30 maggio 2009

Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen

Capolavoro di Jane Austen, "Orgoglio e pregiudizio" racconta la storia delle cinque sorelle Bennet e dei loro ricchi corteggiatori. La differenza di censo, i pregiudizi sociali o semplicemente l'orgoglio personale complicano le vicende sentimentali delle ragazze. Con tocchi sobri e felici la Austen evoca un incantevole, penetrante quadro della provincia inglese alla fine del XVIII secolo. Il romanzo fu scritto quando la Austen aveva solo ventun anni e una amica di famiglia poteva definirla “la più graziosa, sciocca, leziosa farfalla in cerca di marito che sia dato incontrare”.

Recensione

Che dire di nuovo, che non sia già stato detto su questo libro famosissimo? Innanzitutto che anche alla terza rilettura è sempre bellissimo, divertente e ironico. E c'è sempre il solito Mr. Darcy, che "ci truffa" ogni volta passando nel giro di poche decine di pagine da detentore del premio per il personaggio più odioso ad essere il personaggio più amato e ricordato.

Questo perché Orgoglio e Pregiudizio è il romanzo delle apparenze (che generano appunto pregiudizi) dall'inganno delle quali nessuno è immune, nemmeno la nostra Elizabeth Bennet, dal cui punto di vista seguiamo la maggior parte della storia.
Infatti, nonostante il titolo del romanzo rispecchi quello della precedente opera della Austen (Ragione e Sentimento), in questo caso non si vuole evidenziare il contrasto tra due personalità opposte: entrambi i protagonisti peccano in eccessivo orgoglio che li porta ad ancorarsi con testardaggine a pregiudizi sbagliati. Anche Elizabeth, così indipendente e intelligente, così matura per quanto ancora ventenne, non è esente dalle lusinghe della vanità personale e finisce col non vedere cos'ha sotto il naso. Per entrambi i protagonisti è un duro ma indispensabile processo di maturazione ammettere di essere stati ciechi e quindi non molto migliori di coloro che che li circondano e che hanno sempre considerato sciocchi e vanesi.

Ma Orgoglio e Pregiudizio non è solo una sequenza di dialoghi brillanti fatta per intrattenimento, quanto piuttosto un'acuta osservazione sull'uomo e sulla società, mascherata da storia romantica. Oltre al tema caro alla Austen del problema dell'indipendenza economica delle donne, costrette dalle circostanze ad improntare la proprio vita alla sistematica ricerca di un matrimonio conveniente, in quest'opera la Austen si interroga sul ruolo che genitori hanno nel plasmare il carattere dei figli e su quanto conti l'ambiente in cui si cresce nel determinare la nostra personalità. Nessuno dei due genitori Bennet assolve bene al suo compito: da un lato c'è un padre che affoga in un sarcasmo compiaciuto il dispiacere per aver sposato una donna sciocca e superficiale, dall'altro una madre petulante e immatura, incapace di trasmettere il minimo valore alle propre figlie, che crescono amate ma al tempo stesso trascurate, affidate totalmente al proprio naturale buon senso, che per alcune di loro è purtroppo ben scarso.

Dettagli del libro

  • Titolo: Orgoglio e Pregiudizo
  • Titolo originale: Pride and Prejudice
  • Autore: Jane Austen
  • Traduttore: G. Caprin
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2002
  • Collana: Oscar Mondadori
  • ISBN-13: 9788804506157
  • Pagine: 464
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

27 maggio 2009

L'amministratore - Anthony Trollope

E' in lotta per la serenità il reverendo Harding, l'amministratore del pensionato per vecchi lavoratori di Hiram, uomo buono e amabile, protagonista di questo romanzo: il primo dei sei del ciclo cosiddetto delle « Cronache del Barsetshire» in quanto ambientati nella immaginaria città di Barchester. Harding è tormentato dal dubbio se sia giusto e legittimo che la rendita che percepisce come amministratore sia tanto superiore alle pensioni degli assistiti. A sollevare il caso è un giovane avvocato di buona famiglia, John Bold, paladino di tutte le cause umanitarie, pretendente riamato della figlia dell'amministratore.

Recensione

Più leggo classici e più mi rendo conto di quanto siano attuali e del perché siano diventati tali. Questo romanzo in particolare, primo del ciclo delle Cronache del Barsetshire, pur non godendo della celebrità di tanti altri romanzi dell'epoca, non mi sembra inferiore nel valore dei contenuti. Certo, rispetto a un Dickens la trama è piuttosto lineare, ma raccontata con gustosa ironia dall'autore che ama far incursione nella sua storia per mettere in luce qualità o difetti di questo o quel personaggio o addirittura per difendere personaggi che gli eventi narrati potrebbero mettere in cattiva luce.
Questa tendenza di Trollope ad introdursi nelle sue trame magari con lunghe digressioni è stata duramente criticata da altri grandi romanzieri come Henry James (che però non ha potuto che lodare il realismo di questo scrittore). Come ho detto, io invece queste incursioni le ho trovate un gustoso arricchimento al romanzo, che attraverso una trama semplice espone diverse problematiche sociali. Tra i vari aspetti, sicuramente uno dei più significativi è la "questione morale" che interessa il protagonista di questo volume, il reverendo Septimus Harding, onesto amministratore di un pensionato per lavoratori che si ritrova suo malgrado protagonista di uno scandalo finanziario sollevato da un coscienzioso giovane riformatore e ingigantito ad arte dalla stampa (memorabili le pagine dedicate da Trollope all'immaginario quotidiano Jupiter, parodia del Times), già allora non sempre ben informata ma sempre ben disposta a infiammare gli animi con lo scandalo del momento.

Il reverendo Harding, uomo magari troppo propenso a farsi trascinare dagli eventi per quieto vivere ma sostanzialmente onesto e generoso, si ritrova a essere capro espiatorio e a subire la diffamazione pubblica, ma si rifiuta di tirarsi fuori dalla faccenda accettando le ottime scappatoie fornitegli sia dai suoi superiori che dal più importante azzeccagarbugli dell'epoca. Il risultato è che il personaggio che all'inizio sembrava essere il più malleabile e privo di spessore si dimostra un tenace combattente che dà una lezione di correttezza e integrità sia ai moralizzatori senza morale sia agli alti prelati bravi nell'aggressione verbale ma incapaci di prendere una posizione chiara. Una lezione che non perde la sua validità neanche oggi.

Per concludere, un autore forse privo della potenza espressiva e creativa di altri grandi romanzieri, ma capace di proporre comunque grandi personaggi a tutto tondo, non sterili macchiette e in grado di passare sotto la lente d'ingrandimento la realtà di tutti i giorni individuandone meschinità e contraddizioni.

Dettagli del libro

  • Titolo: L'amministratore
  • Titolo originale: The Warden
  • Autore: Anthony Trollope
  • Traduttore: R. Cazzullo
  • Editore: Sellerio
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: La Memoria
  • ISBN-13: 9788838918445
  • Pagine: 304
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

25 maggio 2009

The Cocka Hola Company - Matias Faldbakken

Siamo su un set cinematografico e si sta girando la fase culminante della scena finale di un film porno intitolato "The Cocka Hola Company". Nel corso di questa scena, le complesse evoluzioni ginniche a cui è costretto finiscono per confondere Tiptop, uno degli attori, al punto che senza volerlo infrange una delle regole base della pornografia e mischia nella stessa scena atti eterosessuali e omosessuali con un altro attore maschio, Casco. Tiptop e Casco lavorano per una società cinematografica (la Desirevolution) che è la creatura di Hans (padre di Casco) e del suo giovane compare Simpel, che nutrono un odio invincibile verso la società e i suoi valori umanitari. Quello pornografico non è che uno dei tanti progetti di Desirevolution e serve solo a finanziare azioni più filosofiche, come l'alcolismo coatto di Speedo, l'euforium, che consiste nel mescolare droga, sesso e musica techno per raggiungere l'euforia totale. Questo romanzo d'esordio del norvegese Faldbakken è una commedia esilarante e selvaggia, molto poco politicamente corretta, sulla condizione umana contemporanea, dilaniata dalla sua infinita capacità di tolleranza, da un lato e dalla sua inesauribile e infantile richiesta di divertimento a tutti i costi dall'altro. La cronaca feroce e divertente di una guerra contro la società del benessere e i suoi valori.

Recensione

Una settimana non è un lasso di tempo sufficiente, anche se si tratta di quella della novena che precede il Natale, per riuscire a entrare in confidenza con il gruppo di personaggi sconclusionati che formano il collettivo antisociale di Desirevolution: la strana famiglia di Simpel, la moglie Moor, pornoattrice africana, e il loro bambino disadattato Lonyl; Casco Foster, porno attore e figlio di pappa Hans e di Sonja, amministratori della stessa Desirevolution; Tiptop, altra star della casa di produzione porno; Speedo, alcolizzato per esperimento e per dispetto al rispettabile padre Goran Persson, magnate dell’industria dei detersivi; Eisenmann, factotum e addetto a procurare droghe e psicofarmaci, rigorosamente pagati in Simpel-dollari; il turco immigrato Fazil con la sua bottega di alimentari etnici.
Nel freddo dei viali e dei quartieri ordinati di Oslo prima delle feste natalizie la stranezza di questa allucinante e allucinata congerie di individui stride con l’apparenza super borghese del contesto sociale. Vivono il sesso come solo un istinto naturale e privo di ogni implicazione morale, mescolano droghe e psicofarmaci come se si trattasse dell’unica via possibile per sopportare lo stato di alienazione che aleggia sui valori della progressista Scandinavia. Rompere ogni tabù e sottolineare la loro condizione di esterni ed estranei ai conformismi e alle convenzioni sociali è per loro l’unico modo per gridare al mondo la propria esistenza. Certo, un modo politicamente scorretto. Ma questa è una delle poche garanzie di riuscire a farsi notare in un mondo che ha l’incomprensibile tendenza a normalizzare tutte le diversità, come uno schiacciasassi su un vialetto di ghiaia…
Così la tragedia dell’instabilità psichica di Simpel e i disturbi comportamentali di suo figlio Lonyl, l’apatia e il vuoto esistenziale di Casco e Tiptop, involontari protagonisti di una variazione in chiave omo del canone pornografico fissato da Ritmeester, i deliri etilici di Speedo, che ha scelto per contratto di darsi all’alcolismo partendo dall’essere astemio, producono delle situazioni dall’effetto incredibilmente comico. Il mito borghese della festa di Natale nella scuola di Lonyl, con tutti i genitori e le varie menate sulla pedagogia, viene comicamente ridicolizzato e sovvertito prima da Lonyl e, a distanza di un anno, da Casco, sempre con episodi boccacceschi.
Il desiderio di inclusione sociale che Simpel proietta sul piccolo Lonyl è destinato a fallire in entrambe le occasioni, aumentandone l’aggressività e peggiorandone la sindrome di Tourette. Quello che non subisce conseguenze è la capacità di architettare azioni di disturbo nei confronti di una società che viene giudicata respingente: la vendetta nei confronti della scuola, che emargina Lonyl isolandolo nella sua solitudine autistica, si indirizza contro la moglie dello psichiatra infantile della scuola stessa. La donna è in più anche una designer e, come tale si iscrive nella categoria dei creatori di un modello conformista che permea la vita quotidiana, fino alla dimensione estetica del gusto: il controllo sociale si estende anche a tutti gli oggetti che compriamo e maneggiamo ogni giorno, giustificando la ritorsione di Simpel. Inoltre, uno dei personaggi secondari, il galoppino Eisenmann, non manca di far notare come l’accumulo di oggetti – meglio: ciarpame – sia inversamente proporzionale all’indice di felicità dell'individuo.

Questa critica così raffinata del modello sociale consumista, anche nella sua versione scandinava iperinclusiva, trova una conferma della sua bontà nella decadenza borghesemente mascherata di membri dei ceti più rispettabili: lo psichiatra indossa la lingerie della moglie per masturbarsi sui filmati lesbo che riempiono il vuoto della sua vita coniugale; l’anziano industriale padre di Speedo è dedito ad abuso di farmaci e a pratiche sessuali estreme quanto imbarazzanti; l’uomo mediatico padre di una compagna di classe di Lonyl nella sua vita irreprensibile ma noiosa trova entusiasmante la filosofia della Desirevolution e le pittoresche azioni di Simpel.
Ma come in un antecedente letterario sempre di area anglosassone, Trainspotting di Welsh, tutti i tentativi di contrasto al conformismo bo-bo sono destinati a infrangersi contro il muro di gomma dell’accettazione sociale. Di fronte alla comprensione di un pubblico televisivo anche la carica eversiva delle psicosi di Simpel non può che dichiararsi sconfitta.

Dettagli del libro

  • Titolo: The Cocka Hola Company
  • Titolo originale: The Cocka Hola Company
  • Autore: Matias Faldbakken
  • Traduttore: Margherita Podestà
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: Strade Blu
  • ISBN-13: 978880458167
  • Pagine: 342
  • Formato - Prezzo: Brossura - 17,00 €

Antologia di Spoon River - Edgar Lee Masters

Da quando Cesare Pavese la presentò nel 1941 nella bella traduzione di Fernanda Pivano, Spoon River Anthology non ha conosciuto soste nella fortuna presso il pubblico dei lettori italiani. E il segreto sta probabilmente nella poetica, universale verità dei personaggi di quella che è stata definita la commedia umana degli Stati Uniti. Spoon River è qualcosa infatti tra la lirica e la narrativa. La storia di una piccola città americana con le sue mille vite, ognuna chiusa nel suo dramma e raccontata attraverso le lapidi del suo cimitero. Con testo a fronte.


Recensione

Breve nota esplicativa da leggersi prima della recensione: io non amo la poesia. Ho letto quel tanto che la scuola e l’università hanno comandato, nonché qualche testo selezionato per mio piacere e cultura personale. Tra questi, mi è capitata tra le mani l’Antologia di Spoon River. Tutto ciò per anticiparvi che non sono un’esperta di poesia, dimentico sempre i nomi di tutte le figure retoriche, non m’importa molto del ritmo né della rima: le poesie che mi catturano il cuore, le amo per le immagini che evocano in me.

La collina

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il fortebraccio, il clown, il bevitore,
l'attaccabrighe?
Tutti, tutti ora dormono sulla collina.
Uno consunto dalla febbre,
uno si è bruciato nella miniera,
uno fu assassinato in una rissa,
uno è morto in galera,
uno è caduto da un ponte lavorando duro per moglie e figli -
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie e Edith,
la cuore tenero, l'anima semplice, la chiassosa,
l’orgogliosa, la felice? -
tutte, tutte ora dormono sulla collina.
Una è morta di un parto clandestino,
una di un amore contrastato,
una tra le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio ferito, all’inseguimento del desiderio del cuore,
una dopo una vita passata lontano tra Londra e Parigi
fu riportata al suo piccolo spazio vicino a Ella e a Kate e a Mag -
tutte, tutte ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva potuto parlare
con gli uomini venerabili della rivoluzione?-
tutti, tutti ora dormono sulla collina.
Hanno portato loro figli morti in guerra,
e figlie schiantate dalla vita,
e gli orfani, piangendo -
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov'è il vecchio Fiddler Jones violinista
che ha eseguito la vita per tutti i suoi novant’anni,
sfidando neve e pioggia a petto nudo,
bevendo, ribellandosi, che non gli importava nulla di una moglie
né dei parenti, né dei soldi, né dell’amore, né del cielo?
Eccolo qui! Che farfuglia del pesce fritto di un tempo,
delle corse dei cavalli di tanti anni fa a Clary's Grove,
di quello che una volta
Abe Lincoln disse a Spriengfield.

Sì, sento che a voi questi motivi riporteranno in mente la triste e cantilenante melodia di un noto e amatissimo poeta genovese.
«Avrò avuto diciott'anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»
E’ all’Antologia di Edgar Lee Masters, infatti, cui Fabrizio de Andrè si ispirò per il suo quinto album, Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma ahimè non siamo qui per parlare di musica, nonostante le poesie di questa raccolta lo siano.

E dunque ricominciamo.
L’Antologia di Spoon River è una raccolta di epitaffi. Immaginate di essere circondati da spettri che, ordinatamente, vi raccontano la loro storia: ogni poesia porta la voce di un abitante del piccolo paesino di Spoon River, dal cimitero in collina sotto cui è sepolto. Poesia dopo poesia, tassello dopo tassello, ricostruiamo la storia del paese, ascoltando le testimonianze di chi è morto, magari sepolto sotto una lapide che proclama il falso, e può finalmente raccontare la verità: i morti non hanno niente da perdere. E sono tantissimi i temi e i sentimenti veicolati dai defunti abitanti, dalla lussuria all’invidia, dal senso di colpa alla rabbia, dall’amore alla serenità, dall’incredulità al senso di vuoto; il messaggio di fondo, tuttavia, è ben chiaro: ricchi o poveri, felici o infelici, amati o scherniti, la morte accomuna tutti i cittadini di Spoon River, come ben mostra la poesia di Chase Henry l’ubriacone, divertito dal fatto di essere stato sepolto a fianco del banchiere.
Tra procuratori legali seppelliti insieme all’amato cane, poetesse gobbe stuprate e morte per aborto, poeti e bottai, mogli uccise, ragazzini morti d’incidente, mariti la cui vita è stata succhiata pian piano dalle mogli, i sentimentali troveranno anche un certo giudice nano, un certo matto che volle imparare a memoria l’Enciclopedia Britannica, un certo blasfemo picchiato a morte per aver insultato Dio, un certo malato di cuore la cui anima lo abbandonò restando sulle labbra di una donna, un certo ottico, un certo chimico che non riuscì mai a comprendere come gli uomini si combinassero attraverso l’amore, un certo medico che fu costretto a vendere il proprio mestiere, e soprattutto un certo Suonatore Jones che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero, non al denaro, non all’amore, né al cielo.
Poesie, alcune lunghe, altre brevissime, semplici e toccanti. Per chi ha voglia di trascorrere qualche momento malinconico, senza soffermarsi a riflettere, ma semplicemente apprezzando la musicalità delle parole e delle storie raccontate. Per chi ha voglia di un mosaico dai colori incredibilmente tristi e realistici.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Antologia di Spoon River
  • Titolo originale: Spoon River Anthology
  • Autore: Edgar Lee Masters
  • Traduttore: Fernanda Pivano
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2005
  • Collana: Einaudi Tascabili, Poesia
  • ISBN-13: 9788806174736
  • Pagine: 507
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12.00 Euro

La solitudine del manager - Manuel Vázquez Montalbán

Il detective privato Pepe Carvalho questa volta è alle prese con il mistero di un manager, da lui conosciuto per puro caso anni prima negli Stati Uniti, trovato morto nei dintorni di Barcellona. Nella tasca del cadavere l'assassino, in segno di sprezzo e per depistare le indagini, ha infilato un paio di slip da donna. Tanto basta alla polizia per etichettare il delitto come l'eliminazione del cliente molesto da parte del protettore di una prostituta infastidita. Ma l'arguto Carvalho, ingaggiato dalla vedova del manager perché chiarisca il caso con la massima discrezione, scopre inevitabilmente un'altra verità... ben più scomoda.

Recensione

Davvero poco da dire. L'approccio con il romanzo giallo e, in particolare, con il suo maestro spagnolo per eccellenza - Manuel Vázquez Montalbán - è stato deludente. Questo romanzo giallo ha ben poco di giallo. Non ho trovato suspence, né voglia di divorare le pagine, ma solo di gustare i manicaretti del detective privato Pepe Carvalho.
Forse non è una delle opere più riuscite dell'autore o forse questo modo di indagare un po' fuori dal normale fa perdere d'intensità la trama. Bella, comunque, la caratterizzazione dei personaggi amici di Carvalho, che presumo siano una presenza costante in tutte le altre opere con protagonista il detective. Il romanzo è di facile lettura, ma molto spesso nei discorsi diretti (in alcuni casi anche molto lunghi) ci si perde e non si riesce ad attribuire la battuta al giusto personaggio e bisogna, dunque, rileggere il periodo.

Lenta è anche l'evoluzione dei fatti a causa delle molte digressioni che possono anche creare attimi di panico nel lettore ma, soprattutto, a causa del protagonista assoluto: Pepe Carvalho. Tutto ruota attorno a lui, a questa figura enigmatica e fuori da ogni stereotipo di detective che io conosca.

Manca la suddivisione in capitoli. Ciò dovrebbe far pensare a una lettura scorrevole e carica di attese, ma non è così.

Inutile aggiungere che questo libro non mi è proprio piaciuto. C'è qualcosa, però, che mi ha incuriosita. Sarà il modo di scrivere di Montalbán, il suo modo di caratterizzare i personaggi e in particolar modo il protagonista, Pepe Carvalho, ad attirarmi. La curiosità, si sa, è donna, e ho intenzione di fugare ogni mio dubbio continuando a leggere le avventure del detective privato di Barcellona con rinnovato interesse.

Dettagli del libro

  • Titolo: La solitudine del manager
  • Titolo originale: La soledad del manager
  • Autore: Manuel Vàsquez Montalbàn
  • Traduttore: Hado Lyria
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 1977
  • Collana: Universale Economica
  • ISBN-13: 9788807813207
  • Pagine: 191
  • Formato - Prezzo: Brossura - 6.50 Euro

23 maggio 2009

L'uomo in fuga - Richard Bachman (Stephen King)

Ben Richards decide di partecipare alle selezioni per "L'Uomo in fuga", un sadico e famosissimo show televisivo in cui il protagonista, braccato dai cacciatori della Rete e da chiunque lo riconosca, guadagna cento dollari per ogni ora di sopravvivenza e, se è fortunato ed è ancora vivo allo scadere dei trenta giorni concessigli, un miliardo di dollari. Ben, che vuole quei soldi per curare la figlia malata, supera le selezioni... Stephen King pubblicò questo romanzo, e altri quattro titoli, con lo pseudonimo di Richard Bachman.


Recensione

E’ impossibile non paragonare questo libro a La Lunga Marcia, partendo dal fatto che entrambi sono stati scritti da King sotto lo pseudonimo di Richard Bachman.

Come in quell’altro, infatti, L’uomo in fuga è ambientato in un futuro distopico; ma mentre la narrazione lì era quasi esclusivamente circoscritta alla Marcia, stavolta possiamo ammirare l’America del 2020 in tutta la sua crudeltà: la Rete, infatti, ricorda molto il Partito di 1984 di Orwell, cui probabilmente King rende omaggio (in una scena, infatti, il protagonista sente tanfo di cavoli rancidi… vi ricorda qualcosa? Ma sì, è l’incipit di 1984!). In questo terribile futuro, un misterioso governo spadroneggia alterando qualsiasi tipo d’informazione, i libri sono caduti in disuso, e i cittadini sono plagiati con moderne tri-vu che ricordano tanto sia gli schermi del Grande Fratello, sia i megatelevisori di Farhenheit 451. I programmi più in voga sono sadici show televisivi, in cui i concorrenti rischiano fisicamente la vita.
E mentre i borghesi fanno il bello e il cattivo tempo fingendo di non vedere, nei quartieri poveri e nei ghetti la gente muore di fame e di malattie polmonari causati dall’inquinamento prodotto dalle fabbriche…
E’ in uno di questi sudici sobborghi che vive Richards, il protagonista, insieme alla moglie e alla figlioletta, malata di polmonite. Per poter salvare la neonata, che necessita di costosi farmaci, e offrire una vita più dignitosa alla famigliola, l’uomo decide di vendere la propria vita: sarà selezionato per partecipare allo show più crudele di tutti, quello che nessuno è mai riuscito a vincere. Una spietata caccia all’uomo appassionatamente seguita da tutte le tri-vu d’America, e a cui tutti i cittadini sono invitati a partecipare segnalando alla polizia e ai Cacciatori gli spostamenti del malcapitato concorrente, che incarna tutto ciò che vorrebbero esorcizzare: la povertà dei ghetti che fingono di non vedere. A Richards non resta dunque altro da fare se non diventare L'uomo in fuga, sperando di sopravvivere un mese per poter guadagnare il miliardo di nuovi dollari in palio…

Una narrazione densa e gremita di suspance, per un libro breve da leggere tutto d’un fiato, spietato e caustico come sanno esserlo solo i libri di Richard Bachman.

Doveroso Post Scriptum: la prefazione è una piccola perla; chi volesse sapere com'è nato Richard Bachman, troverà pane per i suoi denti.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: L'uomo in fuga
  • Titolo originale: Running man
  • Autore: Richard Bachman (Stephen King)
  • Traduttore: Zinoni D., prefazione di T. Dobner
  • Editore: Sperling&Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Super Bestseller
  • ISBN-13: 9788882744496
  • Pagine: XV-239
  • Formato - Prezzo: Tascabile - 9,90 Euro

22 maggio 2009

Jane Eyre - Charlotte Brontë

"Perché" disse "qualche volta, soprattutto quando mi siete vicina, come ora, ho nei vostri confronti una sensazione strana: mi sembra di avere una corda, sotto le costole, a sinistra, strettamente, inestricabilmente annodata a una corda analoga situata nella stessa zona del vostro corpo esile. E se quel tempestoso tratto di mare e tre, quattrocento chilometri di terra si metteranno con tutta la loro vastità tra noi, ho paura che quella corda che ci unisce verrà spezzata; e allora temo che comincerei a sanguinare internamente. Quanto a voi... mi dimenticherete."


Recensione

Le premesse di questo romanzo sembrano quelle di una classica storiella vittoriana un po' strappalacrime: Jane è un'orfanella, di buona famiglia ma povera, allevata da parenti che non la amano, spedita in un collegio gestito da un puritano al limite del sadico, e che cerca di farsi strada nella vita nonostante le avversità della sua condizione di donna sola e povera nell'Inghilterra vittoriana.

Tutto nello standard classico quindi, se non fosse per lei, Jane, che della classica damigella in difficoltà non ha quasi nulla e lo si capisce fin dalle prime pagine. Innanzitutto Jane non è bella anzi, la Brontë la definisce abbastanza insignificante nell'aspetto, e passerebbe del tutto inosservata non fosse per quel suo carattere forte, indipendente -quasi spavaldo-, e per la sua intelligenza non banale, che lei si rifiuta di nascondere e mortificare. Jane non subisce passivamente, non accetta porgendo cristianamente l'altra guancia le angherie di parenti ed educatori, protesta e si ribella (anche se in cambio ottiene solo nuove punizioni) e, una volta cresciuta, diventa una donna indipendente, che non accetta compromessi. Il suo fascino per il lettore risiede anche nel suo essere non "personaggio" ma "persona", viva e complessa, che cresce durante il romanzo cercando un compromesso tra una forte passionalità (che spesso si traduceva in una cieca testardaggine) e un atteggiamento più maturo sorretto da forti ideali. Alcuni di questi ideali potrebbero apparire eccessivamente moralisti ai lettori di oggi, ma è bene innanzitutto ricordare come Jane rifiuti posizioni religiose radicali o fasulle come il puritanesimo ipocrita del direttore del collegio Mr Brockelhurst o il calvinismo fanatico del del cugino Rivers; semplicemente ella cerca di conciliare la conservazione di principi morali con la ricerca della felicità terrena. Non si tratta di condividere tutti i principi di Jane, ma di apprezzare il modo in cui difende le proprie convinzioni senza scegliere la strada più comoda e senza svendersi, per mantenere una credibilità prima con se stessa e poi verso il mondo. D'altra parte, personalmente non mi è mai sembrato eccessivamente bigotto il fatto che rifiutasse di diventare l'amante di Rochester, mentre la moglie pazza di lui rimaneva segregata al piano di sopra!

Ecco, che dire di Mr. Rochester, l'apoteosi del Byronic Hero, misterioso, affascinante, tormentato, capace di incomprensibili sbalzi di umore, ama la sua Jane ma proprio per la sua intelligenza e indipendenza ma alla fine vorrebbe porla anche lui in una posizione di sottomissione. Per questo Jane inizialmente lo rifiuta, non tanto per la posizione "sconveniente" un cui verrebbe a trovarsi come amante di un uomo sposato, ma per evitare di dover vivere una vita a metà, nascosta e nella continua bugia. Alla fine Rochester subirà una punizione forse eccessiva per la sua ambiguità ma indispensabile per consentire quel riequilibrio dei ruoli della coppia che porta Jane ad accettarlo.

Dettagli del libro

  • Titolo: Jane Eyre
  • Titolo originale: Jane Eyre
  • Autore: Charlotte Brontë
  • Traduttore: -
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Oscar Classici
  • ISBN-13: 9788804527985
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,00 Euro

21 maggio 2009

Almeno il cappello - Andrea Vitali

Ad accogliere i viaggiatori che d'estate sbarcano sul molo di Sellano dal traghetto Savoia c'è solo la scalcagnata fanfara guidata dal maestro Zaccaria Vergottini, prima cornetta e direttore. Un organico di otto elementi che fa sfigurare l'intero paese, anche se nel gruppetto svetta il virtuoso del bombardino, Lindo Nasazzi, fresco vedovo alle prese con la giovane e robusta seconda moglie Noemi. Per dare alla città un Corpo Musicale degno di questo nome ci vuole un uomo di polso, un visionario che sappia però districarsi nelle trame e nelle inerzie della politica e della burocrazia, che riesca a metter d'accordo il podestà Parpaiola, il segretario comunale Fainetti, il segretario della locale sezione del Partito Bongioanni, il parroco e tutti i notabili della zona. Un insieme di imprevedibili circostanze - assai fortunato per alcuni, e invece piuttosto sfortunato per altri - può forse portare verso Sellano il ragionier Onorato Geminazzi, che vive sull'altra sponda del lago, a Menaggio, con la consorte Estenuata e la numerosa prole. "Almeno il cappello" racconta la gloriosa avventura del Corpo Musicale Bellanese, le mille difficoltà dell'impresa e la determinazione di chi volle farsene artefice. A ritmo di valzer e mazurca, con il contorno di marcette e inni, Andrea Vitali s'inventa un'altra storia tutta italiana, fatta di furbizie e sogni, ripicche e generosità, pettegolezzi e amori.

Recensione

Almeno il cappello è una storia ambientata durante il primo decennio del regime fascista, che mette in luce, pur narrando della costituzione della banda comunale di Bellano, un piccolo mondo di abusi, formalismo, interessi personali, miserabili sogni, piccole gelosie, segrete passioni, che si possono allargare all’Italia tutta, di ieri e di oggi.

Mi sembra che la forza di questo libro siano i personaggi, il cui destino, a volte, è evidente sin dal nome: dal parroco del paese don Santo Patroni, alla moglie del Gelminazzi Onorato, Estenuata, arrivata al settimo parto e per di più gemellare. C’è l’ubriacone Evelindo Nasazzi, tenuto a bada a suon di schiaffoni dalla seconda moglie Noemi, dalle braccia robuste come pali, e il segretario di partito Bongiovanni, interessato più alle tette della procace Armellina che alle sorti della banda comunale che sembra aver preso tanto a cuore. Un racconto corale che ruota attorno alle vicende di cui Gelminazzi e la sua famiglia sono il cardine, tra alti e bassi e fortune e sfortune, sino alla fine, lieta solo a metà.

Almeno il cappello è il secondo libro di Andrea Vitali che affronto e forse non è stata una delle scelte più felici: nel senso che, a detta dei suoi estimatori, questo e l'altro che ho letto (Dopo lunga e penosa malattia) non sono i migliori per iniziare ad appassionarsi a questo scrittore. Probabilmente hanno ragione perché infatti non mi sono granché appassionata: il libro è garbato, la malinconia e la comicità si inseguono a più riprese, l’atmosfera di piccola storia di paese è gradevole, eppure non ho potuto fare a meno di trovarmi avvolta da una leggera nebbia di noia, tanto per riprendere l'ambientazione lacustre. Niente di troppo pesante, per carità, ma comunque una sensazione fastidiosa.

Dettagli del libro

  • Titolo: Almeno il cappello
  • Autore: Andrea Vitali
  • Editore: Garzanti Libri
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Narratori Moderni
  • ISBN-13: 9788811686064
  • Pagine: 405
  • Formato - Prezzo: Rilegato - 17,60 Euro

19 maggio 2009

Ho qualcosa da dirti - Hanif Kureishi

Jamal è uno psicanalista che vive da solo a Londra. È separato, ha un figlio che adora, una sorella difficile e un caro amico che in età avanzata scopre le gioie del sesso non convenzionale. Ha molti ricordi, diverse avventure da raccontare, ma soprattutto ha un segreto che lo tormenta da decenni: il peso di un omicidio, tragicamente legato alla scomparsa del suo primo amore, Ajita. Ecco allora che ciò che è stato ritorna prepotentemente a cercarlo e a metterlo di fronte a una scelta, a una possibilità di riscatto.


Recensione

I segreti sono la mia valuta corrente. Ci traffico per guadagnarmi da vivere. I segreti nascosti nel desiderio, in ciò che le persone vogliono davvero, e in ciò di cui hanno più paura. I segreti del perché l’amore è difficile, il sesso complicato, la vita dolorosa e la morte così vicina eppure tenuta debitamente a distanza. Perché il piacere e il castigo sono così strettamente connessi? Come parlano i nostri corpi? Perché siamo noi stessi la causa delle nostre malattie? Perché desideriamo il fallimento? Perché il piacere è difficile da sopportare?

Lo ammetto.
Ero fiduciosa.
Kureishi sembrava avere molto da dire, piazzando un incipit così, che sembra prenderti alla gola. Ci speravo. In poco più di 450 pagine mi darà delle risposte.
E’ questo che facciamo. Cerchiamo noi stessi, le nostre risposte, le soluzioni. E se qualcuno, a volte, le trova per noi, siamo sollevati, grati.
Si, Kureishi ha molto da dire.
La vita di uno psicoanalista di mezza età in una Londra contemporanea, un uomo incastrato nelle sue piccole ossessioni, minacciato dal ricordo di un unico amore, intrappolato tra presente e passato, non ancora in grado di essere completamente sé stesso.
Un amore sconsiderato per il figlio, affetti strambi, sorelle piene di tatuaggi e ferite meno visibili di quello che sembra, amici accademici che riscoprono sesso, e amore, e tradimento, e fiducia.
E il ricordo, sempre, comunque.
Ognuno di noi ha questioni irrisolte dentro di sé, cose che ci portiamo dietro, grandi e piccole, e che, ascoltate o no, sono sempre lì, sull’orlo della nostra consapevolezza.
Ciò che abbiamo di irrisolto è ciò che ci spinge a cercare, che non ci fa sentire mai veramente tranquilli. E’ raro poter dire a sé stessi che ogni piega del nostro essere ha la sua giusta collocazione. Più spesso succede che il telo si sposti a rivelare buchi, e nodi, e pezze, e strappi.
Jamal si muove in una città che cresce tra integrazione e paura, ricordando un passato fatto di amicizia, amore e scoperte terribili. Ed è naturalmente il ricongiungimento con questo passato a scatenare la parte centrale del romanzo.
Che non si lascia scappare nulla.
Madri assenti, madri colpevoli, ex fidanzate in cerca d’amore, o solo di compagnia, luoghi poco raccomandabili, compari delinquenti, prostitute, amiche, pazienti.
Un caleidoscopio che ogni tanto va allontanato dallo sguardo perché troppo ricco di colore, e movimento.
Un continuo oscillare di tempi, tra il passato delle rivolte operaie, degli scioperi, delle scoperte, e il presente di un uomo di mezza età che in fondo vuole solo una sorta di pace, e non riesce a trovarla perché nel momento in cui ha tra le mani una soluzione, vede già la possibile alternativa.
Il Destino, ciò che la vita continua a riportare sotto il nostro sguardo, le occasioni che ci chiedono attenzione, e noi troppo stanchi, forse, troppo rassegnati per accorgercene.
Non ho percepito gioia nel libro di Kureishi; la gioia sembra essere diventata merce rara.
Anche perché parlando di malinconia, e scelte sbagliate, e rimpianti, sai di aver già attratto tutti coloro che si sentono nello stesso modo.
Perché tutti cerchiamo qualcosa in un libro. Ritroviamo le nostre ossessioni, e le nostre fragilità, e scorriamo le pagine in modo ansioso, sperando in qualcosa che possa far respirare anche noi.
Malinconia.
Questo è quello che ho provato chiudendo il libro.
Tutte queste cose in potenza, in attesa di accadere e di concludersi.
Ci sono nodi che vengono al pettine, ma è come se mancasse sempre qualcosa.
E mi ritrovo a pensare che quel qualcosa, forse, non è altro che pace.
La pace di avere ciò che si vuole.
La pace dell’assenza di domande.
La pace di un amore che sai ci sarà per sempre.

Dettagli del libro

  • Titolo: Ho qualcosa da dirti
  • Titolo originale: Something To Tell You
  • Autore: Hanif Kureishi
  • Traduttore: Ivan Cotroneo
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • ISBN-13: 9788845261138
  • Pagine: 457
  • Formato - Prezzo: Brossura - 19,50 Euro

18 maggio 2009

Diario di lettura di Raimondo: L'insostenibile leggerezza dell'essere



Diario di Lettura secondo


Sarete sicuramente concordi con me nel dire che leggere un libro è come conoscere una persona, una persona che potrebbe diventare uno dei vostri migliori amici, ma anche uno dei vostri più grandi rimorsi. Il libro, o meglio l'amico, di cui vi voglio parlare in questa nuova pagina di diario è il mio caro amico L'insostenibile leggerezza dell'essere. Tutti voi avrete, spero, un migliore amico, e tutti voi avrete di certo litigato con questo vostro migliore amico, a volte avrete addirittura pensato di odiarlo, di non poterlo più soffrire, avrete forse giudicato la vostra amicizia insostenibile, vi sarete quindi guardati intorno pensando di trovare proprio dietro l'angolo un nuovo migliore amico, come se di migliori amici ce ne fossero a bizzeffe e a buon mercato. Se quello a cui avete pensato è rimasto ancora il vostro miglior amico sarete di certo usciti da questa incomprensione ancora più forti ed ancora più migliori amici (concedetemi l'erroraccio). Se vi riconoscete in quello che avete appena letto allora capirete meglio ciò che vi accingerete a leggere a breve. Con L'insostenibile leggerezza dell'essere, che tra amici si fa chiamare Lilde ho avuto un rapporto di certo non idilliaco, ma dopo parecchie incomprensioni posso oggi affermare senza alcuna ombra di dubbio che tra noi due è nato un fantastico rapporto di amicizia che, data l'immutabilità di Lilde e la mia maturità (perché è ovvio che sono un uomo maturo), è un rapporto destinato a durare molto a lungo.



L'insostenibile leggerezza de L'insostenibile leggerezza dell'essere


Nemmeno dopo un'attenta rilettura sono riuscito a trovare un solo piccolissimo difetto a questo superbo libro. Raffinato nello stile, mai volgare, nemmeno quando descrive il desiderio di svuotare l'intestino nella tazza del bagno, riflessivo in ogni paragrafo, affronta la coscienza umana alla maniera della conoscenza pulviscolare di Stendhal. Insomma, un gran bel libro.
Spaventato dall'incipit del libro, che si presenta con la misteriosa idea dell'eterno ritorno di Nietzsche, decisi di affiancare questo libro sulla leggerezza con un libro un po' più leggero. Non so se feci la scelta giusta. Fatto sta che pur amando ogni singola pagina del libro, predilessi l'altro. L'altro lo iniziai e lo finii, un altro ancora lo iniziai e lo finii. Insomma l'altro, o a questo punto gli altri, mi coinvolgevano, mentre questo libro privo di difetti, elegante, riflessivo non riusciva a coinvolgermi. Mi convinsi che per godere appieno di questo libro, bisogna leggerlo senza altri disturbi letterari. E così feci. Ma incomprensibilmente diminuì drasticamente la mole di parole e pagine divorate dalla mia sapiente menticina. Mi preoccupai seriamente. Decisi quindi di tentare un ultimo, disperato tentativo. Riempii la vasca da bagno con acqua bollente, versai i sali rilassanti, accesi gli incensi profumati, attivai l'idromassaggio e posai con leggerezza questo straordinario libro accanto alla vasca, mi creai, insomma, una atmosfera da sogno, ideale per la lettura. O almeno questo pensavo. Così non fu. Avrò esagerato con il sale e mi rilassai eccessivamente, oppure sarò stato sopraffatto dall'intenso incenso, o le vibrazioni dell'idromassaggio non collimarono con la lettura del delizioso libro in questione, non so, magari tutti e tre. Fatto è che il mio ingegnoso esperimento fu un vero e proprio disastro: non superai le due pagine. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Infatti fu il mio bello e profumato bagnetto che mi fece esclamare Eureka. Posato dunque il meraviglioso libro, cominciai a canticchiarmi una leggera canzonetta di musica leggera sbattendo ritmicamente le mie nocche contro il bordo della vasca. Immersi quindi tutto il mio corpo continuando a canticchiare e noccheggiare. Il noccheggio sopracqueo mi apparve come un rumore acuto che entrava nel mio corpo attraverso l'orecchio, il noccheggio subacqueo, invece, mi apparve come un rumore ottuso che mi entrava si attraverso l'orecchio, ma non nel corpo bensì nell'anima. Poteva essere questo uno spunto per la soluzione finale? Un'altra cosa notai con entusiasmo: nella mia sopracqueità avvertii un leggero senso di pesantezza, nella mia subacqueità fu invece una pesante leggerezza a far da padrona incontrastata. Ero quindi vicino alla soluzione, ma ancora sentivo un abisso tra me e lei. Qualche idiota potrebbe semplificare questi notevoli piccoli successi con inutili disquisizioni sulla maggiore densità dell'acqua rispetto all'aria o sventolandomi in faccia il principio di Archimede. Me ne infischio. Io la penso come la penso, punto. Ma riprendo. Mi mancava ancora un piccolo immenso tassello per ultimare il puzzle. Ma l'ultimo tassello di un puzzle è in genere facile da trovare e facilissimo da disporre. Diremo che io lo avevo perso, dovevo ritrovarlo. Non fu facile. Dovetti soffrire fisicamente in maniera indicibile per trovarlo, soffrii e lo trovai. Rilassatomi sufficientemente, arrivò il momento dello shampoo. Avessi avuto lo shampoo per bambini che non brucia gli occhi oggi voi non sareste qui a leggere il mio diario, perché non lo avrei scritto. E' impossibile trovare parole che possano anche solamente avvicinarsi al piacere ed alla leggerezza che si prova nel massaggiarsi la testa schiumata, ma proprio sul più bello, quella beata schiuma mi attaccò gli occhi con una violenza insostenibile. Fu allora che, mentre cercavo, ad occhi ermeticamente chiusi e sofferenti, di mettere fine alla mia sofferenza, fu allora che finalmente capii che la leggerezza dell'essere è insostenibile. Non mi coinvolse, non mi entusiasmò, la leggerezza del libro fu per me insostenibile, ma lo amai come Tomas amò Tereza. Ciao Lilde.

Dettagli del libro

  • Titolo: L'insostenibile leggerezza dell'essere
  • Titolo originale: Nesnetiselnà lehkost bytì
  • Autore: Milan Kundera
  • Traduttore: Giuseppe Dierna, Antonio Barbato
  • Editore: Adelphi
  • Data di Pubblicazione: 1989
  • Collana: Gli Adelphi
  • ISBN-13: 9788845906862
  • Pagine: 318
  • Formato - Prezzo: 10,00 Euro

Evernight - Claudia Gray

"Torneremo insieme Bianca. Non so quando né come, ma so di non avere alcun dubbio. Non potrebbe essere altrimenti. Ho bisogno che anche tu ci creda. Perché credo in te." E Bianca crede in Lucas, gli crede come non ha mai creduto in nessun altro prima d'ora. Perché Bianca non è mai stata innamorata come lo è di lui. Perché il primo amore, quello che ti strappa il cuore e ti lascia senza fiato, è sempre vero.
E non importa essere un vampiro, non importa se tutto e tutti sono contrari a questo sentimento. Bianca e Lucas non vogliono scegliere da che parte stare. Bianca e Lucas, a sedici anni, tra i corridoi di Evernight, un esclusivo e misterioso collegio, hanno incontrato l'amore. E nessuno potrà portarglielo via.

Recensione

Evernight: paradossale, poco originale, infantile. Potrei stare delle ore a rivangare lo stesso concetto, e cioè che, in un'epoca dominata da Twilight, è difficile non notare delle somiglianze tra quest'ultimo e tutti i romanzi vampireschi che seguono.
Evernight è una sorta di situazione Edward-Bella invertita, dove lei, vampiro, si innamora di lui, umano e cacciatore di vampiri, stranamente simile alla trama di Buffy - l'ammazzavampiri. Ma di certo non è un torto che si può attribuire all'autrice: siamo negli anni 2000, dove il gothic imperversa e il folklore degli esseri zannuti è stato trattato e ritrattato in tutte le misture possibili immaginabili: dalle rivisitazioni del celebre Dracula di Bram Stoker, alle storie romantiche tra razze diverse, al tempo in cui i vampiri sono più che integrati nella società umana. E la declamazione in copertina, ovvero "E se Giulietta e Romeo fossero stati vampiri?", non contribuisce affatto all'originalità della trama, che tuttavia non ha nulla a che vedere con l'epocale tragedia di Shakespeare. Sembra più che altro un miscuglio malriuscito di Gossip Girl (con la sua classe snob elitaria), Twilight, come già detto, Cacciatori di Vampiri di Colleen Gleason e via dicendo. In aggiunta, l'uso della prima persona non riesce a creare uno spessore emotivo nella protagonista, e l'esagerato uso del flashback e delle spiegazioni tardive confonde particolarmente il lettore.
Si spera, quindi, che i sequel (il secondo uscito il mese scorso in America) possano dare uno sprint positivo alla saga. In definitiva, penso che il povero William si stia rivoltando nella tomba al pensiero di veder così deturpato il titolo della sua tragedia.

Dettagli del libro

  • Titolo: Evernight
  • Titolo originale: Evernight
  • Autore: Claudia Gray (Amy Vincent)
  • Traduttore: L. Fusari
  • Editore: Mondadori
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: I Grandi
  • ISBN-13: 9788804587989
  • Pagine: 272
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 17,00 Euro

Il viaggio di ritorno - Olaf Olafsson

Disa è una donna realizzata, una cuoca famosa che gestisce un hotel nella campagna inglese con il marito aristocratico. Una donna che ha tutte le ragioni per essere felice. Eppure è tormentata dalle ombre del passato, costretta a soffocare le proprie emozioni. Disa decide allora di tornare nella nativa Islanda, dove in vent'anni non ha mai fatto ritorno. Ha così inizio un viaggio nella memoria, in cui si svelano a poco a poco le vicende di una vita a tratti drammatica.

Recensione

Il viaggio di ritorno del titolo è quello che Disa fa dall’Inghilterra all’Islanda. Lo si potrebbe scambiare per un ‘ritorno a casa’, per un recupero delle proprie origini, per un ricercare le proprie radici nella tenerezza del passato. Ma il viaggio di Disa non è niente di tutto questo, non ha nessuna sfumatura morbida, non è in nessun passaggio tenero verso se stessa. E’ invece un percorso lucido e impietoso che mira a rimettere a posto i ‘pezzi’ sparsi di sé, un pellegrinaggio senza sconti nei luoghi bui del proprio essere e del proprio essere stata. Disa lascia in Inghilterra un luogo che ha tutte le connotazioni della casa (home non house) lascia un luogo rassicurante che ha il profumo delle mele e della cannella, che riflette in un piccolo specchio blu l’immagine della pacificazione con se stessi, per andare in un luogo senza profumi, svuotato di qualunque tenerezza, rigido per il dolore vissuto e provocato. Tutto questo per chiudere un cerchio, per vivere l’attimo perfetto capace di restituire significato a tutto quello che è stato e che è stato fatto, per trovare e darsi - finalmente - perdono e quiete. Tutta la paura che c'era stata prima di partire, quella vertigine insostenibile che è il terrore di andare al fondo per poi potere-dovere risalire, Disa la vede sbiadire nell'attimo stesso il cui intraprende il cammino. Il 'suo' viaggio di ritorno è un viaggio dentro e contro la paura, dentro e contro la vergogna, per darsi finalmente pace, appunto.

Dettagli del libro

  • Titolo: Il viaggio di ritorno
  • Titolo originale: The Journey Home
  • Autore: Olaf Olafsson
  • Traduttore: Marta Morazzoni
  • Editore: Ugo Guanda
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • ISBN-13: 9788882466473
  • Pagine: 292
  • Formato - Prezzo: Brossura - 8,50 Euro

Il pendolo di Foucault - Umberto Eco

Piacerebbe all'editore annunciare che amore, passione, morte, satanismo, salvezza, perversione (il tutto sotto le palme di Jim della Canapa) si intrecciano in questo libro che non ha lasciato dormire l'autore. Ma la cosa è purtroppo più complessa. Se era facile definire "il nome della rosa" un romanzo che si svolgeva in sette giorni in un luogo ristretto e in un anno preciso, l'editore prova imbarazzo a definire le unità di tempo luogo e azione di questo "Pendolo di Foucault". Esso si svolge dagli inizi degli anni '70 al 1984 tra una casa editrice milanese e un museo parigino dove è esposto il Pendolo di Foucault, con una trascurabile parentesi di alcuni anni in Brasile. Si svolge dal 1943 al 1945 in un paesino tra Langhe e Monferrato. Si svolge dal secondo secolo dopo Cristo ai giorni nostri attraverso la vicenda del sapere ermetico. Si svolge fra il 1344 e il 2000 lungo il percorso del Piano dei Templari e dei Rosa-Croce per la conquista del mondo. Si svolge interamente la notte del 23 giugno 1984, prima in piedi nella garitta del telescopio, poi in piedi nella garitta della statua della Libertà al Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi. Si svolge nella notte tra il 26 e il 27 giugno nella vecchia casa di campagna che Jacopo Belbo, il protagonista ha ereditato da suo zio Carlo, mentre Pim, il protagonista rievoca le sequenze temporali di cui si è detto sopra.
In sintesi tre redattori editoriali, a Milano, dopo aver frequentato troppo a lungo autori "a proprie spese" che si dilettano di scienze occulte, società segrete e complotti cosmici, decidono di inventare senza alcun senso di responsabilità un piano. Ma qualcuno li prende sul serio.

Recensione

Che Il pendolo di Eco, riferimento irrinunciabile di tutte le dietrologie storiche complottarde, abbia raggiunto nuovi lettori sulla scia (per non dire sull'eco) del successo di marketing editoriale de Il Codice da Vinci è alquanto significativo. Che sia una sorta di nemesi, per l'autore del Pendolo? Non saprei dirlo, ma questo la dice lunga su come le leggi del caso governino la fortuna degli autori. Ma tant'è, di certo Eco non ha bisogno di riconoscimenti...

Tre personaggi, lo studioso cabalista Diotallevi, il cinico piemontese Belbo e il novello Sam Spade della documentazione, Casaubon, si incontrano lavorando a Milano negli ambienti borderline tra editoria d'èlite e lotta armata proletaria sul crinale degli anni '70-'80. I tre protagonisti si cimentano in scorribande disinvolte nei vari campi del sapere, senza prevedere le conseguenze delle loro fantasie. Decidono anzi, per farsi beffe del sottobosco culturale di esoteristi della domenica con cui sono costretti ad avere a che fare, di inventare, a uso privato, un complotto di ordine mondiale, che, partendo dalla vicenda dei Templari, coinvolge man mano tutta la storia e la geografia umana, in un orgia di sincretismo, simbolismo e panteismo: "tutto c'entra con tutto" è il loro comandamento.
Non avevano tenuto conto della beffarda simmetria del destino: gli incroci tra gruppi armati terroristi e sette iniziatiche fanno sì che il loro piano venga creduto e cominci ad avverarsi, coinvolgendoli in un atroce ed equivoco gioco delle parti. Dal nulla spuntano le personificazioni del TRES (Templi Resurgentes Equites Sinarchici), una loro invenzione, che comincia a stringere intorno a loro un cerchio sempre più stretto, alla ricerca di un segreto inventato, che dovrebbe fornire la chiave per il dominio segreto del mondo.
Da Agharta al Marais parigino, dal feng shui ai megaliti di Machu Picchu, dalle piramidi all'Ayers Rock, nulla sfugge al delirio intellettualistico dei tre protagonisti, che mescolano memorie delle loro vite private a studi cabalistici, informatica combinatoria, storia italiana degli anni di piombo. Ricordi, fantasie e storia si intrecciano in una moltitudine di piani narrativi che rendono il romanzo impossibile da riassumere. La sua struttura richiama quello che Eco stesso, nella prefazione al libro di Santarcangeli, definisce un labirinto a rizoma, una palla di burro dove ogni mossa produce un nuovo incrocio e un nuovo percorso.
Si confondono e si sovrappongono le voci e i racconti del computer Abulafia, di Casaubon, di altri personaggi, alcuni reali, altri immaginari, altri ancora di condizione ambigua. Il prima e il poi della narrazione si inseguono, si superano, si perdono in una girandola che lascia il lettore stravolto e quasi inebetito. Come per Casaubon, si capisce troppo tardi, nel buio del Conservatoire des Arts et Métiers, di fronte alla morte di un uomo che si immola, trasformando se stesso in centro dell'universo, nuovo pendolo, che è pericoloso dare forma ai propri desideri segreti: potrebbero anche ribellarsi ai loro creatori e prendere vita propria, avverandosi.

Dettagli del libro

  • Titolo: Il pendolo di Foucault
  • Autore: Umberto Eco
  • Editore: Bompiani
  • Data di Pubblicazione: 2001
  • Collana: I grandi tascabili
  • ISBN-13: 9788845215919
  • Pagine: 687
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,90 Euro

La famiglia Winshaw - Jonathan Coe

Nell'estate del 1990 un giovane scrittore è al lavoro sulla biografia della famiglia Winshaw. Quasi tutti i suoi membri sono ispirati da una rapacità brutale e totalizzante e, insieme, riescono a dominare gran parte della vita pubblica ed economica britannica. Lungo le vite di questi ameni personaggi vengono così ricostruiti i famosi anni ottanta: un'orgia di violenza, soprusi, ingiustizie provocata dall'assenza di controlli del potere. L'abilità di Coe sta non solo nel fondere la vita privata degli Winshaw con i suoi risvolti pubblici, ma anche nell'utilizzare diversi codici narrativi (dalla detective story all'horror gotico, dalla farsa alla satira politica), tutti perfettamente funzionanti. Curiosità: Il titolo originale del romanzo è "What a carve up!" che, più o meno, significa "Che fregatura!", e che è anche il titolo di un film giallo-rosa degli anni cinquanta. Come altri elementi anche quel film dimenticato entra a far parte della complessa architettura del romanzo.

Recensione

La famiglia Winshaw in reazione agli sconvolgimenti sociali derivanti dalla sfrenata politica liberista attuata da Margaret Thatcher negli anni '80 in Inghilterra. L'opinione di Coe in merito non è delle più entusiaste, e si sente. Il libro è feroce nel mostrare l'impatto che certe scelte, particolarmente nel campo della salute pubblica e dell'agricoltura, hanno avuto sul benessere del singolo cittadino, che rimane annichilito di fronte a una una serie repentina di cambiamenti che comportano un aggravarsi delle condizioni lavorative e un drastico peggioramento dell'assistenza sanitaria, e che egli subisce impotente in nome dei ciechi interessi di pochi privilegiati. Questi privilegiati nel libro sono i membri della famiglia Winshaw, un'accozzaglia di personaggi gretti e meschini, ognuno dei quali simboleggia un diverso ramo del potere, responsabile di certi sfaceli. Ce n'è per tutti, dall'opinionista ipocrita simbolo del ruolo dei media nel guidare (o meglio accecare) l'opinione pubblica, al cinico trafficante d'armi pronto a rifornire l'intero arsenale di Saddam Hussein salvo poi dichiararsi pronto a spazzarglielo via nell'eventualità che Saddam decidesse di usarle contro l'Inghilterra. Si potrebbe obiettare sull'eccessiva "cattiveria" di questi personaggi, che non hanno luci ma solo ombre, ma credo che questo sia una voluta stereotipizzazione: ogni membro della famiglia assume connotati quasi grotteschi e credo che questo risponda alle esigenze satiriche di Coe.
Al confronto, mi ha invece infastidita di più il personaggio di Michael Owen, lo scrittore incaricato di scrivere una biografia sui Winshaw, le cui vicende personali trovano sempre più spazio nel romanzo. Michael è uno di quei personaggi apatici, che si lasciano trascinare dagli eventi, prigionieri di idiosincrasie che hanno origine nell'adolescenza e in cui il protagonista ama crogiolarsi invece di superarle. Alla fine queste idiosincrasie si rilevano parte essenziale per la risoluzione del romanzo (in effetti il titolo originale dell'opera, What a carve up!, è il titolo del film che rappresenta la principale ossessione di Michael), tuttavia spesso mi sono sembrati sterili circoli viziosi della mente di Michael, poco comprensibili e difficili da digerire. Insomma, a volte mi ritrovavo a pensare: fanciullo, datti una mossa!

Nel complesso comunque questo rimane un limite marginale dell'opera, che mi è molto piaciuta anche per questa struttura originale che mischia romanzo, estratti di diari, articoli di giornali, compiendo balzi avanti e indietro nel tempo per seguire le evoluzioni di ogni personaggio. Inoltre, pur essendo stata scritta all'inizio degli anni Novanta, è ancora decisamente attuale, e in alcuni tratti rispecchia in modo inquietante la situazione italiana. Un'ultima nota sul finale, che potrebbe lasciare un po' perplessi: Coe, infatti, effettua una virata decisa verso il più classico dei gialli, in salsa un po' farsesca. Questa scelta, se a primo impatto sembra un po' disorientante e "posticcia", si rivela un ultimo schiaffo in faccia all'arroganza e spudoratezza dei membri della famiglia Winshaw e di ciò che rappresentano.

Dettagli del libro

  • Titolo: La famiglia Winshaw
  • Titolo originale: What a Carve Up!
  • Autore: Jonathan Coe
  • Traduttore: Alberto Rollo
  • Editore: Feltrinelli
  • Data di Pubblicazione: 1996
  • Collana: Economica Feltrinelli
  • ISBN-13: 9788807813825
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: Tascabile - 9,00 Euro

15 maggio 2009

Il tacchino pensante - Haim Baharier

La storiella risale a rabbi Shneur Zalman di Lyadi. Il solito contadino ebreo decide di vendere il suo unico bene, un tacchino, per dare una dote a sua figlia. "Al mercato un pappagallo costa due rubeli", ragiona. "Per il mio tacchino, che è molto più grosso, ne chiederò venti." "Sei matto", gli dicono. "dieci volte di più di un pappagallo, che parla?" "Che vuol dire? Il mio tacchino pensa!"



Recensione

Raramente, credo, capita di incontrare personaggi affascinanti come Baharier. Psicanalista, mercante di pietre preziose e studioso della Torah, ha tenuto degli incontri sul senso della precarietà nell'attuale crisi economica, interpretandola secondo i principi della Qabbalah. Già solo questo basterebbe a sorprendere.
Naturale seguito della lezione talmudica è la banale storiella di un tacchino, che infogna tuttavia il lettore baldanzoso in un labirinto di citazioni bibliche, alla ricerca di un senso applicabile al testo, alla storia, all'individuo. Con pazienza - verrebbe da dire biblica - e con amore, rivolgendosi al lettore come alla propria figlia bambina (in altre lezioni pubbliche la piccola Avigail aveva partecipato ponendo al padre le domande da cui poi scaturiva la spiegazione), il maestro guida l'ascoltatore/lettore nei meandri più impervi della Torah e dei suoi misteri ermeneutici.
Se è vero che serve del genio per ridurre in termini - per così dire - semplici realtà complesse, allora a Baharier non manca: è facile lasciarsi catturare nella fitta rete di analogie, computi numerici, rassomiglianze e giochi di parole, di modo che di aneddoto in aneddoto si sviscera il significato dei dieci comandamenti, il mistero - per quel che è dato - dei nomi di Dio, la storia della creazione e della suo racconto.
Alla ricerca delle radici dell'essere giudaici possiamo ricostruire il significato esemplare della vicenda di un popolo, eletto, si, ma come paradigma: così la Bibbia, testo della Storia, si svela pudica nella storia del testo. Solo facendosi piccoli, ci si riconosce in esso, solo allontanandoci da noi stessi, come Shaddai nell'atto della creazione, possiamo ritrovare nell'umiltà la fonte di una conoscenza. Solo nella pluralità e nella diversità possiamo ricongiungerci a un'identità regalataci nella debolezza.
Un'identità precaria, forse, a tratti sbilenca e claudicante, ma che proprio nella sua cedevolezza compassionevole trova un senso a tutte le vicende della storia, anche a quelle da cui sembra essere esclusa ogni forma di giustizia, umana prima che divina.

Dettagli del libro

  • Titolo: Il tacchino pensante
  • Autore: Haim Baharier
  • Editore: Garzanti
  • Data di Pubblicazione: 2008
  • Collana: Le forme
  • ISBN-13: 9788811681069
  • Pagine: 147
  • Formato - Prezzo: Brossura - 12,00 Euro

Ultimo parallelo - Filippo Tuena

Il 17 gennaio 1912, dopo un viaggio di 750 miglia attraverso l'Antartide, Robert Scott raggiunge il Polo Sud insieme a quattro compagni, ma scopre che la spedizione norvegese di Amundsen lo ha preceduto di cinque settimane. Durante il viaggio di ritorno la squadra di Scott viene annientata dalle spaventose condizioni climatiche e i loro corpi verranno trovati, insieme ai diari e ad una macchina fotografica, soltanto dieci mesi dopo. Tuena, partendo da questi pochissimi dati, ripercorre quello spaventoso viaggio verso la fine del mondo e documenta così l'ultima grande esplorazione geografica terrestre.

Recensione

Questo libro è abbagliante della luce dell’Antartide, bianchissima e inclemente, crudele nella sua assenza di toni. E’ un libro senza sfumature, terribile, rigoroso e impietoso come solo le tragedie greche sanno essere. E delle tragedie greche ha anche il Coro, voce narrante che osserva e partecipa, pure nel suo essere ‘fuori’ dall’intrecciarsi vero del dramma.
In questo libro il Coro parla con una voce sola, ma ha lo stesso tremendo rigore dei Cori di Eschilo e la tragedia che racconta ha contorni universali. Parla di una spedizione fallita, destinata a fallire, piegata da un destino che ha i contorni del fato, crudele ed ingiusto. Ma parla anche di una spedizione fallita grazie a se stessa e forse soprattutto per il proprio essere fine a se stessa.

Scott insegue un sogno, il sogno di poter sognare, il sogno di sfidare e vincere gli elementi, il sogno di lasciare un’indelebile, imperitura traccia di sé. Incarna il finire di un’epoca, si è detto, il tramonto di ideali che non sarebbe più stato possibile ritrovare. Io non credo. Non credo sia questo che Scott ha inseguito in una terra senza perdono e nemmeno credo che sia questo che Tuena ha voluto raccontare. Credo invece all’emozione che esce da queste pagine, allo struggimento che le attraversa mentre raccontano di un cammino e di un destino già segnati. Credo allo strazio che gronda da queste pagine, al dolore che segue il passo di uomini che, se sono stati capaci di far sorgere dai ghiacci le divinità “…con il ritorno degli esploratori, ritornano le divinità. Esse appariranno quando appariranno gli uomini. Sorgeranno dai ghiacci quando gli uomini sorgeranno dal mare.”, hanno poi perso il senso del ritorno: “Ed è questa parola ritorno che lo turba perché improvvisamente si è sentito attratto in quella direzione mentale: ritornare da cosa, verso dove?”.

Tuena racconta di uomini che hanno ‘perso la strada’, che hanno dimenticato da dove e verso dove stiano andando. Andata e ritorno si sovrappongono, si confondono in un percorso circolare che parla della straziata ricerca di un senso e di una direzione, di un segno che indichi per sempre il punto di arrivo e accompagni il tragitto che a questo punto conduce.
Il quadro sarebbe di puro dolore, di assoluta devastazione, se non fosse per quel frammento mutuato da Tennyson che illumina di pacificata speranza la parte più straziata della narrazione:

“…noi siamo ciò che siamo; un’eguale tempra di eroici cuori,
fiaccata dal tempo e dal fato, ma forte nella volontà
per combattere, cercare, trovare e per non cedere.”
Ecco, per non cedere. A dispetto delle divinità avverse e del fato, a dispetto persino di noi stessi.

Dettagli del libro

  • Titolo: Ultimo parallelo
  • Autore: Filippo Tuena
  • Editore: Rizzoli
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • ISBN-13: 9788817015813
  • Pagine: 352
  • Formato - Prezzo: Brossura - 18,00 Euro

Intoccabili - Saverio Lodato e Marco Travaglio

C'era una volta la Procura di Palermo. C'erano una volta i pool di Falcone e Borsellino e poi di Caselli, che scandagliavano i rapporti mafia-politica e puntavano alle verità indicibili a caccia delle "menti raffinatissime" che garantiscono lunga vita a Cosa Nostra. Oggi il governo dice che "con la mafia bisogna convivere" e la mafia convive con lo Stato. Questo libro, perforando l'inossidabilità di un'informazione spesso disattenta o menzognera, ci aiuta a non dimenticare quello che è accaduto ed è stato accertato dagli anni Ottanta a oggi. Dal maxiprocesso ai casi Andreotti, Dell'Utri e Mori, alle ultime controverse inchieste su Totò Cuffaro. Sino alla battaglia finale contro Caselli, vittima di una cultura dell'illegalità che ha fiaccato speranze e creato nuove complicità.

Recensione

Avvincente libro-inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nel nostro paese. Gli autori (Saverio Lodato e Marco Travaglio, entrambi giornalisti) hanno condensato in questo testo molti dei misteri della politica italiana. A parlare sono i fatti. Alcuni ormai incontrovertibili perché stabiliti dalla giustizia al suo massimo livello, la Corte di Cassazione.

Era da tanto che non mi immergevo, anima e corpo, in un bel librone sulla criminalità organizzata. Mano a mano che procedevo nella sua lettura una sensazione mi attanagliava, la sensazione di dover sempre leggere tra le righe. La verità (ammesso che ne esista una) sembra essere sempre il contrario di quello che appare, di quello che ci viene raccontato dai media. Travaglio e Lodato sembra vogliano darci 'occhiali' nuovi per leggere i fatti, ma questi non saranno mica più appannati degli altri?! Spero di no, anche perché per quanto riguarda l'attendibilità del centro nodale del testo, e cioè la spiegazione del perché 'la mafia è al potere', gli autori si limitano a far parlare le sentenze. Il problema vero nasce dall'interpretazione che di queste sentenze hanno fatto i mezzi d'informazione e quindi dalla non conoscenza di argomenti che per noi italiani sono di vitale importanza. O, meglio, che dovrebbero esserlo.
L'informazione è distorta perché è fatta da persone corrotte, così come corrotti sono i politici. Tutto è nauseante, triste e ineluttabile a meno che... qualcuno non ci faccia scorgere un po' di luce. Nella pregevole introduzione di Paolo Sylos Labini forse s'intravede il modo: "E' l'informazione particolareggiata dei fatti che dà coraggio. Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non vogliono essere servi, ma finiscono per esserlo inconsapevolmente, col torpore rassegnato che li paralizza".

Leggendo questo libro si scoprono o si ricordano (per chi le conoscesse già) cose incredibili e monta la rabbia. Si scopre che in certi casi anche la Giustizia è corrotta, che le complicità arrivano a livelli così alti che appare impossibile immaginare che ci sia qualcuno onesto tra coloro che ci governano. Si scopre che la cultura della legalità è in mano a pochi e che molti, invece, la ostacolano. Perché siamo giunti a questo punto? Come mai gente processata e condannata è ancora in politica e ci governa? C'è davvero ancora la possibilità di sperare?
Io ne sono certa, almeno fino a quando ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di urlare: "No, con la mafia non voglio convivere! Contro la mafia voglio continuare la mia battaglia!".

Dettagli del libro

  • Titolo: Intoccabili
  • Autore: Saverio Lodato - Marco Travaglio
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • Collana: Futuro Passato
  • ISBN-13: 9788817005371
  • Pagine: 469
  • Formato - Prezzo: Brossura - 10,00 Euro

14 maggio 2009

La principessa sposa - William Goldman

Un celebre sceneggiatore è disperatamente a caccia di una copia del romanzo chiave della propria infanzia. Quel romanzo gli aveva spalancato orizzonti impensati, rivelato uno strumento strepitoso: la lettura. Darebbe un occhio pur di trovarlo, vorrebbe regalarlo al figlio viziato e annoiato, sperando che il prodigio si ripeta. Quando ne agguanta una copia, si rende conto che molti capitoli noiosi erano stati tagliati dalla sapiente lettura ad alta voce del padre. Decide di riscriverlo. Togliere lungaggini e divagazioni. Rendere scintillante la "parte buona". La magia si realizza. Il risultato è straordinario. Si parte da una cotta clamorosa, un amore eterno tra un garzone di stalla e la sua splendida padrona, che sembra naufragare a causa di una disgrazia marittima. C'è poi il di lei fidanzamento con un principe freddo e calcolatore. Poi c'è un rapimento, un lungo inseguimento, molte sfide: il ritmo cresce, l'atmosfera si arroventa. Il trucco della riscrittura -arricchito da brillanti "fuori campo" dell'autore - l'incanto di personaggi teneri o diabolici, i dialoghi perfetti, fanno crescere il romanzo a livelli stellari. Disfide, cimenti, odio e veleni, certo. Ma anche vera passione, musica, nostalgia.

Recensione

È un po' di tempo che mi balocco oziosamente con l'idea di recensire questo libro. Ma ora che mi appresto a farlo davvero mi accorgo di quanto sia difficile. Goldman ha creato un capolavoro che sfugge alle classificazioni e che non si può trattare in modo riduttivo con un semplice "mi è piaciuto/non mi è piaciuto".
Perché La principessa sposa è molte cose: è un libro inventato dentro un libro vero, la storia di una storia che non c'è, una fiaba e un insieme di cenni autobiografici, un inno nostalgico all'infanzia perduta, un canto ironico e intelligente che ridimensiona i cliché di un certo tipo di letteratura.

Da La principessa sposa è stato tratto un film che, pur essendo molto fedele alla vicenda, non rende i molteplici livelli di lettura, limitandosi -giocoforza- alla sola rappresentazione della favola di Buttercup e del suo amato garzone Westley. Dentro il libro c'è molto, molto di più. Ci sono i ricordi dell'autore che rievoca con nostalgia le serate trascorse con il padre a sentir narrare questa storia, tanto da cercare disperatamente -fino a sfiorare il ridicolo!- una copia in inglese del libro. E ci sono i problemi di un adulto alle prese con un figlio che per lui è un po' uno strano alieno (si è dato così tanto da fare, l'autore, per trovare quel libro in tempo per il compleanno del pargolo e lui -un ciccioculotto un po' viziato- non lo guarda nemmeno, attratto molto di più dalla scintillante bici che gli ha regalato la mamma!). Ma, soprattutto, come ci rimane male lo scrittore, sceneggiatore hollywoodiano, quando scopre che il libro originale è una fetecchia e che la narrazione del padre comprendeva solo i ritagli interessanti in una marea di blablabla!
La decisione è presa in un istante: riscriverà quel libro, lo depurerà dalle cose inutili e poi, dopo questa doverosa potatura, rimodernerà lo stile: la storia tornerà a splendere, stavolta per tutti, non per lui solo!

E così, il lettore viene trascinato nel regno di Florin e assiste alle avventure di Buttercup, la "più bella del reame" più sciatta che mamma letteratura ricordi, e del suo amore litigarello, il garzone Westley, insieme al mitologico Inigo Montoya ("tu hai ucciso mi padre, preparati a morire" declama ad ogni piè sospinto mentre sogna la vendetta sull'assassino del padre armaiolo), al gigante Fezzick e all'assassino siciliano Vizzini.
Ci sono alcuni pezzi di una comicità irresistibile, come quando Buttercup e Westley si ritrovano dopo la straziante separazione (si pensava che lui fosse stato ucciso dal terribile pirata Roberts): l'autore prima non narra il loro incontro nei dettagli dicendo qualcosa tipo "li lasciamo in pace perché hanno anche loro diritto a un po' di privacy" e poi precisa che cinque minuti dopo erano già a bisticciare. E tanti saluti al romanticismo e al melodramma.
Se poi si guarda a questo libro con l'occhio clinico dell'aspirante scrittore, è un vero almanacco di sapienti trucchi del mestiere: flashback, intermezzi, caratterizzazione dei personaggi, uso dell'ironia e chi più ne ha più ne metta.
Che dire di più, a parte che è un libro favoloso e che merita di essere letto, riletto e poi riletto ancora?

Dettagli del libro

  • Titolo: La principessa sposa
  • Titolo originale: The Princess Bride
  • Autore: William Goldman
  • Traduttore: Massimiliana Brioschi
  • Editore: Marcos y Marcos
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Gli alianti
  • ISBN-13: 978-8871685625
  • Pagine: 329
  • Formato - Prezzo: 17,00 Euro

La misteriosa morte della compagna Guan - Qiu Xiaolong

Shanghai 1990. Il corpo senza vita di una giovane donna viene trovato in un canale fuori città. La vittima, Guan Hongying, è una famosa Lavoratrice Modello della Nazione, figura esemplare della propaganda di Partito. L'incarico delle indagini viene affidato all'ispettore capo Chen Cao, poeta, traduttore, curioso gourmet, capo della squadra casi speciali del Dipartimento di polizia di Shanghai. Ben presto emergono forti implicazioni politiche, ma nonostante il partito faccia pesanti pressioni perché il caso venga insabbiato, Chen continua ad indagare, cercando giustizia a tutti i costi, e mettendo così a repentaglio la sua brillante carriera.

Recensione

Nonostante la collocazione geografica quasi agli antipodi, sembrerebbe che il modello del poliziesco scandinavo, fatto di ampi scorci sociologici, possa ambire a diventare un canone letterario globale. Nel primo romanzo giallo dello scrittore di Shangai Qiu Xiaolong, costretto dopo i fatti di Tien An Men del 1989 a rimanere nel Missouri, e che segna il debutto dell'ispettore capo Chen Cao, la trama non genera infatti quantità adrenaliniche di suspence, e va bene così.

Tutta l'attenzione del lettore segue l'evolversi della vicenda sul piano politico delle indagini, in un gioco di ombre cinesi (appunto!), in cui la cronaca nera e il controllo dispotico della società sono indistinguibili. Emerge con forza il senso di solitudine e incertezza del commissario poeta di fronte ai repentini cambiamenti, che, pur stravolgendo la società cinese, sembrano servire unicamente a lasciare inalterati i suoi complessi equilibri interni, in uno scenario quasi gattopardesco.
Tanto è vivida e realistica la capacità di descrivere gli spazi angusti delle case di Shangai, di evocare gli aromi del té e dei ravioli fritti agli angoli di strade che si immaginano brulicanti di vita, di rappresentare legami vincoli e strati famigliari e sociali, quanto invece rimane evanescente e impalpabile la cornice offerta al racconto dai poetici versi, nei quali il protagonista trova conforto e riparo, e dalla fragile storia delle sue peripezie sentimentali.

Nei primi passi della carriera di Chen non si potranno, allora, riconoscere i timidi e bruschi tentativi di avvicinamento, con cui un gigante dalla storia millenaria come la Cina si rivolge verso un mondo e uno stile di vita, quello occidentale, oggetto di desiderio e contemporaneamente fonte di inquietudini?

Dettagli del libro

  • Titolo: La misteriosa morte della compagna Guan
  • Titolo originale: Death Of a Red Heroin
  • Autore: Qiu Xiaolong
  • Traduttore: P. Vertuani
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Tascabili Marsilio
  • ISBN-13: 9788831779890
  • Pagine: 544
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,50 Euro
 

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