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10 luglio 2012

Intervista a Luca Filippi, autore di "Sangue giudeo"

L'autore

Luca Filippi, romano, è nato nel 1976 sotto il segno del Leone. Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia. Attualmente lavora come medico ospedaliero. È sposato con Antonella ed è padre di Lucilla e Alessandro. Ama leggere, soprattutto noir e romanzi storici. Nella scrittura cerca di coniugare la passione per il passato con quella per l’indagine scientifica.
Per Leone Editore ha pubblicato L’arcano della Papessa – Intrigo alla corte dei Borgia, I diavoli della Zisa e Sangue giudeo; inoltre, ha scritto i racconti «Il marchio della strega» per l’antologia La superbia (Giulio Perrone Editore) e «La neve a Trieste» per l’antologia Leon Battista Alberti (Albus Edizioni).Scambia opinioni su storia e letteratura attraverso il blog lavibrazionenera.blogspot.com.



Il libro

Roma, 1500. Mentre il Valentino torna da trionfatore nella capitale accolto con tutti gli onori dal padre, papa Alessandro vi Borgia, nella comunità ebraica si susseguono diversi omicidi per avvelenamento. Tiberio di Castro, medico speziale alla corte vaticana, sarà chiamato a indagare sul mistero.
Ma la sua fama di uomo retto attirerà le attenzioni anche di un'ospite particolare. Caterina Sforza è infatti imprigionata a Castel Sant’Angelo, portata a Roma come bottino di guerra dal Valentino, e con le sue arti magiche e seduttive chiederà al giovane speziale di aiutarla nel suo progetto di fuga. Le indagini di Tiberio, introdotto ai misteri del veleno da Caterina, andranno a lambire gli alti vertici della Chiesa, ma qualcuno, nei palazzi del potere, segue con attenzione ogni suo passo, pronto a sacrificarsi per l’oscuro demone che lo governa.
Dopo 'L’arcano della Papessa', Tiberio di Castro torna a indagare sui misteri della Roma rinascimentale.



L'intervista



1) Da Aristotele di Doody a Prodico di Garcia Valiño, senza contare fratello Cadfael di Peters e altri precedenti illustri, presentare polizieschi con ambientazioni storiche sembra essere parecchio di moda. secondo te qual è il motivo? Si tratta di una tendenza del momento destinata a perdersi o ha radici più profonde?

Il meccanismo investigativo alla base del giallo classico (alla Agatha Christie, per intenderci) ha sempre affascinato i lettori. Il delitto può essere concepito, in un certo senso, anche come una intrigante sfida per l’intelletto. L’idea che la mente umana possa rintracciare il movente e l’autore di un gesto tanto efferato ha, di per sé, quasi una valenza consolatoria. Come se dare giustizia alle vittime riuscisse, almeno in parte, a riportare l’equilibrio.
Di volta in volta, gli Autori hanno immaginato le menti universalmente riconosciute come tra le più brillanti della Storia (Aristotele, Prodico o il Dante Alighieri di Giulio Leoni) alle prese con la risoluzione di complessi casi polizieschi. Altre volte è l’interesse per l’ambientazione storica a prevalere, come nel caso di fratello Cadfael, o il Tiberio di Castro di “Sangue giudeo”, come se lo scrittore volesse dimostrare che con la logica e la perseveranza, anche senza i mezzi fantascientifici di “CSI”, si può risalire la linea del sangue e trovare il colpevole di un delitto.


2) Hai scelto di ambientare 'Sangue giudeo' nella Roma dei Borgia, il motivo è legato ai personaggi o alla trama?

A costo di apparire banale, penso che sia la Roma dei Borgia ad avere scelto me, piuttosto che il contrario. Un interesse scaturito dalla lettura di qualche romanzo si è trasformato in un campo di studio, approfondimento, ricerca.
Alla fine mi sono tanto appassionato a questi personaggi, così intensi, rivoluzionari e assoluti, che mi sono sorpreso a scrutare il ramificato albero genealogico della dinastia di Valencia, per comprenderne le alleanze e le parentele e capire quanto ci fosse di vero e di inventato nella leggenda nera dei Borgia.


3) Su quali basi storiche e che tipo di ricerche hai effettuato per ricreare l'ambientazione storica in cui si muove Tiberio di Castro?

Ho letto saggi storici e testimonianze dei contemporanei. Per la ricostruzione della parte più medica ho attinto allo splendido volume “Storie all’ombra del malfrancese”, regalatomi da mia moglie, ma anche a un erbario del Cinquecento che ho fortunosamente rinvenuto in una bancarella sul molo di Anzio. E ancora ho avuto la fortuna di trovare la disponibilità di una farmacista, esperta ed appassionata di Storia, che mi ha fornito una copia anastatica del ricettario di Caterina. E poi ho visitato i luoghi del romanzo. I vicoli del ghetto, il portico d’Ottavia, la Torre Argentina e il palazzo di Burcardo, tutti i luoghi che conservano ancora intatto il loro fascino e che ancora riescono a raccontare il loro stretto vincolo con il Cinquecento.


4) Hai scelto di intrecciare insieme una trama poliziesca, quella degli omicidi nella comunità ebraica, e una più storico-politica, quella dell'avventura italiana di Cesare Borgia. Non credi che sia complesso riuscire a trovare un equilibrio, soprattutto in uno spazio tutto sommato abbastanza ridotto?

Sicuramente il progetto è ambizioso. Ma volevo che il racconto andasse oltre il giallo classico e soprattutto desideravo che il personaggio di Caterina Sforza assumesse un ruolo di “co-protagonista”, che non fosse solo una semplice spalla nelle indagini di Tiberio.
Ho pensato allora di far convergere la trama più propriamente investigativa con quella politica, forse anche perché la novella assumesse alcune connotazioni della spy story. Certamente l’equilibrio tra le parti non è facile da mantenere, e probabilmente l’una ha prevalso sull’altra in alcuni momenti della narrazione.


5) Nella parte politica del giallo domina la figura di virago di Caterina Sforza Riario, forse il personaggio più riuscito e attraente del libro: l'ispirazione è solo storica o avevi in mente anche altri modelli?

Proprio così fu definita: “terribile virago”! Ma in realtà, Caterina Sforza è una figura difficilmente imbrigliabile in un qualunque stereotipo. Durante le mie incursioni nel mondo dei Borgia, mi sono imbattuto in questa donna veramente eccezionale per la sua epoca, non solo per la tempra ma anche per la cultura e l’ardimento che ha dimostrato. Metà strega e metà scienziata, con il suo “ricettario” ci ha regalato un vero gioiello per gli appassionati di storia della farmacia.
Ovviamente il ritratto che ci è stato tramandato dai contemporanei non è esente da deformazioni (in senso positivo o negativo), ma la Leonessa resta un personaggio emblematico e affascinante. Una donna pronta a combattere strenuamente per la difesa delle proprie terre, ma anche una femmina che si getta con slancio assoluto in tutto quello che fa. Come non restarne folgorati? Inoltre, la relazione tra la Sforza e il Valentino è ancora oggetto di dibattito. Alcuni concordano nel dire che la contessa sia stata l’amante di Cesare Borgia, altri la dipingono come una vittima della smania di possesso del figlio del papa.
A distanza di tanti secoli, Caterina Sforza resta un enigma. Impossibile resistere alla tentazione di averla tra i protagonisti del mio romanzo.


6) Gli Ebrei sono le vittime della violenza dell'assassino ma tutto sommato nel romanzo non si racconta molto di loro e della vita nel ghetto, si tratta di una scelta legata a motivi di lunghezza?

In “Sangue giudeo” gli ebrei sono soprattutto l’espediente per innescare la trama investigativa. Non era mia intenzione approfondire la complessa tematica di questo popolo, costretto già allora a estenuanti peregrinazioni. I figli di Davide, confinati nei rioni dei giudei, rimangono sullo sfondo della vicenda, nella profondità di campo.


7) Anche del protagonista, Tiberio di Castro, già investigatore in altri racconti, si racconta poco come personaggio, al di fuori della sua implicazione nell'indagine. Pensi che subirà degli approfondimenti in futuro per quel che riguarda la storia personale e psicologica?

"Sangue giudeo” è il secondo romanzo della serie con lo speziale Tiberio di Castro. Il primo romanzo, “L’arcano della papessa”, è narrato in prima persona e racconta, tra le altre cose, della storia di amicizia tra il protagonista e il cardinale Farnese.
Viene tratteggiato un giovane poco scafato, non avvezzo ai manierismi di corte, che viene scaraventato dalla sua campagna nelle fauci di una Roma opulenta e spaventosa. In “Sangue giudeo” ho utilizzato la narrazione in terza persona proprio per favorire un distacco tra l’autore e il personaggio. I protagonisti delle nostre storie riflettono tutti una parte della nostra anima, delle nostre inquietudini o delle nostre potenzialità inespresse.
Forse questa necessità di “prendere le distanze” da Tiberio ha avuto un qualche riverbero nella sua caratterizzazione, che nell’ultimo romanzo è infatti meno marcata. Nel futuro, chissà, forse mi avvicinerò di nuovo a Tiberio, tanto da raccontarlo meglio.


8) La scelta di un'ambientazione storica come la Roma rinascimentale comporta anche delle difficoltà sul piano della lingua e delle conoscenze storiche per il lettore, tu come hai cercato di risolverle? Non temi che la scelta di un contesto diverso dall'attualità possa 'spaventare' i lettori? Penso, per esempio, alla presenza del 'cristogramma' e al ruolo di questo simbolo nella trama investigativa.

La scelta del romanzo storico ha due risvolti. Da una parte attrae il potenziale lettore, perché un libro è anche un viaggio e un romanzo ambientato nei secoli passati è un viaggio indietro nel Tempo, quindi pieno di fascino. Ma proprio perché questo salto a ritroso è nei fatti impossibile, si è costretti a un difficile equilibrio tra il presente, con il suo linguaggio e la sua realtà, e un passato, che aveva codici di comunicazione completamente diversi. Il rischio che il lettore possa esserne spaventato, o che abbandoni la lettura, c’è. Dovremmo tutti prendere lezione da Umberto Eco, che nel suo poderoso “Il nome della Rosa” riesce a tenere col fiato sospeso, mentre al contempo sciorina eventi storici e sviscera complesse questioni dottrinali.


9) Quali sono le tue letture e i tuoi riferimenti nel panorama del genere letterario noir? Hai degli autori che ti piacciono o ti ispirano più di altri, tra gli italiani o gli scandinavi, che stanno avendo un forte successo editoriale?

Tra gli autori italiani uno su tutti: Giulio Leoni, autore della celeberrima trilogia di Dante Alighieri investigatore. Ma anche Danila Comastri Montanari, con il suo Publio Aurelio, il simpatico senatore donnaiolo, con uno spiccato senso della giustizia, e le contraddizioni del “civis romanus”. Non posso non citare Alessandro Perissinotto, raffinato scrittore, di cui ho molto apprezzato la trilogia della psicologa Anna Pavesi, coinvolta suo malgrado nella risoluzione di alcuni delitti.
E poi le sorelle “noir” Elena e Michela Martignoni, i cui romanzi sono una lettura imprescindibile per chiunque voglia cimentarsi con i Borgia. Tra gli stranieri, molti i grandi, come Ken Follett, dalla ineguagliabile versatilità, e Steve Berry, autore di avvincenti thriller.
Una menzione d’onore a uno scrittore tedesco che vive e lavora a Trieste, e che ho scoperto quando vivevo nella città mitteleuropea: Veit Heinichen. Il nome fa venire in mente la birra (e con questo caldo non è male), ma il suo Proteo Laurenti, commissario di polizia e gaudente viveur, è uno dei personaggio più riusciti della Letteratura noir.


10) Per finire una domanda che, vista la serialità delle avventure di Tiberio di Castro, è quasi un obbligo: hai in mente sviluppi futuri per il personaggio e le sue peripezie?

Il mio calderone è in piena ebollizione. Dopo un fisiologico periodo di stallo, una sorta di “vuoto” che segue la stesura di un romanzo, ha cominciato a prendere forma una nuova avventura dello speziale Tiberio. Questa volta, i Borgia saranno solo sullo sfondo. E il nostro protagonista, in esilio, si troverà alle prese con i misteri di una civiltà che si credeva perduta per sempre. E invece…

16 giugno 2012

Sangue giudeo - Luca Filippi

Roma, 1500. Mentre il Valentino torna da trionfatore nella capitale accolto con tutti gli onori dal padre, papa Alessandro VI Borgia, nella comunità ebraica si susseguono diversi omicidi per avvelenamento.
Tiberio di Castro, medico speziale alla corte vaticana, sarà chiamato a indagare sul mistero. Ma la sua fama di uomo retto attirerà le attenzioni anche di un’ospite particolare. Caterina Sforza è infatti imprigionata a Castel Sant’Angelo, portata a Roma come bottino di guerra dal Valentino, e con le sue arti magiche e ammalianti chiederà al giovane speziale di aiutarla nel suo progetto di fuga.
Le indagini di Tiberio, introdotto ai misteri del veleno da Caterina, andranno a lambire gli alti vertici della Chiesa, ma qualcuno, nei palazzi del potere, segue con attenzione ogni suo passo, pronto a sacrificarsi per l’oscuro demone che lo governa.
Dopo
L’arcano della Papessa, Tiberio di Castro torna a indagare sui misteri della Roma rinascimentale. Sangue giudeo è un romanzo che alla precisa documentazione storica aggiunge la fascinazione dell’esoterico, il tutto narrato con indiscutibile passione e competenza.

Recensione

Un complotto antisemita terrorizza Roma agli inizi del XVI secolo, quando il ritrovamento di una serie di cadaveri di esponenti della comunità giudaica rischia di provocare una fuga collettiva dalla città eterna, mettendo così in pericolo gli introiti fiscali, garantiti da commerci e prestiti ad usura, su cui la curia pontificia e in particolare il rampollo dei Borgia, Cesare, conta per finanziare militarmente le proprie ambizioni di conquista nell'Italia centro-settentrionale.
Questo lo scenario in cui Tiberio di Castro, sorta di CSI agli ordini di un ostile Cesare Borgia, già protagonista di altri due gialli di Luca Filippi, indaga su una catena di omicidi e incontra la contessa di Imola Caterina Sforza Riario, prigioniera del Valentino, catturata dopo la caduta della roccaforte emiliana e confinata nel palazzo del Belvedere.
Lo scenario storico è ben ricostruito: la situazione italiana molto complessa vede lo scontro tra la sanguigna famiglia Borgia, con alla testa il papa mondano Alessandro VI, e gli alleati Veneziani e Francesi, contro le Sigorie dei Medici e degli Sforza per l'egemonia nella penisola e la creazione di uno Stato regionale nelle Romagne da affidare alle ambizioni politiche del Valentino.
Per gestire le continue campagne di guerra necessarie all'attuazione di questa strategia politica e consentire gli sfarzi della curia spagnola servono i proventi delle tasse e in particolare il continuo flusso di denaro che scaturisce dalla numerosa comunità ebraica confluita a Roma dopo la cacciata dalla Spagna unificata.
Per fronteggiare la catena di delitti Cesare si rivolge a Tiberio di Castro, suo nemico nelle precedenti puntate della serie, di cui però apprezza le capacità investigative. L'uso di un potente veleno, oltre al fatto che le vittime presentano tutte una sorta di marchio, XP, il cristogramma, cioè le iniziali di 'Cristo' in greco, a indicare la matrice fanatica dei delitti, offre al medico patologo ante litteram il destro per ottenere dal duca Valentino il permesso di consultare la contessa Caterina Sforza, riconosciuta esperta in campo di venefici e alchimia e dotata di una vasta educazione umanistica.

Il personaggio di Caterina - al cui ritratto dal sorriso enigmatico, quasi a suggerirne un improbabile ruolo di modella per la celeberrima Gioconda, lavora Leonardo da Vinci nel finale - è forse il pezzo più pregevole di questo giallo, che presenta una buona ricostruzione storica e uno stile corretto e coerente. Filippi delinea un carattere intrigante, poliedrico e sensuale, dalle fortissime passioni, strettamente legato alla propria storia e alle radici famigliari, insomma tutte le caratteristiche della madonna rinascimentale e della femmina mediterranea insieme, affascinante e pericolosa ma irresistibile.

La storia prosegue con un'escalation di efferate violenze nei crimini ai danni degli ebrei romani, concentrate nella zona del Ghetto e di Trastevere, e parallelamente l'autore inserisce anche un filone politico, il tentativo di fuga organizzato da Lodovico il Moro, il Duca di Milano spodestato dai Francesi e protetto dall'Imperatore, in favore della nipote Caterina, come parte di un controffensiva ai piani dei Borgia.

La fusione delle trame, quella 'poliziesca' e quella politica, risulta credibile e interessante, soprattutto per gli sviluppi macabri degli omicidi che danno vita alla figura oscura dell'assassino, un prototipo di serial killer, e si realizza nel protagonista, Tiberio di Castro, che è il punto d'incontro dei filoni, però rimane qualche difficoltà, dovuta soprattutto alla debolezza con cui viene caratterizzato. Per esempio il retroscena legato alla sua inimicizia con il Valentino è accennato ma per chi non abbia letto gli altri romanzi rimane alquanto nebuloso; ancora, la rapidità con cui, una volta esaurita la parte politica della vicenda, se ne risolve anche quella criminale appare piuttosto artificiosa.

Il risultato di questo rapporto tra le due anime di 'Sangue Giudeo' è un equilibrio precario tra i due aspetti del racconto, che sembra quasi doversi comprimere e subire bruschi rallentamenti o accelerazioni nel ritmo o nella definizione dei personaggi secondari, per esempio il gendarme che accompagna Tiberio di Castro nelle indagini, o il gruppo dei canonici teutonici, e anche il colpevole stesso, il cui profilo sembra frettolosamente calcato sullo stereotipo del fanatico religioso.
Anche la spiegazione finale, che dovrebbe essere il culmine della suspense in un buon giallo, risente dell'essere affrettata e non del tutto plausibile, in un contesto in cui invece lo stile scorrevole e l'ambientazione storica avrebbero anche permesso uno sviluppo più coinvolgente e meno sbrigativo dell'intreccio noir.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sangue giudeo
  • Autore: Luca Filippi
  • Editore: Leone Editore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788863930535
  • Pagine: 248
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro

3 febbraio 2011

Intervista a Silvio Donà, autore di "Pinocchio 2112"

L'autore

Silvio Donà è nato a Campagna Lupia (Venezia) nel 1965. Vive a Bari. Da qualche parte conserva una laurea in Giurisprudenza. È sposato e ha due figli.
Scrive da sempre. Ha vinto alcuni concorsi letterari, tra cui il «Premio Mondolibro 2001», e ha pubblicato numerosi racconti in antologie di autori esordienti. Con il romanzo Nebbie è stato finalista dell'edizione 2004 del «Premio palazzo al bosco».




Il libro

La superficie della Terra è ridotta una landa inospitale, inaridita da decenni di scempi ambientali. Per sopravvivere, l’umanità si è rifugiata nel sottosuolo, creando una civiltà sotterranea dove vige unicamente la legge del più forte.
Tra i pericolosi vicoli di un mondo che non gode della luce del sole si muove un cercatore a caccia di una merce molto particolare: i libri, unici testimoni di un passato felice e perduto.
Il lavoro lo porterà a imbattersi nel più feroce capobanda della sua città, ma soprattutto in due beni ancora più preziosi dei pur rari e ricercati volumi: l’affetto di un bambino e la Verità.



L'intervista



1. Hai esordito con un romanzo distopico. In Italia la fantascienza è un genere in secondo piano, e audace pare la scelta di esordire proprio con un romanzo di fantascienza. Cosa ti ha spinto a scegliere questo genere poco affrontato?

In realtà dietro “Pinocchio 2112” non c’è una scelta ragionata. Come spesso succede le cose migliori si producono quando si scrive per se stessi, raccontando per il solo gusto di raccontare. La prima stesura, infatti, risale a diversi anni fa e non pensavo affatto sarebbe stato il mio romanzo di esordio. Semplicemente avevo per le mani una bella storia e mi ci sono immerso con passione. Io non sono uno scrittore “di fantascienza” e, anzi, non mi sento di appartenere a nessun genere in particolare. Nella memoria del mio computer dormono romanzi di diversissimi tra loro perché mi piace sperimentare, mettermi alla prova, provare a modulare la scrittura in base alla vicenda che mi trovo a raccontare.


2. L'impianto distopico del tuo romanzo fa immediatamente pensare ai grandi lavori di Orwell e Bradbury: ci sono altre opere, di più ampio respiro fantascientifico, che hai apprezzato e che ti hanno influenzato?

Libri come “1984” o “Fahrenheit 451” sono stati letture fondamentali per la mia formazione e rappresentano il tipo di romanzo di fantascienza che più apprezzo; romanzi cioè che utilizzano l’ambientazione fantascientifica per raccontare storie dal valore universale. Nel caso specifico “Pinocchio 2112” deve sicuramente qualcosa a un libro, a mio parere, bellissimo: “La strada” di Cormac McCarty. Dopo averlo letto, tra la seconda e la terza stesura del mio romanzo, ho sviluppato ulteriormente il tema della paternità e, in particolare, del carico di responsabilità che questa porta con sé.


3. Hai costruito un mondo distopico abbastanza dettagliato, ponendo l'accento soprattutto sui disastri ecologici e sulla morte della cultura. Pensi che sia un futuro effettivamente possibile?

I disastri ambientali non sono una “possibilità” bensì, purtroppo, una certezza. Nel senso che se l’uomo continuerà ad abusare del pianeta e delle sue risorse nel modo irragionevole in cui ne abusa oggi, inevitabilmente distruggerà l’eco sistema su cui la Terra si è retta fino ad ora. Ma io sono ottimista e credo (voglio credere) che l’avere finalmente preso consapevolezza del baratro che si apre davanti a noi ci consentirà di fermarci in tempo. Del resto qualche segnale incoraggiante mi sembra si stia registrando.
La cultura poi è stata data per morta talmente tante volte, e ogni volta invece è “resuscitata” in forme leggermente differenti, che mi sentirei, anche qui, di essere ottimista. Quello che chiamiamo morte della cultura è probabilmente una sua ulteriore trasformazione. Non si può uccidere la cultura, per il semplice fatto che non si può annullare la voglia di conoscere e di capire insita nella natura umana. Si può, però, umiliarla, questo sì, ed è quello che prova a fare la società in cui viviamo quando tenta di farne una merce come le altre, facendo passare l’idea che cultura, consenso e successo siano la stessa cosa. Di certo l’influenza della TV commerciale sul nostro gusto è stata potente e deleteria, livellandolo verso il basso. Di contro l’esplosione di internet rappresenta un’opportunità straordinaria in quanto attraverso la rete si può veicolare qualsiasi cosa, “persino” la cultura (mi si passi la battuta), a patto di capirne la complessità e di riuscire in qualche modo a governarla (non nel senso di imbrigliarla, ma nel senso di darle delle forme compiute e concretamente fruibili).
Non sarebbe male, naturalmente, se cominciassimo noi per primi a “remare contro” queste logiche. Cosa che si può fare, perché no, anche scrivendo dei libri.


4. Entriamo nel vivo della storia. Ciò che, secondo me, ha spinto la trama in direzioni sempre più distanti dal classico modello distopico è il ruolo di Lucignolo, il ragazzino che viene salvato e adottato dal protagonista. Una scelta inusuale, se si pensa ancora ai grandi modelli distopici, con i loro protagonisti solitari e individualisti. La mia domanda peculiare è: chi è venuto prima, Angelo o Lucignolo?

Nella evoluzione del romanzo viene prima Angelo; è la figura del cercatore di libri quella che mi è nata nella testa e che occupava quasi per intero la prima stesura del romanzo. Il tema della paternità e la figura di Lucignolo si sono fatti strada in seguito, poco per volta, fino a diventare uno dei temi centrali. Tutto il romanzo, comunque, è incentrato sullo sforzo che Angelo compie per rimanere “uomo”, nel senso più profondo del termine, nonostante l’ambiente disumano in cui si trova a vivere. Diverso e originale perché nutrito di idee e di stimoli diversi. Quelli che gli vengono dai libri, appunto.


5. Tra tutte le tematiche affrontate, la più coraggiosa e la più inusuale è quella della paternità. Cosa ti ha spinto ad affrontarla, pur nella cornice di un romanzo di fantascienza?

Anche io penso che il tema della paternità, intesa non come generica soddisfazione del desiderio di diventare padre, ma come assunzione di responsabilità e quindi, come occasione di crescita del protagonista, sia uno degli elementi di maggiore originalità del romanzo. Lo hanno sottolineato molti lettori in diverse recensioni che ho letto e mi fa piacere che la cosa emerga in modo così prepotente. Quello che mi ha spinto ad affrontarla è, molto semplicemente, l’importanza che il tema ha nella mia vita di tutti i giorni. Sono padre di due ragazzi e sicuramente per me la paternità è prima di tutto senso di responsabilità, fin troppo forse (probabilmente i miei figli preferirebbero che fossi un padre più “leggero”, meno ansioso, meno preoccupato). Su questo influisce con ogni probabilità la mia storia personale, il fatto che mio padre è morto quando avevo 6 anni, per cui ho sempre sentito dentro il vuoto, la mancanza di questa figura di riferimento.


6. E Pinocchio?

Per la verità Pinocchio non era una presenza così forte nel testo originale proposto alla Leone Editore e sono stati loro a volere che entrasse maggiormente nella storia. Una delle cose che ho scoperto firmando il mio primo contratto editoriale è che le case editrici si riservano il diritto di decidere in autonomia due cose (che, non a torto, ritengono fondamentali dal punto di vista della commercializzazione del libro): il titolo e la copertina. La casa editrice voleva un titolo in cui entrasse il nome “Pinocchio”, come elemento di richiamo; abbiamo pensato di farlo seguire dalla data in cui si svolge la storia, per suggerire che si tratta di un romanzo di fantascienza, e io ho scelto il 2112 perché numero palindromo e perché richiama, in qualche modo, la data (tanto inutilmente pubblicizzata) del 2012. Ecco come si arriva a “Pinocchio 2112”.
La cosa interessante, anche come scrittore, è stato il lavoro che poi ho dovuto fare sul testo in fase di revisione delle bozze (fatto in prima persona - cosa che preferisco - con il prezioso aiuto e i suggerimenti di Simone Bertelegni, ottimo editor) per aumentare la rilevanza della figura di Pinocchio nella storia. Per esempio ho ribattezzato Lucignolo il bambino, che in origine aveva un altro nome ma, soprattutto, ho scritto appositamente un intero capitolo che poi ho inserito e armonizzato nella struttura del romanzo. Chi ha letto il libro capirà probabilmente di quale capitolo si tratta. Un esercizio, ripeto, molto interessante e anche stimolante dal punto di vista della scrittura.


7. Una domanda ancora sullo stile. Io sono sempre molto attento alla componente stilistica dei libri che leggo, e mi sono accorto che possiedi uno stile di narrazione capace di adattarsi bene alle richieste della trama: te la cavi molto bene sia con le scene di azione che con quelle di forte impatto emotivo, e sebbene sia per lo più asciutto, ogni tanto salta fuori qualche coloritura fortemente pulp. Se ci sono, quali letture, interessi ed esperienze hanno contribuito a formare questo apparato stilistico?

Lo sai che mi hai fatto un bel complimento? In effetti negli anni ho lavorato molto sullo stile, prima per asciugarlo, eliminando l’enfasi e la ridondanza dei miei primi lavori (è stata una utilissima palestra l’avere scritto per anni soprattutto racconti brevi) poi, una volta acquisito uno stile essenziale, per imparare a modularlo e, nel caso, a impreziosirlo per evitare il rischio opposto, di diventare troppo piatto e, quindi, banale. Per quanto riguarda le mie letture sono sempre state molto varie e poco sistematiche; ho smesso da tempo di distinguere tra letteratura “alta” e “bassa” (chi decide cosa è alto e cosa e basso? E in base a quali criteri? Qui la discussione si farebbe lunga...) per cui leggo Philip Roth così come leggo Stephen King (che in realtà è un ottimo scrittore, peccato si butti troppo spesso via; provate per esempio a leggere il suo Stand by me; uno dei migliori romanzi che abbia letto sulla transizione all’età adulta). Sicuramente una influenza forte sulla mia scrittura l’hanno avuta i tanti romanzi di scrittori americani letti quando ero ragazzo. Steinbeck. Hemingway, London mi hanno insegnato la prevalenza di una solida storia su ogni altro aspetto del romanzo e l’uso di una lingua al servizio della vicenda che viene narrata e mai fine a se stessa. Non sopporto, infatti, gli scrittori che si “scrivono addosso”. In questo senso, venendo agli italiani, ho sempre avuto grandissima ammirazione per Calvino, capace di coniugare al meglio essenzialità di scrittura e profondità del messaggio. I racconti di Buzzati, poi, sono fantastici.


8. E ora la domanda topica: cos'è per te la scrittura? Quando hai cominciato a scrivere, e quando in particolare hai accettato l'idea di uscire allo scoperto e provare a pubblicare?

Scrivere è sempre stato un atto “naturale” per me, il modo più semplice per esprimermi, forse anche a causa della mia timidezza. Ho cominciato a da ragazzino, per gioco, e quel senso di divertimento non mi ha mai abbandonato. Anche oggi, infatti, scrivo perché mi piace farlo, non certo perché sia diventato un mestiere (e, infatti, mi guadagno da vivere facendo tutt’altro). Quindi, tirando le somme, prima di “Pinocchio 2112” ci sono stati quasi 30 anni di lavoro silenzioso e appassionato. Per quanto riguarda la decisione di “uscire allo scoperto” anche quella ha radici lontane perché già a 18 o 19 anni avevo ben chiaro che scrivere era la cosa che - se avessi posseduto una bacchetta magica - avrei voluto fare nella vita (siccome poi non la possedevo, ho pensato bene di laurearmi e di trovarmi un lavoro “normale”). Per cui ho cominciato presto a mandare i miei racconti in giro per premi letterari. Alcuni li ho vinti, in altri ho avuto delle segnalazioni; per questa via ho avuto modo di pubblicare numerosi racconti in diverse raccolte di autori esordienti.
Poi intorno ai 30 anni ho smesso quasi completamente di scrivere racconti e mi sono concentrato su lavori più complessi e più ambiziosi. Anche qui ho provato prima la strada dei premi letterari e alcuni miei romanzi sono stati finalisti in concorsi anche prestigiosi, arrivando più volte a “un passo” dalla pubblicazione.
Solo recentemente ho cominciato a mandare i miei scritti in visione alle case editrici. A questo riguardo devo dire che ho avuto esperienze deludenti con ripetute offerte di pubblicazione “a pagamento” o che prevedevano comunque contributi più o meno occulti (anche da case editrici piuttosto conosciute, che non pensavo seguissero questa “politica”), che mi sono sempre sentito di rifiutare.
Fino al fortunato incontro con Leone Editore.


9. Parlaci della tua esperienza editoriale. Hai pubblicato con una casa non a pagamento, com'è andata?

Ho incontrato Leone Editore ancora una volta grazie a un concorso letterario; ho partecipato, infatti, alla prima edizione del premio letterario da loro organizzato, in cui il mio romanzo ha avuto una segnalazione di merito a seguito della quale mi hanno contattato, facendomi finalmente una vera, seria proposta editoriale. Di Leone non posso che parlare in termini positivi. E’ una casa editrice piccola, ma professionale e coraggiosa, con cui ho avuto modo di fare un buon lavoro di editing, molto rispettoso del mio testo.
Anche dal punto di vista della distribuzione, nota dolente della maggior parte degli editori di piccole dimensioni, non posso che ritenermi soddisfatto in quanto Leone viene distribuito dalla PDE (uno dei principali distributori a livello nazionale) e il mio romanzo è fisicamente arrivato in circa 300 librerie su tutto il territorio nazionale, comprese alcune Feltrinelli, per esempio a Roma e Milano. Che per un piccolo editore è davvero un risultato notevole.
Chiaramente Leone non è, però, in grado di spendere grosse cifre per pubblicità e promozione e, in questo senso, diventa difficile combattere contro colossi come la Mondadori e la sua conosciutissima serie “Urania” che tende a monopolizzare (qualche volta, mi si permetta, non sempre con lavori di qualità eccelsa) il mercato della sci-fi in Italia.
Una nota di merito, infine, per la qualità dei volumi pubblicati da Leone, davvero belli e curati sia dal punto di vista della carta e dell’impaginazione, sia per la sostanziale mancanza di errori e refusi.


10. Sei molto attivo su aNobii: Internet, i blog e siti come aNobii quanto ti hanno aiutato?

In mancanza di lanci e spazi pubblicitari, il WEB diventa uno dei mezzi principali attraverso cui un esordiente può provare a farsi conoscere. Forzando un po’ la mia iniziale titubanza (nel senso che ho sempre dannatamente paura di “dare fastidio”) ho provato a parlare del mio romanzo nei luoghi in rete in cui si incontrano e discutono i lettori e, in effetti, i riscontri sono stati positivi.
Certo non ci si possono aspettare risultati miracolosi, né a brevissima scadenza, sia perché c’è una miriade di scrittori esordienti che a loro volta (giustamente) provano a proporre i loro libri, sia soprattutto perché alla “pubblicità” che uno prova a fare devono poi corrispondere pareri e recensioni positive dei lettori, gli unici che alla fine decretano la bontà di un lavoro.
Per fortuna esattamente quello che ora, a un anno di distanza dall’uscita del libro, sta succedendo. Pian piano, cioè, grazie al passaparola, “Pinocchio 2112” ha conquistato un certo numero di lettori che cominciano a parlarne ad altri lettori e proprio in questi mesi mi sono arrivate numerose proposte di interviste, che testimoniano l’interesse per il romanzo. Inoltre continuano a comparire recensioni davvero molto belle su blog e siti di appassionati di fantascienza (e non). Sembra, cioè, che il romanzo stia acquistando un certo credito e questa è una buonissima moneta da spendere.


11. Ultima domanda: progetti futuri? Scriverai ancora di fantascienza o sei pronto per il grande salto nella narrativa mainstream?

A dire il vero ho diversi romanzi nella memoria del mio pc, tutti però di genere diverso dalla fantascienza.
Se posso approfittare dell’occasione anticipo che a settembre uscirà, sempre con Leone Editore (che, giustamente, ha un’opzione sui miei lavori) un romanzo breve dal titolo (ironico) “Luisa ha le tette grosse”. E’ un romanzo sulla morte dei sogni che racconta del confuso e sconclusionato tentativo di un 40enne ex chitarrista rock, ormai incastrato in una vita fin troppo borghese, di ritrovare un po’ delle illusioni perdute. Un romanzo tutto diverso da “Pinocchio 2112”, cattivello ma, spero, divertente da leggere.
Detto ciò proprio in questi settimane riflettevo su quel “credito” di cui parlavo prima, acquisito tra numerosi appassionati di fantascienza che, forse, meriterebbe una mia seconda incursione nel genere sci-fi. Il problema, però, non è tanto pubblicare un secondo romanzo fantascientifico (cosa di cui il mio editore, probabilmente, sarebbe felice), quanto piuttosto trovare una nuova storia che sia buona e convincente quanto quella del cercatore di libri. Non vorrei pubblicare qualcosa: “tanto per pubblicare”. I lettori, infatti, non perdonano questo tipo di operazioni. Ma, forse, una mezza idea ha cominciato a girarmi nella mente... vedremo!


E' tutto! Se vuoi, puoi aggiungere qualcosa per i tuoi lettori e per quelli che magari lo diverranno!

Voglio intanto ringraziarvi di cuore per lo spazio che avete voluto dedicarmi.
Se poi qualche lettore rimarrà incuriosito da questa intervista, lo invito a fare una piccola ricerca con Google su “Pinocchio 2112” e a verificare coi propri occhi le varie recensioni che girano in rete. Nella speranza che gli venga voglia di “rischiare” con un nome diverso da quelli strillati dalle sirene delle grandi case editrici.
Buone letture a tutti!

25 gennaio 2011

Pinocchio 2112 - Silvio Donà

La superficie della Terra è ridotta una landa inospitale, inaridita da decenni di scempi ambientali. Per sopravvivere, l’umanità si è rifugiata nel sottosuolo, creando una civiltà sotterranea dove vige unicamente la legge del più forte.
Tra i pericolosi vicoli di un mondo che non gode della luce del sole si muove un cercatore a caccia di una merce molto particolare: i libri, unici testimoni di un passato felice e perduto.
Il lavoro lo porterà a imbattersi nel più feroce capobanda della sua città, ma soprattutto in due beni ancora più preziosi dei pur rari e ricercati volumi: l’affetto di un bambino e la Verità.

Recensione

Riuscire a trovare un romanzo di fantascienza, di buona fantascienza, scritto da un italiano è un'impresa ardua. Trovarne uno scritto benissimo è ancora più arduo: e pertanto la sorpresa risulta difficile da contenere.

Pinocchio 2112 è un romanzo distopico, che riesce a inserirsi senza problema in quel filone che parte da 1984 e passa per Fahrenheit 451: in un futuro non troppo lontano ciò che resta dell'umanità vive sottoterra, in una società buia e grigia, in preda alla criminalità, alla droga, al mal di vivere, e in un progressivo regresso tecnologico e culturale. Senza identità, senza passato né futuro, c'è chi si aggrappa con violenza ai pochi brandelli di un passato ormai dimenticato: e quale oggetto migliore dei libri? Come nei due capolavori del distopico, anche qui ritroviamo esaltato il ruolo della lettura; solo i libri sono capaci di risvegliare le emozioni autentiche, a differenza di quelle illusionarie e sintetiche della droga e dell'alcool.

E qui mi fermo, perché qui terminano le analogie: quanto riportato non è che la mera cornice di un romanzo di più ampio respiro nel quale si incastrano magistralmente la riflessione sulla paternità, con degli azzeccati e mai forzati rimandi al Pinocchio di Collodi, la ricerca del passato, la crescita, la riscoperta dell'amore e infine, clamorosamente, la scoperta del grande inganno della realtà. Non anticipo altro per non guastare il piacere della lettura.

Un tale impianto non può non sembrare, a prima vista, oltremodo ambizioso: ma l'autore può contare su un supporto stilistico appropriato. Narrazione in prima persona, al presente, stile secco, asciutto, ridotto all'osso: sono questi gli ingredienti giusti. L'autore tocca temi forti, sempre più man mano che si cala nelle profondità dello squallore e della misera della vita sotterranea, fatta di droga, delinquenza, abbandono, abusi e prostituzione infantile, e mai cede alla retorica, al pietismo. La sua forza sta nelle immagini, essenziali ma fortemente evocative: mi ha colpito moltissimo, giusto per citare, l'immagine del ragazzino, chiamato Lucignolo proprio in rimando a Pinocchio, che apparentemente noncurante del cadavere del fratello morto, steso a terra, si rannicchia ai piedi di una libreria tuffando gli occhi in un libro, cercando di recuperare quella sacrosanta ma violata innocenza dell'infanzia. Ecco: non c'è nessuna parola di troppo, nessun eccesso: l'immagine nuda viene data in pasto al lettore.

Infine, anche l'impalcatura di tutto il romanzo si presenta sempre solida, seppur un po' prevedibile nei pressi della fine. Comunque sia, un'ottima prova, davvero, un grande romanzo commovente ed avvincente, asciutto, ma mai banale.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Pinocchio 2112
  • Autore: Silvio Donà
  • Editore: Leone Editore
  • Data di Pubblicazione: 2009
  • Collana: Oltre la soglia
  • ISBN-13: 9788863930191
  • Pagine: 176
  • Formato - Prezzo: Brossura - 15,00 Euro
 

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