quest'opera si sia tanto offuscata negli anni, a vantaggio di opere un po' più pasticciate come appunto Tess.
Anche ne Il sindaco di Casterbridge, infatti, ritroviamo l'eterna lotta fra uomo, destino e i limiti di una società ipocrita che sono al cuore di tutti i romanzi di Hardy, Tess compresa, ma qui il tono è più razionale, prosaico, contenuto nel melodramma - nonostante l'autore non sia avaro di disgrazie in rapida sequenza - e perciò meno propenso ad accalappiare lettori in cerca di emozioni forti e immediate. Va poi detto che le vicende di una fanciulla innocente dalla virtù violata sono destinate a rimanere più facilmente nei ricordi e nel cuore del pubblico rispetto alla parabola tragica di un uomo un po' rozzo e dal carattere iracondo che sembra un po' meritarsi le disgrazie di cui è vittima.

A differenza di altri romanzi di Hardy, in cui i protagonisti sembrano spesso vittime impotenti del fato e lo spazio di manovra del loro libero arbitrio sembra veramente limitato, ne Il sindaco di Casterbridge il carattere del protagonista appare responsabile del suo destino tanto quanto gli eventi incontrollabili che appaiono sul suo cammino (non a caso il sottotitolo dell'opera è "La vita e la morte di un uomo di carattere"). Michael Henchard è un uomo orgoglioso e portato a farsi accecare dalle passioni, non cattivo, anzi, capace di momenti di profonda tenerezza e empatia, eppure incapace di impedire ai suoi istinti più bassi di prendere il sopravvento. Qualcuno ha notato in questa sua personalità instabile, capace di slanci di generosità e subito pronta a cadere nel vittimismo e nella diffidenza semi-paranoica, gli indizi di una forma di depressione, inevitabilmente acuita dall'abuso di alcol che esalta la tendenza dell'uomo all'ira ingiustificata.

Henchard è un personaggio complesso ma estremamente umano, per questo non difficile da amare o quantomeno da compatire, anche nei suoi momenti più bassi. Anche lui in qualche modo ha tentanto di elevarsi sopra il proprio rango, di uscire dagli schemi, di ottenere qualcosa di più di quanto la classe sociale in cui è nato gli avrebbe concesso e per questo, come quasi tutti i personaggi del romanziere inglese, viene punito. In questo caso, però, non è tanto l'ipocrita società vittoriana da biasimare (anche se nell'infelice destino delle relazioni con Susan prima e con Lucetta poi non mancano di infliggere una stoccata all'istituzione del matrimonio così come lo vedeva Hardy) quanto il protagonista stesso che permette al proprio orgoglio e alla propria invidia di mandare all'aria quanto di buono è stato capace di costruire nella seconda parte della sua esistenza. Vendere la propria moglie e figlia è una colpa troppo grande dalla quale è impossibile redimersi, sembra dire l'autore.

Il fato migliore, al contrario, tocca a chi sa accettare il proprio destino con paziente sopportazione come la figlia di Michael, Elizabeth-Jane, una figura femminile decisamente poco accettabile oggi, docile e sottomessa fanciulla disposta a subire l'atteggiamento freddo e scostante del padre prendendosene la colpa e a restare in paziente attesa dell'amato anche quando questo si invaghisce e sposa un'altra.
I personaggi secondari, va detto, sono uno degli aspetti di minor fascino dell'opera e il motivo per cui ho tolto una stelletta al voto finale. Al di là dell'insipida ma tenace Elizabeth-Jane, non mancano figure affascinanti come il brillante Donald Farfrae, nemesi di Henchard, figura solare, positiva e senza ombre, o la sfortunata Lucetta che non è ben chiaro se Hardy voglia dipingere come una sciocchina o come una donna di fascino e personalità. Tuttavia ognuna di queste figure sale a sprazzi alla ribalta nel corso della storia, apparendo come una possibile figura centrale fino a che lo scrittore non la rispedisce in secondo piano o, peggio ancora, nel dimenticatoio per capitoli interi. Il protagonista assoluto, come del resto anticipava il titolo, resta quindi solo lui, Michael, le altre figure della sua vita destinate a vedersi solo quando funzionali al racconto e quindi nel complesso sempre un po' monocordi e poco apprezzabili.

Infine un'ulteriore stelletta l'ho tolta per il modo in cui viene gestita la trama: Il sindaco di Casterbridge apparve inizialmente a puntate su Graphic magazine in Inghilterra e su Harper’s Weekly negli Stati Uniti, per cui non è difficile immaginare che i frequenti colpi di scena abbiano lasciato i primi lettori in sospeso da una settimana all'altra. Ogni colpo di scena viene però risolto quasi sempre nel capitolo successivo, a differenza di quanto avviene in opere di altri grandi scrittori vittoriani come Dickens o Charlotte Bronte abituati a celare alcuni misteri per la quasi totalità dell'opera. Questo, unito al numero relativamente scarso di personaggi principali, rovina un po' la suspense per il lettore moderno che si trova fra le mani un'opera fatta da una sequenza di azione e reazione, non priva di fascino ma forse meno accattivante di quanto doveva apparire all'inizio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il sindaco di Casterbridge
  • Titolo originale: The Mayor of Casterbridge
  • Autore: Thomas Hardy
  • Traduttore: L.Berti
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2000
  • Collana: BUR - Classici
  • ISBN-13: 978-8817173315
  • Pagine: 361
  • Formato - Prezzo: ebook- 2,99 €

28 agosto 2015

Il libro delle cose nuove e strane - Michel Faber

Tutto ha inizio quando Peter Leigh, un devoto uomo di fede, viene chiamato a compiere la missione di una vita, una missione che lo porterà a galassie di distanza dalla sua amata moglie, Beatrice, in territori forse ostili. Peter non può sottrarsi e parte. Ma a poco a poco si immerge nei misteri di un ambiente nuovo e incredibile, governato da un’enigmatica organizzazione conosciuta solo come USIC. Il suo lavoro lo porta a contatto con la popolazione nativa, apparentemente amichevole, alle prese con una pericolosa epidemia e ansiosa di ricevere gli insegnamenti di Peter – la sua Bibbia è il loro “libro delle cose nuove e strane”. Con sua moglie Peter intrattiene una fitta corrispondenza, ma le lettere di Beatrice all’improvviso si fanno sempre più disperate e Peter ne rimane scosso: tifoni e terremoti devastano interi paesi sulla Terra e i governi sono in bilico. La fede di Bea, un tempo faro delle loro esistenze, inizia a vacillare. La lontananza che separa i due amanti, misurata in distanze siderali, e agli estremi della quale ci sono un mondo appena scoperto e un altro ormai al collasso, minaccia di diventare una voragine incolmabile e sempre più profonda: mentre Peter cerca di conciliare i bisogni della sua congregazione con i desideri del suo strano datore di lavoro, Bea lotta per sopravvivere. Le prove che affrontano Bea e Peter mettono a nudo la loro fede, il loro amore, le loro responsabilità.

Recensione

Peter Leigh era un ladro tossicodipendente senza fissa dimora. Ricoverato in ospedale per una frattura alle gambe, a seguito di una caduta durante un tentativo di furto, incontra Bea, infermiera profondamente religiosa, che riesce a convertirlo alla fede cristiana. I due si sposano e Peter, dopo un passato dedito al vizio, come Sant’Agostino, diventa un pastore di anime e si dedica al bene della comunità. Quando i coniugi Leigh vengono a sapere che l’Usic, una multinazionale che gestisce una colonia su un pianeta avente condizioni di vita assimilabili a quelle terrestri, indice un bando per assumere del personale da inserire nella suddetta colonia, attirati dal forte compenso previsto, decidono di partecipare alla selezione. Solo Peter riesce a superare i test e parte per il pianeta alieno con l’approvazione di Bea.
I due coniugi, a milioni di chilometri di distanza, possono scriversi, ma le loro priorità necessariamente divergono. Peter è molto impegnato nella evangelizzazione dei nativi del pianeta, chiamato Oasi, mentre Bea, che si accorge fra l'altro di essere rimasta incinta, deve preoccuparsi della propria sopravvivenza, dati gli sconvolgimenti naturali e sociali che si stanno verificando nel frattempo sulla Terra.
Quelli che si inviano i coniugi Leigh sono messaggi d’amore che, peraltro, diventano gradualmente motivi di incomprensione fra loro, stante le difficoltà che devono superare vivendo separati.
Entrambi sono costretti ad affrontare prove che tenderanno a far vacillare la loro fede. Ma ci sono degli interrogativi, inizialmente non considerati, che gradualmente si affollano nella mente di Peter, come il fatto che lui sia stato selezionato per il viaggio e Bea no, perché nella colonia non esistano mai conflitti d’opinione, cosa speri di ottenere l'Usic che spende milioni di dollari per mandare avanti il progetto di colonizzazione, come mai siano scomparsi due componenti della colonia, eccetera. Le risposte che pian piano Peter riuscirà a darsi, o che gli forniranno i compagni della colonia, modificheranno il suo modo di pensare e lo spingeranno a decidere se restare su Oasi o tornare sulla Terra.

I romanzi di fantascienza a sfondo socio-religioso sono indubbiamente interessanti e, in genere, molto originali, dato che la materia si presta alla casistica più varia. In questa storia abbiamo degli alieni che abbracciano con entusiasmo la fede cristiana e il motivo per cui una multinazionale si presti al loro indottrinamento, con costi apparentemente enormi, è una delle domande che Peter si pone e a cui riuscirà ad avere risposta solo verso la fine della storia.

Il titolo del romanzo, Il libro delle cose nuove e strane, è riferito all'appellativo con cui i nativi indicavano il Nuovo Testamento. I nativi di Oasi sono creature piuttosto deboli, apparentemente asessuate e innocue. Per la gran parte accettano la religione cristiana e coloro che invece la rifiutano non la osteggiano, limitandosi a non partecipare alle funzioni. Peter si dedica letteralmente anima e corpo allo loro evangelizzazione, pieno di entusiasmo per la grande disponibilità con cui la religione viene accolta.
Per quanto il romanzo non sia noioso, non si presta a farsi leggere tutto d’un fiato. Il libro di quasi seicento pagine, che racconta per buona parte l’approccio di Peter con in nativi e con le condizioni di vita del nuovo territorio, è a tratti piuttosto lento, pregno delle considerazioni e dei dubbi che si pone il protagonista.
Il pianeta su cui è stata fondata la colonia non risulta particolarmente vario né dal punto di vista del territorio, totalmente pianeggiante, né da quello animale e vegetale (esattamente il contrario, dal punto di vista estetico e multirazziale, del pianeta Tschai, ma il romanzo di Faber, se non ha il ritmo e la fantasia di quello di Jack Vance, ha tutt'altra complessità e profondità di pensiero), e la multinazionale che lo gestisce non risulta interessata alla scoperta di nuove specie di fauna e flora. Pertanto nel romanzo non c’è molta azione e quel poco che viene raccontato si legge prevalentemente nei messaggi che Bea spedisce a Peter. Solo nelle ultime cento pagine il racconto si impenna, il ritmo si fa più veloce, Peter trova molte risposte ai suoi interrogativi e viene a crearsi una certa suspense.

Non bisogna peraltro pensare che tutta la storia si limiti all’incontro degli umani con un mondo alieno. In realtà il nucleo del racconto sta nel rapporto fra Peter e Bea, due anime gemelle fra cui, gradualmente, viene a crearsi una frattura per le problematiche totalmente diverse che devono affrontare, tanto che i messaggi che si spediscono, invece di appianare, incrementano i motivi di divergenza. L’interrogativo che si pone il lettore, a cui avrà risposta alla fine del romanzo, è se i due coniugi sapranno superare le difficoltà contingenti e ristabilire il loro rapporto.
Dato che la storia termina un po’ bruscamente, sarei propenso a ritenere che possa essere previsto un seguito. La critica ha parlato molto positivamente di questo romanzo, ma ritengo che sia solo il pubblico a poter dare il giudizio determinante, stante che solo l’aspetto economico può invogliare la casa editrice a farsi promotrice con l’autore della prosecuzione della storia.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il libro delle cose nuove e strane
  • Titolo originale: The Book of  Strange New Things 
  • Autore: Miche Faber
  • Traduttore: Alberto Pezzotta
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: giugno 2015
  • Collana: Narratori Stranieri
  • ISBN-13: 9788845279171
  • Pagine: 584
  • Formato - Prezzo: Brossura con sopracopertina - Euro 21,00

27 agosto 2015

La classifica dei libri più venduti dal 17 al 23 agosto


Rieccoci dopo la breve pausa di metà agosto con la nostra rubrica settimanale dedicata ai libri più venduti.
Quali siano i best-seller dell'estate è ormai chiaro da diverse settimane e, complici i passaparola sotto l'ombrellone, possiamo ormai citare alcuni nomi a occhi chiusi. Hawkins, E. L. James , Todd, e naturalmente l'immancabile Camilleri (un po' in discesa ma sempre presenza fissa) dominano ormai gli scaffali da settimane. Accanto a queste letture leggere si confermano altri due titoli più impegnativi, entrambi legati al Premio Strega di quest'anno, La ferocia di Nicola Lagioia (di cui a breve pubblicheremo una recensione), e L'amica geniale di Elena Ferrante. Entrambi resistono nella top ten da diverso tempo anche se non sono mai riusciti a scalzare i tre tormentoni dell'estate dai vertici della classifica.

L'unica novità della settimana sembra poi quasi un deja vu: si tratta infatti di John Green che dopo aver imperversato nella nostra classifica nella prima parte dell'anno col fenomeno Colpa delle Stelle ora bissa con Città di carta, libro del 2008 arrivato da noi l'anno successivo senza particolare clamore che ora, proprio come Colpa delle Stelle, gode di una seconda giovinezza grazie all'imminente uscita dell'omonimo film, occasione nella quale ovviamente Rizzoli ripubblica il libro con una nuova copertina che richiama appunto la locandina della pellicola che, come per il precedente successo di Green, mostra in primo piano i volti dei due giovani protagonisti, fra i quali spicca subito Cara Delevingne, attrice e modella britannica i rapida ascesa che si è conquistata il ruolo di Marog. Di Città di carta vi avevamo già parlato in tempi non sospetti qualche anno fa, staremo ora a vedere se anche questo nuovo/vecchio libro di Green presenzierà nella nostra classifica per mesi pur non essendo così strappalacrime (e quindi così ammaliante per i cuori sensibili degli adolescenti come la storia di Hazel e Gus.



Il libro più venduto:

La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista, le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua.

Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?



  • Titolo: La ragazza del treno
  • Autore: Paula Hawkins
  • Editore: Piemme
  • ISBN-13: 9788856637779
  • Pagine: 378
  • Prezzo: 19,50 Euro

  • Le posizioni dalla 2 alla 10:  

    2. Grey. Cinquanta sfumature di grigio raccontate da Christian - E. L. James (Mondadori - euro 19,00)
    3. After - Anna Todd (Sperling & Kupfer - euro 14,90)
    4. After - Un cuore in mille pezzi - Anna Todd (Sperling & Kupfer - euro 14,90)
    5. Città di carta - John Green (Rizzoli - euro 16,00)
    6. L'amica geniale Elena Ferrante (E/O - euro 18,00)
    7. La ferocia - Nicola Lagioia (Einaudi - euro 19,50)
    8. Era di maggio - Antonio Manzini (Sellerio - euro 14,00)
    9. La giostra degli scambi - Andrea Camilleri (Sellerio - euro 14,00)
    10. L'abbazia dei cento delitti - Marcello Simoni (Newton Compton - euro 9,90)

    N.B. Le classifica è tratta dal sito www.wuz.it ed è elaborata dal Servizio Classifiche di Arianna. Il panel di riferimento è di oltre 1500 librerie aderenti al circuito Arianna. 

    26 agosto 2015

    Carta da zucchero - Eva Taylor

    Di qua e di là dal muro, Carta da zucchero racconta la storia di una famiglia e della sua fuga dalla Germania Est poco prima della costruzione del muro di Berlino, nel 1961. Testimone di questo e di altri episodi è la figlia, che raccoglie i ricordi dei familiari, abituati a ritrovarsi intorno a un tavolo per ricostruire il proprio passato, per cercare di superare mentalmente sia “il muro” sia quel senso di smarrimento causato dall’esperienza di essere profughi nel proprio paese. Così una piccola nave d’argento, l’automobile dell’infanzia nella Repubblica Democratica Tedesca, ma anche le buste color carta da zucchero che il nonno portava a casa dal mercato, non sono più semplici oggetti: su di loro si sono sedimentate esperienze ed emozioni che nel racconto riaffiorano.

    Recensione

    Carta da zucchero di Eva Taylor racconta in 120 pagine il dramma dell’emigrazione dalla Germania dell’Est visto con gli occhi e i timori di una bimba al tempo della costruzione del muro di Berlino.
    E’ molto importante tenere ben a mente il focus narrativo: passiamo da una piccola donna a un’adolescente e infine a un’adulta tornata a casa per vivere il ricordo di quel muro che, come lei stessa confessa senza vergogna, nonostante abbattuto ormai fisicamente da anni ancora sopravvive nei timori e nelle insicurezze della povera gente.

    Il racconto così si sviluppa come un riscontro continuo tra la realtà dei grandi e i sogni e le idee della piccola protagonista e il suo modo di vedere le cose che la circondano; è molto dolce il viaggio nei suoi ricordi e ci fa sorridere in molti punti la sua spensieratezza e la sua ingenuità nonostante la drammaticità della situazione.
    Spicca su tutti l'esperienza della fuga da Berlino Est: l’abitudine di partire all’alba è per la bambina di solito connessa alla partenza verso il mare, quindi è logico per lei domandarsi come mai la mamma portasse con sé i giacconi pesanti o come mai le valigie non avessero il solito garbo e ordine.
    La nonna sarà la sua compagna di avventure e di giochi e insieme alla mamma e al papà la aiuterà a capire meglio come è cambiato il mondo in seguito alla costruzione del muro, una realtà e un limite non solo materiale purtroppo.

    Conosciamo attraverso il contesto storico le difficoltà tipiche del tempo come l'ottenimento del famoso visto per poter lasciare la propria metà della Germania e far visita ai cari alloggiati altrove o come l’esproprio delle case e della mobilia di quelle famiglie riuscite a lasciare in tempo la zona Est del Paese.
    La sofferenza della lontananza e la spaccatura famigliare sono temi trattati con molta delicatezza, insieme ai continui viaggi dai parenti sconosciuti che presentano sempre caratteristiche uniche e divertenti, misti ai teatrini tra le donne della famiglia che ci fanno sorridere mentre parlottano tra loro di intrighi e tradimenti, smorzando un po’ la tensione e la brutalità della realtà storica.
    C’è un’ottima alternanza, quindi, tra l’humour innocente e puro della piccola protagonista e delle donne della famiglia e le parti invece più profonde e drammatiche che documentano vicende comuni tipiche del periodo storico.

    Carta da zucchero è un'opera scritta con buongusto e soprattutto molto tatto, dove non mancano tratti di ironia e bonarietà che contrastano con l’intensità storica degli eventi.
    Il mondo visto con gli occhi di un bambino è fatto di fantasia, creatività e di grande spirito di adattamento (come quello della nostra protagonista) nel saper trovare nelle ombre della sera delle amichette cui versare l’invisibile tè e con cui giocare a nascondino.
    Un storia di ricordi toccante ma allo steso tempo dolce come non mai, grazie all’innocenza di chi per fortuna è troppo piccolo per poter comprendere cosa voglia dire la parola politica.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Carta da zucchero
    • Autore: Eva Taylor
    • Editore: Fernandel
    • Data di Pubblicazione: maggio 2015
    • Collana: Laboratorio Fernandel
    • ISBN-13: 9788898605286
    • Pagine: 120
    • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

    22 agosto 2015

    Il seme del dubbio - Claudio Sara

    Sullo sfondo di un Paese in ricostruzione, l’Italia degli anni Cinquanta, la routine dell’avvocato Renzo Vinsa viene scossa da un processo che lo coinvolge a livello professionale ed emotivo. La presunta violenza subita da una quattordicenne conduce il protagonista alla ricerca della verità tra turbamenti interiori, inquietudini e colpi di scena: un percorso umano e giudiziario i cui risvolti saranno imprevedibili.



    Recensione

    Rimaniamo sgomenti quando veniamo a sapere dai media che in alcuni paesi, specie del medioriente, vengono ancora concesse in sposa donne-bambine a uomini adulti, ma è addirittura inconcepibile pensare che i genitori della vittima di uno stupro possano far sposare la propria figlia al violentatore.
    Eppure, dato che il matrimonio riparatore avveniva ancora in Italia appena nel secolo scorso, è significativo che la nostra mentalità in pochi anni sia cambiata enormemente, perché, adesso, a nessuno verrebbe da chiedersi se alla base della violenza sessuale possa esserci un complotto ordito dalla famiglia della vittima per ricattare il colpevole dello stupro. Da questa eventualità, peraltro, nasce il titolo del romanzo, Il seme del dubbio, che presenta interessanti aspetti sociologici oltre che psicologici.

    Se lo stupro di una ragazza minore di diciotto anni da parte di un adulto avvenisse ai nostri giorni, il reato contro la persona sarebbe perseguito d’ufficio dalla Procura della Repubblica. Ma la vicenda raccontata da Claudio Sara si svolge negli anni Cinquanta, quando la violenza sessuale era considerata reato contro la morale e poteva essere perseguita d’ufficio solo fino al quattordicesimo anno d’età della vittima.
    Ciò premesso, la vicenda si svolge ad Avellino e inizia esattamente nel 1951, quando un trentottenne tenente dell’esercito stupra una ragazzina di quattordici anni. La vittima si confida con la madre che, fatta accertare la violenza sessuale dal medico, si rivolge a un avvocato per ottenere giustizia. Il reo confesso si rende disponibile al matrimonio riparatore che la quattordicenne e la madre accettano, sia perché l’uomo può considerarsi un buon partito (pur se viene da chiedersi che buon partito sia un uomo che a trentotto anni era ancora tenente) e sia per non creare preoccupazioni al padre della vittima, persona particolarmente emotiva e apprensiva, che lavora a quel tempo nel nord Italia e che non viene pertanto subito avvertito del motivo principale di quelle nozze così precipitose.
    Dopo il matrimonio riparatore, tuttavia, il marito induce la ragazzina a firmare un documento in cui attesta di non avere subito alcuna violenza sessuale e poi si rivolge al Tribunale Ecclesiastico e ottiene l’annullamento del matrimonio per “finzione del consenso”. È a questo punto della vicenda che il padre della vittima, tornato ad Avellino, assume l’avvocato Vinsa, noto principe del foro, per chiedergli di perseguire il colpevole.
    Inizia pertanto il processo che è di fatto il nucleo centrale della storia.

    I colpi di scena non mancano anche nel romanzo di Sara, ma non sono così eclatanti come nei legal-thriller americani. In questo caso non c’è la scoperta del vero colpevole durante il processo, come accade nei gialli con Perry Mason, ma c’è la schermaglia fra le parti per dimostrare la veridicità o meno delle affermazioni dei testimoni e a far risaltare l'innocenza o colpevolezza dell’imputato.
    In genere, nei legal-thriller stranieri, le arringhe delle parti vengono usualmente riassunte, quando non addirittura saltate, per non rendere la lettura troppo pesante. Ciò non accade in questo romanzo. Gli avvocati di un tempo in Italia si comportavano come attori consumati e cercavano di far leva sull’emotività dei giurati e del pubblico. Si sa che alcuni principi del foro erano specializzati proprio nelle arringhe che declamavano in tono drammatico, arrivando a far spremere qualche lacrima al pubblico e ai giurati, dei veri e propri Mario Merola dei tribunali. L’autore, tuttavia, non ha voluto spingere la propria ironia fino a questo punto e le arringhe scritte, pur ampie, appaiono contenute rispetto a quelle di un tempo e sono, come dovrebbero essere, la parte più interessante del processo dal punto di vista legale. Tutti i fatti rilevanti, infatti, vengono analizzati ed esposti con logica, vengono inoltre fatte risaltare le eventuali incongruenze delle testimonianze e le conclusioni sono sostenute dall’indicazione degli articoli di legge appropriati.
    Nei legal-thriller d’oltre oceano, poi, gli avvocati dispongono spesso dell’aiuto di abili investigatori privati, incaricati di rintracciare i testimoni e controllare i loro precedenti al fine di verificarne l'attendibilità, e i clienti pagano agli avvocati cospicui onorari. In questo giallo giudiziario italiano, più modestamente, per deferenza e captatio benevolentiae, il querelante dice al proprio legale:

    «….le ho portato un pollo e un pezzo di formaggio.»
    Le perplessità maggiori che sorgono leggendo il romanzo consistono però nella mancanza di preparazione dei testimoni alle deposizioni. Quando l’avvocato del querelante, Vinsa, asserisce che
    «…Certo non sarò io a suggerirgli quanto dovrà riferire ai giudici. Un avvocato non deve mai fare una cosa del genere, anche a costo di avere brutte sorprese,...»
    non si può non restare perplessi. Ma com'è possibile che l’avvocato Vinsa, che viene definito una persona d'esperienza e sa che la testimonianza del querelante può essere determinante, ma che l’uomo è estremamente emotivo, non lo prepari alla deposizione, rischiando di far annullare tutti i suoi sforzi per portare felicemente a conclusione il processo? Sembra un’assurdità che va contro ogni logica. Non si chiede di mentire al querelante, ma di prepararsi ad esporre i fatti con chiarezza.
    In ogni caso non era intenzione dell’autore ricalcare i legal-thriller degli scrittori stranieri, ma ricostruire il tipo di società esistente in Italia nel secolo scorso, rifacendosi alla mentalità e al modo di agire e di pensare degli anni cinquanta. Anche la scrittura appare più ridondante ed il ritmo è più lento di quanto non si sia solitamente abituati a leggere nei gialli contemporanei, ancorché il racconto sia scorrevole.
    Stante la minore età della vittima, che presentava indubbi segni della violenza subita, e l'ammissione di colpa, almeno iniziale, da parte dell'accusato, non sorgono incertezze al lettore odierno circa la colpevolezza del reato ascritto, nonostante i tentennamenti e le imprecisioni della testimonianza del querelante nel processo, sottolineata dal titolo del romanzo che vorrebbe suscitare qualche dubbio su come si siano veramente svolti i fatti. Ma il dubbio, piuttosto, verte sul fatto che la Giustizia di quel tempo fosse veramente propensa a punire lo stupratore, data la mentalità arretrata che ancora sussisteva nel meridione e stante che il giudizio del giudice poteva essere fuorviato dalle testimonianze a discarico.

    Anche se il gusto odierno avrebbe fatto preferire una scrittura più asciutta ed essenziale, diamo merito all’autore di avere elaborato un racconto piacevolmente scorrevole e di essere riuscito a far ricostruire per il lettore quella mentalità dell'opinione pubblica, così diversa dall'attuale, che tanto penalizzava il sesso femminile.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Il seme del dubbio
    • Autore: Claudio Sara
    • Editore: Ensemble
    • Data di Pubblicazione: 2015
    • Collana: Echos
    • ISBN-13: 9788868810580
    • Pagine: 250
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

    Speciale Romanzi d'Appendice: Grandi speranze - Charles Dickens

    Considerato il padre della letteratura vittoriana, Charles John Huffam Dickens nacque il 7 febbraio 1812 a Portsea Island (Portsmouth), secondo degli otto figli di John Dickens, impiegato all'Ufficio Stipendi della Marina Britannica, e di Elizabeth Barrow. Avido lettore fin da bambino, l'impiego del padre gli consentì di avere un'istruzione, almeno fino a quando John Dickens, che manteneva un tenore di vita più alto di quanto la sua rendita gli consentisse, fu rinchiuso nella prigione per debitori di Southwark. La famiglia lo seguì, con la sola eccezione di Charles, all'epoca dodicenne, che fu costretto a lasciare gli studi e a lavorare in una fabbrica di lucido per scarpe per mantenersi. Le dure condizioni di lavoro influenzarono a fondo la vita e le opere di Dickens, soprattutto Oliver Twist e il più autobiografico David Copperfield, e lo convertirono in un fervente sostenitore della necessità di una riforma socioeconomica che tutelasse le fasce della popolazione più povere e che garantisse condizioni di lavoro più umane.
    La morte della bisnonna di Charles, che lasciò alla famiglia una discreta eredità, consentì al padre di saldare i debiti e di uscire dalla prigione di Southwark, ma la madre non ritirò subito il ragazzino dal lavoro in fabbrica, gesto che segnò per sempre i rapporti tra i due e che fece maturare in Dickens una certa misoginia. Riuscì comunque in seguito a riprendere gli studi fino al 1827, anno in cui iniziò a lavorare nell'ufficio legale di Ellis & Blackmore come praticante, imparando anche, nel tempo libero, la stenografia, che gli consentì poco dopo di lasciare l'ufficio e di lavorare sia come reporter freelance che come stenografo in tribunale e negli studi legislativi. La vicinanza alla mostruosa macchina burocratica e alle contraddizioni del sistema legale confluirono successivamente in opere come Nicholas Nickleby, Dombey e Figlio e soprattutto Casa desolata.
    Dopo alcuni iniziali tentativi di sfondare come attore (tanto forte era l'amore per il teatro da lui maturato in questo periodo), uno zio materno gli offrì un lavoro al "Mirror of Parliament", per cui iniziò a scrivere sotto lo pseudonimo di "Boz" alcuni brevi e arguti articoli a tema politico, che nel 1836 vennero pubblicati in due raccolte dal nome di Sketches by Boz.

    Dickens iniziò a calcare la scena letteraria del tempo stringendo amicizia con lo scrittore William Harrison Ainsworth, nel cui salotto in Harrow Road si riuniva periodicamente con Benjamin Disraeli, George Cruikshank, Edward Bulwer-Lytton, e con John Macrone, l'editore che aveva pubblicato i suoi Sketches. Il successo di questi ultimi condusse a una proposta degli editori Chapman&Hall perché Dickens fornisse dei testi con cui accompagnare le incisioni di Robert Seymour su una rivista mensile. Il risultato (Hablot Knight "Phiz" Browne aveva poi sostituito Seymour, morto suicida) divenne in seguito il romanzo a puntate Il Circolo Pickwick, che acquisì un successo via via maggiore fino a vendere, con l'ultimo numero, 40.000 copie. Poco dopo la fine della pubblicazione di Pickwick, Dickens iniziò Oliver Twist, il primo romanzo vittoriano con un bambino per protagonista, pubblicato nel 1838.
    Il suo successo non conobbe battuta d'arresto: tra il 1838 e il 1839 pubblicò Nicholas Nickleby, cui seguirono La bottega dell'antiquario (1840-41) e il suo primo romanzo storico, Barnaby Rudge, uscito a puntate sul settimanale "Master Humphrey's Clock", da lui stesso fondato dopo alcuni dissapori con l'editore John Macrone. Rientrato in Inghilterra dopo un lungo e trionfale viaggio in America e Canada con la moglie Catherine Thomson Hogarth, Dickens iniziò a lavorare sulla prima delle storie a tema natalizio, Un canto di Natale, e ai più maturi Dombey e Figlio (1849-1850) e David Copperfield.
    A questa seconda fase della sua produzione appartengono anche Casa desolata (1852–53), Tempi difficili (1854) e La piccola Dorrit (1856). Le entrate dell'autore, che si profuse corpo e anima nell'aiuto - anche economico - di ospedali per poveri e associazioni di carità e assistenza per "donne decadute" e orfani, aumentarono anche grazie ai reading tour in Inghilterra, Scozia e Irlanda, sempre più numerosi man mano che la sua popolarità aumentava. Nel 1859 uscì Racconto di due città, seguito due anni dopo da Grandi speranze.
    L'8 giugno 1870, mentre stava lavorando a Il mistero di Edwin Drood (che rimarrà incompiuto), Dickens perse i sensi a causa di un'emorragia cerebrale che già si era manifestata negli anni precedenti. Morì il giorno seguente. Contrariamente al suo desiderio di essere seppellito privatamente e senza alcuno sfarzo nella Cattedrale di Rochester, le sue spoglie furono poste nell'Angolo dei Poeti dell'Abbazia di Westminster.


    Pip vive in un piccolo villaggio alla foce del Tamigi. La sua infanzia di fervida e inquieta immaginazione viene sconvolta dall'irruzione di due adulti: il criminale Magwitch e la bizzarra e ricca Miss Havisham. Esaltato a "grandi speranze" dalla ricchezza che la vecchia signora sembra destinargli, il giovane rompe i legami d'affetto con il villaggio per recarsi a Londra, inseguendo la fredda e sprezzante Estella e fatalmente attratto dalle propaggini più inquietanti della città: il kafkiano mondo legale delle Inns of Court, le carceri di Newgate e le limacciose sponde del Tamigi. Narratore e protagonista, Pip ripercorre con humour e passione il suo cammino di conoscenza e disillusione, facendo i conti con la propria cecità di fronte ai casi della vita. Da questo romanzo è stato tratto di recente il film "Great Expectations", con, tra gli altri, Helena Bonham Carter e Ralph Fiennes.

    Recensione

    «Pirrip era il cognome di mio padre e Philip il mio nome di battesimo, ma la mia lingua infantile non riuscì a cavarne nulla di più lungo o più esplicito di Pip. Sicché cominciai a chiamare me stesso Pip e Pip mi chiamarono gli altri.
    In quanto al cognome Pirrip, mi baso sull'autorità della tomba di mio padre e su mia sorella - la moglie di Joe Gargery, il fabbro. Non avendo mai visto mio padre o mia madre e neppure una loro immagine (a quei tempi l'era della fotografia era ancora lontana), le mie prime fantasie sul loro aspetto derivarono, assurdamente, dalle pietre tombali. La forma delle lettere su quella di mio padre, suscitò in me la strana idea che fosse un uomo quadrato, robusto, scuro, con capelli neri e ricci. I caratteri e il tenore dell'epitaffio ANCHE GEORGIANA MOGLIE DEL SUDDETTO, mi portarono ingenuamente a concludere che mia madre fosse lentigginosa e malaticcia. A cinque piccole losanghe di pietra, lunghe circa due palmi, ordinatamente disposte in fila accanto alla tomba e consacrate alla memoria dei miei cinque fratellini - che smisero ben presto di arrabattarsi e lottare per sopravvivere - sono debitore di una certezza in cui credevo fervidamente, e cioè che fossero nati supini con le mani in tasca, e che ve le avessero tenute sinché erano rimasti su questa terra.
    Avevamo la palude, giù in basso lungo il fiume, a non più di venti miglia dal mare - nel tratto in cui si formava l'ansa. Credo di aver avuto la prima percezione, estremamente vivida e netta, dell'identità delle cose, in un rigido memorabile pomeriggio, all'imbrunire. Fu allora che scoprii con certezza che quel luogo desolato coperto di ortiche era il cimitero; e che Philip Pirrip, defunto di questa parrocchia, e anche Georgiana moglie del suddetto, erano morti e sepolti; e che Alexander, Bartholomew, Abraham, Tobias e Roger, bambini del sunnominato, erano anch'essi morti e sepolti; e che la piatta distesa fosca al di là del cimitero, intersecata da canali, argini e barriere, su cui pascolava sparso il bestiame, era la palude; e che la bassa linea livida più giù era il fiume; e che la tana remota e selvaggia da cui si scatenava il vento, era il mare; e che il mucchietto di brividi che sentiva crescere la paura di ogni cosa e si metteva a piangere, era Pip.
    «Silenzio!», gridò una voce tremenda mentre un uomo sbucava tra le tombe, di fianco al portico della chiesa. «Sta zitto, piccolo demonio, se non vuoi che ti taglio la gola!».»

    Inizia con uno degli incipit più famosi dell'epoca vittoriana Grandi speranze: il giorno di una brumosa vigilia di Natale il giovanissimo Pip, in visita alle tombe dei defunti genitori, viene terrorizzato da un galeotto in fuga in cerca di cibo e di una lima. Nonostante desideri poco incorrere nelle ire della violenta sorella, Pip obbedisce, ma la fuga dell'uomo è di breve durata: il giorno successivo Magwitch, questo il nome del galeotto, viene ricatturato nelle paludi.
    Le stranezze nella vita di Pip non terminano qui: poco dopo l'episodio il ragazzino viene chiamato a Satis House, una dimora un tempo sontuosa ma adesso nel più completo disfacimento, dalla stramba Miss Havisham. La donna, abbandonata il giorno delle nozze molti anni prima, infesta Satis House come un fantasma, ancora nel lacero abito nuziale che aveva appena finito di indossare, non uscendo quasi dalla stanza buia in cui tutto è rimasto come in quel giorno. Pip, cui Miss Havisham chiede di andarla a trovare di tanto in tanto (e che lo stupisce con strambe richieste), s'innamora all'istante di Estella, l'algida protetta adottata dalla donna perché possa un giorno vendicarla dei torti subiti dal sesso maschile.
    Giunto all'età adatta per imparare un mestiere, Miss Havisham paga a Joe Gargery, il mite cognato di Pip, un compenso perché lo assuma come apprendista fabbro. Di malumore Pip si adatta alla povera esistenza che gli è sempre stata destinata. Ma poco dopo il ragazzo viene convocato da Mr. Jaggers, il legale di Miss Havisham, che gli comunica un'inaspettata notizia: un misterioso benefattore, che vuole restare anonimo, ha messo una grossa somma a disposizione di Pip perché venga educato come un gentiluomo a Londra. Non senza qualche senso di colpa nei confronti di Joe, ed eppure felice di mutare la sua misera condizione in una che gli consenta di essere al livello di Estella, Pip, convinto che il misterioso benefattore sia Miss Havisham e che gli abbia destinato la sua protetta, parte per Londra pieno di grandi speranze.

    Da queste mosse si dipana un romanzo di formazione tragicomico denso di colpi di scena e agnizioni degni della migliore tradizione dickensiana: dal palustre villaggio natale Pip giunge nella frenetica Londra, dove, rinnegando sempre più le sue umili origini, si darà ai bagordi con il coetaneo Herbert Pocket (figlio del suo precettore Matthew Pocket, negletto cugino di Miss Havisham). Risucchiato dalla torbida corrente londinese, che lo inizierà alla scioperataggine di una vita trascorsa tra ritrovi mondani, un'educazione senza scopo, debiti da saldare e adorazione incondizionata verso Estella, il passivo Pip scoprirà il marcio nascosto nell'esistenza più dorata fino a rimpiangere l'ingenua semplicità della sua precedente vita, da cui si troverà tagliato fuori. A salvarlo (letteralmente), come spesso accade nelle opere dickensiane, sarà l'amicizia.

    Ma le grandi speranze cui il titolo si riferisce non sono unicamente quelle di Pip: grandi speranze sono quelle di Abel Magwitch, che ha accumulato un capitale perché il suo protetto diventasse ciò che lui non ha avuto l'occasione di divenire; grandi speranze sono quelle di Miss Havisham, che ha educato Estella senza sentimento per farne un'arpia che potesse far soffrire il maggior numero di uomini possibile; grandi speranze di sfondare nel commercio così da sposare la fidanzata Clara sono quelle di Herbert, grandi speranze - di ricchezza, di potere, di ascesa sociale - nutrono gran parte dei personaggi.
    Evidenti sono i riferimenti autobiografici nella figura di Estella, ispirata all'algida attrice Ellen Ternan, con cui l'autore intraprese una relazione extraconiugale dopo un'iniziale riluttanza da parte di lei. Ma le esperienze personali dell'autore sono riflesse anche nella descrizione dell'ambiente legale - lo studio del rigido e macchiettistico Mr. Jaggers, un inferno burocratico di cavilli e garbugli giudiziari, in cui l'impiegato John Wemmick ostenta un'identità professionale diametralmente opposta alla spontaneità e simpatia che Pip scopre nel suo privato - con cui Dickens ebbe modo di lavorare a stretto contatto, e nei contrasti del protagonista con la violenta figura materna (in questo caso la sorella) che prevale sull'inetta figura paterna (il cognato Joe). Autobiografico è pure il sentimento di solidarietà che si respira per tutto il romanzo verso gli orfani, Pip ed Estella, oppressi, l'uno in povertà e l'altra in ricchezza, dall'aridità sentimentale, così come lo stesso Dickens era stato oppresso dalla noncuranza di un padre incapace e di una madre che lo aveva costretto al lavoro in fabbrica.

    Scritto e pubblicato a puntate tra il 1860 e il 1861 sul periodico "All the Year Round", Grandi speranze è un'opera matura popolata da un carosello di pittoreschi personaggi, scritta con lo stile unico e sferzante del padre della letteratura vittoriana.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Grandi speranze
    • Titolo originale: Great Expectations
    • Autore: Charles Dickens
    • Traduttore: M.F. Melchiorri
    • Editore: Newton Compton
    • Data di Pubblicazione: 2014
    • Collana: I MiniMammut
    • ISBN-13: 9788854165144
    • Pagine: 415
    • Formato - Prezzo: Rilegato - 3,90 €

    21 agosto 2015

    Nelle case della gente - Mirko Tondi

    Il protagonista senza nome del romanzo, dopo aver ricevuto un messaggio criptico da una persona spuntata dal suo passato, ha l’opportunità di conoscere dettagli nascosti della propria vita. Frastornato da un’esistenza piena di vuoti e da un padre sbagliato, si ritrova a compiere un tour tra le stanze della casa in cui abita e allo stesso tempo un viaggio nei ricordi. Sempre in bilico tra memoria e futuro, la storia conduce verso un’unica direzione: la ricerca della verità, una verità nascosta, soppressa, inseguita, ritrovata. Nelle case della gente (nel 2014, finalista al Premio Edizione Straordinaria e vincitore del Premio BrainGnu) è un labirinto claustrofobico tra le pareti della precarietà, una tragedia privata in più atti che si snoda tra coincidenze, analogie inquietanti, date e numeri che ritornano a tormentare. A conclusione di ogni capitolo, lo studio di un romanzo, esercizio feticista e pedante, atto di riverenza assoluta mediante il quale il protagonista smonta i testi e li ricompone in una sorta di mosaico, dove le parole degli scrittori si mischiano con le sue a confondere finzione e realtà.

    Recensione

    Secondo libro che leggo di Mirko Tondi. Avevo letto una raccolta di racconti e questo è il nuovo romanzo, anche se preferisco sempre definirlo “racconto lungo”.
    Lo sviluppo narrativo è piuttosto semplice: il protagonista, scrittore di non chiaro successo, è immerso nelle viscosità della sua esistenza tra relazioni sentimentali fallite, progetti mai portati a termine e un rapporto difficile con il padre.
    Tuttavia nella lettura si ha la sensazione è che la storia non abbia uno sviluppo consequenziale, di fatto in fatto, di nodo in nodo; al contrario il testo si sviluppa a vortici, intorno ai temi della scrittura, del rapporto col padre, con le donne e con gli oggetti, il tutto immerso in un senso di inadeguatezza sempre presente. In esso si racconta di oggetti stipati dentro a case e stanze, di quadri e di libri, di passioni fortissime per la letteratura.

    Con una scrittura quasi psicanalitica (non ho potuto non pensare a Svevo) i sentimenti sono indagati, analizzati e passati al setaccio per riportare, con una certa verità e un certo senso del reale, le atmosfere interiori del protagonista, grazie anche all'utilizzo della terza persona che consente un sufficiente distacco. Con questo libro si entra non solo nella casa del protagonista ma anche nella sua dimensione più personale e intima.

    Il racconto è inoltre impreziosito da citazioni letterarie, cinematografiche e legate al mondo dell’arte sparse con consapevolezza lungo tutto l'arco narrativo aumentandone la godibilità. La sintassi è ricca e la prosa avvolgente ma dominata con mano sicura; l’urgenza autobiografica di raccontare uno dei tanti che ci abitano convive con una scrittura equilibrata e felice. Da queste caratteristiche risulta una prosa ben ritmata che consente una lettura fluida; il pensiero si ferma talvolta su alcuni periodi dando il tempo al lettore di seguire un ricordo, una riflessione, un dejà vu.

    Alcuni libri ti coinvolgono, ti tirano dentro la storia e non ne esci se non a storia finita; altri libri sono fatti per essere letti a piccole dosi, come dei mantra da conservare; altri ancora, come questo, ti danno tempo sia per correre che per fermarti a riprendere fiato.
    Il gusto per una scrittura “cinematografica”, inoltre, è evidente e mi è molto piaciuto in quanto riesce a rendere benissimo il mood di personaggi e atmosfere.
    In definitiva un bel libro che consiglio volentieri, da leggere con calma e godimento.

    Giudizio:

    +4stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: Nelle case della gente
    • Autore: Mirko Tondi
    • Editore: PortoSeguro Editore
    • Data di Pubblicazione: 2015
    • ISBN-13: 978-88-98930-35-7
    • Pagine: 147
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

    13 agosto 2015

    Chiuso per ferie

    Cari lettori,
    augurandovi buone vacanze vi comunichiamo che ci prendiamo una piccola pausa anche noi, precisamente da oggi giovedì 13 a mercoledì 19. Il blog non verrà pertanto aggiornato e la posta potrebbe rimanere inevasa.
    Ci rileggiamo giovedì 20 con tanti nuovi articoli e (s)consigli per per vostre letture.


    Lo staff della Stamberga


    12 agosto 2015

    La ragazza del treno - Paula Hawkins

    La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista, le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua.
    Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?
    Nelle mani sapienti di Paula Hawkins, il lettore viene travolto da una serie di bugie, verità, colpi di scena e ribaltamenti della trama che rendono questo romanzo un thriller da leggere compulsivamente, con un finale ineguagliabile. Decisamente il debutto dell’anno, ai vertici di tutte le classifiche.

    Recensione

    Come accade per quasi tutti i libri ai vertici delle classifiche, anche questo ha i suoi estimatori e i suoi detrattori. Entrambi i punti di vista hanno numerose frecce ai loro archi.
    I punti di forza che possono avere contribuito al successo di questo romanzo sono l’estrema scorrevolezza, il ritmo sostenuto, il numero contenuto di personaggi da poter memorizzare senza difficoltà, la tensione alta e la facilità nel seguire i ragionamenti psicologici dei protagonisti. In pratica il classico romanzo da leggere sotto l’ombrellone, da poter lasciare e riprendere senza particolari problemi per ritrovare il filo conduttore.
    La trama non è complessa e tratta soprattutto della vita di tre donne. Donne vulnerabili, dipendenti dagli uomini, dall’alcool, dal desiderio di maternità, alla ricerca di se stesse e talvolta con disturbi della personalità, tanto che una di loro arriverà a dire:avere il controllo su qualcuno è la cosa che mi piace di più. E' la mia droga.

    L’azione si svolge alla periferia di Londra e precisamente in alcune di quelle abitazioni che costeggiano la ferrovia. La cosa più strana è che la maggior parte dei personaggi sembra apprezzare questa dislocazione della propria casa che, in realtà, mi risulta essere fra le meno appetibili e mi ricorda quei brutti palazzoni popolari, ben visibili dal treno, che fiancheggiano la linea ferroviaria alla periferia di Milano.
    Tre sono le voci narranti: prima di tutto quella di Rachel, che potremmo definire la protagonista principale, a cui si aggiungono quella di Megan, la donna scomparsa, e quella di Anna, che ha sposato in seconde nozze l’ex marito di Rachel. Ognuna delle tre donne racconta parte della propria vita sia prima che dopo essere venute, consapevolmente o meno, in contatto l'una con l'altra.

    La furbizia della scrittrice sta nel non far mai rivelare ai personaggi l’intera verità, ma lasciarne nascosta una parte da far trapelare solo nel finale.
    L’inconveniente è che le voci sono troppo simili tra loro e, se i nomi di detti personaggi femminili non apparissero all’inizio di ogni capitolo, si potrebbe pensare che a parlare fosse la stessa persona in momenti diversi della propria vita.
    Non bisogna poi farsi fuorviare da Stephen King quando, nella quarta di copertina, afferma che il romanzo è un capolavoro di suspense.[...] Mi ha tenuto sveglio tutta la notte. Oltre che esagerate, le frasi, dette da lui, potrebbero fare pensare che il romanzo sia del genere horror da cui, invece, è decisamente lontano, a meno di non voler ritenere orripilante la psicologia dei personaggi che narrano le loro vicende personali:

    L'ho imparato dalla psicoterapia: i buchi della vita non si chiudono più. Devi crescere intorno a loro, come radici che affondano nel cemento, e devi rimodellarti intorno alle crepe.

    In definitiva il romanzo, ancorché dal finale scontato, se non si hanno troppe aspettative è intrigante, piacevolmente scorrevole e dal ritmo sufficientemente sostenuto.

    Giudizio:

    +3stelle+ (e mezzo)

    Dettagli del libro

    • Titolo: La ragazza del treno
    • Titolo originale: The Girl on the Train
    • Autore: Paula Hawkins
    • Traduttore: Barbara Porteri
    • Editore: Piemme
    • Data di Pubblicazione: 2015
    • ISBN-13: 9788856637779
    • Pagine: 307
    • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 19,50

    11 agosto 2015

    Speciale Romanzi d'Appendice: I miserabili - Victor Hugo

    Victor-Marie Hugo, nato nel 1802 a Besançon dalla famiglia di un generale napoleonico e morto a Parigi nel 1885, venerato come padre della Patria, può essere considerato in qualche modo una figura esemplare del Romanticismo e della storia francesi del XIX secolo. Dopo una vocazione molto precoce per la scrittura, legata a un'istruzione classica e insieme attenta all'attualità, il suo debutto avviene poco dopo l'adolescenza e segna l'inizio di una carriera letteraria e politica lunghissima e prolifica, dalla prosa alla poesia, al teatro.

    Attivo nei circoli del romanticismo parigino anche come pubblicista, nel 1830 la polemica nota come bataille d'Ernani generata dal suo dramma omonimo, poi musicato da Verdi nel 1844, viene ritenuta una data d'inizio per il fenomeno romantico francese. Attivo anche politicamente come avversario dell'oscurantismo reazionario e sostenitore di ideali liberali o vicini al nascente socialismo filantropico-umanitario, ha una vita pubblica e privata molto attiva, funestata da morti di figli e parenti, dalla follia della figlia Adéle e da battaglie politiche, alle quali possiamo riportare diverse idee anche del suo capolavoro, I miserabili, scritto con diverse pause dal 1834 fino al 1862. Le forme del romanzo storico e i temi che prendono spunto da questioni sociali come la gisutizia e le differenze di classe nel movimentato scenario politico della Francia moderna forniscono materia a una penna, quella di Hugo, praticamente inesauribile. L'impegno politico, che lo porta allo scontro, dopo un iniziale sostegno, con il regime di Napoleone III per via della svolta autocratica del 1851, lo consacra con l'esilio prima a Bruxelles e poi a Guernesey un padre nobile, coperto di onori e considerazione come Pari di Francia, già dai tempi di Luigi Filippo, e Senatore, e infine sepolto subito dopo la morte nel Pantheon, nel 1885.


    In questo grande romanzo, tra i più importanti della letteratura francese, Victor Hugo riversa gran parte della sua esperienza umana e sociale, per costruire una storia di fatica, esilio, amore e povertà. Un'epopea della miseria e un imponente affresco d'epoca che, nella Parigi dell'800, vede protagonisti alcuni indimenticabili personaggi, come Jean Valjean, la solare Cosette, Fantine, il cupo ispettore Javert: anti-eroi ricchi di luci e ombre, capaci di gesti scellerati ma anche di azioni generose e commoventi. Una storia dal ritmo incalzante, magistrale e irripetibile per l'autenticità delle emozioni e per la complessità della trama narrativa.

    Recensione

    Più che cosmologica leggere I miserabili di Victor Hugo sembra un'impresa titanica, al limite delle forze del lettore medio. Almeno questa è la prima impressione di fronte al monumentale mattone della letteratura francese ed europea pubblicato in volume nel 1862, sebbene per la struttura e la gestazione, oltre che per le tematiche 'eversive', sia tranquillamente assimilabile ai romanzi d'appendice tanto di moda all'inizio del XIX secolo, in particolare a I misteri di Parigi di Eugéne Sue del 1843.
    Prima impressione soltanto, però, perché ad avere la perseveranza diabolica di portare a termine l'eroica impresa capita di ribaltare il giudizio e di considerare il feuilleton di Hugo un vero capolavoro, pur con le sue pecche. Fin dalle prime pagine ci si accorge innanzitutto di come la penna dell'autore sia abilissima nel plasmare figure e ambienti, personaggi e situazioni storiche. Ci si riferisce soprattutto al ritratto iniziale del vescovo di Digne, monsignor Bienvenu Myriel, con la sua pacata santità quotidiana, quasi laica, con la sorella condiscendente e santa per analogia e la perpetua Magloire, devota e protettiva. Al termine della vicenda intera si percepisce invece anche il respiro oceanico e profondo dell'opera che ruota tutta intorno alla figura di Jean Valjean e in cui anche tutti gli episodi iniziali acquisiscono una collocazione e un ruolo perfettamente coerenti: nella trama in sé, in un libro smisurato come questo, non un episodio appare superfluo. Questo dà conto della grandezza di Hugo e del suo capolavoro.

    Al di là degli spaccati sociali e delle riflessioni umane sulle classi e i loro rapporti, dei racconti storici, anche vissuti in prima persona, degli scorci insuperabili di una Parigi già del tutto 'ville' ma non ancora molto 'lumiére', dei singoli personaggi, I miserabili trovano una dimensione sublime nella figura gigantesca e indimenticabile del protagonista, Jean Valjean.
    Questo gigante-nano riassume in sé e nel suo destino sciagurato e sublime insieme il senso di un'epoca e della sua visione della vita, tradotto in forma romantico-sentimentale – forse un po' fuori tempo massimo se pensiamo che l'opera di Hugo fu pubblicata ben sei anni dopo Madame Bovary, il capolavoro di Flaubert che dava il segno di un netto cambiamento del clima letterario in direzione naturalista – ma capace di suscitare nel pubblico una partecipazione fortissima da un colpo di scena all'altro e di unificare il fluire della narrazione e di tutti gli altri personaggi, da Cosette a Gavroche, da Fantine a Marius, dall'ispettore Javert al vescovo Bienvenu.

    Valjean, il vescovo Bienvenu e
    i candelabri d'argento
    Ed è singolare come questo tipo, o meglio arche-tipo, umano in grado di evocare storie e mondi così diversi e distanti, protagonista solitario di una traversata di profondissima espiazione, nel romanzo si limiti perlopiù al ruolo di presenza muta: fino alla conclusione, in cui la confessione/congedo assume il tono di un profluvio di parole, Valjean-Madeleine-Fauchelevent parla con il contagocce. Magari la sua vita interiore è l'oggetto d'analisi preferito dall'autore ma le sue parole, le sue esternazioni sono limitatissime. La sua figura sublima se stessa nel simbolo che incarna e che si può forse riconoscere nel valore allegorico dei candelabri del vescovo Bienvenu, a lui 'donati' all'inizio della vicenda. I candelabri sono segno della luce che rischiara le tenebre, sia come sforzo laico verso il progresso sociale di una mentalità che arriva dal secolo dei Lumi, moderata e pacifica nella sua portata rivoluzionaria, sia come virtù religiosa da trasmettere di testimone in testimone attraverso una fede non fredda e distante da una realtà spesso brutale ma anzi in grado di riscaldarla: Valjean è a tutti gli effetti 'figlio' in spirito del vescovo Bienvenu, che lo fa rinascere al mondo come uomo nuovo e passa il testimone di una nuova ed eterna umanità alla generazione successiva, attraverso la felicità di Marius e Cosette, di cui è, a tutti gli effetti, padre.
    In questa successione lineare e semplice l'autore, in parte per moda – quella dell'appendice –, in parte per dare spazio ai suoi intenti di critica sociale, in particolare sul senso della pena e della redenzione nella giustizia e nella società degli uomini, in parte per la gestazione molto lunga del racconto, inserisce una serie di lunghe divagazioni, che appesantiscono la lettura, almeno per noi lettori moderni. Si parla di Waterloo, ed ecco che parte una ricostruzione storica dettagliatissima sulla battaglia esiziale per Napoleone di diverse decine di pagine. Valjean e Cosette finiscono in un monastero di clausura: interi capitoli ne descrivono vita morte e – letteralmente – miracoli per dare un senso dell'esperienza della vita contemplativa. I superstiti della rivolta del 1832 trovano scampo nelle fogne di Parigi, ma il lettore non si salva da una accuratissima ricostruzione della storia fognaria della capitale francese, con annessi aneddoti e varie altre amenità.

    In effetti questo affastellarsi di deviazioni laterali dal tronco della storia di Valjean potrebbero indurre a dare a I miserabili meno di cinque stelle, anche tenendo conto del fatto che si è di fronte a uno stile narrativo alquanto lontano dai nostri gusti. Quando però ci si trova dinanzi al finale, quando ogni sorpresa sembra ormai lontana e inverosimile, e invece Hugo trova con un colpo di genio il modo – sì, è vero, piuttosto strappalacrime: ma si tratta di un feuilleton, in fin dei conti! – di stupire il lettore, di rimettere in equilibrio tutte le vicende del racconto, di salvare i proverbiali capra e cavoli e di commuovere, tutta la fatica del leggere viene ampiamente ripagata e superata. Non resta che un miserabile senso di vuoto perché si è giunti all'ultima pagina.

    Giudizio:

    +5stelle+

    Dettagli del libro

    • Titolo: I miserabili
    • Titolo originale: Les Misérables
    • Autore: Victor Hugo
    • Traduttore: Riccardo Reim
    • Editore: Newton Compton
    • Data di Pubblicazione: 1995
    • Collana: I Mammut, I grandi tascabili economici
    • ISBN-13: 9788879836234
    • Pagine: 1296
    • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,90
     

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