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4 marzo 2016

Grandine - Francesco Rago

Leone è un ragazzo come tanti, che all'apparenza cerca di trovare la strada per realizzare le proprie aspirazioni. Ciò che sembra attenderlo è un'esistenza ricca di soddisfazioni professionali e familiari, ma ben presto il giovane trova davanti a sé un senso di vuoto che lo conduce a una guerra personale contro il mondo. Si sposa con Martina, aspirante attrice malata di protagonismo, e trova lavoro in un'agenzia pubblicitaria, ambiente artefatto e grottesco nel quale gravitano colleghi strampalati e capi con la mania del controllo. Quando la sua vita sembra definitivamente impantanarsi, ecco un incontro inaspettato che squarcerà quel vuoto interiore e lo costringerà a decisioni difficili.

Recensione

Il percorso di vita del protagonista Leone descrive i drammi e le titubanze del vivere moderno in ogni suo aspetto. Impariamo a conoscerlo da giovane, a conclusione dei suoi studi e con tutta una vita davanti a sé. Ma il problema è proprio il momento in cui la vita ti pone davanti delle scelte da cui può dipendere il tuo futuro, soprattutto se, come nel suo caso, le esperienze già vissute non sono in grado di essergli d’aiuto.

Leone si invaghisce di Martina e decide che quello è amore, sceglie un impiego per coronare il suo sogno sentimentale senza sperimentarsi attorno prima di dedicarsi al lavoro, spinto dal desiderio di fuga va via da casa, con dentro un peso datogli dai genitori e dai loro fallimenti, una ferita che non è mai riuscito a far cicatrizzare sul serio.
Ma Leone, a sue spese, dovrà fare i conti con la realtà e soprattutto con l’apatia che gli genera la sua sensazione di disfatta, quando di punto in bianco viene obbligato a confrontarsi con il mondo che gli sta intorno e a lottare (o lasciarsi andare) per affermarsi.

Leone presenta la sua storia in modo disincantato, con un pizzico di cinismo che pervade l’intero racconto. La sua costante analisi interna è tale da rendere il suo romanzo non una semplice storia della vita di oggi, ma uno spaccato del sé, un racconto di introspezione con cui a volte si riesce a entrare in sintonia, mentre in altre situazioni il lettore prende le distanze dalle sue paturnie e dalle riflessioni, spesso inconcludenti. Non è di sicuro l’eroe che ci si aspetterebbe, anzi, pagina dopo pagina la sua fragilità acquisisce forma, contorni, diventando sempre più la vera protagonista terribile delle vicende. Si trasforma in un senso di vuoto che fa da cornice all’intero impianto, da cui risulta difficile separarsi e andare oltre, sino alla fine.
Nella vita del protagonista appare Viola, ma nemmeno lei riesce a conquistarsi la simpatia del lettore: Leone continuerà ad abbandonarsi alla sua consuetudine, come se la sua esistenza non lo riguardasse poi così tanto. Solo Yasmina, la donna misteriosa e bellissima, in qualche modo riesce a contrapporre un colore forte al grigiore di Leone che l’autore ha saputo scrivergli attorno con estrema puntualità.
La loro sinergia è palpabile sin dalla prima vista, e conduce per mano con curiosità fino al loro graduale confronto, per scoprire che in realtà fragilità richiama altrettanta fragilità. E non si tratta di un pensiero cinico e disperato, ma di una constatazione della vita spessa.

Per gran parte della lettura si viene portati a chiedersi quel che succederà nei capitoli successivi, spesso perché di fatto la costruzione delle scene non è mai scontata e l’evoluzione della storia stessa sfugge a qualsiasi prevedibilità concreta.
Le descrizioni dei personaggi, per quanto filtrate dalle percezioni del protagonista, appaiono sufficientemente vivide: le personalità maschili rimangono abbastanza periferiche nella rete di rapporti sociali, mentre la dimensione degli affetti femminili rimane centrale e permea le intenzioni così come le azioni di Leone. Forse sarebbe stato maggiormente incisivo dare dei connotati meno superficiali proprio agli amici e ai colleghi del protagonisti, che agiscono su caratteristiche nette e spesso non vanno oltre allo schema prefissato.
Le donne, per quanto ricche di sfumature, a volte rischiano di rimanere ugualmente incastrate nel ruolo che assurgono: Martina rimane l’opportunista matta insoddisfatta di sé e della sua esistenza, oltre che fonte di dolore per lungo tempo, Viola la classica giovane borghese inesperta ma anche troppo legata agli schemi sociali della consuetudine, Yasmina invece rimane comunque il personaggio più riuscito nella sua concretezza esplicativa.
Un discorso a parte va dedicato ai genitori, la cui tridimensionalità si percepisce anche se, in realtà, interagiscono abbastanza poco nella vita del figlio, evitando di intromettersi.

L’ambiente geografico invece funge da cornice, è presente ma di fatto caratterizza poco le scene, lasciando con discrezione che i dialoghi e le emozioni fluiscano e arrivino in modo diretto al cuore di chi legge.

Grandine è un romanzo particolare, questo è fuor di ogni dubbio: è scritto in modo corrente e diretto, con pochi fronzoli, ed è caratterizzato da un ritmo comunque costante, senza picchi, in lentezza ma anche in accelerazione, rendendo però la lettura in certe fasi piuttosto monotona, sia nella concezione della storia che nel suo svolgersi. Di sicuro è una lettura che può regalare al lettore diverse emozioni: l’idea stessa della reazione così come il concreto, e mai fuori moda consiglio, di non farsi trascinare dagli eventi ma di viverli da dentro, senza pentimento.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Grandine
  • Autore: Francesco Rago
  • Editore: La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: 14° piano
  • ISBN-13: 9788899291150
  • Pagine: 236
  • Formato - Prezzo: Brossura - € 13,00

13 luglio 2014

Queste stanze vuote - Massimiliano Maestrello

Un ragazzino sulla sedia a rotelle che segue dalla finestra i movimenti di un bambino solitario, tre amici che passano le giornate tra alcol e droghe fino all’evento che incrinerà la loro amicizia, la scoperta del sesso e del tradimento durante l’estate dei Mondiali del 1990. Muovendosi in camere buie che nascondono pensieri torbidi e una felicità solo apparente, i giovani protagonisti delle storie di “Queste stanze vuote” sembrano spinti dal desiderio di scoprire cosa si cela dietro porte chiuse e bianchi muri silenziosi. In sette racconti che sono allo stesso tempo stanze indipendenti e tasselli di una struttura più grande, i personaggi del libro, divisi tra fragilità, vuoti difficili da colmare e la forza di ciò che può germogliare anche al buio, vengono colti nel momento decisivo della loro storia, nell’attimo in cui scoprono che “essere adulti vuol dire essere soli”.

Recensione

Queste stanze vuote è il titolo della raccolta di racconti dell'esordiente Massimiliano Maestrello, giornalista free-lance di trentatré anni che ha anche pubblicato due reportage con la casa editrice Zandegù, Spaghetti Wrestler: Un lottatore chiamato Jhonny Puttini e Aldilà del tendone. Una giornata nel cimitero dei circensi.

Le sette storie brevi che compongono l'opera sono una sorpresa: il livello narrativo è veramente alto e pagina dopo pagina non ci si annoia mai. L'autore è molto bravo nel tenere sulla corda il lettore narrando spaccati di vita difficili e creando empatia per i personaggi attraverso la descrizione minuziosa ma non esasperata della trama. I temi trattati – la droga, il lavoro, l'omosessualità, la noia della provincia, l'amicizia e soprattutto la solitudine – sono strabusati nella narrativa italiana, quindi non è per niente facile tirare fuori qualcosa di originale o interessante. Invece, Maestrello riesce nell'intento con la sua prosa delicata, precisa e avvolgente. I sette racconti spaziano nel tempo, nelle fasi della vita – di volta in volta i protagonisti sono adolescenti, bambini o adulti – e nelle situazioni. Particolarmente belli sono il primo racconto, Giorni come stanze vuote, in cui il nichilismo percorre la vita di giovani sbandati fino a un finale che non lascia speranza alcuna, il quinto, Cuccioli, con il muro contro muro tra un figlio omosessuale e il padre tradizionalista durante il giorno delle nozze dell'altro figlio, e l'ultimo, La casa della vecchia Zita, nel quale la noia della provincia viene scossa da un omicidio che anni dopo si ricollegherà a un fatto che coinvolge quattro ragazzi del luogo. Notevoli anche Il bambino del cortile e L'estate dei mondiali, che vengono purtroppo rovinati da finali troppo aperti che stonano con i climax creati e che lasciano il lettore con l'amaro in bocca. Questo difetto, comunque, rimane anche negli altri racconti ed è il neo più vistoso della raccolta che, a parte qualche errore ortografico e di concordanza dei verbi - un esempio a pag. 113: “Hanno avanzato un sacco di cose, di là” che, nonostante sia un discorso diretto esclamato da una ragazza non italiana, stona anche con il resto delle frasi dette dalla stessa - figli con tutta probabilità della disattenzione e sui quali si può sorvolare, per tutto il resto rimane più che positiva.

In conclusione, Queste stanze vuote è una lettura da consigliare. La capacità dell'autore di entrare in mondi di disagio descrivendoli attraverso i gesti e le situazioni dà ai racconti una maturità certamente al di sopra della media degli esordienti. Sicuramente questo è un ottimo biglietto di presentazione in vista di un romanzo vero e proprio.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Queste Stanze Vuote
  • Autore: Massimiliano Maestrello
  • Editore: Edizioni La Gru
  • Data di Pubblicazione: Aprile 2014
  • Collana: Catarsi
  • ISBN-13: 9788897092858
  • Pagine: 222
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,50 Euro

17 giugno 2013

Breve guida al suicidio - Giuseppe Galato

Scritto sotto forma di saggio, Breve guida al suicidio è una delirante analisi che, prendendo spunto dal tema del suicidio, unisce alla comicità psicanalitica e filosofica di Woody Allen il sarcasmo nonsense dei Monty Python, il tutto catapultato in un universo per certi versi accostabile a quello di Guida galattica per gli autostoppisti di Adams.
Il tema del suicidio diventa pretesto per seguire le storie di vari personaggi all’interno di un mondo non dissimile dal nostro in cui cinismo e satira sociale la fanno da padrone: politica, storia, religioni, società capitalistica, vengono stravolte nella messa in scena ma non nel senso.

Recensione

“Breve guida al suicidio” è un “finto saggio” umoristico su un tema che, essendo tabù per i benpensanti, si presta facilmente alla satira: il suicidio, appunto. L’autore, Giacomo Galati, ha composto la sua opera in vari capitoli nei quali, attraverso una serie di mini-racconti come esempio, ci guida verso la sua personale interpretazione in chiave ironica del “trapasso self-made”.
Quindi il lettore politicamente corretto è avvertito: niente isterismi nel caso in cui trovi amorale il contenuto.
Invece tutti gli altri potrebbero essere invogliati ad alzare la copertina e sfogliare le pagine di “Breve guida al suicidio”, soprattutto quelli che, leggendo la quarta di copertina, adorano e si prostrano ogni volta che i nomi ivi riportati vengono menzionati, cioè Douglas Adams, Woody Allen e i Monty Python. Purtroppo siamo molto lontani dall’estro artistico che ha fatto grandi questi nomi.
La prosa, molto curata, è costruita intorno all’uso nella frase di una principale in cui vengono esposti i protagonisti -dai nomi che sono citazioni a volte simpatiche e altre volte stucchevoli a personaggi reali- e i fatti  collegata ad una subordinata in cui i suddetti finiscono in una situazione risolutiva che dovrebbe suscitare ilarità, la cosiddetta “punchline”. Questo processo viene descritto con sagacia dal comico britannico Jimmy Carr nel suo spettacolo del 2007 “Comedian” (se il vostro inglese è molto buono cercate “Jimmy Carr explains the anatomy of a jokes”). Le “punchline” sono deboli o risapute e poco ispirate. Insomma, non graffiano come la quarta di copertina promette e non suscitano ilarità o creano spunti di riflessione. In cento pagine ho sorriso giusto quattro o cinque volte e solo per le battute secche, come nel caso del sottocapitolo “Avvelenamento”. Rimane però discretamente riuscito il capitolo finale, dal titolo “Cosa avviene dopo il suicidio”, nel quale vengono messe alla berlina le credenze sulla morte delle più importanti religioni, non religioni, sindacalisti e ordini socio-economici. Le note alla fine di ogni capitolo sono abbastanza superflue e aggiungono troppe cose alla carica umoristica, facendola ricadere su stessa in un effetto grottesco secondo me non del tutto voluto.
In conclusione, “Breve guida al suicidio” aveva solleticato la mia curiosità e creato delle aspettative visti i riferimenti pesanti che porta con sé in quarta di copertina. Personalmente mi ha deluso, visto che l’umorismo nero che ne permea le pagine è più ingenuo che corrosivo. Ha dei momenti positivi e si può leggere in un’oretta, ma secondo me manca il bersaglio grosso.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Breve guida al suicidio
  • Autore: Giuseppe Galato
  • Editore: Edizioni La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2013
  • ISBN-13: 9788897092568
  • Pagine: 100
  • Formato - Prezzo: Brossura - €13,00

26 settembre 2011

Dieci piccoli passi - Francesco Pierucci

"Fine. Pura liberazione dello spirito. Non c'è mai stata fine più dolce. Come ambrosia soave nelle vene. Eterna catarsi del peccato originale. Sospiro atarassico di un mattino primaverile. Sono qui e sono ora. Mi faccio cullare incessantemente dal tepore dell'ignoto dimenticando ciò che non ho mai vissuto. In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco. Chiudo gli occhi e finalmente vedo. Sono ovunque. Tutto è vivo intorno a me. Corro veloce, lontano dalla paura di rimanere ciò che sono. Discepolo delle stelle, viaggio nella mente di chi non è ancora nato. Mi lascio il futuro alle spalle. Sono pronto. La fine è vicina. E ogni fine è sempre un nuovo inizio."

Recensione

Pubblicato da una giovane e coraggiosa casa editrice, Dieci piccoli passi è il titolo di una raccolta di racconti inframezzata da brevi componimenti lirici. Una scelta, questa, piuttosto singolare e, di per sé, interessante. Ed effettivamente ciò complica non poco il lavoro al recensore. Devo confessare che della poesie da un po' di tempo evito di occuparmene, dopo diversi anni di passione e militanza poetica. Ritengo che i nostri tempi permettano forse solo la sopravvivenza della narrativa (o meglio, delle narrazioni), in grado di annidarsi in alcune strette fessure nel palinsesto della mistificazione. Tuttavia cosa sarebbe il mondo se non ci fosse un giovane (classe '89, per essere precisi) che scrive poesie sul non-senso della vita ("In fondo cos'è la vita? Solo grande buio bianco" - dichiara l'autore), raccontando di un "mondo etereo, dove l'anima può rifiatare dagli affanni" e che si chiede se "saremo polvere o figli di Dio?"

Un velo di pessimismo esistenziale ricopre quasi tutti i racconti. Questo, credo, sia il filo che collega i componimenti lirici alle prose. Un'aurea di romanticismo decadente sembra circondare i vari personaggi, caratterizzati da un destino quasi sempre tragicamente segnato, nel quale trionfa il binomio amore-morte. Questa nota tragica dà vita a narrazioni a volte riuscite (ho trovato ben orchestrato il racconto Ius eligendi sepulchrum). Non manca qualche stonatura (a mio parere, ovviamente) come nel racconto Diverso, narrato in prima persona da un diversamente abile, il quale, per qualche motivo, ignoto al lettore, appare dotato di una invidiabile dote: la proprietà di un perfetto italiano letterario (non oso negare che ciò sia possibile, ma l'autore potrebbe almeno spiegarci come e perché ciò sia successo). Tuttavia alla parte del severo censore preferisco quella del benevolo recensore. L'autore, giovane partenopeo, dimostra senza dubbio di possedere un buon controllo della lingua. Sarà lui stesso, in futuro, a scegliere come spendere il proprio talento.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dieci piccoli passi
  • Autore: Francesco Pierucci
  • Editore: Edizioni La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Catarsi
  • ISBN-13: 9788897092094
  • Pagine: 99
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.00 Euro

6 giugno 2011

Warszawa - Fabio Elia

Varsavia. Felix contro Felix. Reciproche nemesi in un inseguimento nonsense per tutta Varsavia che non è solo lo sfondo di ciò che accade, ma acquista un ruolo, a pieno titolo, di personaggio del romanzo. Il tutto in una tragicomica avventura che incollerà ogni lettore ad ogni singola parola, dall'inizio alla fine.




Recensione

Un debutto brillante, pieno di invenzioni, assolutamente fuori dagli schemi. Warszawa è un romanzo breve, che si legge tutto d'un fiato. Non è un noir, non è un giallo né un libro di fantascienza. La scelta di ambientarlo a Varsavia rappresenta un elemento "esotico" in più.

La capitale polacca, in questo romanzo, non è semplicemente uno sfondo, ma diventa quasi il protagonista della vicenda (l'autore le ha persino dedicato il romanzo). La scelta di inserire frasi di lingue diverse, dal polacco all'inglese, rispecchia la multiculturalità della Varsavia degli ultimi anni, città che nel secolo ormai passato ha cambiato pelle già più volte, da quella dei caffè d'anteguerra al campo di macerie del dopoguerra, dal più grigio realismo socialista all'odierno consumismo sfrenato, passando, nel giro di pochi anni, da un opposto all'altro. Gli assurdi paradossi di questa città sembrano avere ispirato l'assurda vicenda che l'autore racconta.

Non manca qualche pagina meno riuscita come, ad esempio, una lunga tirata su Guerra e pace e sul suo autore, che non ha nulla a che fare con la trama del romanzo. Oppure l'incontro con un fantomatico editore, nell'epilogo del libro, che convince solo in parte. Ma queste piccole cadute non pregiudicano la tenuta del romanzo, che rimane, a mio avviso, un ottimo esordio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Warszawa
  • Autore: Fabio Elia
  • Editore: La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Vaudeville
  • ISBN-13: 9788897092049
  • Pagine: 132
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14 Euro

Intervista a Fabio Elia, autore di "Warszawa"

L'autore

Fabio Elia vive a Torino. Consegue la laurea triennale in Scienza della comunicazione e inizia la specialistica in culture moderne comparate a Varsavia, dove per nove mesi fa tutto fuorché studiare: viaggia in Russia e in Ucraina, insegna italiano a persone di ogni età, e vede il precario destino di eccentrico scrittore rovesciato in quello di mediocre studente.
Warszawa, suo debutto letterario, vince il Giovane Holden 2010 nella sezione "Romanzo inedito".




Il libro

Varsavia. Felix contro Felix. Reciproche nemesi in un inseguimento nonsense per tutta Varsavia che non è solo lo sfondo di ciò che accade, ma acquista un ruolo, a pieno titolo, di personaggio del romanzo. Il tutto in una tragicomica avventura che incollerà ogni lettore ad ogni singola parola, dall'inizio alla fine.




L'intervista



Com'è stato concepito il tuo romanzo d'esordio Warszawa?

Nell'aula-studio del dormitorio in cui vivevo a Varsavia, dove stavo trascorrendo un periodo di studio Erasmus. Per due settimane mi sono chiuso lì dentro e ho buttato giù il romanzo. Non so per quale motivo, ignoravo cosa stessi scrivendo.


Dopo quanti mesi del tuo soggiorno a Varsavia lo hai concepito?

L’ho scritto in marzo 2010, quindi dopo 5 mesi circa.


La primavera polacca... bei ricordi... quando esce il primo sole a Varsavia è una festa... Sei d’accordo?

Assolutamente, anche perché ci si può godere una manciata di soli durante l’intero anno. E l’inverno che ho vissuto io è stato gelido da record, fino a -25 gradi.


Hai avuto modo di rivedere la prima stesura oppure la versione pubblicata era quasi uguale a quella buttata giù a Varsavia?

Rivista più volte, insieme al mio editore.


Per curiosità: dove si trovava il tuo dormitorio? Chiedo perché ne ho girati parecchi...

Era il dormitorio Radomska, vicino a Plac Narutowicza. Diciamo abbastanza comodo per raggiungere il centro. Ospitava 200 studenti quell’anno, di cui 130 Erasmus circa. Quest’anno gli Erasmus sono scesi a 30, poiché dopo l’esperienza vissuta con noi hanno deciso di cambiare politica. Per inciso, hanno espulso me e un altro a giugno, per via di "ripetute lamentele da parte di un gran numero di studenti".


Che combinavi?

Bah, un po' di baldoria notturna forse...


Suonavi la chitarra elettrica col distorsore a palla?

Niente chitarra, solo un'ugola possente, e oggetti che volavano di tanto in tanto. Ma era proprio l’atmosfera complessiva a essere su di giri.


Quindi hai un bel ricordo di quell'esperienza, da quello che capisco...

Senza dubbio, soprattutto per le persone incontrate: grandiose.


Prima di Warszawa avevi scritto qualcosa?

Di pubblicato nulla, ma robaccia ne scrivo da sempre, su blog e pezzi di carta.


“Robaccia” di che genere?

Più che altro racconti brevi, specialmente legati ad esperienze personalmente vissute. Esperienze forti di amici storti di brutto. E poi un romanzo ambientato a Fenestrelle, il paese di montagna che ospita il Forte più grande d'Europa, nella provincia di Torino. A Fenestrelle, dove sono andato in villeggiatura per 23 anni, ho vissuto le cose più meravigliose. L’ho inviato a poche case editrici per esordienti che chiedevano il famoso "contributo", e per conseguenza, visto che non è pensabile scendere a un simile compromesso, il romanzo non è mai stato pubblicato. Ma è stato scritto con le viscere.


Quindi questo romanzo ambientato a Fenestrelle è nato prima di Warszawa?

Sì, è nato 4 anni prima di Warszawa e, cosa strana, l'ho terminato proprio nella stessa auletta in cui ho scritto Warszawa. Nel dormitorio Radomska, in gennaio 2010. Lì ho scritto gli ultimi capitoli, mentre fuori nevicava di brutto, di notte, in compagnia di un mio amico tedesco che studiava libri su Napoleone tutte le notti, sbranando noci. We're strange people, mi disse una volta. Tra l’altro è stato lui a ispirarmi uno dei due protagonisti di Warszawa.


Uno dei due Felix?

Già, il polacco; è descritto fisicamente esattamente come questo tedesco: biondo, con un tronco di capelli sparato in aria, alto, incapace di correre normalmente, affetto da eccellenti problemi di dizione, particolarmente macchinoso nell'esprimersi in qualsiasi lingua, ecc.


Invece della tua Torino che mi dici? Che rapporto hai con Torino?

Per 23 anni ho vissuto in provincia coi miei, in un paesino striminzito. Periodo durante il quale non ho amato Torino, francamente. Da novembre 2010 invece, da quando cioè vivo con la mia ragazza in un appartamento nel pieno centro della prima capitale d'Italia, giornalmente penso: Dio santo, quant'è bella!


Allora parlami un po' di più del tuo "paesino striminzito"...

Neanche 10.000 abitanti, covo di tamarri e di sfigati, perfetto per i bambini che amano giocare a pallone e divertirsi all’aria aperta. Voglio dire, sembra una stronzata ma i bambini di Torino hanno 4 metri quadri d’asfalto su cui rincorrersi, mentre io e i miei amici avevamo un prato gigante, un albero secolare nel mezzo e un gran cortile tutto intorno. Come una città nostra. Soltanto nostra. Credo sia il diritto di ogni bambino.


Dove si trova? Come si chiama?

Si chiama Mappano. È una frazione, la “concubina” di mille comuni.


Quanti chilometri da Torino?

Pochi, 3-4. Comodissimo per raggiungere Torino.


Però, da quanto racconti, non era una periferia torinese, ma un paesotto, giusto?

Esatto. La periferia torinese è orribile. Preferisco di gran lunga la puzza di letame, le mucche dietro casa e la festa patronale con portentose serate di liscio.


Ma quando studiavi all'università stavi già a Torino oppure facevi il pendolare?

Pendolare è una parola grossa, in macchina in mezz’ora ero all’università e, oltre a questo, non avevo l’obbligo di frequenza, per cui ci andavo raramente. Ma sì, vivevo a Mappano e “studiavo” a Torino.


Quindi da Mappano a Varsavia, passando saltuariamente a Torino. Questo è più o meno il tuo percorso, giusto?

Direi di sì, idealmente camminando in ogni momento sotto il cielo di Fenestrelle.


Esiste secondo te una differenza tra un autore di una grande metropoli e uno di una piccola cittadina? Tra un narratore "di provincia" e un narratore "di una metropoli"?

Non credo esista alcuna distinzione "meccanica". Dipende da ciò di cui uno vuole scrivere. Forse un autore di provincia avrà un modo di scrivere meno arieggiato e caotico, sarà più metodico ecc. Ma del resto sono solo supposizioni, e in realtà credo che no, non ci siano differenze sostanziali. Le tematiche, certo, ma lo stile no.


Da quello che capisco quindi non ti senti molto legato alle tue origini.

Mi sento legato al cortile di casa mia, dove ho spaccato i culi giocando a calcio. E mi sento legato a Fenestrelle, alle sue montagne: è come se fossi sempre vissuto lì.


Tornando a Varsavia, cosa ti ha colpito di più della capitale della Polonia?

Potrei dirti il grande incrocio di culture, lo splendore della città vecchia, la forza dimostrata nel sopravvivere all’assedio nazista e a ricostruirsi daccapo, ecc. Ma la verità, l'unica grande verità, è che ci si lega alle persone.


Sì, ma allora perché intitolare il tuo romanzo Warszawa? Immagino tu abbia anche in qualche modo avvertito una certa atmosfera di quella città...

L'orgoglio tutto polacco per le cose belle (poche, a voler essere obiettivi) che la sua capitale può sfoggiare; l'inverno micidiale e la città vecchia, così diversa da tutto il resto, così finta, eppure tanto emozionante; e la commistione di Occidente che avanza e angoli di Est che a stento sopravvivono. Grandi centri commerciali e catene come Starbucks e poi la libreria dove nessuno parla inglese e la mensa sudicia dove gli uccellini entrano e ti si posano sul piatto.


Nel tuo romanzo fai una lunga tirata su Guerra e pace. Ma non ho ben capito se ti piace Tolstoj o meno...

Lo venero. Il capitolo su Tolstoj è una semplice provocazione. Perché molti "lettori" (se tali si possono chiamare) non sono a priori capaci di concedere a Fabio Elia lo stesso diritto dato alle parole scritte da Lev Tolstoj. A proposito, questa estate vado in Russia con la mia ragazza, e andremo a Jasnaja Poljana, dove Guerra e pace germogliò.


Dicevano che veneri ugualmente anche Dostoevskij, se non sbaglio…

Non sbagli. Tolstoj o Dostoevskij di George Steiner, in quel libro c'è tutto quel che dalla critica uno si può aspettare.


In sostanza gli autori russi sono tra i tuoi preferiti, giusto?

Sopra tutti. Pasternak, Nabokov, Bulgakov.


Credi che le tue letture russe abbiano influenzato in qualche modo anche le tue opere? O la tua scrittura?

Questo sì, è innegabile. La voglia di scoprire cosa c'è dietro il muro dell'apparenza, di studiare il diverso piuttosto che l'ordinario (questo secondo la scia di Dostoevskij). E c'è sempre di mezzo un diavolo un po' strambo, suggeritomi da Bulgakov. Tolstoj invece credo influenzi molto meno. Per contenuti, e per stile: stilisticamente, voglio dire, chi mai ci arriverebbe anche solo a esserne un mediocre epigone? Di Dostoevskij uno può aspirare a emulare la temperatura drammatica, la vertiginosità degli eventi; di Tolstoj nulla.


Ma guarda che anche stare dietro a Dostoevskij mica è tanto facile...

Mi spiego meglio: essendo scarsi a scrivere, ci si può illudere molto più facilmente di somigliare a Dostoevskij che non a Tolstoj. Trattasi sempre solo comunque di illusioni, chiaro. Illusioni che però rendono felici, a tratti.


Varsavia e i russi però non hanno mai avuto un buon rapporto, mi pare...

Assolutamente no. Ogni singolo polacco cui ho detto che andavo a Mosca ha storto il naso esclamando un "i russi ci odiano" o qualcosa del genere.


Hai avuto qualche contatto anche con la letteratura polacca? Hai avuto modo di leggere qualche autore polacco?

Ho letto Ferdydurke, di Gombrowicz: illuminante. Ricorda un po' il rapporto di Bulgakov con gli intellettuali, ed è originalissima la trama, e lo stile, Dio! Ma soprattutto la rabbia con cui è scritto il libro, unita alla consapevolezza che, nonostante la splendida metafora ideata, quel mondo di intellettuali farlocchi non morirà mai.


Tornando alla Polonia, in generale che impressione ti ha dato?

Di rinascita, senz'altro; con un po' troppa fregola di emulare l’Occidente, talvolta. Una nazione perennemente avversata. Ero lì quando l’aereo presidenziale è caduto, lo scorso aprile. Per le strade in quei giorni c'era una folla assurda; per una settimana è stato proclamato il lutto nazionale, e tutti erano così affranti, rigidi, schivi. Piangevano, si sorbivano interminabili ore di coda per far visita al presidente scomparso. Non posso immaginare una cosa simile in Italia. Non accadrebbe mai. Forse amano compiangersi un po' troppo, i polacchi.


Tornando al tuo romanzo, pensi che gli autori debbano raccontare un luogo preciso? Pensi di essere riuscito (almeno in parte) a raccontare la capitale della Polonia?

In parte sì. Ma credo valga soprattutto per lettori polacchi, o per chi quantomeno a Varsavia c'è stato. Per chi non c'è mai stato, non è che la capitale polacca sia riuscito a descriverla troppo bene. L'assurdo forse si comprende soltanto avendo consapevolezza della realtà.


Che posto ha la scrittura nella tua vita?

Il posto dei sogni: irrinunciabile, ma conflittuale. A volte non vogliamo accettare il fatto che i sogni non siano guidati dalla nostra volontà, da quella cosciente. E così per la scrittura, a volte rileggiamo cose che non ci pare abbiamo mai voluto scrivere. Detto ciò, la cosa straordinaria della scrittura è che domani potrà telefonarti qualcuno rimasto sconvolto dalla lettura del tuo romanzetto; ed è che domani ricorderò i momenti bellissimi in cui ho riletto ciò che ho scritto oggi, pensando davvero di aver dato vita a qualcosa di speciale. Il momento della prima rilettura è il più emozionante e al tempo stesso il più distorto. La scrittura è non sapere mai se ti appartiene veramente oppure no. C'è chi non lo sa fino al giorno in cui muore: chi vive perennemente nel dubbio, e nel sogno.


Vista questa passione per la scrittura, perché la scelta di laurearti in scienze delle comunicazione? Si tratta di una scelta dettata dalla necessità? oppure è coerente con questa tua passione?

La risposta a questa domanda potrebbe sconvolgerti, ma... credo d'aver scelto quel corso di laurea perché mi si era detto fosse facile, perché non potevo secondo i miei non fare l’università, e perché il mondo della creazione pubblicitaria mi attirava (neanche uso il verbo affascinare; soltanto, mi attirava). C'è posto a questo mondo per gli ignavi?


Sei soddisfatto della scelta?

Assolutamente no. Non serve a nulla, in pratica. Davvero, è caos. Organizzata malissimo, senza uno scheletro solido, solo cultura generale, che sappiamo benissimo poterci fare da soli. Io magari non faccio testo, dal momento che non era ciò che volevo davvero fare. Ma conosco altri, appassionati di giornalismo o di altre materie inerenti al corso, che sono rimasti altrettanto scottati, e per l'inesistente sbocco lavorativo, e per l'infimo livello di insegnamento. Scienze della comunicazione NON insegna, fondamentalmente. Dà libri da leggere, sottolineare e ripetere. Questo è quanto.


Ultima domanda: (da non prendere troppo sul serio!). Per campare cosa farai, oltre a scrivere?

(Da non prendere troppo sul serio!) credo di essere (sono!) uno dei migliori callcenteristi del panorama nazionale. Per ora ci lavoro part-time, ma un domani chissà, potrei giungere a lavorare 12 ore al giorno in un call-center intontendo clienti molesti. A parte questo, sono sfiduciato. Non so davvero come potrei mai convincere un qualsiasi datore di "gratificante" lavoro ad assumermi, visto il mio risibile Curriculum. A questo punto, spero sopraggiungerà la fede.


Ti invito ufficialmente a non scoraggiarti! Hai scritto un bel romanzo e lo hai pubblicato al primo colpo. Mi sembra già un ottimo inizio. Hai mai pensato di andare a vivere a Varsavia?

Naaa, amo la mia ragazza e sto bene qui, per ora. Un giorno, magari, andremo a vivere a Budapest, che è la nostra città. O altrove. Facendo i dovuti scongiuri. Ma il capitolo Varsavia è ufficialmente chiuso. Ce ne sono un sacco, nella vita di un uomo. E c'è pure l'epilogo! È stata una bella conversazione: ti ringrazio.

 

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