1 novembre 2015

La vetrina degli incipit - Ottobre 2015

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





***

« Al culmine della lunga estate umida dell'anno Settantasettesimo di Sendovani, il Forgialadri di Camorr fece una visita improvvisa e inattesa al sacerdote Senzocchi al Tempio di Perelandro, con la folle speranza di vendergli il giovane Lamora.
«Ho da proporti un affare!» esordì il Forgialadri, forse infaustamente.

«Un altro affare come Calo e Galdo, magari?» disse il sacerdote Senzocchi. «Ho ancora il mio bel daffare a togliere a quegli idioti ridacchianti tutti i vizi che hanno preso da te e sostituirli con i vizi che servono a me.»
«Avanti, Catena.» Il Forgialadri scrollò le spalle. «Te l'avevo detto che erano scimmiette merdose, e all'epoca non ti era...»
«O magari un affare come Sabetha?» La voce più pastosa, più profonda del sacerdote ricacciò l'obiezione dritta in gola al Forgialadri. «Ricordo che per lei mi hai chiesto qualunque cosa a parte le rotule di mia madre morta. Avrei dovuto pagarti in ramine e guardarti mentre ti facevi uscire un'ernia cercando di portar via tutto.»
»
Gli inganni di Locke Lamora, di Scott Lynch - Valetta

«Eccoci qui. Seconda liceo scientifico, in periferia degradata. Muri ansiosi di ricevere una mano di vernice fresca, pavimenti opachi, vetri appannati, lampadari sbilenchi…Quando mi sono presentata in aula professori, questa mattina, due colleghe mi hanno guardato con indifferenza e hanno continuato a sbadigliare con la tazza del caffè in mano. La terza invece mi è venuta incontro, sorridente, con la mano tesa: “ Sei la nuova di lettere?Piacere, matematica”.Poi mi ha spiegato anche che si chiama Lucia. Mi ha messo in guardia nei vostri confronti, cari i miei ragazzi.”Fai attenzione a come ti presenti in IID, fanno fronte unico e seguono come un gregge il più spostato della classe, Antonio Buggioni. L’anno scorso hanno provocato l’esaurimento alla tua collega. Non è riuscita a combinare niente, forse è meglio che tu dia una ripassatina al programma di I.”
Niente male come inizio, vi pare?
“Tu come te la cavi in quella classe?”le ho chiesto con lo stomaco già gonfio per l’apprensione. Ha allargato le braccia, ha sorriso:” Faccio quello che posso, come posso. Non abbiamo la tipica utenza da liceo. E’ un paese della prima periferia, praticamente un quartiere dormitorio. Molte famiglie operaie mandano i figli a scuola qui solo perché è comoda o magari nella speranza che abbiano una vita migliore, che vadano all’università. Capirai da sola che sono pochi quelli che hanno una qualche speranza di procedere negli studi. In particolare nella sezione D. In II D i compiti per intero li fa solo Marisa. Se vuoi ottenere qualcosa in quella classe vacci a muso duro”
»
Il bullo, la secchia e gli altri, di Patrizia Marzocchi - Cattivissimaprof

«La ragazza del letto numero dodici si svegliò presto.
Mattino d’estate. Nel dormitorio la luce tenera dell’alba filtrava insinuandosi attraverso le tende leggere; cominciava cautamente a dissolvere la notte; sollevava il buio dagli angoli, sfiorava i sogni ignari delle altre ragazze. Il loro russare lieve, tranquillo. Lei rimase stesa nel letto ancora un momento, ad ascoltarle. Cercò di distinguerle una dall’altra.
»
Il comissario e il silenzio, di Hakan Nesser - Antonio

«Dopo aver ottenuto il regno con duplice delitto, Cleopatra si abbandonò ai piaceri e divenne, per così, dire, la prostituta dei re d'Oriente: avida d'oro e di gioielli, non solo con le proprie arti spogliò i suoi amanti di tali ricchezze, ma anche i templi e i luoghi sacri". Così la descrive Boccaccio [De mulieribus claris, LXXXVIII, trad. Zaccaria, 1970, p. 349], dopo che già Properzio le aveva dato della "Regina meretrix" [Elegie, III, v. 39]; Dante perpetua la tradizione piazzando "Cleopatràs lussuriosa" fra i gironi infernali [Inferno, V, v.63]. Ai posteri, cioè a noi, resta da capire se si tratti di una fama meritata, o se sia invece il risultato della damnatio memoriae a cui venivano condannati i nemici di Roma.»
Spregiudicate, di Adriana Schepis - Daniele

«Landolfo: (a Bertoldo come seguitando una spiegazione) E questa è la sala del trono!
Arialdo: A Goslar!
Ordulfo: O anche, se vuoi, nel Castello dell'Hartz!
Arialdo: O a Worms.
Landolfo: Secondo la vicenda che rappresentiamo, balza con noi, ora qua, ora là.
Ordulfo: In Sassonia!
Arialdo: In Lombardia!
Landolfo: Sul Reno!
Uno dei valletti (senza scomporsi, movendo appena le labbra): Ps! Ps!
Arialdo: (voltandosi al richiamo) Che cos'è?
Primo valletto: (sempre come una statua, sottovoce) Entra o non entra?
Allude a Enrico IV»
Enrico IV, di Luigi Pirandello - Tancredi

«Non smetteva di piovere. Il raccolto marciva nei campi, le pareti di legno delle case si coprivano di muffa, i ponti delle navi erano viscidi come alghe. Per mesi Laurentius aveva mangiato pane rancido e vissuto in case putride, e da una settimana scivolava sul ponte di coperta. Una bile nera gli si era raccolta dentro come la schiuma sporca che si forma attorno a un pezzo di legno gettato nel fiume. Ora che da una barca traballante scendeva finalmente su una banchina, mettendo piede sulle assi viscide , inchiodate ai pali conficcati nel fondale limaccioso, si guardò intorno esitante. Dal cielo basso le raffiche di vento gli soffiavano in faccia spruzzi d'acqua, mentre cercava di capire che posto fosse quella terra in cui aveva liberamente deciso di venire.
La striscia di costa piatta con la spiaggia bianca e i ciuffi dei canneti gli ricordavano da vicino il porto dove si era imbarcato. L'albero della nave postale aveva lo stesso aspetto sullo sfondo del cielo plumbeo, e le vele issate apparivano grigie e insulse proprio come quando era partito. Accanto al molo si allungava nell'acqua torbida un pontile che terminava con una vecchia guardiola accucciata sul mare. Era evidente che da tempo nessuno la utilizzava più. Edifici in rovina se ne trovano in ogni porto e quell'immagine, pur desolante, riuscì per qualche strana ragione a infondere in Laurentius un certo conforto.
»
Le api di, Meelis Friedenthal- Polyfilo

«Luce. Il candore nitido del cielo gli feriva gli occhi. Cominciò a sentire sotto i polpastrelli gelati una superficie dura troppo regolare per essere di origine naturale. Quello doveva essere lo spigolo di qualcosa, assolutamente. Per tutta la giornata precedente era caduta una nevicata insistente e nervosa, che aveva lasciato parecchi cumuli di biancore stantio su quella landa brulla e e senza dei. Il freddo gli era penetrato nelle ossa e lo mordeva, affamato, ma la voce dentro la sua testa gli ripeteva che finalmente aveva scovato quello che per forza doveva trovarsi lì sotto. Alzò per un attimo il capo e si guardo intorno Tra le mani aveva probabilmente la scoperta della vita, e la scena davanti a lui parve congelarsi come in un cristallo di ghiaccio: sbuffi di fumo bianco, denso come latte, uscivano quasi a fatica dalle narici dei cavalli; le guardie imperiali perlustravano intirizzite la zona degli scavi, più preoccupate di combattere il freddo atroce che di difendere la spedizione; gli altri soldati, quelli con la tunica rosso sangue, scandagliavano la radura con sguardo incattivito, mentre i suoi pochi collaboratori lavoravano, come se nulla fosse. Erano gli unici ad essere soddisfatti di trovarsi laggiù nel Mourn Labyrinth. »
Obscuram, il Presagio, di Alfredo Drago, Diego De Vita - Chiara A.

«Chiudo gli occhi per vivere. Per uccidere, anche. In questo sono il più forte: lui chiude gli occhi soltanto per dormire e nemmeno il sonno gli dà conforto. Le sue tenebre pullulano di morti, di crudeltà che lo ossessionano. Io so che a lui non piace il riposo, come non piace a tutti i grandi della terra. Il riposo lo lascia solo con la sua coscienza e i suoi rimorsi, col rimpianto di avere agito sempre da potente, da uomo terrorizzato dal proprio potere. Una volta, cinque anni or sono, lo incontrai al tempio, di mattina, appena sveglio. Aveva gli occhi rossi, gonfi di stanchezza e non aveva il coraggio di guardarci, per paura che si potessero decifrare nel suo sguardo il nome o i tratti di coloro che lo avevano tormentato durante la notte. È adorato come un dio, ma nessuno lo ama. Infatti, è l’autore della Pace universale e ha creato il più grande impero di tutti i tempi, ma è anche l’autore della Paura, la paura degli altri e la sua.
La tempesta di neve scuote il tetto. Il mare geme in lontananza e, nella notte, le sue onde si trasformano in lunghi fantasmi di ghiaccio. Domani la gente potrà camminare sopra i pesci e qualche vicino, più robusto di me, dovrà aprire un passaggio fino alla mia porta, attraverso lo spessore della neve, perché io possa uscire. Non ho mai sentito un urlo come questo, accompagnato dallo scricchiolio della neve ghiacciata all’esterno dei muri. Oltre questo acuto grido che si abbatte su di me come un’onda, il gemito del mare sembra il suono stesso della notte, come se il tempo avesse una voce e la facesse udire in un punto solo della terra: qui. La mia casa è quasi addossata ai bastioni della città, e quando il vento si calma sento l’ululare dei lupi fuori dalle mura. Hanno fame. Ne è stato ucciso uno in strada, oggi pomeriggio. Sconvolta dalla fame, la bestia si era lanciata verso la città, gettandosi sulla prima persona incontrata, una vecchia di ritorno dal mercato, e sbranandola in un batter d’occhio. Sono corso anch’io alle grida della gente e ho avuto il tempo di vedere il lupo, trafitto da una lancia, giacere sopra la sua vittima sulla neve insanguinata. Ho pensato subito a lei. Non ho potuto fare a meno di augurarle la stessa sorte, che, sfortunatamente, è impossibile: i lupi non arrivano mai a Roma. Ma una notte un lupo potrebbe sfuggire ai bestiari, penetrare nel giardino del palazzo imperiale e fare quel che fino ad oggi nessun uomo ha avuto il coraggio di fare…
Chiudo gli occhi e uccido. Queste scene sono presenti, più vive e più chiare del ricordo di oggi! Chiudo gli occhi e vedo. Sono poeta. Lui è solo imperatore.
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Dio è nato in esilio, di Vintilă Horia - Patrizia O.

«Marzo

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Amedeo, je t'aime, di Francesca Diotallevi - Sakura

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