4 dicembre 2014

Il cacciatore di libri – Raphaël Jerusalmy

Ambientato alla fine del Medioevo, all’epoca dell’invenzione della stampa, il romanzo racconta di una misteriosa azione concertata per contrastare l’oscurantismo della Chiesa, difendere la cultura e la libertà di pensiero, dalla censura dell’Inquisizione .A pochi giorni dalla sua morte per impiccagione, al poeta François Villon viene offerta un’opportunità di salvarsi, da re Luigi XI, grazie ad un una missione che lo porterà a Gerusalemme, per recuperare dei libri antichi e preziosi.
Nel viaggio, il poeta incontra personaggi singolari dell’epoca: un mercante di libri portavoce dei Medici, signori di Firenze; una bellissima fanciulla berbera Aisha; un fedele amico di scorribande, Colin.
Discuterà di sacre scritture con un rabbino e sarà capace di ammansire un terribile emiro con i suoi versi; salvo poi capire di essere stato coinvolto in una partita a scacchi, che coinvolge la Fede e quelli che la amano e la difendono.
Chi vince la partita saranno poi i libri e le loro idee; gli uomini si accontenteranno di essere le pedine di un gioco magico, quello della cultura, della trasmissione della cultura.

Recensione

L’incipit di questo romanzo ci porta in una prigione, a partire dal dialogo tra il protagonista e il vescovo di Parigi, Guillame Chartier. La proposta, per il condannato a morte, è allettante e irrinunciabile: una missione vaga ma avventurosa in cambio della libertà.
Il re in persona gli affida un compito delicato: indebolire il potere del Papato e rafforzare il proprio, attraverso i libri, gli stampatori e i librai, che sembrano viaggiare attraverso canali che nessuno, nemmeno la censura, nemmeno l’Inquisizione può controllare.
François e l’amico Colin vanno a Genova. La città, rumorosa e piena di odori, viene resa con una sintassi piana e regolare che punta molto su un lessico ricercato, talvolta un po’ pretenzioso:

Genova è una città rumorosa e febbrile. La gente non la smette mai di sbraitare, da una finestra all’altra, dal fondo dei portoni, dall’alto dei terrazzi. Migliaia di eco inopportune volteggiano tra i vicoli, rimbalzano sulla pietra, si infilano negli abbaini, apposta per perforarti i timpani, senza mai involarsi verso un cielo troppo sereno, troppo azzurro, distante.
I cambi di scena nella narrazione sono velocissimi e, talvolta, destabilizzanti: da Genova si passa ad un monastero in Terrasanta difeso dai mamelucchi. Nel monastero viene descritta la prevedibile biblioteca e mostrato l’incontro con alcuni personaggi che mi sembrano - più che altro - delle caratterizzazioni; manca infatti lo spessore psicologico del carattere, non c’è verità narrativa, c’è solo un bel po’ di mestiere e una scrittura che scivola via indolore.

Dopo l’incontro con un mercante di libri italiano, il raffinato Messer Federico, il convoglio parte verso Salef, ricco di libri e di intenzioni.
Le conversazioni con il rabbino Gamliel aprono la mente di François a prospettive nuove: indebolire il Papato a partire dagli ebrei di Gerusalemme. Il viaggio viene improvvisamente interrotto da un arresto e la cella ritorna a comparire negli incubi del poeta:

La cella angusta è gremita da una trentina di detenuti rinchiusi a marcire: ebrei, arabi, persiani, turchi. Colin e François si cercano un posto dove stare alla meno peggio. Nessuno fa spazio né rivolge loro la parola. Non appena Colin domanda all’amico di tradurgli la sentenza del cadì, nella prigione sbucano due guardie e si mettono a menare bastonate a chiunque si trovi sul loro passaggio.
La paura e il rischio della morte passa, e l'avventura prosegue, portando il protagonista e la sua spalla addirittura fino al Libro della Cristianità per eccellenza e verso una Confraternita che ingaggia François, cantore della Francia e della lingua francese, per diffondere i libri e, con essi, le idee: in lingua volgare, non in latino.
Il romanzo, poi, ci fa incontrare Marsilio Ficino, Lorenzo de' Medici, il meglio dell’umanesimo italiano. La storia prosegue verso la fine con ritmo ma senza travolgere.

Si tratta di un romanzo non riuscito, a mio avviso, fin dall’inizio. Il personaggio di François Villon, realmente vissuto, avrebbe fatto la gioia di qualsiasi scrittore: un poeta famoso e maledetto, imprigionato e poi graziato, che finisce la sua vita in un modo che nessuno conosce; ma l’autore lo tratta con freddezza. Manca il bersaglio quando non rende la profondità psicologica del carattere, del vissuto personale: lo ritrae ma disegna solo i contorni, manca il colore.
La scrittura è curata e naturalmente corretta, ma non ne sento la forza che mi trascina e mi avvince: è manieristica, precisa ma non necessaria, puntuale ma non pregnante.
I riferimenti culturali e storici sono tanti e precisi ma non sanno intrigarmi, sembrano più uno sfoggio di sapere che una condivisione che vuole appassionare.
Le soluzioni narrative usate per creare l’incastro dell’enigma sono interessanti, anche se un po’ disorientanti, non sempre la trama risulta ben chiara.
Insomma, per essere una che ama i libri non poco, Il cacciatore di libri non mi ha emozionato nemmeno un po’ e, onestamente, ho faticato a leggerlo; la cosa che ho apprezzato di più è stato l’uso del lessico preciso e ricercato, ma non è bastato per farne un romanzo che consiglierei.

Giudizio:

+2stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il cacciatore di libri
  • Titolo originale:Le confrérie des chasseurs
  • Autore: Raphaël Jerusalmy
  • Traduttore: Federica Alba
  • Editore: E/O
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • ISBN-13: 978-8866325321
  • Pagine: 266
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 16,50

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