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16 dicembre 2016

Effetti collaterali dei sogni - Guglielmo Brayda

Alla presentazione di un libro, uno studioso di neuroscienze conosce Anouche, giovane scrittrice afflitta da continue nevrosi. I due s’innamorano e iniziano un’intensa relazione, ma l’annuncio di una gravidanza fa vivere alla donna un momento di profonda vulnerabilità, e gli avvenimenti che ne seguono interrompono il loro rapporto. Rimasto solo, l’uomo attraversa un periodo di sogni angosciosi, che lo portano sempre più spesso a confondere lo stato di veglia con quello di sonno. Giunto a Cuba per incontrare il fondatore del movimento letterario dei Narratori dell’Invisibile, si imbatte nella bellissima Nina con la quale, dopo qualche esitazione, decide di trasferirsi su una piccola isola. Qui l’invadenza dei sogni aumenta fino a rendere impossibile distinguere la realtà dall’allucinazione… Un romanzo originale e colto, una storia d’amore raccontata attraverso la lente d’ingrandimento delle neuroscienze. 

Recensione

Esiste l’amore a prima vista? A questo proposito ecco quello che asserisce Guglielmo Brayda per bocca del protagonista di Effetti collaterali dei sogni:


Trovare “l’oggetto” del proprio bisogno interiore è semplicemente ritrovarlo. Esiste un’immagine, ancestrale e inconscia,che ci avvicina all’altra persona tra le tante possibili. Pensiamo di aver trovato fuori di noi il senso della nostra vita, poi capiamo di essere stati sedotti dall’immagine di cui siamo portatori. Uno sguardo ci colpisce: abbiamo incontrato noi stessi.

Si può essere d'accordo o meno su questa affermazione del protagonista, che racconta la sua storia in prima persona ed è intelligente, molto colto, piuttosto arrogante e tendente alla melanconia. È dottore in medicina e svolge la professione di ricercatore in neurofisiologia umana all’università La Sapienza.
Anouche, invece, è una giovane scrittrice –scrivere l’aiuta a controllare le sue paure-, bellissima, intelligente e nevrotica. Talvolta è l'irrazionalità dell'altro sesso a concorrere ad affascinare coloro la cui personalità risulta particolarmente complessa come quella del protagonista. Quando i due si incontrano, non solo fra i due è amore a prima vista, ma il protagonista sente il bisogno di cambiare il lavoro che fino ad allora svolgeva per impegnarsi in un altro tipo di ricerca, che lo avvicini maggiormente alla donna che ama:


Quando conosco Anouche inizio a studiare la neuropsicologia della scrittura creativa.
Le mie prime deduzioni (non posso permettermi di chiamarle conclusioni) suggeriscono che la scrittura creativa non sia poi tanto influenzata dagli stimoli sensoriali esterni. L’inibizione latente è quel filtro che limita il flusso enorme di stimoli che arrivano ai nostri cinque sensi e da lì attraverso le vie neurali, al cervello. L’encefalo ne riceve talmente tanti che è obbligato a bloccarne la maggior parte, per evitare un sovraccarico che rischia di rallentarlo fino a inibirne i pensieri. Le mie ricerche mi dicono che il cervello dello scrittore è indifferente al livello di inibizione latente, perché è in diretto contatto col flusso emotivo che proviene dal suo interno. La voce dell’Io. Quella necessità di scrivere di cui parlava Anouche. L’ossessione dello scrittore.

Data la passione che prende i due amanti, non c’è da stupirsi se dopo qualche tempo Anouche si ritrova incinta, ma la gravidanza, invece di renderla più serena, la fa sprofondare in una forma di psicosi depressiva. Dopo un tentativo di suicidio, la famiglia di Anouche vieta al protagonista di rivederla.
Inizia quindi per il protagonista un periodo travagliato, che lo vedrà intrecciare relazioni con diverse donne nel tentativo di riprendersi dalla separazione da Anouche , che ha su di lui effetti devastanti, rendendolo insonne e propenso ad allucinazioni tali da fargli confondere sogno e realtà. Quali siano gli eventi che hanno determinato in lui lo stato di crisi, lo scoprirà solo quando sarà costretto ad un riposo forzato.


I sogni possiedono tutta la forza della comunicazione non verbale. Quanto filtra dalle feritoie del nostro subconscio non lo elabora la nostra ragione, ma lo troviamo là, nella culla d’acqua in cui affoghiamo i ricordi scomodi.

In considerazione della complessa descrizione introspettiva che il protagonista fa di se stesso, riassumere il romanzo tende a banalizzarlo. Brayda è bravo a creare un racconto che è a metà fra il surreale e lo psicologico. I termini medici e anatomici che inserisce nel testo non solo danno al romanzo una solida veste scientifica, ma tendono ad assomigliare anche a formule magiche destinate a creare quell’atmosfera surreale che ben si adatta al delirio in cui cade il protagonista.
Per quanto la scrittura sia scorrevole, i concetti che il protagonista esprime hanno necessità di una certa elaborazione da parte dei lettori. Opportunamente i capitoli sono molto corti e questo agevola la comprensione.

Effetti collaterali dei sogniè un romanzo dalla scrittura asciutta, interessante, colto, dal ritmo sostenuto e in cui serpeggia un erotismo latente che rende la lettura coinvolgente. L'inconveniente che si può rilevare, peraltro, è che, per quanto l'autore si soffermi più volte a segnalare il disagio del protagonista derivante dai sogni angoscianti, non ne descrive compiutamente nessuno e questo rende le sue affermazioni alquanto astratte.
Brayda riesce a far vivere al lettore il fascino dell’irrazionalità di una donna bella e nevrotica che alterna momenti in cui ritiene che il protagonista sia la sua ancora di salvezza ad altri in cui lo respinge sentendosi soffocata e manipolata.
Un buon romanzo psicologico e coinvolgente, visto dalla parte degli uomini e indicato per coloro che amano le storie d'amore tormentate.


Giudizio:

+4stelle+ e mezza

Dettagli del libro

  • Titolo:  Effetti collaterali dei sogni
  • Autore: Guglielmo Brayda
  • Editore: Voland
  • Data di Pubblicazione: novembre 2016
  • Collana: Intrecci
  • ISBN-13: 9788862430968
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,00

15 aprile 2016

Premio Strega 2016: i 12 libri candidati


È fresca di annuncio la lista dei candidati finalisti alla 70esima edizione del Premio Strega, selezionati dal Comitato direttivo del Premio, presieduto da Tullio De Mauro e composto da Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Simonetta Fiori, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Enzo Golino, Giuseppe Gori, Melania Mazzucco, Luca Serianni e Maurizio Stirpe. La prima votazione per decretare la cinquina dei finalisti si terrà mercoledì 15 giugno, come di consueto in Casa Bellonci, con lo spoglio dei voti degli Amici della Domenica, dei 40 lettori forti e dei 20 voti collettivi di scuole, università e Istituti Italiani di Cultura all’estero. Venerdì 8 luglio avverranno invece la seconda votazione e la proclamazione del vincitore, non più nella storica sede del Ninfeo ma all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una scelta, pare, legata alla volontà di trasformare un evento "per addetti ai lavori" in un evento per tutti: «ciò che vedranno i telespettatori a casa coinciderà con quello che potranno apprezzare gli spettatori in platea», ha dichiarato Giuseppe D'Avino, amministratore delegato.
I candidati concorreranno inoltre al Premio Strega Giovani, giunto alla terza edizione, la cui giuria è composta da circa 500 ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, che rappresentano cinquanta licei e istituti tecnici diffusi su tutto il territorio italiano e all’estero. Il vincitore sarà annunciato alla Camera dei Deputati lunedì 13 giugno.

Vi lasciamo adesso ai libri selezionati, sottolineando i tre grandi assenti volontari di quest'anno: Bompiani (si noti però la presenza tra la dozzina della neo-nata La nave di Teseo), Einaudi, vincitrice negli ultimi due anni con La ferocia di Nicola Lagioia e Il desiderio di essere come tutti, e Feltrinelli, il cui direttore editoriale, Gianluca Foglia, si è auspicato in una recente intervista un cambiamento nell'organizzazione del premio contro lo strapotere dei grandi gruppi editoriali.


L'uomo del futuro di Eraldo Affinati (Mondadori), presentato da Giorgio Ficara e Igiaba Scego

A quasi cinquant'anni dalla sua scomparsa don Lorenzo Milani, prete degli ultimi e straordinario italiano, tante volte rievocato ma spesso frainteso, non smette di interrogarci. Eraldo Affinati ne ha raccolto la sfida esistenziale, ancora aperta e drammaticamente incompiuta, ripercorrendo le strade della sua avventura breve e fulminante: Firenze, dove nacque da una ricca e colta famiglia con madre di origine ebraica, frequentò il seminario e morì fra le braccia dei suoi scolari; Milano, luogo della formazione e della fallita vocazione pittorica; Montespertoli, sullo sfondo della Gigliola, la prestigiosa villa padronale; Castiglioncello, sede delle mitiche vacanze estive; San Donato di Calenzano, che vide il giovane viceparroco in azione nella prima scuola popolare da lui fondata; Barbiana, "penitenziario ecclesiastico", in uno sperduto borgo dell'Appennino toscano, incredibile teatro della sua rivoluzione. Ma in questo libro, frutto di indagini e perlustrazioni appassionate, tese a legittimare la scrittura che ne consegue, non troveremo soltanto la storia dell'uomo con le testimonianze di chi lo frequentò. Affinati ha cercato l'eredità spirituale di don Lorenzo nelle contrade del pianeta dove alcuni educatori isolati, insieme ai loro alunni, senza sapere chi egli fosse, lo trasfigurano ogni giorno: dai maestri di villaggio, che pongono argini allo sfacelo dell'istruzione africana, ai teppisti berlinesi, frantumi della storia europea.


La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli), presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi

Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti; appena lasciato il liceo, alcuni ex alunni si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell'epoca, il Delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant'anni ha custodito i segreti di quella "mala educacion". Ora li racconta guardandoli come si guarda in fondo a un pozzo dove oscilla, misteriosa e deforme, la propria immagine. Da questo spunto prende vita un romanzo, che sbalordisce per l'ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o minuscole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: "Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?". Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l'amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, e di mostrare il rovescio delle cose.


Dove troverete un altro padre come il mio di Rossana Campo (Ponte alle Grazie), presentato da Valeria Parrella e Antonio Riccardi

Rossana Campo, ancora una volta senza infingimenti e con lo stile dirompente e "difforme" che caratterizza la sua produzione letteraria, ma mettendosi in gioco forse più che in ogni altro suo libro, racconta qui il rapporto con Renato, il padre amatissimo e difficile scomparso di recente; o meglio con le molteplici figure, spesso contraddittorie, che Renato ha incarnato lungo tutta la sua vorticosa esistenza: il maestro di vita che fin da piccola esorta la figlia a rifuggire ogni forma di condizionamento e ipocrisia, ma anche l'irresponsabile che per niente e nessuno si separerebbe dalla sua amica più fidata: la bottiglia; l'individuo gioviale e irriducibilmente ottimista, ma anche l'attaccabrighe, dominato da una rabbia incontenibile; e ancora lo "zingaro" che non sopporta alcuna imposizione e non riconosce alcuna autorità, il contaballe prodigioso, il casinista indefesso, il terrone orgoglioso in un Nord che lo respinge... in una parola un essere infinitamente vitale e tremendamente fragile. Ne emerge un racconto, magari spudorato, ma proprio per questo di rara autenticità, della parte più profonda di sé.


Dalle rovine di Luciano Funetta (Tunuè), presentato da Lorenzo Pavolini e Luca Ricci

Il collezionista di serpenti Rivera, grazie a un video amatoriale, entra in contatto con l'insolita e seducente scena della pornografia d'arte. Questa esplorazione si trasforma ben presto nella discesa in un abisso popolato da figure oscure, tra le quali spicca un argentino a dir poco enigmatico: Alexandre Tapia. Proprio attraverso la frequentazione di Tapia, Rivera scoprirà un universo di abiezioni private e catastrofi collettive, vittime invisibili e carnefici rimasti impuniti.


Le streghe di Lenzavacche di Simona Lo Iacono (e/o), presentato da Paolo Di Stefano e Romana Petri

Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell' abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l'oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.


La reliquia di Costantinopoli di Paolo Malaguti (Neri Pozza), presentato da Marcello Fois e Alberto Galla

1565, Venezia. Il sole non lambisce ancora il camposanto di San Zaccaria, quando il vecchio Giovanni si cala nella tomba del chierico Gregorio Eparco, il suo antico tutore, appena riesumata dai pissegamorti in cambio di tre ducati. Non vuole trafugare la bara di legno marcio o le ossa ricoperte di lanugine e muffa. Sta cercando un libercolo. Un diario "avvolto in una pezza di tela cerata, sigillata da un nastro nero", che lui stesso, cinquant'anni prima, ha nascosto sotto la nuca del maestro, dopo aver giurato di non sfogliarlo né di farne parola con nessuno. Il giuramento, però, ora può essere infranto, poiché le annotazioni contenute in quell'involucro sono l'unico indizio in grado di condurre ad alcune preziosissime reliquie cristiane andate perdute. Il diario si apre nel 1452, quando Gregorio giunge ad Adrianopoli insieme con il suo socio d'affari, l'ebreo-veneziano Malachia Bassan. La città, strappata a Venezia dagli Ottomani un secolo prima, offre uno spettacolo raccapricciante agli occhi dei due giovani mercanti. Gregorio ha un'idea: recuperare tutti " i frammenti di Paradiso" disseminati nelle chiese, nei sotterranei e dentro il Grande Palazzo imperiale di Costantinopoli, per salvare in tal modo la Cristianità. Un'idea allettante anche per Malachia Bassan, nella cui mente si affaccia il pensiero che, male che vada, quelle reliquie così preziose possono pur sempre essere vendute. Così tra imboscate, fughe ed enigmi, i due giovani mercanti si accingono all'impresa...


Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci (Minimum Fax), presentato da Giuseppe Antonelli e Diego De Silva

Nell’immaginario paese di Corsignano – tra Toscana e Umbria – la vita procede come sempre. C’è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C’è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull’altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell’arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c’è una comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: «il Cinghiale che uccise Liberty Valance» si ritrova all’improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall’altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti. Giordano Meacci scrive un romanzo bellissimo, commovente, appassionante, che racconta l’eterno mistero dei nostri sentimenti e lo fa grazie all’antico espediente di trattare le bestie come uomini e gli uomini come una tra le molte specie viventi sulla Terra.


L'addio di Antonio Moresco (Giunti), presentato da Daria Bignardi e Tiziano Scarpa

"Mi chiamo D'Arco e sono uno sbirro morto." Comincia così questo romanzo, metafisico e d'azione. Il protagonista è un uomo pieno di dolore, delicatezza e furore, chiamato a compiere una missione impossibile. La città dei vivi e quella dei morti sono vicine, comunicanti, e si assomigliano molto. La polizia dei vivi e la polizia dei morti sono in contatto e collaborano, quando devono risolvere i casi più difficili. Dispongono di cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti, e di e-mail criptate. Ma c'è un'altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Ora D'Arco deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma, se la morte venisse davvero prima della vita e il male prima del bene, come si potrà invertire la spirale? D'Arco ci proverà perché è uno che non si arrende, perché ha una formidabile guida e un alleato: un bambino dal cranio rasato, gli occhi spalancati e i denti serrati, una creatura senza più voce e con il collo percorso da una cicatrice prodotta da una collana di filo spinato, ma con la volontà attraversata dalla stessa indomabile sete di giustizia. Una coppia di eroi fragili e indistruttibili, individui solitari e disillusi ma disposti a mettere in gioco tutto per difendere chi sia stato umiliato e offeso: un uomo che si è gettato alle spalle le speranze e un bambino muto ma capace di guardare.


Conforme alla gloria di di Demetrio Paolin (Voland), presentato da Maria Rosa Cutrufelli e Elisabetta Mondello

Amburgo, 1985. Rudolf Wollmer fa il sindacalista, ha una moglie, un figlio adolescente e l'incubo di un padre scomodo, una ex ss che morendo gli ha lasciato in eredità la casa di famiglia. Deciso a sbarazzarsene subito, ritrova, tra gli oggetti del vecchio, un quadro intitolato La gloria. L'immagine è minacciosa ma nasconde un segreto ancora più terrificante. Nel tempo, la vicenda di Rudolf e del quadro si intreccia con quella di Enea Fergnani - ex prigioniero a Mauthausen sfuggito allo sterminio del lager grazie alla sua abilità artistica e proprietario di uno studio di tatuaggi a Torino - e della giovane Ana... Un romanzo sorprendente, dallo stile intenso e nitido, che è anche una riflessione sul rapporto tra vittima e carnefice, sul confine tra umano e disumano.


La figlia sbagliata di Raffaella Romagnolo (Frassinelli), presentato da Fabio Geda e Giuseppe Patota

Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant'anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l'uomo con cui ha condiviso l'esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.


Se avessero di Vittorio Sermonti (Garzanti), presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale

Una mattina di maggio del 1945 tre (o quattro) partigiani si presentano col mitra sullo stomaco in un villino zona Fiera di Milano alla caccia d'un ufficiale della Repubblica Sociale (o forse di tre), lo scovano, segue un ampio scambio di vedute, e se ne vanno. Da questo aneddoto domestico, sincronizzato bene o male ai grandi eventi della Storia, si dipanano settant'anni di ricordi di un fratello quindicenne, confusi ma puntigliosi, affidati come sono agli "intermittenti soprusi della memoria": il nero-sangue e il gelo della guerra, la triste farsa di sognarsi eroe, poi il "passaggio dalla parte del nemico" (iscrizione al PCI), e poi ancora un titubante far parte per se stesso; e il rapporto di reciproca protezione con il padre fascista; e la famiglia "feudale" della strana mamma; ma anche una collana di amori malriposti, le letture, il teatro, la musica, il calcio, gli amici. Testa e cuore però non fanno che tornare a quella mattina di maggio, a quell'ipotesi sospesa, a quell'eccidio mancato. Così, nel tentativo di fare i conti con i propri fantasmi, Vittorio Sermonti ci regala un libro sconcertante, tracciato nella forma di una lunga canzone d'amore per un tu che ha smascherato molti di quei fantasmi del "narrator narrato", e gli dà ancora la voglia di vivere: un libro che è anche la cronaca minuziosa di un Paese e di un interminabile dopoguerra...


La femmina nuda di Elena Stancanelli (La nave di Teseo), presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey

Anna è una donna intelligente, bella, con un lavoro interessante, ma di colpo tutto questo non serve più. Dopo cinque anni la sua storia d'amore con Davide affonda in una palude di tradimenti, bugie, ricatti. E la sua vita va in pezzi. Si trasforma in un'isterica, non dorme, non mangia, fuma e si ubriaca ogni sera per riuscire ad addormentarsi. Compulsivamente inizia a frugare nel telefonino di lui nelle chat, sui social. Non sa cosa sta cercando, non sa perché lo sta cercando. Per un anno rimarrà prigioniera di quello che lei stessa chiama il regno dell'idiozia, senza riuscire a dirlo a nessuno. Questo racconto è la sua confessione, sotto torma di lettera, a Valentina, la sua più cara amica, che l'ha vista distruggersi sera dopo sera. Anna dice tutto, senza pudore. I dettagli umilianti e ridicoli, l'ossessione, la morbosità. Anna somiglia a tutti noi, che combattiamo questa guerra paradossale che chiamiamo amore. Ogni tanto vinciamo, più spesso perdiamo. L'unica cosa su cui possiamo sempre contare, l'unica capace di indicarci i nostri confini, i nostri bisogni, è il corpo. E sarà al corpo che Anna si aggrapperà per sconfiggere il dolore.


11 novembre 2015

Memorie di una interprete di guerra - Elena Rževskaja

Mosca, ottobre 1941. Sono passati quattro mesi dall’attacco della Germania hitleriana all’URSS. Elena Rževskaja, ventiduenne, lascia la fabbrica di orologi dove lavora e si iscrive a un corso per interpreti militari. Inizia un’avventura che la porterà a diventare testimone attenta e partecipe della guerra, in un movimento continuo che attraverso cittadine e villaggi sconvolti dal conflitto la condurrà al fronte, e infine a Varsavia e a Berlino. Ed è qui, nel suo ruolo di interprete militare, che la giovane Elena si troverà nel maggio del ’45 al centro della misteriosa vicenda del riconoscimento del corpo carbonizzato di Hitler, di cui Stalin non informa neanche il maresciallo Žukov, comandante dell’Armata Rossa che entra vittoriosa in Berlino. E a questo punto il libro da avvincente narrazione diventa anche un ineludibile documento storico che contribuisce a chiarire una delle vicende più oscure della Seconda guerra mondiale.

Recensione

Memorie di un’interprete di guerra è il risultato finale di un reportage che, dopo vari articoli, approfondimenti e romanzi di Elena Rževskaja, racconta a cuore aperto la dura realtà del Fronte, mettendone in risalto gli aspetti più oscuri e inaspettati.
L’intento dell’autrice, con l’aiuto della traduttrice Daniela di Sora, è tramandare ai posteri le sue preziose memorie che preservano un grande segreto storico e portano alla luce questioni irrisolte, sulle quali i grandi dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale hanno preferito stendere un alone di mistero, preferendo così il mito alla Storia.

Una verità sulla morte di Hitler che si discosta da quella storiograficamente conosciuta (documentata nei minimi particolari), le realtà del Terzo Reich e le esperienze di chi la guerra l’ha vissuta sulla propria pelle, sono solo alcuni degli argomenti affrontati da parte della Rževskaja che nel suo romanzo, racconta di sé, Elena, un’interprete di tedesco per il fronte russo.
Un lavoro autobiografico portato avanti con caparbietà e con molto coraggio: rievocare tutte le memorie dell’esperienza bellica, infatti, significa anche riportare alla mente dolorose immagini di tristezza, rassegnazione e disperazione.
Il romanzo è un vero e proprio contenitore di ricordi, documenti, lettere e stralci di appunti di Elena, recuperati dai quaderni e dai taccuini che la accompagnarono fedelmente nei suoi vari spostamenti bellici. Leggiamo nelle prime pagine, di una Elena desiderosa di partire entusiasta alla volta del Fronte per vivere una esperienza che le permettesse di crescere e di sentirsi viva, ma l’entusiasmo ci mette poco a scemare, trasformandosi in desiderio di sopravvivere.

Non so sinceramente dove l’autrice abbia trovato la forza e il coraggio di sostenere una situazione simile, anche se non era in prima linea con un elmetto ed un fucile in mano, infatti, combatteva nel silenzio delle retrovie la sua guerra, munita di carta ed inchiostro. L’imminenza del crollo psicologico viene respinta con forza anche se non mancano momenti di debolezza che Elena trascorre stringendosi nei suoi valenki.
Uno degli spunti di riflessione offerti dal romanzo è la coincidenza tra il concetto di umanità, di fratellanza e l’etichetta storico-politica di nemico: il mio nemico è il soldato tedesco ma il soldato tedesco è anche un uomo come me. Ecco le parole del professore di tedesco di Elena:

-Vi prego di non dimenticare, Genossen, che l'autore di questi versi era un tedesco. Quando noi avremo vinto e il nazismo in Germania sarà stato definitivamente sconfitto, avremo il diritto di dire a noi stessi che mai, neanche negli anni della guerra e della ferocia, mai abbiamo smesso di amare questa splendida lingua.

I tedeschi non sono solo Adolf Hitler e Goebbels, ma anche le vittime della loro politica.
Si tratta di pensieri che popolano le menti ed i cuori di chi ha visto amici ma soprattutto nemici, prigionieri e vittime di loro stessi, beffati dal loro credo politico.
L’uomo ha perso molto della sua integrità morale come creatore della Guerra, una realtà dagli instabili equilibri dove è facile che la vittima diventi carnefice e viceversa.
A farne le spese, in ogni a caso, non sono mai i potenti: tristissime le immagini dei sopravvissuti che Elena ci racconta e descrive, ma anche piene di speranza per un domani migliore.
Col senno di poi possiamo purtroppo dire che il domani di cui si parla, il nostro ieri dunque, non è stato come ci si prospettava: la prepotenza, l’arroganza e la cattiveria continuano indisturbate a scorrere nei fiumi dell’animo umano, ormai contaminato e irriconoscente verso gli altri.

Nella lettura, l’egoismo amplificato di Hitler ci fa rabbrividire, come i peccati dei suoi sottoposti che non sono da meno; mi ha colpito molto la storia della famiglia di Goebbels, dal finale macabro.
Continuo ogni volta a sorprendermi di quanto l’animo umano possa essere spietato, come se non ci fosse mai un fondo da raggiungere oltre il quale è impossibile andare.
Il romanzo è una testimonianza molto viva e sentita di Elena, un dono che lei fa a noi lettori, condividendo tutti i suoi pensieri ma anche le sue riserve, permettendoci così di conoscere lati oscuri della Storia contemporanea.
Con uno stile molto lineare e accorato il libro si consuma celermente e lascia spazio a riflessioni su tematiche molto profonde. Un lavoro estremamente toccante e ben elaborato.
Non posso che assegnare cinque stelle e consigliarlo agli amanti della Storia, a coloro cui le pagine concesse dai libri scolastici non bastano.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Memorie di una interprete di guerra
  • Autore: Elena Rževskaja
  • Traduttore: Daniela Di Sora
  • Editore: Volans Edizioni
  • Data di Pubblicazione: 07/2015
  • Collana: Amazzoni
  • ISBN-13:978-8862431200
  • Pagine: 448
  • Formato - Prezzo: Brossura - 20,00 Euro

25 aprile 2011

Romanzo naturale - Georgi Gospodinov

Un matrimonio finisce, un uomo si separa da sua moglie e dai suoi gatti. La vita di un individuo all'improvviso precipita, ma viene misteriosamente a coincidere con quella di altre due persone: l'io narrante, redattore di una rivista letteraria, e un giardiniere pazzo.





Recensione

Un uomo alle prese con un divorzio. Uno spunto apparentemente banale. Ma proprio questa è la forza di questo romanzo breve: la banalità del soggetto viene abilmente scomposta in un flusso di narrazioni che scorrono da una unica fonte: quel trauma da cui ha origine la vicenda narrata.

L'obiettivo dell'io narrante è quello di ricomporre l'immagine del mondo che è stata frantumata da quell'evento traumatico. Più prosaicamente, di ricomporre i pezzi della propria esistenza. La scrittura, in questo senso, si rivela la medicina più efficace, trasformando la tragedia esistenziale in una commedia. Proprio per questo la lettura è godibile. Nella misura in cui la voce narrante è credibile, anche le "variazioni" sono gradevoli e divertenti (i trattati sulle mosche e sul bagno, le narrazioni che crescono sul tronco della vicenda pseudo-autobiografica).

Tirare fuori dall'armadio lo scheletro del romanzo post-moderno mi sembra onestamente una esagerazione, anche perché non è più nemmeno attuale (il romanzo era uscito in Bulgaria nel 1999) e le considerazioni meta-letterarie contenute nel romanzo lasciano il tempo che trovano. Il romanzo è gradevole e divertente nella misura in cui i lettori riescono a trovare una empatica solidarietà con l'autore. Non è poco, di questi tempi.

L'autore sembra prediligere e trovarsi a proprio agio con forme narrative brevi. Per chi, come il sottoscritto, le apprezza particolarmente, ciò rappresenta un valido motivo per seguirlo con attenzione.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Romanzo naturale
  • Titolo originale: Estestven Roman
  • Autore: Georgi Gospodinov
  • Traduttore: Daniela Di Sora e Irina Stoilova
  • Editore: Voland
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: Sirin
  • ISBN-13: 9788888700748
  • Pagine: 150
  • Formato - Prezzo: Brossura - 13,00 Euro
 

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