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13 settembre 2014

Premio Campiello 2014: vince Giorgio Fontana con "Morte di un uomo felice"


A sorpresa, con 107 voti sui 291 arrivati dalla Giuria Popolare dei Trecento Lettori Anonimi, vince la LII edizione del Premio Campiello il giovane Giorgio Fontana con Morte di un uomo felice (Sellerio).
Seguono Roderick Duddle (Einaudi) di Michele Mari - il favorito - con 74 voti, La voce degli uomini freddi (Mondadori) di Mauro Corona con 43 voti, La gemella H (Einaudi) di Giorgio Falco, 36 voti, e infine Fausta Garavini con Le vite di Monsù Desiderio (Bompiani), che ha ottenuto appena 31 voti.


Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana
Sellerio (collana La Memoria)
261 pagine, brossura - 14.00 Euro

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell'assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l'inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie polemiche, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie. Dall'inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un'azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all'ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell'unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla. L'inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all'uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l'origine delle ferite che stanno attraversando il Paese...


Giorgio Fontana nasce a Saronno il 22 aprile 1981. Studia Filosofia alla Statale di Milano ed esordisce come scrittore nel 2007 con Buoni propositi per l'anno nuovo (Mondadori), seguito l'anno successivo da Novalis (Marsilio). Per legge superiore (Sellerio), che inizia un dittico concluso con Morte di un uomo felice, vince il Premio Racalmare - Leonardo Sciascia 2012, il Premio lo Straniero 2012, e il Premio Chianti dello stesso anno.


Gli ultimi Premi Campiello
2013: Ugo Riccarelli (L'amore graffia il mondo, Mondadori) - da noi recensito qui
2012: Carmine Abate (La collina del vento, Mondadori)
2011: Andrea Molesini (Non tutti i bastardi sono di Vienna, Sellerio)
2010: Michela Murgia (Accabadora, Einaudi) - da noi recensito qui
2009: Margaret Mazzantini (Venuto al mondo, Mondadori) - approfondimento sull'autrice qui

27 maggio 2016

Premio Campiello 2016: la cinquina finalista e il vincitore del Premio Campiello Opera Prima


E' di oggi l'annuncio della rosa dei cinque finalisti alla 54esima edizione del Premio Campiello, la cui votazione si è svolta nell’Aula Magna G. Galilei di Palazzo Bo, Università degli Studi di Padova. Istituito nel 1962 da alcuni industriali del Veneto, venne assegnato per la prima volta nel 1963 a La tregua di Primo Levi, e annualmente insignisce un romanzo di narrativa pubblicato nell'anno corrente, scelto tra una rosa di cinque finalisti selezionati dalla Giuria dei Lettori. Ecco i cinque libri selezionati tra i 230 candidati::


Le regole del fuoco di Elisabetta Rasy (Rizzoli)

È la primavera di un anno terribile, il 1917, quando Maria Rosa Radice a poco più di vent’anni lascia gli agi della sua casa a Napoli. Scappa da sua madre, dal salotto aristocratico che fino ad allora è stato il suo unico, soffocante orizzonte. La destinazione è la sola possibile per una donna non sposata e in fuga: il fronte. L’impatto della guerra è brutale. In un piccolo ospedale sul Carso cura centinaia di feriti, li vede soffrire e morire. Ma c’è una luce nelle sue giornate, una scintilla di cui si accorge poco a poco. È la sua silenziosa compagna di stanza Eugenia Alferro, una provinciale del Nord che sogna di diventare medico. Giorno dopo giorno, le insegna a sopravvivere in corsia e a superare la paura. La guerra regala alle due ragazze una libertà altrimenti impossibile. Così, nel tempo, avvertono una passione inattesa crescere tra loro e a mezza voce, la notte, si dichiarano l’amore. Non sanno se il futuro permetterà loro di rimanere vicine, entrambe però sentono di essere cambiate. Ora sono pronte a lottare per restare se stesse. In un romanzo vibrante, che appassiona e scuote, Elisabetta Rasy racconta la guerra dalla prospettiva misconosciuta delle donne al fronte. Ritraendo un’intimità limpida ma circondata dalle tenebre, ci mostra come l’amore non abbia mai avuto confini, perché i sentimenti esplodono sempre senza chiederci il permesso.


Gli ultimi ragazzi del secolo di Alessandro Bertante (Giunti)

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all'esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell'emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro, di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, "non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr'otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del '59, avevo nove anni e uno a quell'età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi". Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è "picciriddu" o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c'è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta...


La prima verità di Simona Vinci (Einaudi)

Una giovane donna va alla ricerca del misterioso passato dei reclusi di un enorme lager in un'isola greca dove il regime dei colonnelli confinò insieme folli, poeti e oppositori politici.
E sprofonda, come il coniglio di Alice, seguendo tracce semicancellate archivi polverosi e segni magici, in una catena imprevista di orrori e segreti dove la pazzia sempre più si mostra come eterno segno dell'opposizione e della ribellione e il passato rivive in storie miracolose, in una festa del linguaggio e della parola. Nella seconda parte del romanzo la detection su follia, normalità e violenza della giovane donna si allarga al mondo contemporaneo e finisce col diventare inevitabile, sconvolgente autobiografia dell'autrice, dove il nodo del rapporto con la madre e la scoperta del fantasma della propria follia (e di quella materna) si aprono in immagini di rara forza. Unica salvezza è la parola poetica, la passione di dire e raccontare che unisce i mondi nel gesto individuale di chi ha il coraggio di cercare ancora "la prima verità".


Le cose semplici di Luca Doninelli (Bompiani)

Un giovane incontra a Parigi una ragazzina enfant prodige della matematica e i due s'innamorano, si fidanzano, si sposano. Lei, poco più che ventenne, va in America. Ma il mondo s'inceppa e in un batter d'occhio tutto finisce: niente più petrolio, niente più energia elettrica, commercio né moneta, niente più regole sociali. Ovunque solo guerre e carneficine. Il mondo si imbarbarisce e la sua caduta coglie i due innamorati ai due lati dell'oceano, senza possibilità di comunicare. Per vent'anni i due vivranno lontani, lei ha una vita durissima, lui comincia a scrivere per non dimenticarla, finché, dopo tanti anni, i due si ritroveranno, accesi dal fuoco della passione e dal bisogno di verità. "Le cose semplici" è il tentativo di raccontare il cammino dei nostri desideri più comuni ed elementari - e di tutto quello che ci tocca il cuore, fino a straziarci con la sua bellezza o con il ricordo pungente di essa - attraverso la labirintica distruttività del mondo. Il nostro bisogno di vivere una vita che si possa dire umana, di gioia ma anche di un dolore dotato di senso, è destinato a infrangersi contro il muro del potere, della superficialità, del pensiero indotto e dei luoghi comuni? O può trovare soddisfazione?


Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie)

Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Čikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva nei modi più orrendi almeno cinquantasei persone. Le sue vittime – bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne – avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole. Erano insomma simboli del fallimento dell’Idea comunista, sintomi dell’imminente crollo del Socialismo reale. Questo libro, sospeso tra romanzo e biografia, narra la storia di uno dei più feroci assassini del Novecento attraverso la visionaria, a tratti metafisica ricostruzione della confessione che egli rese in seguito all’arresto. E fa di più. Osa raccontare l’orrore e il fallimento in prima persona: Čikatilo, infatti, in questo libro dice «io». È lui stesso a farci entrare nella propria vita e nella propria testa, a raccontarci le sue pulsioni più segrete, le sue umiliazioni e ossessioni. Il giardino delle mosche è un libro lirico e crudele allo stesso tempo: la storia di un’anima sbagliata, una meditazione sul potere e la sconfitta e, soprattutto, una discesa impietosa fino alle radici del Male.


E' stato invece già assegnato il Premio Campiello Opera Prima, attribuito dal 2004 a un autore al suo esordio letterario:


La teologia del cinghiale di Gesuino Némus (Elliot)

Luglio 1969. Nei giorni dello sbarco sulla luna, a Telèvras, un piccolo paese dell'entroterra sardo, due ragazzini vengono coinvolti in una serie di eventi misteriosi. Matteo Trudìnu, talentuoso figlio di un sequestratore latitante, e Gesuino Némus, da tutti considerato un minorato mentale, sono amici per la pelle. Di loro si occupa come fossero suoi figli don Cossu, il prete gesuita del paese. Un giorno il padre di Matteo viene trovato morto a pochi chilometri dal paese. A indagare si trova il maresciallo dei carabinieri di stanza a Telèvras, un piemontese che fatica a comprendere le logiche dell'omertà che lo circonda, aiutato dall'appuntato Piras e da don Cossu. Ma il mistero si infittisce ancor di più quando, a pochi giorni di distanza, viene ritrovato il corpo di un secondo uomo. Una storia di misteri e rivelazioni, in cui si mescolano gli odori, i sapori, le voci, le superstizioni e la magia della terra sarda, a comporre il quadro di un'Italia che arriva fino ai giorni nostri.

29 maggio 2015

Premio Campiello 2015: la cinquina finalista (e il vincitore del Campiello Opera Prima)


E' di oggi l'annuncio della rosa dei cinque finalisti al Premio Campiello, giunto quest'anno alla 53esima edizione.
Istituito nel 1962 da alcuni industriali del Veneto, venne assegnato per la prima volta nel 1963 a La tregua di Primo Levi, e annualmente insignisce un romanzo di narrativa pubblicato nell'anno corrente, scelto tra una rosa di cinque finalisti selezionati dalla Giuria dei Lettori. Dopo la vittoria del 2014 di Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana (Sellerio), vedremo chi quest'anno il 12 settembre si aggiudicherà il prestigioso riconoscimento tra i seguenti finalisti, votati da una giuria di 300 lettori anonimi:


La mappa di Vittorio Giacopini (Il Saggiatore)

Monti, laghi, colline, forre, fortilizi e contrafforti, borghi, strade, slarghi: vedere tutto, come se si fosse per aria, e tutto rappresentare in una mappa, con dettagli minuti, badando a distanze, rilievi, proporzioni: squadrare il mondo, illuminarlo, dargli ordine. È questo l'obiettivo di Serge Victor, ingegnere-cartografo al seguito di Napoleone durante la Campagna d'Italia. Figlio esemplare dei Lumi, nemico di fole balzane e superstizioni, adepto dell'"Encyciopédie" di Diderot e d'Alembert - alle cui parole si aggrappa con una devozione non lontana dal fideismo che la Rivoluzione si era incaricata di smantellare -, Serge Victor riceve l'ordine dal Generale in persona di riprodurre i corsi e i ricorsi della Campagna, di fermare su carta e nel tempo i nuovi confini d'Italia, che il demiurgo Napoleone, N., l'Imperatore, va ridisegnando e riplasmando, sempre più a suo piacimento. Così, mentre il còrso conquista la penisola e, non pago, invade l'Egitto, Serge lavora alla sua magnum opus, in compagnia di uno scalcinato poeta tutto sdegno e fervore e dell'ammaliatrice Zoraide, la sua Maga, che della ragione rappresenta il doppio, il sonno, e prefigura l'assedio portato ai Lumi dalle sotterranee pulsioni che, nella Storia come nell'animo dell'uomo, non conoscono sopore.


L'ultimo arrivato di Marco Balzano (Sellerio)

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all'esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell'emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro, di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, "non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr'otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del '59, avevo nove anni e uno a quell'età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi". Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è "picciriddu" o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c'è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta...


Cade la terra di Carmen Pellegrino (Giunti)

Alento è un borgo abbandonato che sembra rincorrere l'oblio, e che non vede l'ora di scomparire. Il paesaggio d'intorno frana ma, soprattutto, franano le anime dei fantasmi che Estella, la protagonista di questo intenso e struggente romanzo, cerca di tenere in vita con disperato accudimento. Voci, dialoghi, storie di un mondo chiuso dove la ricchezza e la miseria sono impastate con la stessa terra nera. Capricci, ferocie, crudeltà, memorie e colpe di un paese condannato a ritornare alla terra. Come tra le quinte di un teatro ecco aggirarsi un anarchico, un venditore di vasi da notte, una donna che non vuole sposarsi, un banditore cieco, una figlia che immagina favole, un padre abile nel distruggerle. Con Carmen Pellegrino l'abbandonologia diviene scienza poetica. E questo modo particolare di guardare le rovine, di cui molto si è parlato sui giornali e su internet, ha finalmente il suo romanzo.


Il tempo migliore della nostra vita di Antonio Scurati (Bompiani)

Leone Ginzburg rifiuta di giurare fedeltà al fascismo l'8 gennaio 1934. Pronunciando apertamente il suo "no", imbocca la strada difficile che lo condurrà a diventare un eroe della Resistenza. Un combattente mite, integerrimo e irriducibile che non imbraccerà mai le armi. Mentre l'Europa è travolta dalla marcia trionfale dei fascismi, questo giovane intellettuale formidabile prende posizione contro il mondo servile che lo circonda e la follia del secolo. Fonderà la casa editrice Einaudi, organizzerà la dissidenza e creerà la sua amata famiglia a dispetto di ogni persecuzione. Questa è la sua storia vera dal giorno della sua cacciata dall'università fino a quello in cui è ucciso in carcere. Nel racconto rigoroso e appassionato con il quale Scurati le rievoca, accanto a quella di Leone e Natalia Ginzburg, scorrono però anche le vite di Antonio e Peppino, Ida e Angela, i nonni dell'autore, persone comuni nate negli stessi anni e vissute sotto la dittatura e le bombe della Seconda guerra mondiale. Dai sobborghi rurali di Milano convertiti all'industria ai vicoli miserabili del "corpo di Napoli", di fronte ai fucili spianati, le esistenze umili di operai e contadini, artisti mancati e madri coraggiose entrano in risonanza con le vite degli uomini illustri. Accostando i singoli ai grandi eventi, attraverso documenti, fotografie e lettere, ricordi famigliari e memoria collettiva, Antonio Scurati resuscita il nostro passato.


Senti le rane di Paolo Colagrande (Nottetempo)

Al tavolino di un bar, Gerasim racconta a Sogliani la storia di un terzo amico seduto poco più in là, ed è una storia molto avventurosa. Ebreo convertito al cattolicesimo per chiamata divina, Zuckermann prende i voti e diventa "il prete bello" di Zobolo Santaurelio Riviera, località balneare di "fascia bassa": agli occhi dei fedeli passa per un santo, illuminato, alacre e innocente. Ma un pomeriggio di fine estate, mentre intorno al suo nome diventano sempre più insistenti le voci di miracoli, a Zuckermann si offre la visione della Romana, la figlia diciassettenne di due devoti parrocchiani. Da lì in poi, fra pallidi tentativi di espiazione, passioni e gelosie, cui fanno da contrappunto le vaneggianti digressioni di Gerasim e Sogliani, dall'Uomo vitruviano agli etologi fiamminghi, dagli asceti di Costantinopoli all'Ikea, da Rossella O'Hara all'olio di nespolo babilonese, lentamente si consuma una tragedia sentimentale che travolge l'intera comunità e trova il suo epilogo in riva a un fosso...


E' stato invece già assegnato il Premio Campiello Opera Prima, attribuito dal 2004 a un autore al suo esordio letterario:


La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin di Enrico Iannello (Feltrinelli)

Sulla caviglia dello stivale Italia, là dove sta l'osso pezzillo, nasce il nostro eroe, Isidoro Sifflotin. Nella casetta di Mattinella, che sta su da trecento anni e "non crollerà mai", il prodigioso guagliunciello Isidoro affina una dote miracolosa, ricevuta non si sa come da Quirino, il padre strabico, poetico e comunista, e da Stella, la mamma pastaia. Qual è questa dote? La più semplice: Isidoro sa fischiare, e fischia in modo prodigioso. Con il suo inseparabile merlo indiano Alì dagli sbaffi gialli, e l'aiuto di una combriccola stralunata, crea una lingua nuova, con tanto di Fischiabolario, e un messaggio rivoluzionario comincia magicamente a diffondersi. Proprio quando il progetto di un'umanità felice e libera dal bisogno sta per prendere forma, succede qualcosa che mette sottosopra l'esistenza di Isidoro. "Tutto quello che cresce si separa": con addosso questo insegnamento di mamma Stella, Isidoro, ormai ragazzo, scopre Napoli e si imbatte, senza neanche rendersene davvero conto, in un altro linguaggio prodigioso e muto: quello dell'amore.

12 settembre 2015

Premio Campiello 2015, vince Marco Balzano con "L'ultimo arrivato"


Per il secondo anno consecutivo ad aggiudicarsi il Premio Campiello, uno dei più importanti riconoscimenti letterari italiani, è un autore della scuderia Sellerio: con 107 voti vince la 53esima edizione Marco Balzano con il romanzo L'ultimo arrivato. A seguire, nell'ordine, il super favorito Antonio Scurati (75 voti) con Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani), Carmen Pellegrino (35 voti) con Cade la terra (Giunti), Paolo Colagrande (34 voti) con Senti le rane (Nottetempo) e infine Vittorio Giacopini (21 voti) con La mappa (Il Saggiatore).


L'ultimo arrivato - Marco Balzano
Sellerio (collana Il contesto) 205 pagine, brossura - 15.00 Euro

Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all'esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell'emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro, di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Come racconta lui stesso, "non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr'otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del '59, avevo nove anni e uno a quell'età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi". Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è "picciriddu" o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé. Ad aiutarlo c'è poco o nulla, forse solo la memoria di lezioni scolastiche di qualche anno di Elementari. Ninetto si getta in quella città sconosciuta con foga, cammina senza fermarsi, cerca, chiede, ottiene un lavoro. E tutto gli accade come per la prima volta...

Marco Balzano, classe '78, insegna in un liceo di Milano. Ha esordito nel 2007 con una raccolta di poesie, Particolari in controsenso (Lieto Colle), insignita del Premio Gozzano, seguita nel 2008 dal saggio I confini del sole. Leopardi e il Nuovo Mondo (Marsilio). Per Sellerio ha pubblicato Pronti a tutte le partenze nel 2013 e L'ultimo arrivato (2014).


[Fonte foto: http://blog.graphe.it/2015/09/13/marco-balzano-vita-libri]

7 settembre 2013

Premio Campiello 2013: vince "L'amore graffia il mondo" di Ugo Riccarelli

Più di mezz'ora fa si è conclusa la cinquantunesima edizione del Premio Campiello, per la prima volta trasmessa in diretta su Rai5 e Rainews24 con la conduzione di Geppi Cucciari e Neri Marcorè.
Con 102 voti su 289 schede si è aggiudicato la vittoria L'amore graffia il mondo del compianto Ugo Riccarelli, morto il 21 luglio scorso. A ritirare il premio per lui la moglie Roberta Bortone, che ha dichiarato: «Sono orgogliosa di essere qui per lui e per tutte le donne che Signorina [la protagonista de L'amore graffia il mondo] rappresenta».

A seguire:
- Fabio Stassi con L'ultimo ballo di Charlot (Sellerio), 83 voti;
- Giovanni Cocco con La caduta (Nutrimenti), 47 voti;
- Beatrice Masini con Tentativi di botanica degli affetti (Bompiani), 36 voti;
- Valerio Magrelli con Geologia di un padre (Einaudi), 21 voti.


L'amore graffia il mondo di Ugo Riccarelli
Mondadori, collana Scrittori italiani e stranieri 219 pagine

È come se portasse il destino nel nome, Signorina: suo padre, capostazione in un piccolo paese di provincia, l'ha chiamata così ispirandosi al soprannome di una locomotiva di straordinaria eleganza. E creare eleganza, grazia, bellezza è il suo talento. Un giorno dal treno sbuca un omino con gli occhi a mandorla e, con pochi semplici gesti, crea un vestitino di carta per la sua bambola. L'omino scompare, ma le lascia un dono, un dono che lei scoprirà di possedere solo quando una sarta assisterà a una delle sue creazioni. Potrebbe essere l'atto di nascita di una grande stilista, ma ci sono il fascismo, la povertà e gli scontri in famiglia, le responsabilità, i divieti e poi la guerra... e Signorina poco a poco rinuncia a parti di se stessa, a desideri e aspirazioni, soffocando anche la propria femminilità, con una generosità istintiva e assoluta. E quando infine anche lei, quasi all'improvviso, si scopre donna e conosce l'amore, il sogno dura comunque troppo poco, sopraffatto da nuovi doveri e nuove fatiche, e dalla prova più difficile: un figlio nato troppo presto e nato malato, costretto a "succhiare aria" intorno a sé come un ciclista in salita. Nonostante i binari della ferrovia siano ormai lontani e la giovinezza lasci il posto a una maturità venata di nostalgia, ancora una volta Signorina sfodera il suo coraggio e la sua determinazione al bene e lotta per far nascere suo figlio una seconda volta, forte e capace di respirare da solo.


Ugo Riccarelli è nato a Ciriè, in provincia di Torino, il 3 dicembre 1954.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e riviste tra le quali La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Grazia, Il Tirreno, Diario.
Tra le sue opere:
Le scarpe appese al cuore (2003, Mondadori), Il dolore perfetto (2004, Mondadori), La repubblica di un solo giorno (2011, Mondadori), L'amore graffia il mondo (2012, Mondadori), Garrincha (2013, Mondadori).
E' morto a Roma il 21 luglio 2013.

10 maggio 2015

Speciale Grande Guerra: Presagio - Andrea Molesini

Andrea Molesini nasce nel 1954 a Venezia dove tutt'ora vive.
E' scrittore, poeta e traduttore italiano pluripremiato: nel 1999 vince il Premio Andersen alla carriera e nel 2008 il Premio Monselice per la traduzione letteraria, nel 2011 con il romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna si aggiudica il Premio Campiello, il Premio Comisso, il Premio Città di Cuneo Primo Romanzo, il Premio Latisana.
Nel maggio 2013 viene pubblicato il suo secondo romanzo, La primavera del lupo, in fase di traduzione in francese e tedesco. Grazie al successo ottenuto con Non tutti i bastardi sono di Vienna Molesini viene insignito della cittadinanza onoraria del Comune di Refrontolo, famoso per la presenza del Molinetto della Croda, nei cui luoghi è ambientato il romanzo.
Molesini insegna Letterature comparate all'Università di Padova, dopo essere diventato famoso anche grazie alle sue numerose poesie (Dal diario del tradurre, Chi naviga, chi resta, 39 poesie, L’isola nera, Tarme d’estate, Forgetting to Question the Owl, Storie del ritorno)
ma anche grazie alle sue traduzioni dall'inglese e dal francese, alla narrativa per ragazzi (Aquila Spenta, L’avventura di Ulisse, Tutto il tempo del mondo, Polvere innamorata, Finferli Caldi, Nonna Vudù e la congiura delle zie, Il Matto e l’Ippopota, Aznif e la strega maldestra, All’ombra del lungo camino, Quando ai veneziani crebbe la coda, La casa delle cose rovesce) e ai vari saggi (L'occhio rapace. Interventi critici, On That Invisible Line. Five Lectures, Specchi & destini. Quaderno di recensioni, Nero latte dell’alba. Libri che raccontano lo Sterminio, Manuale del giovane poeta, Nero latte dell’alba…).
Nel 2014 esce Presagio, un libro ammirato e apprezzato dalla critica, oggetto di discussione di vari gruppi di lettura

Siamo alla fine di luglio, nel 1914, a Venezia. Il 28 giugno a Sarajevo Francesco Ferdinando è stato assassinato, l'Austria ha consegnato l'ultimatum alla Serbia. Sono i giorni dei "sonnambuli", di imperi e nazioni, governanti e diplomatici, che consegnano inconsapevoli l'Europa al suo suicidio. Il commendatore Niccolò Spada vigila sui suoi ospiti all'Excelsior: il presagio che aleggia sull'Europa soffia anche sul Lido. L'Albergo leggendario è affollato: l'aristocrazia di tutta Europa scintilla come non mai, ma celebra le ultime ore della Belle époque. Fra gli ospiti c'è anche la marchesa Margarete von Hayek, "bella come sa essere solo una donna dal piglio pari alla grazia", che nasconde un segreto terribile, inconfessabile, e che brindando alla fine del mondo chiede una lettera di credito molto particolare a Spada. Il commendatore vacilla, tentato dall'amore per Margarete, che è "fuoco e rapina". Un sogno, sempre lo stesso, lo disorienta: un cacciatore ossessionato da una belva che si aggira per la foresta. Senza riuscire a incontrarla, ne sente il ruggito. Poco lontano, nel cuore della laguna, l'isola di San Servolo, sede del manicomio, conserva il segreto della nobile Margarete.

Recensione

Per avere una lettura critica di Presagio di Molesini è fondamentale immergersi nel contesto storico-sociale che accoglie le vicende del Commendator Niccolò Spada e della Marchesa Margarete von Hayek. Siamo nel 1914, un forte fermento anima le coscienze della nobiltà europea in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando per mano del fanatico serbo Gavrilo Princip: cosa succederà all’Europa in seguito al rifiuto serbo dell’ultimatum inviato dalle forze austriche?

Siamo a Venezia, più precisamente all’Excelsior l’albergo gestito dal Commendator Niccolò Spada, un hotel che ospita la più variegata nobiltà francese, tedesca, inglese, austriaca e slava. L’Excelsior farà da scenario alle vicende belligeranti del primo conflitto mondiale e inizierà lentamente a veder diminuire il numero dei suoi ospiti con la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, intervenuta in aiuto della collega etnica, la Serbia.
La guerra è la chiave di lettura che ci permette di cogliere il romanzo nella sua pienezza di significato: intesa in senso metaforico, essa altro non è che la realizzazione del leone ruggente sognato ogni notte dal Commendatore, è la forza dell’uomo stesso che porta all’autodistruzione, è il destino che scegliamo di vivere. Il presagio è proprio questo, ovvero la possibilità di scegliere, perché una diversa sorte c’è ma siamo noi a volere tale il futuro che ci attraversa.

"Il futuro entra in noi e si trasforma in noi molto prima di accadere", dice Rainer Maria Rilke.
La belva feroce che corre nella notte con gli occhi azzurri e freddi è incarnazione dell’arbitrio dell’uomo, di quell’uomo che è artefice del suo destino.
Margarete von Hayek ha finito col soccombere alle sue colpe, vinta dal rimorso e dall’angoscia; se avesse scelto diversamente forse, la sorte di quelle vite che ha toccato sarebbe cambiata: Gustav sarebbe vivo e chissà forse Viktor avrebbe avuto anni migliori di quelli trascorsi a San Servolo. Ed è vero, il conto ciascuno lo salda a modo suo, dice nell’epilogo Niccolò Spada, ma la speranza è la motivazione che spinge l’uomo al cambiamento eppure bisogna avere la forza di sostenere una tale motivazione.
Solo l’uomo può farcela e la guerra mondiale è specchio di una guerra interiore che consuma l’animo di chi ha visto la fine di quella bella epoquè dove "lusso" era parola d’ordine. Giorni difficili attendono la nobiltà e la miseria prima solo europee poi inevitabilmente mondiali.

Una storia dal gusto poetico con tinte teatrali, dal tono sopraffino e delicato che a tratti ricorda lo stile di un Goldoni contemporaneo, una prosa poetica oserei dire. Un libro che riesce a descrivere con una ricercatezza accurata dei termini e con un andamento leggiadro e delicato uno dei temi più brutali che si possano trattare: la guerra, l’autodistruzione.
Vorrei mettere in evidenza il discorso tenuto dal Commendator Spada per i suoi ospiti la sera della dichiarazione di guerra da parte dell’Austria alla Serbia, qui penso si raggiunga il punto più alto d’umanità della storia, un passaggio toccante e che fa riflettere:

-Gentili signore,cari ospiti, è con grande tristezza che mi accingo a dare una notizia che nessuno, in questa sala e, credo, nell’intera Europa, avrebbe voluto sentire… - L’emozione, non l’arte oratoria, impose una pausa. –Qualche ora fa l’impero degli Asburgo ha consegnato alla Serbia al dichiarazione di guerra che segue al suo rifiuto di accettare senza condizione le clausole previste dall’ultimatum del 23 luglio scorso. Appena un’ora fa mi hanno riferito che Belgrado è sotto il fuoco dell’artiglieria austriaca. Quest’ultima notizia, però, non è ancora stata confermata da fonti ufficiali -. Il commendator Spada fede una pausa. Abbassò il foglio, fece un passo avanti. Il silenzio si toccava con le dita. – Amici…permettetemi, in questo momento, di usare questa parola, amicizia, con calibrata leggerezza; amici, questo 28 luglio del 1914 è un giorno che resterà. Un giorno di tragedia, perché molti di noi sono in età militare, e molti altri hanno figli e fratelli che conosceranno il campo di battaglia. Mi pare sia stato Solone a dire che il male pubblico giunge alla casa di ognuno. Sotto il primo arco della vetrata esplose un singhiozzo trattenuto. Niccolò si girò: una signora si copriva la faccia con le mani. Poi il silenzio si fece muraglia. Allora gli parve di intravedere, vicino a una delle colonne dell’ingresso, la testa rossa di Monsieur Morin. -In momenti come questi è naturale che la paura e la costernazione confondano la mene, e minaccino le fondamenta del palazzo, magnifico e fragile, che chiamiamo Civiltà. Ebbene l’Excelsior non è solo un grande albergo, è un mattone di quel magnifico, fragile palazzo. L’Excelsior è il mio sogno, il sogno di una vita, un sogno che ha coinvolto una città intera, che voleva essere, aspirava a diventare, una testimonianza di cosa può e sa fare la civile convivenza di uomini è nazioni. L’Excelsior è un crocevia, un monumento dell’amicizia, e questo vuole continuare ad essere a dispetto dell’ora avversa. Si sarebbe udito un tovagliolo cadere. Niccolò cercò, con gli occhi, i suoi camerieri. Erano, tutti, sull’attenti, i vassoi in verticale lungo la gamba, scudi deposti di soldati dispersi fra le schiere dei tavoli imbanditi. -Vorrei concludere con un appello. Un appello al coraggio di tutti e di ciascuno di voi. Non permettiamo al dolore, alla rabbia, all’odio di travolgere quel che i bei giorni passati hanno fatto per noi, quel che noi abbiamo fatto di loro. Ciascuno per proprio conto è chiamato, io credo, a farsi soldato di un regno più grande di quello che porta il nome della sua patria, e del casato che la governa: il regno dell’umana generosità, e del coraggio. Potrebbe succedere, Dio non voglia che accada che qualcuno di noi, qualcuno dei presenti, per una maligna bizzarria della sorte sia costretto dal dovere di fedeltà al proprio sovrano, alla propria terra, a puntare il fucile su un uomo che proprio qui ha condiviso con lui il tavolo da pranzo o da gioco. Il foglio con le tre parole li sfuggi dalle dita e scivolò sotto la scarpa di una signora che sembrava ascoltare trattenendo il respiro. -Ricordiamoci di rimanere uomini, perché la nostra umanità, proprio in momenti come questi, è il nostro bene più prezioso. E la pietà resta il primo dovere di tutti e di ciascuno, sempre. Penserete che io sono un uomo d’affari, che la guerra io la odio perché non fa bene all’industria degli alberghi, in cui ho investito tempo, sogni e denaro… Molto denaro. È vero. Ma io odio la guerra perché credo che quel che distrugge non può più essere riedificato. Oh… la specie sopravviverà, perché è sempre riuscita a farlo, in ogni tempo, in ogni guerra, ma questa volta potrebbe subire, lo temo davvero, una mutazione. Si, avete bene inteso, una mutazione culturale da cui non sarà facile che nasca qualcosa di buono, di bello, di grande. La grazia e il coraggio nessuno se li può dare, ma ciascuno ha il dovere di difendere ogni briciola di grazia e di coraggio che trova dentro di sé. Non permettiamo al nostro mondo, al mondo che abbiamo ereditato dal lavoro dei padri e che a nostra volta abbiamo trasformato per i nostri figli, di farsi terreno di odio. Sta a ciascuno di voi, di noi, fare del suo meglio, tutto quel che può… perché questo non accada, oggi e in tutti i difficili giorni che ci aspettano. Mi dispiace, mi dispiace davvero di essere stato io a… -la voce gli mancò, tossì, -darvi questa notizia, mi dispiace di avervi rovinato la cena. Auguro buona fortuna a tutti, a ciascuno di voi, a tutti noi. Dio sa se ne abbiamo bisogno.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo:Presagio
  • Autore: Andrea Molesini
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: La memoria
  • ISBN-13: 9788838931956
  • Pagine: 170
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12

26 aprile 2017

Chiaro di Venere - Claudio Demurtas

Dall’atroce massacro nella piana delle Giare in Vietnam nel 1963, alla drammatica fine di Salvador Allende dieci anni più tardi a opera di Pinochet, si dipana il filo della storia di Federico, una matricola universitaria di nome e di fatto che, sullo sfondo del suo amore tormentato per Luisella, confessa tutte le sue défaillances sentimentali, politiche, sociali e religiose, ambientate in una Sardegna onirica, ma non per questo meno vera, che cela sotto nomi di fantasia paesaggi di Cagliari, Carbonia, Ilbono e della mitica Arbatax dalle rocce rosse. E questa matricola, disarmante e disarmata, cui non basta il papiro per affrancarsi dai luoghi comuni miserelli frutto per lo più di pertinace mancanza d’informazioni e di letture – all’inizio dell’anabasi la sua visione del mondo e delle cose era quasi tutta contenuta nelle cronache di calcio del "Corriere dello Sport" – capace però di critica e di autocritica, riuscirà spandendo sudore e sofferenza a trovare se stesso, il mondo e gli altri e la vita e l’amore attraverso vicende velate, a volte, da semplice ironia, a volte da umorismo o sberleffo amaro tout court, o camuffato talora da angoscia esistenziale vera e propria e maschera tragica. 

Recensione

Possiamo far rientrare Chiaro di Venere, opera selezionata per partecipare alla cinquantacinquesima edizione del Premio Campiello, fra i romanzi di formazione. Il protagonista della storia è, infatti, il giovane Federico Nemis, che iniziamo a conoscere quando è ancora uno studente delle scuole medie e di cui seguiamo le vicende fin oltre alla laurea, quando dovrà scegliere la professione che intenderà intraprendere.

La storia di Federico si snoda negli anni Sessanta, in un contesto sociale dove risultava più netta la contrapposizione, rispetto ai nostri giorni, fra la classe operaia e quella borghese. Federico fa parte di quest’ultima e nella sua ignoranza e ingenuità ritiene il comunismo culla di tutti i mali della società, perché questo è il messaggio che gli è stato inculcato nell’ambiente in cui vive, anche se la politica e i problemi sociali non sono ancora questioni da cui si senta investito. Ciò che gli interessa è l’altro sesso. Iniziano per lui, infatti le prime infatuazioni, e sorgono prepotenti i turbamenti sessuali che lo confondono, facendogli credere che ciò che prova verso le ragazze della sua età sia amore.
Federico è pieno di preconcetti, come quello che la donna debba lavorare in casa e arrivare all’altare illibata, mentre i comunisti, se anche non mangiano i bambini, sono altrettanto deprecabili.
Pur essendo alla ricerca dell’amore con la “a” maiuscola, Federico nel periodo universitario (si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza) ha diverse esperienze sessuali che non si interromperanno neanche quando si legherà a Luisella.

Luisella, che potrebbe diventare la donna della sua vita, è figlia di operai, ma quel che sconcerta maggiormente Federico sono le tendenze comuniste della sua famiglia verso cui lui assume un atteggiamento piuttosto snob. Le diverse opinioni politiche dei due giovani (anche se parlare di “interessi politici” nel caso di Federico è improprio, dato che la materia non compare fra le sue priorità) li allontanerebbe l’uno dall’altra se non ci fosse l’attrazione reciproca a tenerli uniti.

Vorrei poter dire che Federico inizia a prendere coscienza dei problemi della società e senta crescere gradualmente dentro di sé il bisogno di dare un significato alla propria esistenza. Ma a differenza di sant’Agostino, che per un lungo periodo aveva dovuto elaborare la propria conversione, il cambiamento di mentalità in Federico avviene quasi all’improvviso e la sua presa di coscienza è più simile alla folgorazione di san Paolo sulla via di Damasco.
E così, quasi da un momento all’altro, Federico abbraccia i principi caldeggiati dalla sinistra e, in questa sua presa di coscienza, è coadiuvato da don Marino, un prete contestatore. Federico si ritrova, pertanto, ad avere molti più punti di vista in comune con Luisella di quanto non ne avesse mai avuti inizialmente. È forse questo il motivo per cui, probabilmente, deciderà di dividere il futuro con lei, anche se si accorge di tenere veramente al suo amore solo quando, sciolto il loro rapporto, teme di poterla perdere, avendola vista insieme ad un altro uomo, a conferma di una certa immaturità dei suoi sentimenti.

Buona la caratterizzazione del protagonista che Demurtas descrive inizialmente come immaturo e fortemente condizionato dall’ambiente in cui vive, senza nessun vero interesse (neanche quello sportivo, nonostante Federico affermi di leggere il Corriere dello Sport), se non il desiderio verso l’altro sesso, e non risulta neanche particolarmente simpatico.
Volendo fare un appunto all’autore, si può rilevare che non viene adeguatamente spiegata l’evoluzione della coscienza sociale del protagonista. È chiaro, tuttavia, che ciascuno arriva alla maturità (ammesso che ci arrivi) a modo proprio, per cui non si può del tutto biasimare l’autore per le modalità con cui racconta l’evoluzione della mentalità di Federico. Molti lettori, specie di sesso maschile, potranno forse condividere alcune delle esperienze raccontate dal protagonista.
Chiaro di Venere è un romanzo caratterizzato da un linguaggio piuttosto personale e si segnala per una certa originalità. E' inoltre scorrevole ed accattivante, come lo sono in genere i buoni romanzi di formazione. Penso, pertanto, che abbia buone possibilità di ben piazzarsi al Premio Campiello, specie nella sezione Opera Prima.


Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Chiaro di Venere
  • Autore: Claudio Demurtas
  • Editore: Eventualmente
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Collana: Fiore di loto
  • ISBN-13: 9788898840412
  • Pagine: 192
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

2 ottobre 2010

Tancredi presenta: Margaret Mazzantini e l'amore come condizione imprescindibile dell'essere umano

«Chi ti ama c'è sempre, c'è prima di te, prima di conoscerti.»


Vita

Margaret Mazzantini nasce nel 1961 a Dublino, da padre italiano scrittore e madre irlandese pittrice. Durante la giovinezza prende la strada del teatro, diplomandosi all’inizio degli anni ’80 presso l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica. Negli anni seguenti si esibisce come attrice di teatro, ma anche di cinema e televisione. Il 1994 è l’anno del suo esordio letterario: con Il catino di zinco vince il premio Opera Prima Rapallo-Carige e il premio Selezione Campiello. Margaret Mazzantini comincia così ad alternare il palcoscenico con il calamaio, finendo con l’intrecciare spesso le due attività.

E’ sposata dal 1987 con l’attore e regista Sergio Castellitto, dal quale ha avuto quattro figli. Vive a Roma con la famiglia. Nel 2003, su iniziativa del Presidente della Repubblica, è stata onorata del titolo di Cavaliere Ordine al merito della Repubblica Italiana.



Opere

Sempre a metà tra il teatro e la letteratura, la scrittura di Margaret Mazzantini non si può facilmente classificare con delle etichette precise, grazie all’evidente tendenza alla sperimentazione di generi e stile narrativo.

Il breve romanzo d’esordio, Il catino di zinco, è stato accolto positivamente dalla critica per l’audacia del suo stile: lessico ricchissimo, spesso infarcito di espressioni desuete, tono solenne, profondo lirismo e persino un monologo finale che sfocia nel flusso di coscienza joyciano, sono gli elementi stilistici perfetti per un racconto che non è altro che la rievocazione nostalgica ed affezionata di una nonna da parte della nipote. La cura nei dettagli è massima, così nella ricostruzione di un’ ambientazione lontana nel tempo, come nella resa dei personaggi: Antenora, la nonna rievocata, è un’eroina inconsapevole, che agisce in un ristrettissimo spazio domestico, il cui tempo è scandito da ripetitivi riti quotidiani. E tra le trame della storia stanno imprigionate tutte le complicanze dei rapporti femminili, le contraddizioni proprie dell’animo della donna, perennemente in bilico tra il suo essere moglie e madre.

Tanto ai suoi simpatizzanti quanto ai suoi detrattori, quella compiuta dalla Mazzantini nel suo romanzo d’esordio appare una scelta stilistica ben precisa, e che viene sorprendentemente smentita dal romanzo successivo, Manola, con il quale abbandona tra l’altro Marsilio in favore di Mondadori. Con Manola l’autrice spiazza tutti, mandando a sbattere i suoi lettori contro una solida parete di non-sense ed allegoria insieme. La trama e l’ambientazione sono quanto di più lontano possibile dal suo romanzo d’esordio: Manola è il racconto a due voci di due gemelle opposte, Ortensia ed Anemone, che si raccontano in prima persona all’oscura, mai accertata persona di Manola, psicologa, guru e sciamana. Così la Mazzantini abbandona il suo stile raffinato ed il flusso di coscienza per appropriarsi degli strumenti propri del surreale e dell’allegorico, imbastendo un romanzo che ha il sol scopo di immergersi nelle profondità dell’animo femminile, così confusamente sdoppiato nelle gemelle protagoniste che si raccontano, sostenute da una galleria di personaggi improbabili e situazioni al limite dell’assurdo. Con questo romanzo, inoltre, la Mazzantini recupera la sua primaria vocazione teatrale: Manola, oltre che romanzo, è anche una piece che vede l’autrice stessa protagonista insieme all’amica attrice Nancy Brilli.

Due anni dopo pubblica il suo terzo romanzo, Non ti muovere, che in breve diviene un vero e proprio caso letterario, riuscendo a vincere il Premio Strega. Un altro cambiamento, un’altra rottura con il passato: per la prima volta la Mazzantini abbandona l’intimo ambiente femminile per passare ad una voce maschile. Lo stile e la narrazione mutano allo stesso modo, dando vita ad un romanzo molto più corposo, dallo stile denso e ricco. Anche la trama vede una novità: è la prima volta che la Mazzantini sdoppia la narrazione, raccontando due vicende, una passata ed una presente, inestricabilmente collegate. Tutto ruota attorno al personaggio di Timoteo, padre marito e medico, che in seguito ad uno sfortunato evento – l’incidente automobilistico che coinvolge la figlia – rievoca il ricordo di un amore clandestino, selvaggio ma inevitabilmente autentico, stretto con una donna di umile condizione sociale incontrata per caso. Anche questa è una prova, che, a giudizio mio e dei suoi sostenitori, è riuscita: la caratterizzazione del protagonista, scolpita da una efficace narrazione in prima persona, è convincente e plausibile, il ritratto onestissimo di un uomo innamorato e spaventato, profondamente corroso dal senso di colpa. Non ti muovere è, per certi versi, l’approdo di un percorso narrativo che ha portato la Mazzantini in lidi alquanto singolari: il suo stile si affina, fino a fissarsi, mentre emergono ormai inevitabilmente quelli che sono i temi cari, a cominciare dall’intimo, quasi ossessivo, rapporto genitore-figlio. Dal romanzo è tratto un film, diretto dal marito Sergio Castellitto (che ha anche il ruolo di protagonista), e che vanta la partecipazione di un’azzeccata Penelope Cruz.

Tre anni dopo il suo più grande successo letterario, la Mazzantini torna a muoversi tra teatro e narrativa, pubblicando un monologo originariamente designato per il palcoscenico: si tratta di Zorro. Un eremita sul marciapiede, conferma della direzione presa dalla scrittrice.

Del 2008 è il suo più recente romanzo: Venuto al mondo, altro caso letterario, vincitore dell’edizione 2009 del Premio Campiello. Venuto al mondo è, in un certo senso, il gemello di Non ti muovere, se non addirittura la sua prosecuzione ideale: questa volta tocca ad una donna affrontare se stessa nel suo doppio ruolo di moglie e madre, di amante e genitore. Gemma, una madre apparentemente qualunque dei nostri giorni, improvvisamente rompe la sua quotidianità tornando nei luoghi che hanno segnato la sua vita, la Sarajevo della guerra in Bosnia dei primi anni ’90, trascinando con sé il figlio sedicenne, Pietro, in un viaggio che è spaziale ma anche temporale. Ben presto la narrazione si biforca in due canali che rimangono sempre inevitabilmente connessi: l’amore di Gemma per Diego, il defunto marito, sullo sfondo della Sarajevo dei Giochi olimpici invernali del 1984 e successivamente della guerra jugoslava, e il viaggio insieme al figlio in una terra diversa da quella passata, ma che reca con sé le cicatrici della storia. E’ un romanzo immenso, non soltanto per le dimensioni, è immenso perché l’autrice riesce ad inserirvi di tutto: l’amore, la guerra, la maternità. Queste le tre grandi tematiche. Soprattutto la terza. E’ un romanzo sulla maternità, finanche allegorica: dalla maternità fisica di Gemma, agognata ma negata, alla maternità allegorica di Sarajevo, città-madre. Quest’ultimo romanzo, dunque, si presenta come conferma dello stile, ormai fissato, della scrittrice, e delle sue tematiche, ma anche della sua ormai innegabile capacità letteraria.



Commento

Poche, ultime, ma significative parole su Margaret Mazzantini: tanto osannata quanto denigrata, è innegabile sia una delle poche voci interessanti della narrativa italiana di questi tempi. In tempi in cui la scrittura è stata mutilata da una progressiva e a più campi mercificazione, Margaret Mazzantini splende come uno degli ultimi esemplari di autentico scrittore: uno di quelli che non ama parlare di sé, che rilascia interviste con riluttanza, che parla della scrittura non come una vocazione né come un talento, ma solo come un profondissimo bisogno. Margaret Mazzantini è davvero una delle poche scrittrici capaci di immedesimarsi totalmente nei suoi personaggi, al punto da scorgere nei suoi romanzi uno specchio della sua realtà (è soprattutto il caso di Venuto al mondo, dove, per sua stessa ammissione, Pietro è finito con l’essere in effetti l’omonimo figlio della scrittrice). E’ la differenza che passa tra un bravo scrittore ed un ottimo scrittore, tra chi riesce a donare dei sentimenti ai suoi personaggi, e chi invece quei sentimenti li prova, insieme ai suoi personaggi stessi.

27 giugno 2014

Speciale Strega 2014: Il padre infedele - Antonio Scurati

Antonio Scurati è nato a Napoli il 25 giugno del 1969. Conseguita la laurea in Filosofia all'Università Statale di Milano, si perfeziona alla Ecoles des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi per poi completare gli studi conseguendo un dottorato di ricerca in "Teoria e Analisi del Testo" all’Università di Bergamo, di cui è tuttora docente e ricercatore e dove coordina il "Centro Studi sui Linguaggi della Guerra e della Violenza". Dal 2008 è ricercatore presso lo IULM di Milano nell'ambito del laboratorio di scrittura creativa e del laboratorio di oralità e retorica.

La sua bibliografia comprende saggi e romanzi pluripremiati in campo nazionale. Da ricordare: Il rumore sordo della battaglia (Bompiani 2002), vincitore del Premio Letterario Edoardo Kihlgren Opera Prima; Il sopravvissuto (Bompiani 2005), vincitore del Premio Campiello e del Premio Nazionale Letterario Pisa per la Narrativa; Una storia romantica (Bompiani 2007), vincitore del 34º Premio Letterario Internazionale Mondello - Città di Palermo per la Sezione Autori Italiani; Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani 2009); La seconda mezzanotte (Bompiani 2011).
Il padre infedele, uscito per Bompiani nel 2013, concorre alla finale del premio Strega 2014.


“Forse non mi piacciono gli uomini.” Il giorno in cui tua moglie, all’improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità di uomo. Dall’ingresso nell’età adulta, l’innamoramento, la costruzione di una famiglia, la nascita e l’accudimento di una figlia, fino al disamore della moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile e commosso.

Recensione

“Ma vale la pena di leggerlo?” Anche dopo aver girato l'ultima pagina l'interrogativo rimane. Antonio Scurati ne Il padre infedele ci racconta la storia di Glauco Revelli, cuoco milanese laureato in filosofia, e del suo rapporto conflittuale con il mondo in generale e con la moglie Giulia nello specifico, che viene appianato solo leggermente dalla nascita di sua figlia Anita.

Già dalle prime righe si può capire che piega prenderà la storia: pochi saranno gli spiragli che l'autore darà alla speranza, mentre per la maggior parte del tempo ci sarà una continua ricerca del protagonista di quel tipo di vita perfetto per le pubblicità che tanto è stato inculcato nei trentenni/quarantenni di oggi, nel pieno della crisi economica più lunga del secondo dopoguerra. Con prosa profonda e ricca l'autore dà il suo ritratto di una generazione cresciuta su modelli artefatti e irraggiungibili, perennemente insoddisfatta e sempre alla ricerca di un qualcosa di non meglio precisato da surrogare con ciò che capita a tiro, che sia una qualunque sostanza stordente o una serata in un ristorante “Fashion Food” praticante. Il protagonista, così, diventa un degno esemplare con cui parafrasare un periodo storico pieno di uomini e donne che navigano a vista in un oceano in tempesta.

Altro tema centrale del romanzo è la non-comunicazione nell'epoca di internet sui cellulari e dei social network: forse basterebbe poco, magari una parola giusta in un momento giusto, per far migliorare la situazione, invece non è che un continuo trincerarsi dietro scuse e silenzi. Proprio per questo i discorsi diretti sono ridotti al minimo indispensabile e tutto viene descritto con minuzia, ogni particolare diventa importante per iniziare una riflessione filosofica.

Raccontato come fosse un diario che il padre Glauco scrive alla figlia Anita – prima, seconda e terza persona si intervallano alla bisogna - , Il padre infedele resta un libro non facile da seguire, che affascina e respinge allo stesso tempo per lo stesso motivo: la prosa di Scurati. Se da un lato infatti mi è capitato difficilmente di leggere un autore con un vocabolario più ricco e avvolgente, dall'altro ho fatto fatica a stare dietro ai continui voli pindarici che finiscono spesso con un avvitamento carpiato e un finale ambiguo. La trama è abbastanza risaputa e non viene affrontata se non come un mero spunto per i panegirici dell'autore.

In definitiva, tanto per fare un esempio rimanendo nella culinaria, è come se fosse un dolce ricco di saporite e ricercate guarnizioni fatto con una base di pasta industriale. A parte un refuso su percentuali e figli per coppia nel mondo occidentale, “Il padre infedele” è un'opera curata e ricca, che ha nel modo di scrivere dell'autore il maggior pregio e il peggior difetto. Se vi piacciono le trame intriganti e ricche di colpi di scena è meglio che lasciate perdere. Al contrario, se vi soddisfano le frasi poetiche e il filone dell'esistenzialismo entropico che sta caratterizzando le ultime produzioni italiane, dategli un'occhiata.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il Padre Infedele
  • Autore: Antonio Scurati
  • Editore: Bompiani
  • Data Pubblicazione: Ottobre 2013
  • Collana: Narratori Italiani
  • Isbn13: 9788845274091
  • Pagine: 188
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,45 Euro

31 maggio 2014

Premio Campiello 2014, la cinquina finalista


In attesa della cinquina allo Strega, in arrivo l'11 giugno (e oggetto del nostro prossimo Speciale mensile), è stata annunciata ieri quella al Premio Campiello.
Istituito nel 1962 da alcuni industriali del Veneto, venne assegnato per la prima volta nel 1963 a La tregua di Primo Levi, e annualmente insignisce un romanzo di narrativa pubblicato nell'anno corrente, scelto tra una rosa di cinque finalisti selezionati dalla Giuria dei Lettori. Il vincitore uscente è L'amore graffia il mondo di Ugo Riccarelli, riconoscimento giunto postumo, di cui vi segnaliamo anche la nostra recensione.
Ma ecco dunque i finalisti che il 13 settembre si contenderanno il premio:


Roderick Duddle di Michele Mari (Einaudi)

«Se avesse potuto gettare uno sguardo anche un solo istante nella mente di quell’uomo, Roderick si sarebbe messo a correre via senza fermarsi mai... Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio». Figlio di una prostituta, Roderick cresce tra furfanti e ubriaconi all’Oca Rossa, fumosa locanda con annesso bordello. Quando la madre muore, il proprietario pensa bene di cacciarlo: quello che entrambi ignorano è che nel destino di Roderick è nascosta un’immensa fortuna, e quel medaglione che porta al collo ne è la prova. Il ragazzino si ritrova alle calcagna una folla di balordi, mentecatti, loschi uomini di legge e amministratori, assassini, suore non proprio convenzionali – ognuno deciso a impadronirsi in un modo o nell’altro di una parte del bottino. E cosí Roderick fugge, per terra e per mare, in un crescendo di imprevisti, omicidi, equivoci e false piste. Roderick Duddle è insieme summa e reinvenzione del percorso letterario di Michele Mari: guardando a Dickens e Stevenson, mai cosí amati, disegna un’impareggiabile parabola sulla cupidigia e sulla stupidità dell’uomo, ma anche sulla sua capacità di stupirsi di fronte al meraviglioso. Un appassionante e insieme raffinatissimo gioco letterario, che ha la forza e l’intelligenza di proporsi alla lettura semplicemente come romanzo d’appendice contemporaneo.


La voce degli uomini freddi di Maurizio Corona (Mondadori)

C'è un popolo che vive di stenti in una terra ostile. Una terra in cui nevica sempre, anche d'estate, le valanghe incombono dalle giogaie dei monti e le api sono bianche. E gli uomini hanno la carnagione pallida, il carattere chiuso, le parole congelate in bocca. Però è gente capace di riconoscenza, di solidarietà silenziosa, uomini e donne con un istinto operoso che li fa resistere senza lamentarsi, anzi, addirittura lavorare con creativa alacrità, con una fierezza gioiosa, talvolta, pronti a godere dei rari momenti di requie, della bellezza severa del paesaggio, della voce allegra del loro "campo liquido", il torrente che, scorrendo sul fondo della valle, dà impulso a segherie e mulini. Il torrente è una delle voci di questi uomini freddi solo all'apparenza, ed è l'acqua - neve allo stato liquido, si potrebbe dire, che, se da un lato mette in moto tutte le attività, dall'altro innesca il dramma che sta sospeso su quelle vite grame eppure, in qualche modo, felici. Corona ci ha abituato alle narrazioni corali, alle epopee umili di gente che avanza compatta con le proprie storie senza storia solo perché nessuno ha voluto abbassare l'orecchio al livello del suolo per ascoltarne la voce flebile eppure emozionante. Vite che, come scriveva Ungaretti dei morti: "Non fanno più rumore del crescere dell'erba, lieta dove non passa l'uomo". All'armonia di una vita aspra ma equilibrata si contrappone il ritmo disumano delle "città fumanti"...


Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana (Sellerio)

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell'assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l'inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie polemiche, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie. Dall'inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un'azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all'ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell'unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla. L'inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all'uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l'origine delle ferite che stanno attraversando il Paese...


Le vite di Monsù Desiderio di Fausta Garavini (Bompiani)

Il mistero circonda François de Nomé, detto Monsù Desiderio, uno straordinario pittore del Seicento. Ben poco si sa di lui: nato a Metz, in Lorena, visse in Italia, tra Roma e Napoli. Dipinse architetture fantastiche squassate da silenziosi cataclismi, abitate da statue spettrali che sembrano muoversi come figure viventi. Scenari da incubo, sogni pietrificati, il gran teatro della morte e della notte. Su questi quadri densi di ambigue valenze Fausta Garavini costruisce il romanzo di Monsù Desiderio, disegnandone una possibile biografia. La difficile infanzia lorenese, poi l'adolescenza a Roma, dove impara la pittura, incrocia gli artisti del momento e partecipa alla variopinta e tumultuosa vita della città: conosce la corruzione della corte papale, il sesso, i bassifondi, le feste, i soprusi contro gli ebrei, le prediche infuocate dei frati contro le forze demoniache, ma orecchia anche i segreti che filtrano dai circoli ermetici in cui si riuniscono i seguaci di Bruno e Campanella. In questo clima eterogeneo e straniante s'insinua in lui la fascinazione per le antiche rovine, simbolo di una sofferta inclinazione a registrare i crolli interiori, il senso della vanità del tutto. Ventenne, si sposta a Napoli e altre esperienze lo segnano: l'amore per Isabella, l'incontro con lo scienziato, astrologo e "mago" Giambattista Della Porta, la miseria del popolo, le crudeltà del governo spagnolo.


La gemella H di Giorgio Falco

La storia di tre generazioni della famiglia Hinner, che dalla Germania di Hitler arriva all'Italia dei giorni nostri. A parlare è Hilde, testimone della sua stessa esistenza, ribelle inerte nel mondo progettato dal padre, dai padri. La sua voce, ora laconica ora straripante, narra ottant'anni di vicende private intimamente intrecciate al Novecento, "all'alba dei grandi magazzini", al turismo di massa, all'ossessione del corpo. Fino a innescare un cortocircuito che fa esplodere il nostro presente, denudandolo come mai prima era stato fatto. Se "I Buddenbrock" ripercorreva la decadenza di una famiglia tedesca dell'Ottocento, "La gemella H" non può che registrare il giornaliero "assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi" di una famiglia ossessionata dai beni e compromessa con il Male. Decisa a dimenticare, pur di salvarsi.


12 ottobre 2017

La classifica dei libri più venduti della settimana dal 2 all'8 ottobre


Cari lettori,
è una sfida tra pesi massimi quella che abbiamo ai vertici della nostra classifica questa settimana, non solo per il peso del nome degli autori ma anche per il peso non indifferente dei due tomi che si combattono la prima posizione, seicento pagine uno e quasi mille l'altro.
Il tomo da mille pagine è La colonna di fuoco di Ken Follett , terzo volume della trilogia ambientata nella cittadina di Kingsbridge che vi abbiamo presentato la scorsa settimana in prima posizione.
Oggi Follett deve cedere il passo a Dan Brown, fresco fresco di pubblicazione con l'atteso Origin, quinta romanzo con protagonista l'avventuroso professor Langdon conosciuto ne Il Codice DaVinci.
Chiude il terzetto ai vertici Nessuno può volare viaggio tra le bellezze italiane osservate da un occhio particolare, quello della disabilità, che Simonetta Agnello Hornby compie aiutata dal figlio George, affetto da sclerosi multiple ormai da quindici anni.
Alla luce di queste due nuove uscite deve quindi rassegnarsi alla quarta posizione Antonio Manzini con Pulvis et umbra prosecuzione delle vicende narrate in 7-7-2007 sempre con il vicequestore Rocco Schiavone come protagonista in cerca di risposte e vendetta.
Due posizioni perde quindi anche L'Arminuta di Donatella Di Pietrantonio, libro vincitore del Premio Campiello 2017 con la storia dell'arminuta, la ritornata, una ragazzina la cui vita viene stravolta dalla scoperta che la sua famiglia non è quella con cui ha vissuto e che l'ha amata per tredici anni ma un'altra, più povera e più "affollata".
Di premio in premio arriviamo alla sesta posizione dove ritroviamo Le otto montagne di Paolo Cognetti, racconto piuttosto impegnativo che mescola l'amicizia all'amore per la montagna e che si è aggiudicato il Premio Strega di quest'anno.
Rimane stabile nella seconda metà della classifica Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane di Massimo Carlotto, nuova avventura dell'ex- carcerato noto come l'Alligatore, che presto sarà protagonista anche di una serie tv ispirata ai racconti dello scrittore padovano.
Perde invece diverse posizioni rispetto alla scorsa settimana Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri di Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, che oggi ritroviamo in ottava posizione con il loro nuovo noir scritto a quattro mani e ambientato nuovamente nell'Appennino emiliano e nei suoi boschi, meno placidi e immutabili di quanto di potrebbe immaginare.
Al nono posto troviamo invece l'ultima novità della settimana :Metti via quel cellulare libro scritto a sei mani dal giornalista del Corriere della Sera Aldo Cazzullo con l'aiuto dei figli Rossana Cazzullo Maletto e Francesco Cazzullo Maletto e che verte, come si può intuire sul rapporto che le diverse generazioni con la digitalizzazione che ci ha travolto e cambiato per sempre la vita.
Infine vi salutiamo con un titolo che dovreste ormai conoscere molto bene, Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo che oggi chiude la nostra classifica con la sua carrellata di biografie illustrate delle figure femminili che a giudizio dell'autrice hanno lasciato un segno nella storia.
Con questo è tutto, vi auguriamo buone letture e vi diamo appuntamento alla prossima settimana!


Il libro più venduto:

Robert Langdon, professore di simbologia e iconologia religiosa a Harvard, è stato invitato all'avveniristico museo Guggenheim di Bilbao per assistere a un evento unico: la rivelazione che cambierà per sempre la storia dell'umanità e rimetterà in discussione dogmi e principi dati ormai come acquisiti, aprendo la via a un futuro tanto imminente quanto inimmaginabile. Protagonista della serata è Edmond Kirsch, quarantenne miliardario e futurologo, famoso in tutto il mondo per le sbalorditive invenzioni high-tech, le audaci previsioni e l'ateismo corrosivo. Kirsch, che è stato uno dei primi studenti di Langdon e ha con lui un'amicizia ormai ventennale, sta per svelare una stupefacente scoperta che risponderà alle due fondamentali domande: da dove veniamo? E, soprattutto, dove andiamo? Mentre Langdon e centinaia di altri ospiti sono ipnotizzati dall'eclatante e spregiudicata presentazione del futurologo, all'improvviso la serata sfocia nel caos. La preziosa scoperta di Kirsch, prima ancora di essere rivelata, rischia di andare perduta per sempre. Scosso e incalzato da una minaccia incombente, Langdon è costretto a un disperato tentativo di fuga da Bilbao con Ambra Vidal, l'affascinante direttrice del museo che ha collaborato con Kirsch alla preparazione del provocatorio evento. In gioco non ci sono solo le loro vite, ma anche l'inestimabile patrimonio di conoscenza a cui il futurologo ha dedicato tutte le sue energie, ora sull'orlo di un oblio irreversibile. Percorrendo i corridoi più oscuri della storia e della religione, tra forze occulte, crimini mai sepolti e fanatismi incontrollabili, Langdon e Vidal devono sfuggire a un nemico letale il cui onnisciente potere pare emanare dal Palazzo reale di Spagna, e che non si fermerà davanti a nulla pur di ridurre al silenzio Edmond Kirsch. In una corsa mozzafiato contro il tempo, i due protagonisti decifrano gli indizi che li porteranno faccia a faccia con la scioccante scoperta di Kirsch... e con la sconvolgente verità che da sempre ci sfugge.


  • Titolo: Origin
  • Autore: Dan Brown
  • Editore: Mondadori
  • ISBN-13: 9788804681960
  • Pagine: 564/
  • Prezzo: 25,00 Euro

  • Le posizioni dalla 2 alla 10:

    2.La colonna di fuoco - Ken Follett (Mondadori - euro 27,00)
    3.Nessuno può volare - Simonetta Agnello Hornby; George Hornby (Feltrinelli - euro 16,50)
    4.Pulvis et umbra - Antonio Manzini (Sellerio - euro 15,00)
    5.L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio (Einaudi - euro 17,50)
    6.Le otto montagne - Paolo Cognetti (Einaudi - euro 18,50)
    7.Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane - Massimo Carlotto (E/O - euro 16,00)
    8.Tempo da elfi. Romanzo di boschi, lupi e altri misteri - Francesco Guccini; Loriano Macchiavelli (Giunti - euro 18,00)
    9.Metti via quel cellulare - Aldo Cazzullo; Rossana Cazzullo Maletto; Francesco Cazzullo Maletto (Mondadori - euro 17,00)
    10.Storie della buonanotte per bambine ribelli - Francesca Cavallo; Elena Favilli (Mondadori - euro 19,00)

    N.B. Le classifica è tratta dal sito www.wuz.it ed è elaborata dal Servizio Classifiche di Arianna. Il panel di riferimento è di oltre 1500 librerie aderenti al circuito Arianna. 

     

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