6 giugno 2011

Warszawa - Fabio Elia

Varsavia. Felix contro Felix. Reciproche nemesi in un inseguimento nonsense per tutta Varsavia che non è solo lo sfondo di ciò che accade, ma acquista un ruolo, a pieno titolo, di personaggio del romanzo. Il tutto in una tragicomica avventura che incollerà ogni lettore ad ogni singola parola, dall'inizio alla fine.




Recensione

Un debutto brillante, pieno di invenzioni, assolutamente fuori dagli schemi. Warszawa è un romanzo breve, che si legge tutto d'un fiato. Non è un noir, non è un giallo né un libro di fantascienza. La scelta di ambientarlo a Varsavia rappresenta un elemento "esotico" in più.

La capitale polacca, in questo romanzo, non è semplicemente uno sfondo, ma diventa quasi il protagonista della vicenda (l'autore le ha persino dedicato il romanzo). La scelta di inserire frasi di lingue diverse, dal polacco all'inglese, rispecchia la multiculturalità della Varsavia degli ultimi anni, città che nel secolo ormai passato ha cambiato pelle già più volte, da quella dei caffè d'anteguerra al campo di macerie del dopoguerra, dal più grigio realismo socialista all'odierno consumismo sfrenato, passando, nel giro di pochi anni, da un opposto all'altro. Gli assurdi paradossi di questa città sembrano avere ispirato l'assurda vicenda che l'autore racconta.

Non manca qualche pagina meno riuscita come, ad esempio, una lunga tirata su Guerra e pace e sul suo autore, che non ha nulla a che fare con la trama del romanzo. Oppure l'incontro con un fantomatico editore, nell'epilogo del libro, che convince solo in parte. Ma queste piccole cadute non pregiudicano la tenuta del romanzo, che rimane, a mio avviso, un ottimo esordio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Warszawa
  • Autore: Fabio Elia
  • Editore: La Gru
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Vaudeville
  • ISBN-13: 9788897092049
  • Pagine: 132
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14 Euro

1 Commenti:

  • 10 ottobre 2012 16:17

    A me sembra però che leggere e giudicare Warszawa di Fabio Elia senza comprendere la metafora cui soggiace, sia come sputare su un piatto di spaghetti perché si credeva fossero cubici.
    La metafora è tutta qui: Felix il turco non è inseguito da Felix il polacco che metaforicamente, poiché il vero cacciatore è un destino che non si conosce, ovvero il destino personale che ciascuno di noi ha in serbo per sé e che ciononostante non potrà mai aver la certezza di conoscere; un destino, il proprio, che spesso pare ce l’abbia con noi, pare strangolarci man mano sempre di più, con il preciso fine di levarci la vita, un giorno.
    Ecco, e che cosa fa Felix il turco scrivendo il libro (che è poi il libro stesso di Fabio Elia)? Sostituisce il viso pallido e la cresta bionda di Felix il polacco al suo proprio destino, e lo mette alla caccia di se stesso: chiaramente, rendendo l’inseguimento cento volte più avvincente e intenso di quanto avvenga nella realtà. Non è forse vero che il nostro destino c’indirizza su percorsi i quali, se ci pensiamo, mai abbiamo desiderato né scelto d’intraprendere? Ed è lungo questo cammino inconsapevole, che il nostro destino ci uccide usurandoci inesorabilmente.
    Felix il turco con la sua trovata ha fatto trenta, e allora fa trentuno: decide non solo d’immergersi in una fuga mozzafiato, ma di pervenirne all’apice: la morte, ovvero l'emozione più grande, l'unica in grado di offrire una rivincita veramente sublime nei confronti del subdolo ingrato destino.
    Ma l’intenzione che gli muove la mano è troppo eccitata da gestire. Così egli finisce per scrivere un libro in cui raggiunge sì il suo scopo, ma lo fa a scapito del popolo polacco, ridicolizzandone i difetti, gonfiandone a dismisura le manie e facendone il verso alle tradizioni.
    Quello del turco è un gesto arbitrario, dettato da un desiderio personale e da nient’altro. Proprio come il movente di Raskol’nikov di Delitto e castigo: l’eroe di Dostoevskij agisce arbitrariamente per provare a scavalcare le regole degli uomini ordinari, quello di Elia (ben più umilmente) lo fa per vivere (e accontentarsene) un brandello di vita veramente originale.
    Alla fine del romanzo russo, Raskol’nikov si pente del suo gesto perché non riesce a sopportare ciò che ha fatto; pentimento il cui simbolo avrebbe dovuto essere, secondo il consiglio di Sonja, l’inginocchiarsi in Piazza Sadovaja, nel bel mezzo del mercato dove tutti l’avrebbero udito gridare “Io ho ucciso!”. Cosa che però non avviene. Non avviene questa sorta di “pubblicazione del pentimento”. Esso resta un sentimento intimo dell’eroe, con il quale dovrà convivere in carcere.
    E allo stesso modo non avviene il pentimento di Felix, il turco che ha scritto “Warszawa”. L’epilogo del suo libro, in cui si pente della leggerezza e dell’ignoranza con cui nel suo testo ha trattato il popolo polacco, non è abbastanza convincente per il suo editore, che gli cassa l’idea e gli propone un ultimatum: o cancella quella lagna finale, assolutamente slegata dal contesto e incoerente con lo stile del resto del libro, o il libro non verrà pubblicato. Felix non scende a compromessi, e decide di non pubblicare. Non avviene dunque la “pubblicazione del suo pentimento”. Il turco non espia la propria colpa pubblicamente, bensì intimamente e in silenzio, rinunciando a quella che poteva essere l’effimera gloria letteraria, per lasciarsi carezzare dalla brezza della vita reale, magari meno clamorosa ma certo più autentica.
    Ecco, questa è secondo me la chiave di lettura più giusta (per quanto ve ne si possano scorgere molte altre).
    Se leggerete Warszawa correndo su questi binari, state pur certi che il treno della vostra lettura non deraglierà, e non vi ritroverete spaesati tra macerie di parole infilate casualmente una dopo l’altra.

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