3 febbraio 2011

Intervista a Silvio Donà, autore di "Pinocchio 2112"

L'autore

Silvio Donà è nato a Campagna Lupia (Venezia) nel 1965. Vive a Bari. Da qualche parte conserva una laurea in Giurisprudenza. È sposato e ha due figli.
Scrive da sempre. Ha vinto alcuni concorsi letterari, tra cui il «Premio Mondolibro 2001», e ha pubblicato numerosi racconti in antologie di autori esordienti. Con il romanzo Nebbie è stato finalista dell'edizione 2004 del «Premio palazzo al bosco».




Il libro

La superficie della Terra è ridotta una landa inospitale, inaridita da decenni di scempi ambientali. Per sopravvivere, l’umanità si è rifugiata nel sottosuolo, creando una civiltà sotterranea dove vige unicamente la legge del più forte.
Tra i pericolosi vicoli di un mondo che non gode della luce del sole si muove un cercatore a caccia di una merce molto particolare: i libri, unici testimoni di un passato felice e perduto.
Il lavoro lo porterà a imbattersi nel più feroce capobanda della sua città, ma soprattutto in due beni ancora più preziosi dei pur rari e ricercati volumi: l’affetto di un bambino e la Verità.



L'intervista



1. Hai esordito con un romanzo distopico. In Italia la fantascienza è un genere in secondo piano, e audace pare la scelta di esordire proprio con un romanzo di fantascienza. Cosa ti ha spinto a scegliere questo genere poco affrontato?

In realtà dietro “Pinocchio 2112” non c’è una scelta ragionata. Come spesso succede le cose migliori si producono quando si scrive per se stessi, raccontando per il solo gusto di raccontare. La prima stesura, infatti, risale a diversi anni fa e non pensavo affatto sarebbe stato il mio romanzo di esordio. Semplicemente avevo per le mani una bella storia e mi ci sono immerso con passione. Io non sono uno scrittore “di fantascienza” e, anzi, non mi sento di appartenere a nessun genere in particolare. Nella memoria del mio computer dormono romanzi di diversissimi tra loro perché mi piace sperimentare, mettermi alla prova, provare a modulare la scrittura in base alla vicenda che mi trovo a raccontare.


2. L'impianto distopico del tuo romanzo fa immediatamente pensare ai grandi lavori di Orwell e Bradbury: ci sono altre opere, di più ampio respiro fantascientifico, che hai apprezzato e che ti hanno influenzato?

Libri come “1984” o “Fahrenheit 451” sono stati letture fondamentali per la mia formazione e rappresentano il tipo di romanzo di fantascienza che più apprezzo; romanzi cioè che utilizzano l’ambientazione fantascientifica per raccontare storie dal valore universale. Nel caso specifico “Pinocchio 2112” deve sicuramente qualcosa a un libro, a mio parere, bellissimo: “La strada” di Cormac McCarty. Dopo averlo letto, tra la seconda e la terza stesura del mio romanzo, ho sviluppato ulteriormente il tema della paternità e, in particolare, del carico di responsabilità che questa porta con sé.


3. Hai costruito un mondo distopico abbastanza dettagliato, ponendo l'accento soprattutto sui disastri ecologici e sulla morte della cultura. Pensi che sia un futuro effettivamente possibile?

I disastri ambientali non sono una “possibilità” bensì, purtroppo, una certezza. Nel senso che se l’uomo continuerà ad abusare del pianeta e delle sue risorse nel modo irragionevole in cui ne abusa oggi, inevitabilmente distruggerà l’eco sistema su cui la Terra si è retta fino ad ora. Ma io sono ottimista e credo (voglio credere) che l’avere finalmente preso consapevolezza del baratro che si apre davanti a noi ci consentirà di fermarci in tempo. Del resto qualche segnale incoraggiante mi sembra si stia registrando.
La cultura poi è stata data per morta talmente tante volte, e ogni volta invece è “resuscitata” in forme leggermente differenti, che mi sentirei, anche qui, di essere ottimista. Quello che chiamiamo morte della cultura è probabilmente una sua ulteriore trasformazione. Non si può uccidere la cultura, per il semplice fatto che non si può annullare la voglia di conoscere e di capire insita nella natura umana. Si può, però, umiliarla, questo sì, ed è quello che prova a fare la società in cui viviamo quando tenta di farne una merce come le altre, facendo passare l’idea che cultura, consenso e successo siano la stessa cosa. Di certo l’influenza della TV commerciale sul nostro gusto è stata potente e deleteria, livellandolo verso il basso. Di contro l’esplosione di internet rappresenta un’opportunità straordinaria in quanto attraverso la rete si può veicolare qualsiasi cosa, “persino” la cultura (mi si passi la battuta), a patto di capirne la complessità e di riuscire in qualche modo a governarla (non nel senso di imbrigliarla, ma nel senso di darle delle forme compiute e concretamente fruibili).
Non sarebbe male, naturalmente, se cominciassimo noi per primi a “remare contro” queste logiche. Cosa che si può fare, perché no, anche scrivendo dei libri.


4. Entriamo nel vivo della storia. Ciò che, secondo me, ha spinto la trama in direzioni sempre più distanti dal classico modello distopico è il ruolo di Lucignolo, il ragazzino che viene salvato e adottato dal protagonista. Una scelta inusuale, se si pensa ancora ai grandi modelli distopici, con i loro protagonisti solitari e individualisti. La mia domanda peculiare è: chi è venuto prima, Angelo o Lucignolo?

Nella evoluzione del romanzo viene prima Angelo; è la figura del cercatore di libri quella che mi è nata nella testa e che occupava quasi per intero la prima stesura del romanzo. Il tema della paternità e la figura di Lucignolo si sono fatti strada in seguito, poco per volta, fino a diventare uno dei temi centrali. Tutto il romanzo, comunque, è incentrato sullo sforzo che Angelo compie per rimanere “uomo”, nel senso più profondo del termine, nonostante l’ambiente disumano in cui si trova a vivere. Diverso e originale perché nutrito di idee e di stimoli diversi. Quelli che gli vengono dai libri, appunto.


5. Tra tutte le tematiche affrontate, la più coraggiosa e la più inusuale è quella della paternità. Cosa ti ha spinto ad affrontarla, pur nella cornice di un romanzo di fantascienza?

Anche io penso che il tema della paternità, intesa non come generica soddisfazione del desiderio di diventare padre, ma come assunzione di responsabilità e quindi, come occasione di crescita del protagonista, sia uno degli elementi di maggiore originalità del romanzo. Lo hanno sottolineato molti lettori in diverse recensioni che ho letto e mi fa piacere che la cosa emerga in modo così prepotente. Quello che mi ha spinto ad affrontarla è, molto semplicemente, l’importanza che il tema ha nella mia vita di tutti i giorni. Sono padre di due ragazzi e sicuramente per me la paternità è prima di tutto senso di responsabilità, fin troppo forse (probabilmente i miei figli preferirebbero che fossi un padre più “leggero”, meno ansioso, meno preoccupato). Su questo influisce con ogni probabilità la mia storia personale, il fatto che mio padre è morto quando avevo 6 anni, per cui ho sempre sentito dentro il vuoto, la mancanza di questa figura di riferimento.


6. E Pinocchio?

Per la verità Pinocchio non era una presenza così forte nel testo originale proposto alla Leone Editore e sono stati loro a volere che entrasse maggiormente nella storia. Una delle cose che ho scoperto firmando il mio primo contratto editoriale è che le case editrici si riservano il diritto di decidere in autonomia due cose (che, non a torto, ritengono fondamentali dal punto di vista della commercializzazione del libro): il titolo e la copertina. La casa editrice voleva un titolo in cui entrasse il nome “Pinocchio”, come elemento di richiamo; abbiamo pensato di farlo seguire dalla data in cui si svolge la storia, per suggerire che si tratta di un romanzo di fantascienza, e io ho scelto il 2112 perché numero palindromo e perché richiama, in qualche modo, la data (tanto inutilmente pubblicizzata) del 2012. Ecco come si arriva a “Pinocchio 2112”.
La cosa interessante, anche come scrittore, è stato il lavoro che poi ho dovuto fare sul testo in fase di revisione delle bozze (fatto in prima persona - cosa che preferisco - con il prezioso aiuto e i suggerimenti di Simone Bertelegni, ottimo editor) per aumentare la rilevanza della figura di Pinocchio nella storia. Per esempio ho ribattezzato Lucignolo il bambino, che in origine aveva un altro nome ma, soprattutto, ho scritto appositamente un intero capitolo che poi ho inserito e armonizzato nella struttura del romanzo. Chi ha letto il libro capirà probabilmente di quale capitolo si tratta. Un esercizio, ripeto, molto interessante e anche stimolante dal punto di vista della scrittura.


7. Una domanda ancora sullo stile. Io sono sempre molto attento alla componente stilistica dei libri che leggo, e mi sono accorto che possiedi uno stile di narrazione capace di adattarsi bene alle richieste della trama: te la cavi molto bene sia con le scene di azione che con quelle di forte impatto emotivo, e sebbene sia per lo più asciutto, ogni tanto salta fuori qualche coloritura fortemente pulp. Se ci sono, quali letture, interessi ed esperienze hanno contribuito a formare questo apparato stilistico?

Lo sai che mi hai fatto un bel complimento? In effetti negli anni ho lavorato molto sullo stile, prima per asciugarlo, eliminando l’enfasi e la ridondanza dei miei primi lavori (è stata una utilissima palestra l’avere scritto per anni soprattutto racconti brevi) poi, una volta acquisito uno stile essenziale, per imparare a modularlo e, nel caso, a impreziosirlo per evitare il rischio opposto, di diventare troppo piatto e, quindi, banale. Per quanto riguarda le mie letture sono sempre state molto varie e poco sistematiche; ho smesso da tempo di distinguere tra letteratura “alta” e “bassa” (chi decide cosa è alto e cosa e basso? E in base a quali criteri? Qui la discussione si farebbe lunga...) per cui leggo Philip Roth così come leggo Stephen King (che in realtà è un ottimo scrittore, peccato si butti troppo spesso via; provate per esempio a leggere il suo Stand by me; uno dei migliori romanzi che abbia letto sulla transizione all’età adulta). Sicuramente una influenza forte sulla mia scrittura l’hanno avuta i tanti romanzi di scrittori americani letti quando ero ragazzo. Steinbeck. Hemingway, London mi hanno insegnato la prevalenza di una solida storia su ogni altro aspetto del romanzo e l’uso di una lingua al servizio della vicenda che viene narrata e mai fine a se stessa. Non sopporto, infatti, gli scrittori che si “scrivono addosso”. In questo senso, venendo agli italiani, ho sempre avuto grandissima ammirazione per Calvino, capace di coniugare al meglio essenzialità di scrittura e profondità del messaggio. I racconti di Buzzati, poi, sono fantastici.


8. E ora la domanda topica: cos'è per te la scrittura? Quando hai cominciato a scrivere, e quando in particolare hai accettato l'idea di uscire allo scoperto e provare a pubblicare?

Scrivere è sempre stato un atto “naturale” per me, il modo più semplice per esprimermi, forse anche a causa della mia timidezza. Ho cominciato a da ragazzino, per gioco, e quel senso di divertimento non mi ha mai abbandonato. Anche oggi, infatti, scrivo perché mi piace farlo, non certo perché sia diventato un mestiere (e, infatti, mi guadagno da vivere facendo tutt’altro). Quindi, tirando le somme, prima di “Pinocchio 2112” ci sono stati quasi 30 anni di lavoro silenzioso e appassionato. Per quanto riguarda la decisione di “uscire allo scoperto” anche quella ha radici lontane perché già a 18 o 19 anni avevo ben chiaro che scrivere era la cosa che - se avessi posseduto una bacchetta magica - avrei voluto fare nella vita (siccome poi non la possedevo, ho pensato bene di laurearmi e di trovarmi un lavoro “normale”). Per cui ho cominciato presto a mandare i miei racconti in giro per premi letterari. Alcuni li ho vinti, in altri ho avuto delle segnalazioni; per questa via ho avuto modo di pubblicare numerosi racconti in diverse raccolte di autori esordienti.
Poi intorno ai 30 anni ho smesso quasi completamente di scrivere racconti e mi sono concentrato su lavori più complessi e più ambiziosi. Anche qui ho provato prima la strada dei premi letterari e alcuni miei romanzi sono stati finalisti in concorsi anche prestigiosi, arrivando più volte a “un passo” dalla pubblicazione.
Solo recentemente ho cominciato a mandare i miei scritti in visione alle case editrici. A questo riguardo devo dire che ho avuto esperienze deludenti con ripetute offerte di pubblicazione “a pagamento” o che prevedevano comunque contributi più o meno occulti (anche da case editrici piuttosto conosciute, che non pensavo seguissero questa “politica”), che mi sono sempre sentito di rifiutare.
Fino al fortunato incontro con Leone Editore.


9. Parlaci della tua esperienza editoriale. Hai pubblicato con una casa non a pagamento, com'è andata?

Ho incontrato Leone Editore ancora una volta grazie a un concorso letterario; ho partecipato, infatti, alla prima edizione del premio letterario da loro organizzato, in cui il mio romanzo ha avuto una segnalazione di merito a seguito della quale mi hanno contattato, facendomi finalmente una vera, seria proposta editoriale. Di Leone non posso che parlare in termini positivi. E’ una casa editrice piccola, ma professionale e coraggiosa, con cui ho avuto modo di fare un buon lavoro di editing, molto rispettoso del mio testo.
Anche dal punto di vista della distribuzione, nota dolente della maggior parte degli editori di piccole dimensioni, non posso che ritenermi soddisfatto in quanto Leone viene distribuito dalla PDE (uno dei principali distributori a livello nazionale) e il mio romanzo è fisicamente arrivato in circa 300 librerie su tutto il territorio nazionale, comprese alcune Feltrinelli, per esempio a Roma e Milano. Che per un piccolo editore è davvero un risultato notevole.
Chiaramente Leone non è, però, in grado di spendere grosse cifre per pubblicità e promozione e, in questo senso, diventa difficile combattere contro colossi come la Mondadori e la sua conosciutissima serie “Urania” che tende a monopolizzare (qualche volta, mi si permetta, non sempre con lavori di qualità eccelsa) il mercato della sci-fi in Italia.
Una nota di merito, infine, per la qualità dei volumi pubblicati da Leone, davvero belli e curati sia dal punto di vista della carta e dell’impaginazione, sia per la sostanziale mancanza di errori e refusi.


10. Sei molto attivo su aNobii: Internet, i blog e siti come aNobii quanto ti hanno aiutato?

In mancanza di lanci e spazi pubblicitari, il WEB diventa uno dei mezzi principali attraverso cui un esordiente può provare a farsi conoscere. Forzando un po’ la mia iniziale titubanza (nel senso che ho sempre dannatamente paura di “dare fastidio”) ho provato a parlare del mio romanzo nei luoghi in rete in cui si incontrano e discutono i lettori e, in effetti, i riscontri sono stati positivi.
Certo non ci si possono aspettare risultati miracolosi, né a brevissima scadenza, sia perché c’è una miriade di scrittori esordienti che a loro volta (giustamente) provano a proporre i loro libri, sia soprattutto perché alla “pubblicità” che uno prova a fare devono poi corrispondere pareri e recensioni positive dei lettori, gli unici che alla fine decretano la bontà di un lavoro.
Per fortuna esattamente quello che ora, a un anno di distanza dall’uscita del libro, sta succedendo. Pian piano, cioè, grazie al passaparola, “Pinocchio 2112” ha conquistato un certo numero di lettori che cominciano a parlarne ad altri lettori e proprio in questi mesi mi sono arrivate numerose proposte di interviste, che testimoniano l’interesse per il romanzo. Inoltre continuano a comparire recensioni davvero molto belle su blog e siti di appassionati di fantascienza (e non). Sembra, cioè, che il romanzo stia acquistando un certo credito e questa è una buonissima moneta da spendere.


11. Ultima domanda: progetti futuri? Scriverai ancora di fantascienza o sei pronto per il grande salto nella narrativa mainstream?

A dire il vero ho diversi romanzi nella memoria del mio pc, tutti però di genere diverso dalla fantascienza.
Se posso approfittare dell’occasione anticipo che a settembre uscirà, sempre con Leone Editore (che, giustamente, ha un’opzione sui miei lavori) un romanzo breve dal titolo (ironico) “Luisa ha le tette grosse”. E’ un romanzo sulla morte dei sogni che racconta del confuso e sconclusionato tentativo di un 40enne ex chitarrista rock, ormai incastrato in una vita fin troppo borghese, di ritrovare un po’ delle illusioni perdute. Un romanzo tutto diverso da “Pinocchio 2112”, cattivello ma, spero, divertente da leggere.
Detto ciò proprio in questi settimane riflettevo su quel “credito” di cui parlavo prima, acquisito tra numerosi appassionati di fantascienza che, forse, meriterebbe una mia seconda incursione nel genere sci-fi. Il problema, però, non è tanto pubblicare un secondo romanzo fantascientifico (cosa di cui il mio editore, probabilmente, sarebbe felice), quanto piuttosto trovare una nuova storia che sia buona e convincente quanto quella del cercatore di libri. Non vorrei pubblicare qualcosa: “tanto per pubblicare”. I lettori, infatti, non perdonano questo tipo di operazioni. Ma, forse, una mezza idea ha cominciato a girarmi nella mente... vedremo!


E' tutto! Se vuoi, puoi aggiungere qualcosa per i tuoi lettori e per quelli che magari lo diverranno!

Voglio intanto ringraziarvi di cuore per lo spazio che avete voluto dedicarmi.
Se poi qualche lettore rimarrà incuriosito da questa intervista, lo invito a fare una piccola ricerca con Google su “Pinocchio 2112” e a verificare coi propri occhi le varie recensioni che girano in rete. Nella speranza che gli venga voglia di “rischiare” con un nome diverso da quelli strillati dalle sirene delle grandi case editrici.
Buone letture a tutti!

1 Commenti:

  • 31 maggio 2011 alle ore 11:47
    Anonimo says:

    Letto! Mooooolto bello :-)

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