Visualizzazione post con etichetta Iacobelli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iacobelli. Mostra tutti i post

17 dicembre 2016

Moffie - André Carl van der Merwe

Del Sudafrica si conoscono spesso le tristi vicende legate all’apartheid, ma poco o niente si sa delle torture e dei maltrattamenti subiti dagli omosessuali. André Carl Van Der Merwe ha documentato quella sofferenza taciuta che è stata in primo luogo la sua personale sofferenza durante il servizio di leva nel 1980. Dal bisogno di trovare un equilibrio e un senso in una realtà dominata dalla follia prende corpo il romanzo di Nicholas, un adolescente che nel passaggio dall’infanzia alla pubertà matura la presa di coscienza della sua identità omosessuale, sotto la pressione di un sistema omofobo e violento come quello dell’esercito. Ambientato durante la guerra di confine del Sudafrica contro gli indipendentisti della Namibia e dell’Angola, Moffie – “frocio” in lingua afrikaans – denuncia le atrocità perpetrate contro i gay nel Reparto 22, dove le presunte cure non furono altro che pretesti per le più crudeli efferatezze, dalle lobotomie ai trattamenti ormonali alle masturbazioni di gruppo. Nicholas, allenato alla continua angoscia di vivere dietro una facciata, è addestrato a resistere dalla sua stessa esistenza. Ma gli orrori a cui assisterà diventeranno la cornice in cui, attraverso l’amicizia e poi l’amore, diventerà un uomo consapevole della sua identità, pronto finalmente ad aprirsi al mondo.

Recensione

Sudafrica, anni 80. Nel pieno di un conflitto di confine con la Namibia e l’Angola e in un clima di rigida apartheid, guerre morali di stampo religioso che impartiscono alla nuova generazione di commilitoni le regole, su quel che è giusto essere da quel che non è corretto essere.
In questo quadro il giovane diciannovenne Nicholas si interfaccia, interponendo al suo resoconto dettagliato della vita di addestramento militare i suoi ricordi precedenti, relativi alla sua infanzia e la battaglia interiore di accettazione della sua omosessualità, di una diversità non rivelata ma percepita dalla sua stessa famiglia, che lo porta a essere escluso, esiliato nella carriera militare per potersi raddrizzare, anche se nessuno ha il coraggio in casa di affrontare quello che sente, quello che lui è.
Un Moffie, che dà il titolo al libro, un termine afrikaneer dispregiativo per indicare quelli come lui, i gay. Essere omosessuale è ancora un reato all’epoca, è punibile con metodi coercitivi, curabile come una malattia, che spesso porta inevitabilmente al declino della persona. Ma durante la storia frastagliata in piccoli tasselli di un mosaico che in modo non sistematico rivelano il presente di Nick e il suo passato, comprendiamo con lui che esiste un’alternativa, essere se stessi e non crollare, salvaguardarsi per non scomparire sconfitti da una società che non è ancora pronta a fare il passo di accettazione.

“Mio padre ha mandato nell’esercito un ragazzino dall’omosessualità velata e ha avuto indietro un omosessuale consapevole”
ci scrive proprio lo stesso Nick a un certo punto della storia. Chi si aspetta un romanzo che affronta la descrizione affascinante di un’Africa che colpisce il cuore con la sua natura selvaggia, rimarrà deluso.
Il libro è fortemente incentrato sulle tematiche care al protagonista, la paesaggistica, gli animali e il senso ambientale rimangono sullo sfondo rispetto a una puntuale atmosfera sociale, dove ritroviamo una stratificazione netta: i bianchi comandano sui neri, le relazioni interraziali sono un abominio tanto quanto quelle tra uomini.
L’addestramento militare è disumano: attraversiamo le varie fasi con estrema ansia e paura di non farcela, con l’odio di un caporale come Dorman che mette in pericolo come può coloro che ha individuato come deboli, un continuo ritorno all’omofobia, dove Nick tocca con mano il fenomeno sociologico della risocializzazione: individui che, in peculiari situazioni come il ritrovarsi insieme a vivere una vita di regole prima a loro sconosciute, si adattino e cambino. Così coloro che erano amici diventano nemici, per sopravvivere. Allo stesso modo si impara a stringere altri legami, a sopportare per resistere, e chi non ce la fa, muore. Che sia realmente o soltanto come persona, non fa differenza. Il protagonista diventa testimone di un’omosessualità vissuta in modo diverso: lui e Malcom reggono e si fanno scudo di quella natura che per loro diventa parte di sé, Dylan invece non regge e la fa finita, altri due giovani, nei primi capitoli, vengono beccati e puniti con il ricovero nell’unità psichiatrica. La forza che manda avanti Nick è l’amicizia, ma anche l’idealizzazione del giovane Ethan, che perde di vista e poi incontra di nuovo in vari passaggi. All’interno di un testo così forte e altamente composito, ritroviamo tracciati molti dei temi che segnano un percorso di cultura LGBT: l’accettazione del sé, il suicidio, l’omofobia, innamorarsi di un etero, la scoperta di un mondo, come quello gay di Johannesburg, sommerso eppure stimolante, la rinuncia e la rivalsa. Accanto a questi temi Nick ci racconta la sofferenza di non essere accettati in una famiglia che teme lo scandalo più che amare i suoi componenti, la rigidità dei teoremi religiosi a suffragio di quanto sostenuto come norma morale, la crudeltà dell’uomo in tempo di guerra nella quale vive chi uccide per primo secondo una strategia, il senso di perdita a partire dalla morte in tenera età del fratellino Frankie, suo primo migliore amico.
La narrazione, volutamente frammentaria nel percorso che continua in modo non sistematico a rimandare il lettore in avanti e indietro, comunque riesce a coinvolgere e a presentare ogni schema con crudezza, trascinando avanti sino alla fine. Lo stile è sobrio e diretto, intervallato da termini autoctoni che a volte vengono spiegati direttamente nella battuta successiva, in altre occasioni vanno approfonditi nel dizionario a margine. Moffie è un romanzo che non è adatto a tutti. Parla della guerra di un dato periodo storico, del senso di impotenza di una generazione di “bianchi” che viene mandata a farsi ammazzare per la scelta di uomini e donne di generazioni precedenti, parla di un’omosessualità che ha timore di spiegare le ali perché non è accettata, ma che alla fine trova la sua strada in chi sopravvive, con un leggero barlume di speranza.
Quella sul futuro.
Un libro coinvolgente, che può essere letto soltanto da chi è disposto ad accettare questi concetti e a non dimenticare che il percorso di una piena equità è ancora in corso. Un libro capace di arricchire solo con questi presupposti.

Giudizio:

+4stelle+ e mezzo

Dettagli del libro

  • Titolo: Moffie
  • Titolo originale: Moffie
  • Autore: André Carl van der Merwe
  • Traduttore: Valentina Iacoponi
  • Editore: Iacobelli Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521666
  • Pagine: 288
  • Formato - Prezzo: € 16,00

6 settembre 2011

Lorenzo. Lettera a mio figlio - Mario Neri

Mario Neri è un medico pediatra che ha scelto di lavorare nelle regioni più tormentate dell'Africa sub-sahariana. Sebbene sia circondato da conflitti, miseria e dolore, è proprio in Africa che incontra l'amore e trova il coraggio di mettere al mondo un figlio. Rientrato in Italia per proteggere e curare i suoi affetti più cari dai mali e dalle guerre che tormentano quel continente, decide di raccontare se stesso in una lunga, intensa lettera. Il destinatario è suo figlio Lorenzo, un bambino bellissimo, sorridente, al quale il padre racconta i colori, i volti, gli amori e i drammi della terra dove è nato ma dove non può crescere; dove la natura onnipresente, gli spazi e i paesaggi diventano metafora di un percorso di crescita e di trasformazione interiore e di stati d'animo che fanno da contorno a un'esperienza esistenziale spesso complicata, ma ricchissima, sempre vitale e scevra dalle autocelebrazioni. Gli racconta senza filtri momenti lievi e altri durissimi, che emozionano e a volte indignano. La scrittura pulsante di Mario Neri fa di questo libro molto più di un semplice racconto autobiografico. È la testimonianza di un impegno, ma ancor prima, è il dono di una vita intera di un padre a suo figlio, per spiegargli le ragioni della sua condizione in Italia; per imparare a capire, scegliere e trovare la forza per crescere.

Recensione

Dopo aver viaggiato in Terra Santa insieme a Franco La Torre, questo nuovo libro della collana Frammenti di memoria, Iacobelli Editore, ci trascina nelle regioni più calde dell'Africa: proprio nei territori sterminati del continente ai limiti del mondo e della civiltà, tra guerre ed epidemie, sembra possibile il più puro e completo viaggio nell'umanità. O almeno, così è per Mario Neri, che in questo libro fortemente autobiografico racconta la sua esperienza al figlio Lorenzo, descrivendogli la terra in cui è nato e nella quale, però, non può crescere.

E' il 1981 e il giovane Mario, neolaureato in Medicina, parte per la Somalia come obiettore di coscienza. Sarà l'inizio di un viaggio a più livelli: un viaggio negli abissi dell'umanità, capace di lasciarsi distruggere dalle guerre e dalla miseria, ma anche un percorso interiore di crescita e di riflessione. Dalla Somalia alla Mauritania, e poi anche l'Indonesia, l'India, lo Yemen e il Ciad. Per oltre vent'anni Mario Neri insegue la vita nei luoghi più ameni, insegue la morte "che viene da sinistra", la morte che è sempre un passo in avanti rispetto a te; Neri rincorre gli amori, il primo dei quali lo porta alla conversione all'islamismo.

E' una vita al confine, quella di Mario Neri, una vita perennemente al limitare tra la vita e la morte, una vita  ai confini del mondo civilizzato, e anche l'Italia sembra così lontana, come il passato. Un'Italia alla quale  però prima o poi sarà costretto a tornare ed affrontare, insieme alle conseguenze di un amore più forte di ogni  cosa: quello per Lorenzo, il figlio destinatario di questa intima, empatica confessione.

Ciò che rende veramente prezioso e godibile questo libro è la sua infinita ricchezza, innanzitutto su un piano  narrativo. Ben presto al lettore appare chiaro di avere tra le mani qualcosa di molto più di un semplice diario  di viaggio, fosse solo per la rilevanza data alla sfera più intima e privata dell'autore, che senza pudore regala  alla carta le sue riflessioni e le sue preoccupazioni, i suoi timori ed i suoi sentimenti per le due donne che  hanno segnato questo ventennio di viaggio. In un certo senso, il libro può esser letto come un romanzo: al taglio  fortemente descrittivo, quasi giornalistico, si accompagnano riflessioni esistenziali e sequenze introspettive.  Non manca poi il dramma sentimentale, specie per quanto concerne la relazione con Maryam, nella quale l'allora  giovane Mario si era lanciato, trascinato dai sentimenti e dalla passione. Una parte molto importante ha anche una certa  dimensione onirica del racconto: nei sogni (ed incubi) si riflettono tutte le esperienze di Neri. Una grande  ricchezza di contenuti e di stimoli, dalla grande carica riflessiva, e senza che il tutto risulti eccessivamente  pesante: merito dell'ottima prosa dell'autore, nonché della lineare narrazione anno per anno, dall'inizio del  viaggio ai giorni nostri.

Un viaggio dentro l'uomo, dunque, per citare direttamente il testo, nel quale, tuttavia, non mancano le  delusioni. Eppure alla fine Mario Neri non smette di amare la sua Africa: un "amore folle", una "follia d'amore", questa è l'Africa. Più forte di questo sentimento c'è solo quello per il figlio Lorenzo, punto di approdo del  viaggio: tutto questo, dice Neri, l'ha condotto a lui.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Lorenzo. Lettera a mio figlio
  • Autore: Mario Neri
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521291
  • Pagine: 272
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

26 luglio 2011

Racconti di Cuba - Alessandra Riccio

Baluardo del comunismo dal volto umano? Feroce dittatura sopravvissuta alla Storia? Per una volta Cuba è qualcosa di più. Finalmente dopo decenni di letture ideologiche, Alessandra Riccio travalica gli stereotipi regalandoci diciotto storie che danno di Cuba un affresco originale e potente. Poeti, artisti, scrittori, cineasti noti e meno noti: sono loro a popolare i racconti di questa scrittrice che, abbandonando i panni della critica letteraria, si lascia andare a una prosa lieve e vibrante. Dagli anni della giovane e spavalda Rivoluzione alla crisi del Periodo speciale, passando per la guerra in Angola, tra momenti di grande effervescenza e crisi profonda, la storia di Cuba viene riletta attraverso i frammenti di vita di personaggi che ne hanno segnato profondamente la cultura. Sullo sfondo la grande vitalità dell'isola caraibica, i colori delle strade de L'Avana, l'impetuosità del mar Caribe. Oltre ogni luogo comune, i "Racconti di Cuba" illuminano dall'interno le contraddizioni e le meraviglie della Perla dei Caraibi.

Recensione

Valeva la pena?
Così si interroga Alessandra Riccio, oggi una delle massime esperte di cultura cubana, alla luce della sua esperienza di corrispondente a Cuba per l'Unità, ma non solo.

Vale la pena?, si chiede - soffrire, vivere, partire e ritornare in una terra piena di contraddizioni come Cuba, che difende i principi e i valori della rivoluzione a scapito della vita privata, degli affetti, delle aspirazioni personali.

Sono racconti, questi, di una Cuba molteplice, dalle mille sfaccettature. Sono racconti di una terra che attraversano lo spazio e il tempo: dai lontani tempi della dittatura di Battista ai giorni nostri, passando per la rivoluzione del 1959 e la crisi del 1989. Lo sguardo del narratore scorre nelle strade dell'Avana, tra i vicoli colmi di bambini vivaci e ridenti, "uno spettacolo tutto da vedere", tra edifici storici, case popolari e salotti letterari.

Per ogni racconto la Riccio sceglie la storia di un personaggio, talvolta un taglio fotografico, con rapidi passaggi storici, sì da restituire con freschezza la Cuba di Batista, o quella del Duemila. Solo ogni tanto fa capolino l'autrice, che ripercorre le sue personali esperienze, come nel racconto dedicato alla strada Calle 11, sede degli appartamenti dei corrispondenti per l'Unità, o in quello dedicato alla Casa de las Américas, rivista letteraria attorno alla quale gravitava l'intellighenzia cubana e latinoamericana.

Tra volti noti e meno noti, con una prosa semplice ma vivida, questo libro restituisce dunque un ritratto composito e assolutamente vivo, ricco di voci e frammenti e colori, della Cuba moderna e della sua "vita contro" - e a rispondere al quesito iniziale, forse, sarà solo il lettore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Racconti di Cuba
  • Autore: Alessandra Riccio
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Graffiti
  • ISBN-13: 9788862521284
  • Pagine: 128
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

22 giugno 2011

Intervista a Franco La Torre, autore di "Grazie a Dio è venerdì"

L'autore

Franco La Torre è nato a Palermo nel 1956 e risiede a Roma. E' esperto in cooperazione internazionale allo sviluppo. Tra il 1991 e il 1992 ha coordinato da Gerusalemme le ong del Cocis. Dal 1995 al 2008 è stato responsabile delle attività europee e mediterranee di Ecomed, l'Agenzia per lo sviluppo sostenibile nel Mediterraneo di Roma. Ha ricoperto l'incarico di organizzare e coordinare i progetti di Roma per la pace a Gerusalemme, iniziativa del Comune di Roma per il rilancio del processo di pace in Medio Oriente. Dal 2006 al 2008 ha lavorato presso l'Ufficio Relazioni Internazionali del Gabinetto del Sindaco di Roma, come responsabile per il Mediterraneo e il Medio Oriente e per le attività inerenti agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Dal 2009 lavora a Risorse RpR SpA dove ricopre l’incarico di coordinatore dell’Area Marketing Strategico.



Il libro

Qual è l'odore dei falafel? C'è veramente la guerra a Gerusalemme? Avete presente come sia facile perdersi nella Città Vecchia? Vi è mai capitato di fare la fila a un check-point? Come possono vivere insieme israeliani e palestinesi? Cosa hanno in comune? Quali sono le ragioni di un conflitto che sembra non avere mai fine? Queste sono solo alcune delle questioni che si pone questo libro. Franco La Torre ci racconta la sua esperienza all'interno del conflitto più lungo di questi ultimi due secoli, con la lucidità di chi vuole liberarsi da quel nemico insidioso che si chiama preconcetto, nemico capace di rendere lucido il fango e invisibile la realtà. Frammenti di sguardi e di ascolti per capire, per spingersi oltre le barriere dei preconcetti, per strappare il velo dell'ovvietà di conclusioni, fatta a colpi di "copia e incolla"!



L'intervista



1. Per vent’anni, passando da una esperienza all’altra, ha vissuto in prima persona il problema della cooperazione internazionale riguardo al conflitto arabo-israeliano. Cosa l’ha spinta, adesso, a fermarsi a raccogliere i ricordi e la memoria di queste esperienze?

Tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008 stavo lavorando su un progetto di Roma per la Pace a Gerusalemme, l’iniziativa a sostegno del dialogo tra israeliani e palestinesi del Comune di Roma. Si trattava di realizzare una casa editrice su internet, un’idea condivisa da giovani scrittori di quella martoriata parte del mondo, aperta a scrittori italiani e del Mediterraneo. Un’impresa che, nonostante i costi ridotti dalla sua natura “virtuale”, necessitava comunque di decine di migliaia di euro. Il nostro budget era molto limitato ma contavamo sulla capacità del marchio “Roma” per mobilitare risorse sufficiente. Era già successo: quando abbiamo realizzato Pace of Peace, il cartone animato ideato da studenti israeliani e palestinesi, con il contributo gratuito dei migliori studi italiani, delle cantanti Noa e Rim Banna e di tanti altri e, grazie a RAI 3, che lo acquistò, persino il documentario che ne racconta la storia. Cominciai, quindi, insieme a Gianmaria Turi che, dall’Istituto di Cultura di Haifa, ne aveva seguito la nascita, ad incontrare case editrici, per cercare di convincerle ad investire sull’iniziativa. Per farla breve, non riuscii nell'intento. Enrica D’Augè, direttrice editoriale di Iacobelli, che si era dimostrata molto interessata, alla fine, fatti i conti, mi disse che non se la sentivano, che era un’impresa al di sopra delle loro possibilità. Al termine di quell’incontro, prima di salutarci con una certa mestizia, mi chiese se avevo mai scritto qualcosa sulla mia esperienza: Risposi di no e allora mi domandò se mi fosse piaciuto farlo. Le dissi che non ci avevo mai pensato, lei mi propose di farlo e io accettai.


2. In particolare, tra le varie forme possibili, perché ha scelto proprio quella del libro? Che rapporti ha con la scrittura?

Non ho mai pensato di avere doti particolari, da studente non ero forte nei temi d’italiano. Mi piace molto leggere e il lavoro mi ha portato ad affinare le mie capacità di scrittura. Non nascondo che ogni tanto ho pensato di poter scrivere un libro, non credo di essere il solo ma non sono andato oltre alle sollecitazioni scaturite da pensieri notturni. Cimentandomi per la prima volta, ho scoperto che la scrittura è un esercizio fantastico. Ho ritrovato ricordi che pensavo di non avere, immagini che avevo dimenticate. Un processo affascinante e imprevedibile.


3.Il suo libro risulta un riuscito collage di reportage giornalistici, memorie personali e anche parti narrative. Si tratta di una scelta pensata sin dall’inizio, o magari i ricordi personali hanno cominciato a mescolarsi spontaneamente ai passaggi più giornalistici?

Credo per la consapevolezza dei miei limiti, mi è venuto quasi spontaneo ricorrere alla scrittura e alle parole di altri, anche perché meglio di me descrivevano quello che volevo raccontare e che mi avevano aiutato a comprendere. Mi sentivo in debito e ho voluto, in qualche modo, ricompensare chi mi aveva aiutato.


4. Il viaggio è sempre un giro lungo che poi ci riporta a casa. Com’è cambiato, se è cambiato, il suo rapporto con l’Italia dopo queste esperienze?

Ho capito che l’Italia, come molti altri paesi che si dicono interessati e che potrebbero contribuire alla soluzione pacifica del conflitto, non ha fatto e non fa abbastanza.


5. Qual è la cosa più importante che ha imparato in Israele e Palestina?

Evitare i pregiudizi e gli schematismi, cercare di comprendere le ragioni vere del conflitto e che i due popoli vogliono la pace.


6. Gerusalemme è la geografia della paura: così è scritto tra le prime pagine. Un’espressione netta: cosa l’ha portata in particolare a questa conclusione?

Una città definita santa dovrebbe emanare un generale senso di quiete, di equilibrio, di comprensione, di gioia. Gerusalemme ha dentro di sé tutto ciò ma non può esprimerlo, dilaniata da un conflitto, che produce intolleranza, contrasto, contrapposizione e terrore. Prima finirà il conflitto e prima si libererà la sua vera energia.


7. In un altro passo, viene detto che il problema del conflitto tra israeliani e palestinesi è essenzialmente emotivo. La storia ci insegna che gran parte dei conflitti hanno ragioni economiche, e con essi ci ha tramandato anche le possibili soluzioni. Quale può essere, allora, la soluzione per un conflitto così emotivo?

La componente emotiva è messa in risalto da David Grossman e si somma alle cause diciamo tradizionali, quelle economiche e strategiche, rendendo evidente la complessità di un conflitto, la cui risoluzione risiederà nella capacità delle parti di fare in conti con se stessi, oltre che con gli altri. Ognuno è, ormai, consapevole che dovrà rinunciare a qualcosa e il farlo richiederà, allo stesso tempo, amor proprio, per superare la rinuncia e generoso altruismo nel contribuire alla soddisfazione dell’altro.


8. David Grossman e Edward Said sono gli scrittori più citati nel suo libro. Da quali altre personalità sente di esser stato influenzato?

Sono stato influenzato e, per così dire, guidato da coloro che non hanno mai cessato di credere che alla fine avrebbero prevalso la ragione e la giustizia. Ho cercato di raccontare di loro nel mio libro e spero di averlo fatto degnamente.


9. Il suo libro è scritto e pensato per un lettore italiano. Pensa possa esser letto anche da un israeliano e un palestinese? Come reagirebbero?

Ho cercato di offrire al lettore una visione del conflitto, che comprendesse il punto di vista di coloro che si battono perché abbia fine, raccontando quello che pensano e che fanno tanti israeliani e palestinesi, insieme a coloro che li sostengono. Racconto la mia esperienza di italiano ma non ho pensato di scrivere per un lettore italiano. Israeliani e palestinesi conoscono bene ciò di cui ho scritto ma, sinceramente, non riesco a immaginare come reagirebbero. Quelli che conosco o mi farebbero le pulci, o mi prenderebbero in giro, o tutte e due.


10. Parliamo del presente: di cosa si occupa, adesso?

Continuo ad interessarmi del conflitto israelo-palestinese ma non a tempo pieno. Il mio lavoro, attualmente, mi porta ad occuparmi di sviluppo urbano sostenibile.


11. E nel futuro? Tornerà a Gerusalemme?

Nel futuro non escludo di tornare a Gerusalemme, da dove manco da un po’ di tempo, non solo come visitatore.


Grazie a Franco La Torre, e buon lavoro!

9 giugno 2011

Non pensavo che la vita fosse così lunga - Aureliano Amadei, G. Piero Palombini, Alessandro Falcone

Dai locali di lusso di New York a una roulotte in periferia, dalla luminosa Trieste del dopoguerra alla cella di una prigione, dai campi di sterminio tedeschi alla Cinecittà della "Dolce vita". In una giostra continua, la vita di Tiberio Mitri, uno dei più grandi pugili italiani, ripercorsa attraverso le tante tappe che l'hanno segnata: l'infanzia difficile, la scoperta della boxe, la guerra, il matrimonio da sogno con Miss Italia e la popolarità in Europa e negli USA, il crollo, la rinascita nel mondo dello spettacolo. Sullo sfondo, tra gloria e solitudine, le burrascose relazioni sentimentali, la carriera di attore tra cinema, fotoromanzi e televisione, la droga e i drammi personali che hanno segnato l'esistenza di uno dei personaggi più popolari dell'immediato dopoguerra.

Recensione

Astro nascente della boxe, astro nascente del cinema, stella cadente destinata ad una rovinosa caduta, Tiberio Mitri ha avuto una vita piena, tormentata ed esagerata, qui presentata con sincerità e cura da Amadei, Palombini e Falcone che in un centinaio di pagine ripercorrono la biografia del grande campione soffermandosi sui momenti essenziali della sua esistenza e riuscendo a comunicare la personalità di Mitri anche a chi non l'ha mai conosciuto, senza cadere nel tranello di una narrazione agiografica che caratterizza molte biografie ma celebrando il valore di Mitri come uomo e come pugile senza nasconderne errori e debolezze. Il libro si basa sull'omonimo documentario dello stesso Palombini e si rivela non solo opera biografica ma affresco di un'epoca, piccolo bignami dell'Italia degli anni del boom, della Roma di Cinecittà, della Dolce Vita e dei fotoromanzi.

Non pensavo che la vita fosse così lunga è una frase pronunciata dallo stesso Tiberio Mitri quando oramai la sua tormentata esistenza volgeva al termine e rende perfettamente l'idea della stanchezza di un uomo che già a vent'anni ha vissuto esperienze che normalmente si collezionano in un'intera vita e che ora si ritrova nelle ultime fasi del suo cammino con sulle spalle tutto il peso della perdita delle persone a lui più care.
L'assoluta povertà dell'infanzia triestina, la dura esperienza del riformatorio, la guerra, la milizia fascista e poi il pugilato con il suo carico di gloria ed esaltazione che troppo presto si trasforma in oblio e frustrazione. Una vita che sembra un film, paragone fin troppo facile visto che buona parte dell'esistenza di Mitri è legata a doppio filo con il mondo dei fotoromanzi prima e del cinema poi, dove questo campione dalla faccia d'angelo ha cercato la strada della rinascita dopo le delusioni del mondo della boxe. Ma anche il cinema si rivela una chimera effimera e crudele che non solo non mantiene le promesse di gloria ma gli porta pure l'umiliazione di vedere celebrata la vita del suo eterno rivale, quel Jake LaMotta che gli aveva impedito di conquistare il titolo di campione del mondo.

Si tratta di un'opera breve ma accurata, ben scritta (sebbene le ultime pagine risultino un po' affrettate) che si legge tutta d'un fiato e riesce a coinvolgere e a commuovere anche chi non si interessa di pugilato e non ha mai conosciuto Mitri. Merito di uno stile semplice e di una buona capacità narrativa in grado di rendere il mondo del pugilato sia italiano che americano familiare anche a chi non ne sapeva nulla.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Non pensavo che la vita fosse così lunga. Gloria e tragedia di Tiberio Mitri
  • Autore: Aureliano Amadei, G. Piero Palombini, Alessandro Falcone
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862520829
  • Pagine: 110
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

29 maggio 2011

Fuochi d'artificio - Frank Wedekind

Raccolta di nove racconti apparsa nel 1906, Fuochi d'artificio sconvolge per la sua attualità! Questa opera minore di Wedekind, grande drammaturgo tedesco, rivendica il diritto di parlare di sesso senza vergogna, invoca a gran voce la necessità di educare i giovani al desiderio, incita a trattare il tema dell'erotismo in nome della libertà spirituale. In questi racconti è palese come l'emancipazione dai condizionamenti sociali si raggiunga solo attraverso un lungo percorso di iniziazione alla vita dei sensi e protagonista di questa svolta è sempre la donna, principessa o prostituta che sia. Fuochi d'artificio è un invito spassionato rivolto agli adolescenti (e non solo) a scoprire e a mantenere un sano rapporto con la sessualità nel rispetto dello spirito del proprio corpo, senza oscenità, con naturalezza. Una lezione di cui ancora oggi si sente il bisogno!

Recensione

La carne ha il suo spirito.

Ne è convinto Frank Wedekind, che in questa raccolta di racconti, originariamente scritta nel 1906 e pubblicata oggi in Italia da Iacobelli, rivendica il sacrosanto diritto di parlare con onestà, sincerità e libertà di erotismo, di amore e di sesso, senza volgarità e senza tanti giri di parole, riscoprendo il tema come uno degli ingredienti fondamentali della vita.

Nel primo scritto, che fa un po' da prefazione, l'autore espone con semplicità e allo stesso tempo efficacia le sue personali idee, il suo concetto dello spirito della carne, e in un modo sorprendentemente attuale, esprime le sue preoccupazioni sull'educazione dei giovani in materia. Più del sesso e dei rapporti umani, è questo, a ben vedere, il vero tema centrale dei racconti: insegnare, educare e raccontare l'erotismo. Lo si vede chiaramente già nei primi racconti, c'è sempre qualcuno che racconta qualcosa a qualcun altro, il primo amore, le follie fatte per amore, i segreti del proprio matrimonio, e così via. Il tutto accompagnato da un linguaggio necessariamente semplice, sincero.

Terminata la lettura di questi brevi racconti, non resta che un inevitabile interrogativo: a distanza di un secolo, questa antologia può avere ancora qualcosa da dire? Se i problemi posti nella prefazione risultano indubbiamente attuali, lo stesso non si può dire con certezza degli altri racconti, insomma delle risposte date dall'autore. Rimane poi la sensazione di una grave mancanza, l'idea che molto sia rimasto fuori: la grande tragedia dell'amore, dell'infatuazione, le passioni dell'eros, i tormenti e le inibizioni.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Fuochi d'artificio
  • Titolo originale: Feuerweck
  • Autore: Frank Wedekind
  • Traduttore: C. M. Messina
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Graffiti
  • ISBN-13: 9788862520348
  • Pagine: 102
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

23 maggio 2011

Il risveglio del corpo - Nadia Tarantini, Maria Teresa Pinardi

Utile come un manuale ma godibile come un romanzo, Il risveglio del corpo ci guida lungo i percorsi alternativi alla medicina ufficiale, per avvicinarci allo shiatsu e alla medicina cinese, ai Fiori di Bach e alla ginnastica dolce; ci detta le ricette e i rimedi più giusti, ci indica i cibi migliori.
Ma soprattutto, questo libro è un invito spassionato a trovare un rapporto nuovo con il proprio corpo: perché nel corpo c’è tutto il nostro esistere nel mondo, la conscienza di sé, la vita psichica e immaginativa, la mente razionale e l’aspirazione alla spiritualità, che è il dare voce alla parte più sottile di noi stessi.

Recensione

"Medicina naturale": due parole che come poche riescono a dividere su posizioni diametralmente opposte. C'è chi è favorevole perché "naturale è bello" (e la cicuta?, verrebbe da chiedere) oppure perché sente la necessità di recuperare una certa armonia con il proprio corpo e il mondo che ci circonda. C'è chi è contrario perché sono tutte cavolate (ma basterebbe ricordare che l'aspirina nasce dalle foglie di salice) e perché, più giustamente, pretende una verifica scientifica che non tutte le cure naturali possono vantare.

Questo piacevole saggio ha il pregio di non essere estremista e intransigente, non fa propaganda alla medicina naturale ma ne parla con tranquillità, come quando si fanno quattro chiacchiere davanti a un caffè. Le autrici portano la propria vita come esempio e come spunto per affrontare i vari temi trattati con il pregio di mettersi sullo stesso piano del lettore: non trattato asettico, ma una sorta di diario-racconto molto piacevole a leggersi.

I temi affrontati toccano tutte le grandi problematiche del corpo, siano esse di natura fisica che psicologica; note precise rimandano a trattati specialistici o letture generali; qua e là nel testo sono inseriti dei box di approfondimento, semplici curiosità oppure brevi ricette o elenchi di rimedi.

In questi ultimi a mio parere si trova quella che, per una profana, è la pecca più evidente: innanzitutto omeopatia e naturopatia si mescolano, mettendo qualche volta in difficoltà nel distinguere i diversi ambiti e creando un po' di confusione tra Fiori di Bach, tisane e rimedi omeopatici. In secondo luogo, le spiegazioni sono appena accennate, rendendo impossibile un "fai da te" a chi non conosca bene la materia e le proprie necessità: quindi non si vede l'utilità di queste note terapeutiche. Da ultimo, come anche le autrici hanno modo di sottolineare, è importante che le cure vengano studiate su misura della persona che le richiede, quindi se un rimedio in generale può funzionare, non è detto che nel caso specifico faccia altrettanto.

Al di là di questo, rimane una lettura piacevole e stimolante: le riflessioni sulla propria vita non mancano di nascere spontaneamente e talvolta spunta anche la curiosità e la voglia di approfondire un dato argomento. Non si diventerà maniaci della macrobiotica ma sicuramente si presterà più attenzione ai segni del proprio corpo.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il risveglio del corpo
  • Autore:  Nadia Tarantini e Maria Teresa Pinardi
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788862521253
  • Pagine: 269
  • Formato - Prezzo: Brossura, 15,00 Euro

8 maggio 2011

Grazie a Dio è venerdì - Franco La Torre

Non si finisce mai di conoscere, soprattutto a Gerusalemme. È questo lo spirito che ha accompagnato Franco La Torre in venti anni di viaggi in Palestina. Qui ha incontrato e condiviso esperienze, paure ed emozioni con David Grossman e Suad Amiry, Mustafà Barghouti e Yossi Beilin, Tano D'Amico e Marina Rossanda. Attraverso i dialoghi, gli incontri, le suggestioni di una terra afflitta ma dove non si è ancora persa la speranza, l'autore ci restituisce il suo lungo percorso alla strenua ricerca di risposte sul conflitto arabo-israeliano. Richiamati alla mente dai profumi di erbe fresche e di caffè, dal brivido dei missili di Saddam o dal sapore di spezie, le storie e i ricordi si snodano tra le strade della città vecchia di Gerusalemme, sulle alture del Golan, per i villaggi della Striscia di Gaza. Immerso tra i colori di questa terra, Franco La Torre ci regala un libro dove prevale il desiderio di volersi liberare dai preconcetti e di voler comprendere interamente le ragioni profonde del più lungo conflitto contemporaneo.

Recensione

Franco La Torre si definisce un esperto in cooperazione internazionale allo sviluppo. In questo libro ha raccolto la sua ventennale esperienza nel conflitto arabo-israeliano: la coordinazione delle Ong in Palestina all'inizio degli anni Novanta, l'Ecomed (Agenzia per lo sviluppo sostenibile del Mediterraneo), e il progetto Roma per la pace a Gerusalemme.
Si tratta di un libro prezioso, ricco di contenuti, che pur chiedendo poco al lettore più digiuno in materia riesce a dare davvero molto; facile da leggere, restituisce un quadro ampio, ricco, stratificato sulla difficilissima e ambigua, sempre difficile da definire, situazione in Israele e Palestina, ripercorrendo la storia ed i tempi del conflitto, le modalità e le difficoltà delle trattative di pace.

Il punto di forza di questo libro sta nel giocare con lo stile, muovendosi tra il racconto romanzato e quello giornalistico. L'autore sapientemente mescola ai suoi reportage la sua storia personale, le sue esperienze, i suoi pensieri e le sue preoccupazioni vissute in Terra Santa, muovendosi così agevolmente su più livelli, dalle più grandi irrisolvibili questioni, sullo scenario internazionale, ai piccoli problemi di tutti i giorni. C'è un intero capitolo dedicato, ad esempio, all'aeroporto Ben Gurion, alla paranoia estrema dei controlli di sicurezza, che l'autore stesso ha subito in prima persona. In un altro, la difficile convivenza tra le tre religioni monoteiste viene rievocata a partire dalla manutenzione del Santo Sepolcro, con tutti i suoi riti particolari. Ma ancora più significativa è la capacità dell'autore di restituire fatti di cronaca senza peccare di eccesso di emotività né, d'altra parte, di una distanza troppo fredda: così come quando racconta l'arresto, gli interrogatori e la prigionia di un uomo palestinese, prelevato dalla polizia israeliana per un eccesso di paranoia. E potenti sono le immagini impiegate per esprimere il terrore degli israeliani, che ogni giorno prendono un autobus sapendo di poter saltare in aria, e dei palestinesi, costretti a vivere sotto occupazione.

Il tutto è arricchito da citazioni di personaggi autorevoli, come Edward Said e David Grossman, e da un affresco notevole di personaggi coinvolti, dalla realtà quotidiana allo scenario internazionale.

Un libro importante, dunque, una memoria importante, un ottimo punto di partenza per chi vorrebbe sapere di più sulla questione israelo-palestinese, lontano dai pregiudizi e dalla fredda anestesia di uno schermo televisivo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grazie a Dio è venerdì
  • Autore: Franco La Torre
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521062
  • Pagine: 215
  • Formato - Prezzo: brossura - 14,00 Euro

20 aprile 2011

Memoria in chiaroscuro. Diario apocrifo di Frida Kahlo - Olivia Casares

La vita appassionata e appassionante di una grande artista: un'immagine intima e inedita di Frida Kahlo che ci viene restituita attraverso le parole e i disegni di altre due donne che si sono fatte interpreti della sua sensibilità. Otto tavole litografate accompagnano il volume.





Recensione

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, conosciuta semplicemente come Frida Kahlo, fu una famosa pittrice messicana che trascorse la sua vita travagliata nella prima metà del Novecento, e un personaggio dal carattere quantomeno bizzarro e sprezzante verso ogni forma di convenzione sociale. Affetta da poliomielite, o forse da spina bifida (una malformazione delle vertebre), il male la lasciò con difficoltà nell'utilizzo di una gamba, e, per di più, a soli diciassette anni fu vittima di un incidente stradale che le costò numerosissime fratture e una lunghissima immobilità a letto. Le sue tendenze verso le manifestazioni artistiche fiorirono quando i genitori, per alleviarle la noia, le regalarono un letto a baldacchino su cui montarono uno specchio, in modo che Frida potesse dipingere autoritratti di se stessa. Quando mostrò le sue opere a Diego Rivera, celebre pittore murale dell'epoca, questi trasse Frida sotto la sua ala protettrice, e ben presto la sua relazione con il critico e pittore divenne qualcosa di più. Il matrimonio con Rivera fu aperto e anticonformista come la loro vita: entrambi erano infedeli, e Frida, oltre a numerose relazioni con importanti personalità del momento, mostrò anche preferenze sessuali piuttosto eclettiche. Rabbia, dolore, lussuria, passione, sangue, desiderio di maternità negato e morte: sono queste le presenze costanti nei quadri della Kahlo, considerati di corrente surrealista nonostante la pittrice rifuggisse qualsiasi etichetta.

Olivia Casares, insegnante d'arte e scrittrice ecuadoriana, si inserisce nel grandissimo numero di registi e scrittori che si sono occupati della travagliata vita della famosa pittrice messicana, e lo fa utilizzando lo strumento del diario apocrifo: dall'infanzia alla maturità, Olivia si finge Frida e attribuisce alla pittrice un lungo flusso di pensieri e sentimenti segnati da una continua sofferenza. Oltre a un sentimento di inadeguatezza per il proprio aspetto fisico che spinge Frida ora a nascondere, ora a esaltare i suoi difetti (come le sue proverbiali sopracciglia, che afferma di aver esagerato nei suoi quadri perché le ricordano le ali spiegate di un gabbiano o di un'aquila), ciò che traspare dalle pagine è il dolore fisico per i gravi problemi di salute, l'impossibilità di essere madre nonostante il suo profondo desiderio, la sofferenza per i tradimenti del marito, e, naturalmente, il suo essere artista, che si coniuga all'amore per il Messico e per un sé insieme disprezzato e adorato, come dimostrano i suoi autoritratti.

L'interpretazione di Olivia Casares, purtroppo, non è delle migliori: il suo stile è fin troppo elementare, e appiattisce l'eccentricità e vivacità del personaggio; inoltre, snatura le pitture dell'artista tentando inutilmente di descriverle e di dare loro un senso: ma l'arte non si racconta, si contempla, e quella di Frida Kahlo non fa certo eccezione, dal momento che la stessa pittrice ha sempre affermato di non saper spiegare a parole le sue tele.
Il risultato finale è che si ha la sensazione di qualcuno che si sovrapponga all'immagine di Frida Kahlo e che tenti, senza risultati apprezzabili, di parlare con la sua voce. Potrebbe essere un buon romanzo per avvicinarsi alla figura e all'arte della pittrice, com'è stato per me, ma senza dubbio c'è di meglio.

I difetti del romanzo sono parzialmente compensati dalla bellezza dell'edizione: il volume, dalle grandi dimensioni, è accompagnato da otto tavole litografate dell'illustratrice Mariella Biglino. Purtroppo, devo dire, ho riscontrato casualmente un errore di traduzione: a pagina 89, il titolo del quadro intitolato Yo y mis pericos è stato tradotto Io e i miei cagnolini. In realtà i pericos sono i parrocchetti ('cagnolini' è perritos), e infatti la tela in questione raffigura Frida con i suoi pappagalli.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Memoria in chiaroscuro. Diario apocrifo di Frida Kahlo
  • Autore: Olivia Casares
  • Editore: Iacobelli
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Frammenti di memoria
  • ISBN-13: 9788862521130
  • Pagine: 117
  • Formato - Prezzo: Brossura, illustrato - 23,00 Euro
 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates