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14 aprile 2015

Beatles - Lars Saabye Christensen

Oslo 1965. La Norvegia, come il resto del mondo vive sotto l'incantesimo dei Beatles.
Kim ha quattordici anni e come molti adolescenti sogna di avere una band simile ai Beatles. Con i suoi amici Ola, Seb e Gunnar crea il gruppo The Snafus, nel quale ognuno adotta i nomi dei Fab Four, John, Paul, George e Ringo. E in attesa di fare carriera nel mondo della musica, deve fare i conti con i tipici problemi dell'adolescenza: lezioni noiose, primi amori, il difficile rapporto con i genitori e la voglia irrefrenabile di cambiare il mondo...
Ma il tempo passa e Kim e i suoi amici devono decidere del loro futuro, in una società, dove la maggior parte dei ragazzi vuole fare il delinquente con una gang, rubare auto, stare con le ragazze e soddisfare i propri desideri, tutti e subito.

Recensione

Dovevo chiamare a raccolta le mie forze, mi dissi che non ero ancora perduto, dovevo soltanto avanzare di un passo, nell’una o nell’altra direzione, per ritrovarmi là dove c’erano Seb e Gunnar. Bastava dire soltanto una parola, la parola. Ma qualcosa in me, nelle ossa, nel petto, opponeva resistenza. Non era tanto facile. Mi ero sbagliato. Dovevo cominciare da qualche parte. Qui.

Beatles è uno dei libri più difficili da recensire che abbia mai portato sulle pagine di questo blog.
Difficile perché carico di temi e sentimenti, voce di un'epoca perduta ma anche racconto universale del passaggio all'età adulta che supera le barriere del tempo, in un caleidoscopio di situazioni, non sempre riuscite, che è molto complesso tradurre in un commento organico.

Romanzo cult da più di trent'anni nel Nord Europa, nel quale i giovani scandinavi continuano a rispecchiarsi, arriva solo ora in Italia portando con sé una carica di nostalgia che sicuramente caratterizzava il libro già al momento della sua pubblicazione nel lontano 1984, quando le speranze degli anni '60 e '70, nei quali il libro è ambientato, erano ormai state disilluse. Questo è ancor più vero se si legge il romanzo per la prima volta oggi che quegli anni rivoluzionari sembrano quasi una favola senza lieto fine.
Ed in effetti Beatles ricorda un po' una favola triste, ben lontana da ciò che l'allegra copertina e il riassunto della trama lasciano intuire, creando aspettative non del tutto coincidenti con la realtà.

Ciò che mi ha attirata in primo luogo, infatti, è stato il titolo: anch'io, come Kim, Gunnar, Seb e Ola sono cresciuta ascoltando i Beatles - un po' fuori tempo massimo, lo ammetto, visto che oramai eravamo in pieni anni '90 - per cui un racconto scandito dalle musiche dei Fab Four sembrava proprio scritto per me. Mi aspettavo di trovare il leggero resoconto delle bravate adolescenziali dei quattro protagonisti mentre le musiche dei baronetti di Liverpool accompagnavano il passare degli anni, il che si è rivelato vero solo in parte. Per i quattro ragazzi, infatti, l'infanzia idilliaca si trasforma presto in una giovinezza amara e piena di delusioni, proprio come l'ingenuo idealismo degli anni '60 finisce affogato in un mare di droga e materialismo, proprio come gli spensierati ragazzi che cantavano "Love me do" hanno ad un certo punto sviluppato una coscienza politica e una passione per le tecniche meditative orientali.

I protagonisti seguono la carriera dei loro idoli con una religiosità al limite del fanatismo, a partire dal boom della beatlesmania fino alla disperazione della rottura definitiva; nonostante i titoli delle canzoni più celebri facciano da intestazione anche ad ogni capitolo, esse non rispecchiano necessariamente gli eventi della vita dei ragazzi ma ne costituiscono l'unico punto fermo contro l'inesorabile passaggio del tempo. Anche quando iniziano i primi contrasti e le loro vite sembrano prendere strade diverse, anche quando le canzoni non sembrano tanto convincenti, anche quando cantautori di maggior spessore come Bob Dylan (yeah!) si affacciano all'orizzonte, i Beatles rimangono il polo d'attrazione che porta i quattro a ritrovarsi e a sostenersi l'uno con l'altro, sempre e comunque, emblema di un'amicizia non perfetta ma vera, solida, sincera, che è uno dei tratti più commoventi dell'intero romanzo.

Come si diceva l'opera è caratterizzata da una nota amara che si fa sempre più pungente man mano che l'infanzia si allontana e i quattro protagonisti cercano di ritagliarsi un posto nel mondo degli adulti, senza però avere ben chiaro cosa fare del proprio futuro, incertezza che li porterà verso fallimenti spettacolari .
Ugualmente, il romanzo non sembra avere uno scopo preciso ma si presenta come una successione di eventi piuttosto ordinari intervallati da occasionali tragedie che però riescono sempre a rimanere marginali, fino a che gli eventi non arrivano a chiudersi in circolo, seguendo la narrazione in prima persona di uno dei quattro, Kim. La trama, quindi, non è certo priva di ripetizioni (una caratteristica tipica degli autori scandinavi a quanto pare) e di conseguenza a tratti un po' noiosetta, eppure anche nei suoi momenti meno entusiasmanti appare sempre fortemente reale. E se a volte fatti e personaggi risultano un po' stereotipati è solo per l'estrema fedeltà all'epoca e all'età che l'autore vuole celebrare: i genitori reazionari, la lotta di classe e la vacuità di certe astrazioni ideologiche anarchico-socialiste, la piaga dell'eroina, l'alcol annaffiato su qualunque cosa e soprattutto l'egoismo e l'indifferenza tipicamente adolescenziali, che la voce del narratore esprime con lucida crudeltà, esasperandola nella sua incapacità di crescere e assumersi responsabilità, dando prova infine di una fragilità insospettata.
In questo senso il libro si propone anche come una denuncia dell'incapacità degli adulti di cogliere l'instabilità e la criticità degli anni adolescenziali, soprattutto in un mondo in rapida trasformazione come quello in cui vivono i giovani protagonisti. Chi non si adegua, chi si perde per strada è lasciato solo, incompreso, classificato come sbagliato e infine escluso

La ripetitività della trama è in qualche modo redenta dalla potente capacità narrativa di Christensen , per una volta resa egregiamente dalla splendida traduzione italiana. Mi sono spesso lamentata dell'inespressività e piattezza degli autori nord europei ma Christensen si discosta decisamente dai suoi connazionali, dando prova di raffinato lirismo mentre con sapienza semina per il libro indizi sulla vera natura della narrazione che si traducono in coinvolgenti incursioni nel realismo magico, generando al contempo perplessità e fascinazione e compensando in qualche modo i limiti della trama.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Beatles
  • Titolo originale: Beatles
  • Autore: Lars Saabye Christensen
  • Traduttore: Alessandro Storti
  • Editore: Atmosphere libri
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788865641330
  • Pagine: 589
  • Formato - Prezzo: Copertina Rigida - Euro 16.00

18 febbraio 2015

Il signore del fuoco - Torkil Damhaug

Sullo sfondo di una Lillestrøm, Oslo, devastata da una serie sconcertante di incendi dolosi a opera di un piromane ossessionato dalla forza purificatrice del fuoco usata per spazzare via tutto ciò che gli ricorda la sua gioventù, il diciottenne Karsten Clausen, ragazzo talentuoso e alquanto bizzarro, si innamora della compagna di classe pakistana Jasmeen. La relazione, sostenuta dal nuovo sostituto insegnante Adrian, che sfida la sua classe a pensare in modo diverso, è invece terribilmente ostacolata dalla famiglia musulmana della ragazza. Improvvisamente Karsten scompare senza lasciare traccia, mentre il piromane è ancora in libertà, nonostante le indagini del commissario Horvath aiutato dall'amico giornalista Dan Levi. Sette anni più tardi, la sorella di Karsten, Synne, decide di scoprire quello che è successo al fratello. Ma la sua indagine privata avrà conseguenze tragiche, suscitando assopiti e pericolosi ricordi. E intanto il piromane segue le ricerche di Synne con intenso interesse...

Recensione

In questo romanzo il lettore si imbatte in molti reati e, non ultimi, diversi omicidi, nonostante la scena del crimine sia la piccola città di Lillestrom, in cui non dovrebbe essere difficile immaginare che quasi tutti si conoscano almeno di vista e, pertanto, non dovrebbe essere difficile per la polizia risalire al colpevole.
Dato che si parla anche di gang giovanili di etnie diverse, come se fossimo nel sud del Bronx, si presume che la cittadina di Lillestrom sia quasi un sobborgo di Oslo con cui deve esserci un notevole pendolarismo. In effetti, Lillestrom dista 18 chilometri dalla capitale, che non è peraltro una metropoli come New York, ma consta poco più di seicentomila abitanti (meno di Palermo), arrivando a sfiorare il milione e mezzo, contando anche l’area chiamata metropolitana che corrisponde, approssimativamente, a quella che noi indichiamo come provincia, forse non proprio l'ambientazione che ti aspetti per questa collezione di crimini.

Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima l’autore racconta la vita di Karsten, adolescente particolarmente dotato per la matematica e le materie scientifiche in genere, che inizia ad interessarsi all’altro sesso. Quando una delle sue compagne di classe, Jasmeen, ragazza di origine pakistana e religione islamica, gli dichiara il proprio amore, lui si lascia coinvolgere in una relazione sempre meno platonica, osteggiata tuttavia dalla famiglia di lei. Minacciato di morte dal fratello di Jasmeen e dai suoi amici, Karsten chiede aiuto ad un giovane professore, ex militare, che cerca di coinvolgerlo in un gruppo xenofobo di estrema destra. Durante una serata particolarmente movimentata, Karsten, ricercato dal gruppo islamico e quello xenofobo, scompare.
Nella seconda parte si raccontano invece le indagini che, otto anni dopo, la ventunenne sorella di Kasten, Synne, svolge per scoprire che fine abbia fatto il fratello. E qui la storia assume toni blandamente surreali, senza peraltro mai eccedere, e distaccandosi dai noir tradizionali.

L’autore è bravo sia a tenere alta la tensione in tutte le quasi cinquecento pagine del romanzo, sia nella caratterizzazione dei personaggi, ad iniziare proprio da Karsten che rimane il protagonista principale anche nella seconda parte del romanzo, se pur in senso virtuale.
I giovani personaggi dei racconti, con le loro incertezze adolescenziali e le loro ingenuità, riescono in genere ad essere molto accattivanti, così come lo è il protagonista diciassettenne della prima parte del romanzo, mentre un po’ meno convincente appare la sorella, eccessivamente problematica sia da tredicenne che da adulta, gravata da sensi di colpa che hanno concorso a farle perdere la memoria proprio nel giorno in cui è scomparso il fratello. Appare inoltre eccessivamente ingenua nel condurre le indagini e sprovveduta nell’affrontare i pericoli. La polizia la considera una nevrotica visionaria, ma bisogna tuttavia aggiungere che la polizia norvegese nel romanzo non brilla per perspicacia. Basti pensare che non riesce a venire a capo dei diversi incendi compiuti da un piromane assassino, incendi che sembrano esaurirsi con la scomparsa di Karsten, né risolvere i delitti che si verificano in concomitanza con le indagini di Synne...

Nonostante l’intreccio sia complesso e i personaggi molteplici, il romanzo è scorrevole ed è bravo Damhaug a caricarlo di tensione emotiva. Volendo fare un raffronto con uno degli scrittori svedesi più apprezzati dal grande pubblico, si potrebbe paragonare Torkil Damhaug a Stieg Larsson, l’autore della trilogia Millennium, per il molteplice susseguirsi di colpi di scena. Ciò forse potrebbe far storcere il naso agli amanti del giallo classico, perché Il signore del fuoco concorre a soddisfare prevalentemente il gusto dei lettori di thriller.
Interessante anche la contrapposizione fra la mentalità degli immigrati asiatici e quella dei norvegesi autoctoni. Damhaug non è il primo autore a cimentarsi in una storia che coinvolge cittadini culturalmente diversi. Molti anni prima di lui, ad esempio, anche la scrittrice inglese P.D. James aveva trattato il tema, dato che il problema si presentava da tempo nel multirazziale impero britannico: in quel caso ad essere uccisa era una ragazza mussulmana.
In conclusione il romanzo, piacevole e pieno di suspense, riesce ad essere molto coinvolgente, tanto da creare il tipico stato d'ansia nel lettore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il signore del fuoco
  • Titolo originale: Ildmannen
  • Autore: Torkil Damhaug
  • Traduttore: Lucia Barni
  • Editore: Atmosphere libri
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Biblioteca del giallo
  • ISBN-13: 9788865641194
  • Pagine: 485
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 19,00

31 gennaio 2015

La penna dell'orso - Carole Allamand

Da cinquant’anni, il caso di Camille Duval non lascia pace agli specialisti della letteratura. Nessuno si spiega perché l’autore svizzero di successo, dopo la morte misteriosa della moglie e una strana storia di censura, quando la chiesa cattolica, nel 1948, inserì uno dei suoi romanzi nell'’Indice dei libri proibiti, sia emigrato in America. Come mai, dopo dodici anni di silenzio, Camille Duval, torna a essere così presente? Come ha fatto a rinnovare il suo stile in modo così radicale? Come ha fatto a diventare quel genio che cambierà il genere del romanzo per tutti i tempi? Camille Duval (1901 – 1974) è un caso straordinario della letteratura. Carole Courvoisier, una giovane studiosa di lettere, vuole trovare una risposta a tutte queste domande e si mette sulle tracce dello scrittore misterioso. Non ha idea di essersi imbarcata nella missione più incredibile che la storia della letteratura abbia mai visto. L'’eroina di questo giallo biografico si ritrova in un road movie che la porta ad attraversare un’'America atipica e selvaggia, insieme a Jasper Felder, un veterano della guerra dell'’Iraq. Il viaggio inizia a Manhattan e finisce in Alaska, dove l'’incontro con l’orso grizzly rivela la prima verità. La penna dell'’orso racconta in modo giocoso una storia accattivante che ha inizio nelle profondità dell’Hudson, attraversa i residui delle torri gemelle, per poi finire in un ambiente universitario mormone. Il romanzo, che si contraddistingue per l'umorismo e la satira, alla fine ci rivela che lo studio degli orsi e la letteratura hanno molti punti in comune.

Recensione

Il filo conduttore del romanzo è l’indagine di Carole Courvasier sulla vita di Camille Duval, autore svizzero di successo, morto nel 1974. Per riuscire a scrivere una biografia completa che possa spiegare come uno scrittore, ritenuto fino al 1963 non particolarmente significativo, sia diventato un brillante e geniale romanziere, Carole Courvasier si prodiga nel rintracciare coloro che hanno avuto occasione di frequentarlo e che possano far luce sul fenomeno.
Ma proprio le persone che più di tutte gli sono state accanto, dalla figlia Silvia all'infermiera che l’ha avuto in cura negli ultimi dodici anni, sono le più reticenti a spiegare il controverso carattere dell’uomo. C’è addirittura chi larvatamente insinua che lo scrittore abbia ucciso la moglie con le modalità rivelate in uno dei suoi romanzi e che per questo sia emigrato negli USA. Alla morte della moglie Germaine, avvenuta nel 1945, Duval si era infatti trasferito da Ginevra negli USA per insegnare in diverse università americane, rifugiandosi infine in Alaska.
Alle indagini sulla vita di Camille Duval si intrecciano le vicende personali di Carole Courvasier, studiosa di letteratura, presente fra l'altro a New York durante l'attentato alle Torri Gemelle dell'11 settembre, presa in un turbine di eventi non previsti con colleghi, studenti, conoscenti occasionali e parenti.

Carole Allamand ha la peculiarità di scrivere saltando da un argomento all'altro senza soluzione di continuità e questo suo modo di intrattenere il lettore viene accentuato dalla struttura del romanzo che presenta la caratteristica di non essere diviso in capitoli. Qualche nota in più (se ne trovano solo due e non molto significative) da parte dell’editore e/o del traduttore sarebbero state auspicabili per spiegare concetti ed avvenimenti che l'autrice dà per scontati siano a conoscenza del pubblico.
Per fare qualche esempio fra i più banali, quando la scrittrice si riferisce al GR20, sigla che ricorda un summit di capi di stato, intende invece il percorso trekking in Corsica e forse anche l’attentato a Mick Jagger del 1969, citato come se avesse risonanza mondiale, non mi pare sia molto conosciuto in Italia. Inoltre sorge la curiosità di sapere quale sia

...quell’espressione francese assai volgare che definisce le sevizie inflitte ad un insetto. (Una mosca per la precisione.)
che avrebbe potuto essere indicata in una nota.
Da segnalare (con orrore!) il disprezzo con cui viene citato nel romanzo uno dei prodotti alimentari più conosciuti –e venduti- nel mondo, orgoglio dell’industria nazionale, la Nutella:
«La Nutella è una schifezza e non è neanche francese!»
Ciò premesso il romanzo è divertente e mantiene un ritmo sostenuto anche quando le indagini di Carole Courvasier sembrano essersi definitivamente arenate di fronte alla reticenza degli interlocutori. Il racconto diventa, peraltro, sempre più coinvolgente man mano che la storia avanza fino a sfociare nella sorpresa finale, come si addice a ogni buon giallo, letterario o meno che sia.

In definitiva, questo è un romanzo piuttosto originale che si legge volentieri, nonostante alcune difficoltà di interpretazione come il periodo sotto indicato:

Come al solito, le frasi composte da più preposizioni disorientavano il texano, e il suo sguardo aveva appena abbandonato quello del cittadino per partire al disperato inseguimento del gobbo.
Nel contesto si capisce che l'autrice si riferisce al presidente americano Bush figlio, mentre legge il testo di uno dei discorsi che gli venivano preparati dal suo entourage, ma sfugge cosa si intenda per "gobbo" e fa presumere che sia la traduzione letterale di un modo di dire oltralpe che non trova corrispondenza in italiano.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La penna dell'orso
  • Titolo originale: La Plume de l'ours
  • Autore: Carole Allamand
  • Traduttore: Monica Capuani
  • Editore: Atmosphere libri
  • Data di Pubblicazione: 2015
  • Collana: Biblioteca dell'acqua
  • ISBN-13: 9788865641279
  • Pagine: 235
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 15,00

20 febbraio 2012

E il topo rise - Nava Semel

Una piccola ebrea, per essere sottratta alla deportazione, viene consegnata dai genitori, dietro lauto compenso, ad una famiglia di contadini polacchi. Essi la nascondono in una buia cantina tra i sacchi di patate e con un topo come unica compagnia. Romanzo originale e suggestivo, articolato secondo diversi piani spazio/temporali, racconta la Shoah attraverso la sofferenza dell’individuo più indifeso, un bambino. Rilevante nell’illustrarci le problematiche e le possibilità poste dall’atto stesso della memoria: Come raccontare, come ricordare? L’arte è forse l’unica forma di comunicazione del vissuto, specie davanti all’inesorabile passare del tempo?

Recensione

Cinque capitoli, cinque diversi piani espressivi compongono questa originale opera di Nava Semel, una delle voci più interessanti della letteratura israeliana. Nata col cognome di Arzti nel 1954 a Tel Aviv, città in cui vive, è cresciuta in un ambiente poliglotta dove si mescolavano tedesco, inglese, ebraico e yiddish. D’altronde, il suo nome proprio originario è Sheyndl -così si chiamava la nonna, perita nella Shoah-, che in yiddish significa Bella, poi tradotto nell’ebraico Nava.

Il presente romanzo, E il topo rise -ma forse è arbitrario e riduttivo definirlo così-, si articola in cinque parti: storia, favola, poesia, sogno e diario, lungo l’arco di 150 anni.

La prima (La storia) inizia in una giornata di fine 1999 a Tel Aviv allorché un’anziana signora sente dentro di sé il prepotente desiderio di raccontare la propria tragica storia alla nipotina, pur consapevole della difficoltà di narrarla.
Quando aveva cinque anni i genitori, per sottrarla alla deportazione, la consegnarono, dietro lauto compenso in danaro, a una famiglia di contadini polacchi. La piccola fu nascosta in una cantina buia, dov’erano custodite le patate; poco cibo, tanto disprezzo, coronato dalle ripetute violenze sessuali perpetrate nei suoi confronti da Stefan, figlio dei padroni di casa. Unica compagnia per lei, un topo. Una situazione tremenda, della quale ella, ignara della sorte dei genitori, non riusciva a comprendere la causa. E, per di più, carica di angoscia: se “essere un’ebrea” comportava come conseguenza simili maltrattamenti, per forza tale condizione doveva consistere in qualcosa di spaventoso di cui vergognarsi!

La seconda parte (La favola) è il diario della bambina -ora divenuta nonna- che ci spiega meglio il racconto di sé da piccola e illumina sul significato del titolo. Secondo uno dei miti della creazione, il topo aveva chiesto a D-o il dono della risata, ma aveva presto compreso quanto tale dono fosse miserabile. Perché un mondo, questa è la riflessione, in cui i bambini debbono essere nascosti, o sepolti per dir meglio, in luoghi umidi e tenebrosi, è un assurdo che va distrutto e ricostruito dall’inizio. Grande tenerezza ispira il rapporto affettuoso tra nonna e nipote (che ascolta il racconto), mentre è assai più distaccato quello tra l’anziana sopravvissuta e la propria figlia, madre della bambina, la quale pare non accettare il fatto di essere una persona della “seconda generazione” (dopo la Shoah). Simile atteggiamento ostile si manifesta pure allorquando la nipotina riferisce di aver raccontato a scuola la drammatica storia della nonna. Infatti sua madre (cioè la figlia di colei che era stata rinchiusa in cantina) si oppone a che la figlia prenda coscienza del passato, col pretesto della troppo giovane età; e, in un misto di grettezza, ricatto morale, paura, gelosia, osserva: “…Questo genere di progetti si fanno al liceo. [...] Domani vado dalla direttrice a lamentarmi dell’insegnante”.
Malgrado tale grave dissenso, nella scuola la vicenda è conosciuta e così nascono diverse storie tra loro collegate sul tema, le quali, negli anni seguenti, assumono maggiore rilievo, arricchendosi di nuovi particolari ed aspetti.

La terza parte (Le poesie) ci dà conto dei componimenti poetici sulla leggenda della bambina e del topo. Si tratta di filastrocche, in apparenza scherzose ed innocenti, che, in realtà nascondono una cupa tragedia e una solitudine senza speranza. Eccone una, ad esempio, dal titolo Somme e Sottrazioni: “Mamma papà domestica e bambina - quattro anime in cascina - la cameriera se n’è andata - il papà non è tornato - la mamma si è dileguata/soltanto una bambina è restata/sottoterra acquattata”.

La quarta parte (Il sogno) è ambientata cento anni dopo, nel 2099, allorché uno studioso di antropologia raccoglie ed analizza gli studi nati sul celebre mito della Bambina e del Topo. E’ pure una riflessione sulla natura della memoria e sulle occasioni positive che essa può donare alle generazioni future. Tramandare il ricordo di tragici eventi non ci immunizza contro la possibilità che essi possano ripetersi; ciononostante la Memoria può darci una speranza per l’avvenire.

L’ultima parte (Il diario) è il diario di padre Stanislaw, il sacerdote al quale la tremenda contadina -dopo che i genitori, deportati, non erano ovviamente stati più in grado di pagare il compenso- lascia la piccola, incoraggiandolo a consegnarla ai tedeschi. Al contrario, il prete, autentico Giusto, la tiene presso di sé e la salva. L’uomo affida alla redazione del diario, alla scrittura l’incarico di mantenere il ricordo, la Memoria. Padre Stanislaw, con il suo agire, pretende, alla stregua di un profeta biblico, risposte dal Signore che permette quest’Orrore assoluto; ma, in questo suo tentativo di ristabilire fede e speranza, in D-o e negli uomini, egli si rende conto che forse sono le proprie intime speranze ad essere venute meno.

Da questo libro, tradotto pure in tedesco e in inglese, è stata tratta in Israele un’opera lirica e ne verrà ricavato anche un film.

Testo originalissimo nella struttura letteraria, in grado di giocare secondo diversi piani spazio-temporali, è assai suggestivo poiché tratta la Shoah attraverso la sofferenza del soggetto più indifeso, un bambino: “Ma potrà mai esistere un nuovo giorno per una bambina che è tutta tenebra?” si domanda angosciato Padre Stanislaw. Il linguaggio talora è oscuro, difficile, ma l’opera è preziosa poiché ci pone di fronte all’ineludibile problema del come raccontare le nostre vicende più dolorose. Pensiamo al lungo Silenzio dei sopravvissuti, prima che irrompessero le loro testimonianze tragicamente liberatorie; ma pure al “parlare subito” da parte di alcuni di loro, seguito da un silenzio disperato, talvolta sfociato in gesti estremi.

E le domande: Il Racconto modifica il Ricordo? L’Arte è il solo strumento per comunicare la memoria del vissuto con le sue emozioni?

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: E il topo rise
  • Titolo originale: Tzhok shel achbarosh
  • Autore: Nava Semel
  • Traduttore: Elisa Carandina
  • Editore: Atmosphere Libri
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Biblioteca dell'acqua
  • ISBN-13: 978-88-6564-020-3
  • Pagine: 182
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00
 

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