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24 giugno 2018

Il pianista di Yarmouk - Aeham Ahmad

Un giovane suona il pianoforte in mezzo a una strada bombardata. Suona per i suoi vicini, soprattutto per i bambini, per distrarli dalle atrocità della guerra: un’immagine che ha fatto il giro del mondo diventando un simbolo della catastrofe in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo di opporsi in ogni modo alla distruzione. Il suono di quello strumento ha raggiunto e commosso milioni di persone nel mondo su YouTube.

Ora Aeham Ahmad racconta la propria storia: l’infanzia in una Siria ancora in pace, l’inizio delle rivolte preludio di una guerra terribile, la fuga per la stessa via battuta da migliaia di disperati. Un lungo e pericoloso viaggio via terra, la drammatica traversata del Mediterraneo, le insidie della rotta balcanica. Fino alla nuova vita in Germania, dove ha realizzato il suo sogno di artista e si esibisce nelle più importanti sale concerti, ma è costretto a vivere lontano dalla sua famiglia rimasta in Siria.

Allora come oggi, è la musica che gli ha salvato la vita a dargli conforto e infondergli coraggio.La storia vera, raccontata in prima persona, di un pianista che ha sfidato le bombe e i terroristi in nome della sua musica, un caso mondiale, una commovente testimonianza di resistenza e fede nell’arte.

Recensione

Da quando la guerra è deflagrata nell’ex-Jugoslavia degli anni ’90, poi nel Rwanda, e in Iraq a più riprese, ancora in Afghanistan, e di tanto in tanto in Palestina, fino alla Siria degli ultimi anni, e suona la grancassa sulle prime pagine dei quotidiani o nelle aperture dei telegiornali, sentir parlare del conflitto siriano significa ricordare, secondo i tempi delle pubblicità, che la pace è poco più un’utopia. Significa accorgersi che gli straordinari resti di Palmira, la bellezza di Aleppo e la città vecchia di Damasco sono perduti per sempre per l’umanità e invece avrebbero dovuto esserne patrimonio e monito. Se va bene, sopravvivranno mutilati dai danni di una guerra civile che diventa sempre più simile all’idra, alla quale, tagliata una testa, ne spunta un’altra nuova ancora più spaventosa, e saranno testimonianza del martirio di una terra e della sua millenaria cultura.

Anche questa inutile strage silenziata dai tempi vorticosi della comunicazione fatica tuttavia a raggiungere le coscienze e i profili di user e telespettatori, basta un nuovo argomento virale e l’attenzione si sposta fino al successivo episodio eclatante. Eppure Aeham Ahmad, ‘Il pianista di Yarmuk’, ci ricorda, nell’orgia della comunicazione globalizzata, che tutte le notizie, i dibattiti televisivi, gli appelli sui giornali con scadenza a pochi giorni, che la guerra è di casa ovunque, è dietro l’angolo in ogni momento e che basta svoltare una strada e cambiare quartiere per dimenticarsene, per cancellarla dai titoli dagli orizzonti della consapevolezza. Curiosamente – o forse no, in realtà – il richiamo alla realtà passa proprio attraverso i media che rimpinzano le teste di attualità, perché la storia del protagonista è diventata disponibile a tutti attraverso i canali di un social network e gli ha offerto una via di fuga dall’inferno di una nuova Sarajevo, stritolata dallo scontro tra i tre eserciti di Assad, dei ribelli e dell’Isis, nemici ma ugualmente disinteressati al destino dei civili.

Figlio di profughi palestinesi scampati agli scontri degli anni ‘80 e capace di farsi strada nel suo quartiere, Yarmouk, alle porte di Damasco, Aeham sacrifica quasi senza rimpianti un’incerta e faticosa vocazione musicale per raggiungere il benessere economico e una posizione invidiabili, dovuti indirettamente alla sua passione per la musica: pur non diventando un grande pianista come aveva sognato da bambino riesce a costruire un’impresa sulla vendita di strumenti musicali e insegnando musica, trovando nell’arte un’isola felice rispetto alla difficile situazione politica della Siria di Bashar Al-Assad. Del resto, lui e la sua famiglia, i suoi genitori, la moglie e il figlio che desidera per sistemarsi, sono ospiti in Siria e devono mantenersi lontano dalla politica, devono ringraziare per l’ospitalità di chi li ha accolti in fuga senza creare problemi. Solo che quando la guerra infuria nascondersi dietro il paravento della neutralità non è mai facile: per quanto tu cerchi di mantenerti ai margini – ed essere ai margini in queste situazioni è un privilegio – la guerra viene a stanarti nel tuo nido confortevole, prendendo l’aspetto ora dell’esercito filogovernativo, ora della guerriglia ribelle, ora dello Stato Islamico, e ti costringe in un angolo riducendo in macerie le certezze costruite in anni di impegno e di sacrifici.

Il racconto di una vita banalmente di successo, un successo normale e senza grandi pretese come quello di Aeham Ahmad si trasforma così nella cronaca della tragedia di un quartiere, Yarmuk, del quale chi non è voluto o potuto scappare si trova a essere prigioniero in stato d’assedio. Il negozio di strumenti e la scuola di musica diventano casa d’emergenza, erbe selvatiche e cibi trovati per caso diventano il monotono menù di un carcere senza sbarre, le esibizioni di cori amatoriali tra case distrutte e macerie diventano un cimitero a cielo aperto. Quando la situazione si fa davvero disperata due fatti rovesciano la sorte di Aeham: la musica abbandonata diventa strumento di salvezza personale e famigliare e questo succede attraverso i mezzi di comunicazione che parevano interessarsi alla strage siriana solo per il tempo necessario a diffondere nel mondo le immagini agghiaccianti dell’ultima strage. I video girati durante le esibizioni del coro di Aeham tra le macerie di Yarmuk per mantenere una parvenza di vita comunitaria e faticosamente diffusi sul web al di là dell’accerchiamento degli eserciti, senza che il protagonista se ne accorga, isolato da un assedio, diventano poco a poco virali. Aeham si ritrova famoso come ‘il pianista di Yarmuk’ attraverso youtube e riesce, involontariamente forse, a riportare l’attenzione sulla tragedia dei civili in Siria.

Tra la prima e la seconda parte della testimonianza autobiografica di Aeham passa tutta la differenza tra una vita in cui il senso si è perso nella normalizzazione del quotidiano e una in cui una catastrofe umanitaria di un popolo riporta Aeham, attraverso il dolore, verso una dimensione che restituisce alle persone e all’ambiente circostante un significato forte. È il valore della testimonianza nella musica che rende la semplice autobiografia di una vittima della guerra tra tante un documento di continua attualità.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pianista di Yarmouk
  • Titolo originale: Und die Vögel werden singen: Ich, der Pianist aus den Trümmern
  • Autore: Aeham Ahmad
  • Traduttore: Lucia Ferrantini
  • Editore: La nave di Teseo
  • Data di Pubblicazione: 2018
  • Collana: Le Polene
  • ISBN-13: 9788893444903
  • Pagine: 348
  • Formato - Prezzo: ebook - Euro 9,99

24 gennaio 2018

2018: Nuovi adattamenti cinematografici in arrivo nei prossimi mesi

Cari lettori,
non poteva mancare anche quest'anno la nostra incursione nel mondo del cinema per vedere quali saranno gli adattamenti di romanzi famosi più succosi previsti per questo 2018.
Rispetto alle precedenti rubriche ci occuperemo sia di film che di telefilm, dato la crescente ascesa in termini di qualità e prestigio che le serie tv hanno acquisito negli ultimi anni.

E partiamo proprio da un serie tv, che il colosso dell'e-commerce Amazon ha annunciato per il 12 gennaio negli Stati Uniti anticipando già anche l'arrivo nel nostro paese. Si tratta di Electric Dreams, basata sui racconti del maestro della fantascienza Philip K. Dick, che, tra gli altri, hanno ispirato il capolavoro Blade Runner.
Le aspettative soon alte anche perché il cast include il Bryan Cranston - che apparirà in un episodio - insieme al premio Oscar Anna Paquin, Steve Buscemi, Juno Temple, Greg Kinnear, Vera Farmiga, Terrence Howard e Janelle Monáe.

Il 19 gennaio è uscito invece il nuovo film di Paolo Virzì che vanta come protagonisti due attori di spessore come i premio Oscar Helen Mirren e Donald Sutherland, una star statunitense, quest'ultimo, che ha sempre amato collaborare con il cinema italiano.
Il film si intitola Ella & John e affronta il tema dell'Alzheimer attraverso la storia di un anziano professore colpito dalla malattia che si imbarca in un'avventura on the road con la moglie, scegliendo quindi la strada della commedia per parlare di malattia ma anche di amore nella terza età. Il film è ispirato al romanzo di Michael Zadoorian In viaggio contromano , pubblicato da Marcos y marcos nel 2009.

Cambiamo completamente genere con The Alienist, ancora una serie tv, basata sul romanzo L'alienista di Caleb Carr. Il telefilm, costituito da otto episodi, debutterà negli Stati Uniti il 22 gennaio su TNT ma è già stato annunciato che Netflix ha acquisito i diritti per la distribuzione, quindi possiamo sperare in un arrivo in Italia non troppo in là.
Si tratta di un thriller storico con protagonista l'ex bambina prodigio Dakota Fanning e segue una serie di orribili omicidi che perseguitano i giovani prostituti della New York del 1896.
La Fanning, nel ruolo di una segretaria del Quartier generale di polizia che prende parte alle indagini, sarà affiancata da Luke Evans e Daniel Brühl, quest'ultimo impegato nel ruolo che dà il titolo alla serie, quello di psicologo criminale, conosciuto anche come alienista.

Torniamo di nuovo al cinema con un titolo molto atteso: Annientamento, thriller fantascientifico, diretto da Alex Garland, con Natalie Portman e Jennifer Jason Leigh.
Si tratta di un adattamento dell'omonimo romanzo di Jeff VanderMeer, primo della Trilogia dell'area X, aun territorio dove un fenomeno in costante espansione e dall'origine sconosciuta altera le leggi fisiche, nel quale si addentrerà una spedizione guidata dalla biologa Portman, la quale proprio a causa di una precedente spedizione in quest'area perse il marito.
Pur trattandosi di un film, la distribuzione al cinema è prevista solo negli Stati Uniti, in Canada

e in Cina a partire dal 23 febbraio, mentre nel resto del mondo arriverà direttamente su Netflix 17 giorni dopo la distribuzione nei cinema.

Attesissima è anche la prossima pellicola con protagonista il premio Oscar Jennifer Lawrence, la cui uscita è prevista negli Stati Uniti il 2 Marzo. Si tratta di Red sparrow, tratto dall'omonimo romanzo di Jason Matthews pubblicato in italiano con l'imbarazzante titolo di Nome in codice: Diva.
Anche in questo caso si parla di thriller e di primo volume di una trilogia con al centro una ballerina russa che, nell'era di Putin, vive cuna doppia vita come agente segreto con l'incarico di irretire i nemici e eliminarli.Da brava James Bond al femminile,la protaginista si destreggerà con abilità fuori dal comune tra intrighi, doppi giochi e seduzioni.

Piacevolissima notizia è anche quella dell'arrivo nelle sale dell'adattamento del romanzo culto di Madeleine L'Engle, Nelle Pieghe del Tempo, classico del fantasy pubblicato per la prima volta nel 1962 e tradotto in 32 lingue. Il film, che avrà lo stesso titolo, vanta un cast all star che include Oprah Winfrey, Reese Witherspoon, Mindy Kaling, Zach Galifianakis e Chris Pine oltre all'esordiente Storm Reid nel ruolo di Margaret Murry, la ragazzina protagonista che si imbracherà in una pericolosa avventura tra le pieghe del tempo per ritrovare il padre, scomparso misteriosamente.
Il film è in lavorazione da diversi anni, dopo che la Disney acquistò i diritti nel 2010 e ha un budget da colossal, cartteristica che rende la regista Ava DuVernay la prima donna a dirigere un film con un budget oltre i 100 milioni di dollari.

Altra piacevole notizia è quella dell'uscita di Tuo, Simon, film tratto dal bestseller YA Simon vs. the Homo Sapiens Agenda di Becky Albertalli, divertente storia di un primo amore e di un coming out pubblicato anche questa volta in Italia con un titolo banale che non gli rende affatto giustizia come Non so chi sei ma io sono qui.
Alcuni siti lo stanno già pubblicizzando come "il film gay" e, non conoscendo evidentemente il romanzo, lo classificano come film drammatico quando la pellicola rientra priù nel genere delle commedie adolescenziali tipiche del cinema statunitense, ambientate per lo più tra i corridoi di una scuola superiore dove il protagonista si troverà a confessare a tutti la propria omosessualità, con risvolti tra l'ironico e il divertente che rendono questo film appetibile soprattutto per i più giovani, sempre che qualche genitore non decida che sia poco opportuno che i figli vedano un "film gay".

Per fine marzo è previsto l'arrivo anche dell'adattamento di Player one, bestseller distopico di Ernest Cline pubblicato nel 2010 e portato sul grande schermo niente meno che da Steven Spielberg.
Il film, che uscirà con il titolo originale di Ready player one immagina un futuro non proprio improbabile, in cui la qualità della vita sulla terra è completamente compromessa dall'inquinamento e la sovrapopolazione e l'umanità si trova a trovare sollievo in una realtà virtuale, OASIS. Il giovane protagonista è proprio un utente della piattaforma, impegnato a risolvere una complessa caccia al tesoro che potrebbe portarlo addirittura a diventare il nuovo proprietario di OASIS.

Poco conosciuto in Italia ma da tener d'occhio per argomenti, cast e regia è Don't Worry, He Won't Get Far on Foot, adattamento dell'omonimo libro di memorie scritto dal vignettista John Callahan, paraplegico e alcolizzato.
La regia della pellicola è affidata a Gus Van Sant, che si è anche occupato di scrivere la sceneggiatura, mentre nel ruolo principale troviamo Joaquin Phoenix, in una delle sue trasformazioni più impressionanti.

Bestseller di fama internazionale è invece Dove vai Bernadette?, esilarante romanzo di Maria Semple che racconta la misteriosa e imrpvvisa scomparsa di un'architetta agorafobica, vista dagli occhi della figlia adolescente che decide di scoprere che fine a fatto la strana genitrice.
I diritti del libro furono acqustati già nel 2013, a solo un anno dalla pubblicazione del romanzo, ma la pellicola vede la luce solo ora. Il film, diretto dal Richard Linklater che ha fatto tanto parlare di sè lo scorso anno con Boyhood ,uscirà a maggio negli Stati uniti e vede nel ruolo di protagonosta il premio Oscar Cate Blanchett e Billy Crudup nei panni del marito.

L'industria del cinema quando pensa di aver trovato una gallina dalle uova d'oro non se la fa sfuggire perciò, dopo il successo planetario di Gone girl - L'amore buguardo ecco comparire un nuovo adattamento di un'opera di Gillian Flynn. Si tratta in questo caso del suo romanzo d'esordio Sulla pelle, dal quale HBO ha tratto una miniserie dal titolo Sharp objects con protagonista la brava Amy Adams, nei panni di una giornalista con seri disturbi pschiatrici che fa ritorno al suo paese natale e si ritrova a seguire la storia dell'omicidio di due ragazzine.
La scrittrice è in questo caso anche sceneggaitrice e produttrice esecutiva mentre dietro la macchina da presa troviamo Jean-Marc Valée che, sopo il successo di Big Little Lies, sembra essersi affezionato alle serie tv.

Non sono rasserenanti nemmeno le atmosfere di The Little Stranger, nuovo film del regista di Room Lenny Abrahamson, tratto dall'omonimo romanzo di Sarah Waters e pubblicato in Italia con titolo L'ospite.
Si tratta infatti di un thriller dai risvolti horror ambientato negli anni '40, nel quale un professore interpretato da Domhnall Gleeson verrà invitato in una dimora di compagna dove in passato la madre, aveva lavorato come governante e che sembra ora infestata da misteriose presenze.Nel cast anche Charlotte Rampling nella parte della padrona di casa, perseguitata insieme alla figlia Ruth Wilson da esseri sovrannaturali.

Il successo cinematografico dei precedenti adattamenti della saga Millenium di Stieg Larsson è stato al massimo discreto, tuttavia la Sony ha deciso di riprovarci portando sullo schermo Quel che non uccide, che in realtà è il quarto volume della serie ed è uscito dalla penna di David Lagercrantz, in seguito alla prematura scomparsa di Larsson.
Più chedi un sequel si tratterà infatti di un reboot, tant'è che Rooney Mara non vestirà più gli iconici panni di Lisbeth Salander; al suo posto Claire Foy, da poco salita al livello di star internzionale grazie alla sua pluripremiata interpretazione nella serie tv The Crown, dove i veste i panni di una giovane Elisabetta II. Alla regia troviamo Fede Alvarez, reduce dai successi di Evil Dead e Man in the Dark mentre l'uscita della pellicola nelle sale americane è prefista per l'ottobre di quest'anno.

Torniamo di nuovo a parlare di Neflix con L'incubo di Hill House di Shirley Jackson, uno dei capisaldi della letteratura horror, che la nuova piattaforma di intrattenimento ha deciso di trasformare in una nuova serie tv dal titolo The Haunting of Hill House.
Non si tratta del primo adattamento del romanzo della Jackson, che già nel 1963 e nel 1999 fu trasformato in un film. Netflix si propone però di farne una versione più moderna.
Composta da 10 episodi la serie vanta tra i produttori anche Steven Spielberg, mentre nel cast troviamo il Michel Huisman, il Daario di Game of Thrones, nel ruolo di Steven Crane, scrittore di libri sul sovrannaturale, tra cui un memoir dedicato al periodo in cui la sua famiglia visse a Hill House. Nella più classica delle trame horror, la serie seguirà la vicenda di quattro persone che si ritrovano a passare l'estate in una casa che si suppone infestata.

Largamente anticipato, atteso e temuto, è invece il ritorno di un'icona cinematografica che col tempo ha superato la fama del libro che l'ha ispirata. Stiamo parlando di Mary Poppins che a fine anno tornerà al cinema con il viso di Emily Blunt, attrice graziosa e discreta ma forse non all'altezza della fantastica Julie Andrews, che diede fama immortale all'istitutrice uscita dlla penna di P.L. Travers nel lontano 1934.
La regia di questo reboot è affidata ad un espero di musical come Rob Marshall (Chicago) mentre il cast, oltre alla Blunt, prevede un paio di star che sembrano chiamate apposta per rasserenare gli spettatori più diffidenti: Colin Firth e Meryl Streep.
badate bene che non si tratta di un remake ma di un sequel, ambientato vent'anni dopo dagli avvenimenti del primo film, dove ritroviamo i celebri Jane e Michael ormai adulti. Dopo che Michael ha subito una grave perdita personale, l'enigmatica tata Mary Poppins (Emily Blunt) fa ritorno nella vita della famiglia Banks, e, insieme al lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda, niente Bert/Dick van Dyke, rassegnatevi), userà le sue abilità magiche per aiutare la famiglia a riscoprire la gioia che manca nella loro vita.

Con la tata più amata di sempre chiudiamo la nostra rubrica che, sappiatelo, ha toccato solo i principali fra una serie sempre più voluminosa di titoli che dagli scaffali della libreria viaggiano verso cinema e televisione.
E voi, cari lettori, quali adattamenti non vedete l'ora di vedere quest'anno? Fatecelo sapere!

23 ottobre 2017

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica - Matteo Meschiari

In questo volume di scritti militanti, Matteo Meschiari raccoglie una serie di lucide intuizioni su terra e crisi ambientale. Con passo selvatico e sguardo poetico, l’autore ci sprona a intraprendere una lotta per le immagini, perché il disastro che ci attende coincide con la nostra incapacità di immaginare il mondo che annientiamo. Se il problema è il destino della terra, è dalla terra che dobbiamo ricominciare. E l’idea di Geoanarchia è semplice: pensare e praticare paesaggi per fare resistenza ecologica.

Recensione

Immaginazione è il concetto chiave per capire il senso delle riflessioni di Matteo Meschiari, che ribaltano in prospettiva copernicana la percezione dell’ambiente. Alla lettera questa parola indica tutto ciò che ci circonda, ma già questa immagine presenta un mondo con l’uomo al centro: una visione antropocentrica, che ha espresso, nella storia, alcuni tra i valori più alti nella storia dell’umanità. Tuttavia, sembra suggerire l’autore, questo punto di vista soggettivo dell’uomo che si colloca al centro con tutto il mondo minerale, vegetale e animale intorno, rischia di farci dimenticare la nostra origine e la sua centralità per la sussistenza della razza umana.

Il saggio invita a tenere presente il tema ecologico come grande sfida attuale per l’umanità, se mai non bastassero i continui dibattiti e le notizie sulla sostenibilità delle attività umane. La conseguenza che ne deriva è l’esigenza, sempre meno procrastinabile, di compiere un rovesciamento del rapporto con quella che per millenni abbiamo considerato una madre comune, la Terra. Le riflessioni sui legami tra scienze geografiche e teorie anarchiche portano a una rivoluzione inquadrata come liberazione da strutture e sovrastrutture gerarchiche, che si sono incrostate attorno all’uomo e alla società e lo hanno allontanato dalla fonte del suo sostentamento e in definitiva della sua stessa vita, la terra madre, concreta, orizzontale, priva di ogni ordine, senso ed equilibrio perché è essa stessa la sorgente di tutto e su di essa l’uomo sta in equilibrio, simbolicamente e realmente.

Anarchia della terra e rinnovamento del concetto di paesaggio come realtà circostante significano, per l’uomo, riconoscere di far parte dell’ambiente e di non esserne a capo, di poterlo e doverlo vivere in profondità senza caricarlo di una ricerca di senso che gli è estraneo. A tratti sembra che l’idea di terra di Meschiari, spogliata di ogni accento pessimistico, richiami alla mente nella sua solenne e imponente maestà l’immagine leopardiana di una natura così immensa che non si riesce a percepire per eccesso di vicinanza.

E allo stesso modo la definizione di ecologia ha un aspetto politico, legato alla fruizione condivisa e responsabile di risorse finite e alla conservazione progettuale di un patrimonio da lasciare in eredità così come lo si è ricevuto, ma anche e prima di tutto un valore poetico, presente nella dimensione ancestrale e selvaggia che oggetti come albero, foglia, crepaccio, terra, ghiacciaio assumono se li consideriamo nella loro semplicità primitiva invece che dal nostro punto di vista ‘umano’. La rivoluzione anarchica diventa possibile se sostituiamo ai paesaggi della mente creati secondo un principio armonico una mente che si fa paesaggio e accetta l’entropia del mondo come proprio fondamento: questa sostituzione riporta l’uomo a un rapporto diretto con la terra e la natura, come nell’arte primitiva delle grotte di Lascaux, a un’ecologia dell’arte invece che a un’arte ecologica, che è prodotto di una visione antropocentrica.

La riforma passa attraverso un ripensamento semantico della geografia in senso qualitativo – nel paragrafo sul valore intrinseco delle sfumature del verde, ad esempio, ma anche in quello sui possibili significati del termine paesaggio emerge un legame complesso tra quest’ultimo e il linguaggio, non solo geografico, che lo descrive – e permette all’uomo di trasformare il rapporto con esso in forma transitiva. Con questa premessa diventa possibile cambiare il rapporto con il mondo esterno riducendo le distanze e si può camminare IL paesaggio invece che NEL paesaggio, camminare L’albero invece che sotto l’albero: l’esplorazione diventa riappropriazione della dimensione panica e dinamica della realtà.

Se è vero che il bosco, come la selva oscura, l’albero della vita e così via, il paesaggio in generale, hanno da sempre popolato l’immaginario dell’uomo nel suo vivere l’esistenza come una foresta di simboli, è giunto il momento, suggerisce Meschiari negli ultimi capitoli del saggio che sfociano quasi nel lirismo geografico, di riportare dentro ciò che è fuori, la foresta appunto, di perdersi nella disordinata realtà della terra con i suoi infiniti e concreti percorsi possibili, e compiere un percorso per certi versi contrario alla discesa dello Zarathustra nietszchiano dai monti con il ritorno alle origini selvagge e prerazionali della creatività poetica dell’uomo, che alla Terra deve tutta la sua reale concretezza.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica
  • Autore: Matteo Meschiari
  • Editore: Armillaria
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: I Cardinali
  • ISBN-13: 788899554187
  • Pagine: 148
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 12,00

3 settembre 2016

La scuola cattolica - Edoardo Albinati

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella “mala educación”. Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo poderoso, che sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: “Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?”. Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose. La scuola cattolica è forse il libro che mancava nella nostra cultura.

Recensione

Impossibile catalogare questo libro in un genere unico, perché è molte cose insieme.
Prima di tutto è un saggio sulla società a partire dagli anni settanta e in esso l'autore vuole spiegare quali siano le circostanze per cui dei giovani di buona famiglia siano arrivati a compiere quello che è stato chiamato Il Delitto del Circeo. In secondo luogo è un’indagine psicologica sulla mentalità dei ragazzi e giovani adulti di quel periodo. In terzo luogo è una autobiografia e per ultimo un romanzo che potrebbe definirsi di formazione, purché il termine venga inteso in senso lato.
A proposito di questi due ultimi punti, per distinguere le parti inventate da quelle vere, l’autore fornisce un unico input: le scene di fantasia sono quelle che suonano meno assurde.

A rafforzare la parte autobiografica del libro, c’è il fatto che il protagonista si chiama, appunto, Edoardo Albinati, le cui esperienze si seguono dal momento in cui entra nella scuola cattolica a quando l'abbandona verso la fine del liceo. Episodi della sua vita fuori dal periodo scolastico si ritrovano solo saltuariamente in momenti successivi, quando l'autore si diverte a dialogare con il lettore, ora facendolo partecipe delle proprie impressioni, ora scusandosi della propria prolissità, ora per raccontare qualche fatto personale su cui si compiace di soffermarsi per chiarire qualche concetto.

Nel caso il lettore si ponesse la domanda se, per spiegare le condizioni sociali del tempo e la psicologia dei giovani che si sono macchiati di delitti atroci, con una indifferenza che fa rabbrividire, fosse necessario scrivere 1300 pagine, la risposta è negativa. Ma vengono raccontati molti fatti che, pur non direttamente attinenti al Delitto del Circeo, sono significativi della mentalità del tempo:

troppo lento e divagante, direte, questo mio cammino? L’ho presa un bel po’ alla larga? Avete ragione: ma era la natura stessa del delitto a richiedere che se ne raccontassero i preliminari; o piuttosto, i cerchi concentrici che lo avvolgono, gli anelli che da un lato vi conducono, dall’altro se ne allontanano, come in certe insegne luminose. La scuola, i preti, i maschi, il quartiere, le famiglie, la politica. Potrebbe darsi che al centro del bersaglio non vi sia alla fine quel delitto, ma qualcos’altro … che se avete la pazienza di seguirmi scopriremo insieme.
Diciamo pure che quella del DdC, nascosta in questo libro, non fu l’unica storia. Accanto a una determinata vicenda e intrecciata con essa ve ne sono altre, che si ramificano in ogni direzione, come negli alberi genealogici, non si può mai dire dove finisca una e inizi quella accanto, così strettamente sono connesse, origini e filiazioni.

Albinati ha maturato il libro nel corso di diversi anni e, se anche non l'avesse confermato lui stesso, lo si sarebbe intuito dal fatto che talvolta ritorna a spiegare da angolazioni diverse concetti già espressi in precedenza.
Ciò che il libro non vuole fornire sono nuove rivelazioni sul Delitto del Circeo il cui racconto, anzi, risulta stilizzato. Il libro tratta invece diffusamente di sesso e violenza, emerge inoltre l’interesse dell’autore verso la psicoanalisi:

Se a prima vista sembra che tutto si riduca alla smania di fottere, o di essere fottuti, dentro questa smania raramente si nasconde un esclusivo desiderio sessuale – che si placa nella ginnastica elementare del coito. Il più delle volte il sesso agisce come linguaggio, usato per esprimere altri desideri e paure.
L’impulso sessuale ha un raggio e una durata circoscritti, per questo deve essere integrato da altre prove di dominio. A smontarsi impiega pochi istanti, dopodiché emerge la gravità dell’accaduto (…). Durante uno stupro, se non era già stata programmata in partenza, sopravviene sempre e comunque l’ipotesi di eliminare la vittima.
Se si ritiene che la violenza sia una prerogativa solo maschile, allora è anche l’indicatore di virilità più significativo. Lo si adoperava moltissimo tra i gruppi giovanili specie se politicizzati: sia a destra sia a sinistra, chi menava le mani era ammirato dagli uomini, desiderato dalle ragazze.

Il punto di vista dell’autore è in genere condivisibile, come quando afferma:

Non esiste nulla di più fertile della noia. Geniali scoperte capolavori imprese folli e crimini scaturiscono dalla noia. L’autolesionismo e lo sperpero.

Tuttavia per altre prese di posizione la condivisione può essere solo parziale, a mio parere. Non posso che trovarmi d'accordo, ad esempio, con l'osservazione che le persone siano in genere ossessionate dal sesso, meno soprattutto le più intelligenti, le più curiose e creative, lo erano e lo sono, anche se Berlusconi potrebbe convenire su questo con Albinati.
Interessante anche questa riflessione sul cattolicesimo:

È una singolare caratteristica del cattolicesimo italiano quello di portare avanti una millenaria tradizione di difesa degli ultimi mentre si allea nei fatti con gli interessi mondani dei primi. Forse questa contraddizione fonda la sua grandezza e la sua solidità. Ma non può sfuggire a nessuno, e i primi a cui non sfuggiva eravamo proprio noi, gli alunni fortunati. 

anche se, anche in questo caso mi trovo solo parzialmente d'accordo in quanto non credo che l’alleanza tra religione e potere possa definirsi una caratteristica esclusiva del cattolicesimo italiano.

Una critica che viene posta ad Albinati è che nel suo libro vengono evidenziati solo i punti di vista dei carnefici ma non le voci delle vittime. Direi che la critica è infondata. Albinati era compagno di scuola dei carnefici e non delle vittime. Fra l’altro afferma che probabilmente, in un altro momento storico, senza voler esprimere un giudizio di merito, gli assassini avrebbero subito una pena minore se nel periodo non fosse maturato il femminismo che, secondo l’autore, è il più originale e durevole discorso politico del novecento. Si ricorda che al processo dei responsabili del DdC fu sempre presente una nutrita schiera di femministe. Una conseguenza del femminismo sarebbe che:

Prima ci si lamentava della scarsa disponibilità delle donne; poi si diffuse il timore che fosse eccessiva, e l’aspirazione al piacere illimitata. All’epoca in cui si svolge questa storia ci si poteva lagnare di entrambe le cose. 

Il Delitto del Circeo si presta a essere visto anche come lotta di classe pur se, a parere dell'autore, non era certamente questo il movente, ma perché gli esecutori cercavano: un’esperienza qualsiasi che ti sollevi fuori dalla banalità della vita ordinaria(…)Droga sesso sono le ovvie risposte a questa esigenza. Ma c’è poi un’altra attività che non fa mai andare in overdose: la violenza gratuita. Quella che si scatena cioè su corpi inermi.(…)Essendo persone mediocri, il sogno dei ragazzi del DdC era di far paura agli altri. Non potendo essere veramente potenti o nobili o autorevoli, a loro non restava che essere spietati.

Albinati racconta molti episodi inerenti la vita dei compagni di scuola e fa molti esempi a sostegno delle proprie affermazioni. I fatti da lui indicati sono in genere descritti con grande ironia, specie quelli che lo riguardano personalmente, o che si presume lo riguardino.
Il libro è interessante e, a mio avviso, immensamente superiore per profondità al precedente Premio Strega, La ferocia, con cui La scuola cattolica condivide solo il fatto che in entrambi si parli di comportamenti violenti, in cui vengono prese di mira soprattutto le donne ma non solo quelle. È vero che 1300 pagine spaventano, tuttavia il libro è piacevole, quasi mai lento, e fa riflettere.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La scuola cattolica
  • Autore: Edoardo Albinati
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • ISBN-13: 9788817086837
  • Pagine: 1295
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 22,00

11 giugno 2016

Banche: possiamo ancora fidarci? - Federico Rampini

Il 2015 verrà ricordato per uno shock a cui gli italiani non erano abituati né preparati. Sono fallite delle banche. Piccole, ma non trascurabili. La protezione del risparmio è stata messa in dubbio. Un brivido di paura si è diffuso perfino tra i clienti di altre banche più grosse e più solide, perché nel frattempo entravano in vigore nuove regole, imposte dall'Europa, che comportano maggiori rischi per i risparmiatori. Sono così venute alla luce storie tragiche: cittadini ingannati, titoli insicuri venduti agli sportelli bancari, obbligazioni travolte nei crac. In parallelo, brividi di paura sulla tenuta delle banche si sono manifestati anche in altre parti del mondo: in Cina e persino nell'insospettabile Germania. E a preoccuparci non ci sono solo le banche private, quelle dove abbiamo i conti correnti e i libretti di risparmio. Anche quelle che stanno molto al di sopra, le istituzioni che dovrebbero governare la moneta e l'economia, non offrono certezze. In America, nell'Eurozona o in Giappone, la debolezza dell'economia ha rivelato errori e limiti delle banche centrali. In un'epoca come questa, in cui i redditi da lavoro diventano incerti o precari, il risparmio è ancora più importante che in passato. Ma possiamo fidarci di chi ce lo gestisce? Quali precauzioni dobbiamo prendere per evitare di essere defraudati, impoveriti? Nel 2013 Federico Rampini scriveva: «I grandi banditi del nostro tempo sono i banchieri. La crisi iniziata nel 2007 nel settore della finanza americana, poi dilagata ad ampiezza sistemica nel 2008 fino a contagiare l'economia reale di tutto l'Occidente, ebbe la sua causa scatenante in comportamenti perversi dei banchieri». Da allora, siamo sicuri che il mondo sia cambiato? Abbiamo appreso le lezioni di quella crisi, per evitare una ricaduta? O, al contrario, le cause profonde non sono state veramente aggredite né tantomeno sanate? Rampini torna ad accendere i riflettori sui mali e le malefatte della finanza e sui comportamenti non sempre virtuosi dei banchieri. E questo suo libro vuole servire da guida. Per capire quel che sta succedendo nel sistema del credito. Per essere meno sprovveduti e fragili di fronte agli shock finanziari. Per imparare qualche regola di sopravvivenza, di autodifesa di fronte a quelli che da tutori possono trasformarsi improvvisamente in predatori del nostro risparmio. 

Recensione

Il libro Banche: possiamo ancora fidarci? è un ottimo saggio, non perché vi vengano rivelati al pubblico fatti nuovi prima sconosciuti, ma perché vengono spiegati con scrittura semplice e scorrevole, nonché con piacevole ironia, i principi fondamentali che dovrebbero conoscere tutti coloro che vogliano investire i propri risparmi.
Il saggio è alla portata di tutti: il linguaggio è molto discorsivo e Rampini ha la capacità di semplificare concetti altrimenti ostici. Oltre a raccontare molti fatti di attualità, come il fallimento di alcune banche con le conseguenze sui risparmiatori con cui i media ci hanno ampiamente intrattenuti, vengono messi in guardia i clienti degli istituti di credito, dettando alcune regole basilari a cui dovrebbero attenersi per non rischiare di essere truffati. La colpa, precisa Rampini, non è in genere del gestore che propone investimenti che poi si rivelano disastrosi, perché l’operatore di banca che propone i prodotti si limita a ripetere quello che gli è stato a sua volta insegnato da coloro che tali prodotti hanno imposto di vendere pur conoscendone i rischi.

Il bancario che propone in genere l’investimento non è adeguatamente preparato. La banca non è interessata a investire risorse nella professionalità dei suoi operatori perché è un onere elevato e troppa competenza potrebbe essere addirittura controproducente per la banca stessa. L’informatizzazione ha consentito all’impiegato di limitarsi ad applicare semplici tabelle per vedere se il cliente è nella situazione di acquisire determinati prodotti bancari, siano questi investimenti in titoli/azioni/ fondi, siano mutui ipotecari.
È diventata più conveniente, in quanto meno rischiosa e più remunerativa per la banca, l’attività di intermediazione nella gestione del risparmio piuttosto che il prestito di denaro alle imprese. A questo proposito si ricorda che il sistema bancario, dopo il restringimento della forbice fra tassi attivi e passivi che era la base dei suoi maggiori introiti, ha dovuto ridurre enormemente il numero dei dipendenti.

Rampini inizia il saggio facendo una panoramica generale della finanza mondiale e fornendo informazioni piuttosto inquietanti, come il fatto che il totale dei titoli finanziari esistenti sfiora i settecentomila miliardi (di cui 550 mila miliardi di strumenti altamente speculativi come i derivati),

cioè nove volte il prodotto interno lordo di tutto il pianeta. La finanza non è al servizio dell’economia reale, al contrario la sovrasta, la comanda
per poi arrivare alle peculiarità tutte italiane, facendo alcuni esempi anche presi da esperienze personali.

Rampini, corrispondente di "Repubblica" dagli USA dove risiede, segnala una curiosità tipicamente americana: un cittadino statunitense vale per quanto risulta indebitato. È infatti nel momento in cui chiede un prestito a un istituto di credito che riceve una valutazione che rimane a qualificarlo per qualsiasi altra operazione finanziaria e non: l’acquisto a rate di un immobile, un elettrodomestico, un’automobile o, addirittura, la ricerca di un posto di lavoro. La prima cosa che il venditore o il datore di lavoro andrà a verificare sarà l’indice di affidabilità dell’individuo. Se risulterà che le rate sono state onorate correttamente, avrà un indice di affidabilità alto, in caso contrario verrà ritenuto inaffidabile e avrà difficoltà a ottenere credito e, spesso, anche un impiego. La persona che non ha debiti non risulta inquadrabile, quasi una non-persona.
Alla domanda che fa da titolo al suo libro, Rampini conclude che

non possiamo fidarci delle banche, perché il loro bilancio si regge sull’estrazione di commissioni, tariffe e balzelli che sono prelevati dai nostri soldi. C’è una divergenza d’interessi alla base, tra noi e loro, insuperabile.

Anche se si può in linea di massima condividere tale punto di vista, ve ne sono altri per cui non sono molto d’accordo. Rampini dice ad esempio che è sbagliata la fusione di più banche, in quanto si viene a limitare la concorrenza e perché, diventando troppo grandi per poter fallire (too big to fail), i loro top manager sanno di avere un’implicita garanzia di salvataggio che li spinge a commettere le peggiori nefandezze (come la vendita dei mutui subprime).
A mio avviso il fatto che una banca non possa fallire è una garanzia per il risparmiatore, per cui ben vengano le maxibanche che dovrebbero, fra l’altro, ridurre i costi di gestione, mentre, per quanto riguarda i comportamenti troppo disinvolti dei top manager, questi devono venire sanzionati dalla Banca d’Italia e dalla Consob in maniera più determinante e dissuadente di quanto non abbia fino ad ora fatto (vedi il caso di Banca Etruria, Popolare di Vicenza, Banca Marche e le altre).
In altre parole è necessario un controllo più puntuale da parte degli organi di sorveglianza che, in caso contrario, devono a loro volta veramente rispondere penalmente per inadempienza.
Inoltre è nota la sottocapitalizzazione di gran parte delle banche italiane e la loro fusione dovrebbe ovviare, almeno parzialmente, a tale inconveniente.

Per quanto sia di moda demonizzare il sistema bancario, bisogna precisare che è impossibile immaginare una società senza istituti bancari che, a loro volta, hanno forti oneri da sostenere e da qualche parte devono pur trovare le risorse necessarie a finanziarsi. Se inoltre le imprese italiane, anch'esse fra le meno capitalizzate in Europa, si dotassero di adeguati mezzi propri, potrebbero ridurre la loro dipendenza dalle banche che già hanno enormi crediti in sofferenza.
In conclusione nel saggio viene spiegato in maniera semplice e comprensibile, con profusione di esempi, ciò che dovrebbe sapere ogni cliente di una banca che si appresti a fare un investimento e potremmo quindi definire l’opera di Rampini come l’abc del risparmiatore, caldeggiandone la lettura a tutti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Banche: possiamo ancora fidarci?
  • Autore: Federico Rampini
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2016
  • Collana: Strade blu
  • ISBN-13: 9788804661405
  • Pagine: 123
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00
 

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