23 maggio 2015

La figlia del boia - Oliver Pötzsch

Baviera, 1659. Sulla riva di un fiume nei pressi della cittadina di Schongau viene trovato agonizzante il figlio undicenne del barconiere Grimmer. Il tempo di adagiarlo con cura a terra, di esaminargli il profondo taglio che gli squarcia la gola, di scoprire sotto la sua scapola destra uno strano segno impresso con inchiostro viola che il bambino muore. Qualche tempo dopo i bottegai Kratz si imbattono, nel loro piccolo Anton, il figlio adottivo, immerso in un lago di sangue, la gola recisa con un taglio netto. Sotto una scapola del bambino viene trovato il medesimo segno del figlio del barconiere: il cerchio di Venere, il simbolo delle streghe. Peter Grimmer e Anton Kratz si conoscevano. Insieme con la piccola Maria Schreevogl e altri due bambini costituivano uno sparuto gruppo di orfani che era solito frequentare Martha Stechlin, la levatrice di Schongau che vive proprio accanto ai Grimmer. Il destino di Martha Stechlin sembra così segnato. Messa nelle mani del boia di Schongau perché le sia estorta formale confessione, attende di essere spedita al rogo. Jakob Kuisl, il boia di Schongau non crede però alla colpevolezza della levatrice. E con lui non credono che la dolce Martha sia una strega anche sua figlia Magdalena e Simon Fronwieser, il figlio del medico cittadino. I tre indagano per cercare di ribaltare una sentenza che sospettano sia stata scritta solo per convenienza politica e, soprattutto, per nascondere una verità inconfessabile.

La Recensione di Pythia

Di questo romanzo se n'è parlato tanto da farlo andare a ruba: a me incuriosiva già prima del tam-tam mediatico e non mi sono fatta spaventare dal sospetto che fosse tutto fumo e poco arrosto. Ho fatto bene, anche se avrei dovuto prestare maggiore attenzione alla mia amica libraia che mi diceva "non lo chiudi prima dell'ultima pagina": aveva ragione, il che per me equivale a lasciare perdere tutto pur di leggere, certo non la cosa migliore da fare durante la settimana lavorativa. Siano quindi avvisati i lettori compulsivi/divoratori seriali: cominciate a leggere solo quando avrete la certezza di poter lasciare tutto il mondo a sé.

Oliver Pötzsch ricrea una piccola cittadina bavarese del 1600 con tocco così preciso da far sentire persino gli odori e i rumori. Schongau è piena di vita e di contraddizioni, con i suoi ricchi borghesi, i mercanti, la gente del popolo e gli emarginati. Proprio uno di questi è protagonista del romanzo: il boia, che sulla scala del disprezzo viene prima solo dei lebbrosi. Porta male salutarlo, eppure la gente gli si rivolge per le sue qualità di curatore. Uomo di cultura, sfiderebbe i medici freschi di università, tronfi del loro sapere stantio. Duro come solo un uomo che ha vissuto tanto dolore lo è - dolore che non deriva solo dalla sua professione. Il boia sembra anticipare i lumi della ragione che faranno breccia solo nel secolo successivo, con i suoi ragionamenti fatti di causa/effetto, di osservazione attenta e di grande umanità. Mette in pericolo sé e la famiglia pur di salvare un'innocente non solo da morte certa ma anche da indicibili dolori - ma con lei vuole salvare il paese tutto da una nuova caccia alle streghe. La storia ci insegna quali atrocità siano state commesse contro donne colpevoli solo di conoscere le erbe e i rimedi naturali, o di vivere sole, o di aver rivolto uno sguardo sbagliato al vicino. Tutto questo lo sa anche il boia, e con lui il figlio del medico e un altro paio di personaggi particolarmente illuminati: il resto del paese vive nell'ignoranza e nella paura, che provocano pensieri e azioni sconsiderati e, ai nostri occhi, assurdi e incomprensibili.

A fianco del grande entusiasmo nella lettura, scorre l'irritazione per questo mondo così lontano e ottuso: come si può credere alla stregoneria? Come si può credere nell'efficacia della tortura? Come si può pensare di fare giustizia condannando un'innocente? Questi pensieri si intrufolano dell'immedesimazione quasi totale che Pötzsch regala al lettore, come a volergli ricordare la coscienza dei giorni nostri: usa la testa, sempre.

L'autore è diretto discendente del protagonista del suo romanzo: la storia che ci racconta è ispirata a questo personaggio, anche se non realmente accaduta. Difficile a crederlo, vista la cura nel restituire un mondo così lontano dal nostro e dei personaggi che sembrano animarsi di vita propria. Del suo antenato, Pötzsch ha ereditato la compassione: fa intuire al lettore quali possano essere gli strumenti di tortura, mostrandoli lontano dall'azione e risparmiando scene truculente e di violenza gratuita. Sistema comunque efficace, poiché il lettore, anche se non vede, sa e immagina.

Primo romanzo di una saga che promette bene: autoconclusivo, non lascia nulla in sospeso, eppure la voglia di ritrovare i personaggi conosciuti non lascia indifferenti. (E forse nella saga scopriremo il perché del titolo: la figlia del boia, qui, seppur presente ha un ruolo di secondo piano).

Giudizio:

+5stelle+

La Recensione di Valetta

Devo dire che sono abbastanza delusa da questo romanzo. Considerando il successo universale e le lodi sperticate non mi aspettavo di trovarmi tra le mani un libro scritto così male. Certo la povertà di stile potrebbe essere, almeno in parte, dovuta ad una cattiva traduzione, ma le frequenti ripetizioni, i maldestri tentativi di creare suspense, la mancanza di spontaneità nelle descrizioni che mostrano tutto il loro intento didascalico, sono sicuramente da imputare all'autore e non possono essere ignorate.
Quando, ad esempio, un narratore in terza persone, onnisciente, insiste nel riferirsi ai cattivi di turno con locuzioni come "l'uomo più vecchio, l'uomo più giovane,l'altro tizio" è evidente che l'atmosfera di mistero si sgretola facilmente in favore del ridicolo. Tanto ridicolo quanto descrivere la protagonista raccogliere "qualcosa" (evidentemente un importante indizio) senza dire esplicitamente di cosa si tratta: poiché non stiamo osservando la scena dalla prospettiva di un altro personaggio ma tramite uno sguardo che si è sempre dimostrato onnisciente, non ha alcun senso che il narratore si ostini a non rivelare cosa ha visto, neanche fossimo alle elementari. Mi sembra sinceramente piuttosto sorprendente trovare stratagemmi narrativi così antiquati e ingenui in un libro di questa fama.

Suppongo che parte della fortuna de La figlia del boia sia legata all'intrigante titolo, che evoca scenari oscuri e inquietanti. Purtroppo, anche questo si rivela essere solo un altro trucchetto escogitato dall'autore per creare un'atmosfera cupa in quanto Magdalena, la figlia del boia, ha solo un ruolo secondario nella trama.
Questo non significa che il libro sia privo di eventi disturbanti: bambini sono spietatamente uccisi, donne innocenti picchiate e torturate, folli cacce alle streghe, destinate a concludersi in massacri, hanno luogo. L'autore utilizza questi eventi per puntare l'attenzione sui pericoli dell'ignoranza, che genera solo paura, e sull'infondatezza dei pregiudizi popolari, oltre che per denunciare l'incapacità tutta maschile di contemplare la possibilità che il gentil sesso possieda capacità e conoscenze. Questa scelta intriga e coinvolge il lettore moderno, almeno quanto l'arcano degli omicidi insoluti, che risulta abilmente congegnato, seppur non sempre coerente nella sua risoluzione.

Sfortunatamente, i limiti della prosa di Pötzsch spesso rivelano i meccanismi che governano il dipanarsi della trama, smorzando le sensazioni di paura e tensione che il lettore potrebbe sperimentare, tanto che a tratti sembra di leggere un mystery scritto per adolescenti.
Questa sensazione è acuita dal protagonista stesso, il formidabile boia Jackob Kuils, che esegue il ruolo di detective come un mix imbattibile fra Sherlock Holmes e SuperMan: più intelligente del primo e forte almeno quanto il secondo, sembra essere dappertutto e conoscere tutto e tutti. La sua spalla è impersonata dal noioso dottorino Simon Fronwieser, il quale aspira alla mano di Magdalena nonostante le convenzioni sociali avverse. Entrambi troppo perfetti per esser veri, sembrano usciti direttamente dalle pagine di un fumetto.

Ne La figlia del boia realtà e fantasia si mescolano in quanto Pötzsch è effettivamente un discende della dinastia dei Kuils, circostanza che l'ha spinto a scrivere questa versione romanzata delle gesta dello spettacolare antenato; questa passione per la genealogia spiega anche il tono didattico del romanzo, che spesso ricorda un libro di testo con la sua ossessione per spiegare le leggi, gli usi e i costumi dei cittadini di Shongaus, invece che un romanzo storico. Proprio per questo, nonostante gli sforzi dell'autore, la giusta atmosfera manca, i personaggi sono poco credibili e nessuno davvero si accattiva le simpatie del lettore.
In definitiva una buona idea, mal eseguita.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La figlia del boia
  • Titolo originale: Die Henkerstochter
  • Autore: Oliver Pötzsch
  • Traduttore: Alessandra Petrelli
  • Editore: Neri Pozza
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: I Narratori delle Tavole
  • ISBN-13: 9788854505735
  • Pagine: 432
  • Formato - Prezzo: Brossura - 16,90 Euro

2 Commenti a “La figlia del boia - Oliver Pötzsch”

  • 14 luglio 2012 alle ore 22:47
    Francesca D. says:

    Oh, si tratta di una saga? Hum...Ultimamente sembra che nessuno riesca a scrivere romanzi autoconclusivi che restino tali.
    Io lo sto leggendo, e devo dire che si sta rivelando una lettura piacevole^^

  • 16 luglio 2012 alle ore 18:18
    Pythia says:

    Ti confesso che avevo il ricordo di una qualche saga di recente uscita, ma una volta finito il romanzo ho pensato "mi sarò sbagliata, non può essere questo" - e invece...
    Non mi dispiace che il romanzo abbia una conclusione che non costringa a proseguire la saga a tutti i costi: se piace bene, sennò si può anche fermarsi qui senza perdere niente.
    Certo sulle saghe ci campano bene: riuscire a trovarne una che non sia succube delle leggi del marketing è forse difficile, ma in questo caso sono contenta che la storia prosegua.
    Buon proseguimento di lettura!

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