12 ottobre 2014

Il letto di Frida - Slavenka Drakulić

Un mattino di luglio Frida Kahlo si sveglia nel suo letto in casa dei genitori. Ha subito da poco la trentaduesima operazione, l'amputazione della gamba destra. Prova ad alzarsi, ma non ci riesce. Il suo corpo è segnato ovunque da cicatrici: sulle gambe, sulle braccia, sulla pancia, sulla schiena. Aveva sei anni quando un mattino si era svegliata con la febbre alta. Poi era arrivato il dolore alla gamba, come se un grosso animale l'avesse morsa e non volesse riaprire le mascelle. I medici dissero che era poliomielite. Frida restò zoppa. Fino a quando, il 17 settembre del 1925, diciottenne, un incidente d'autobus completò l'opera di distruzione del suo corpo. Costretta da allora su un letto a baldacchino tra dolori costanti, cominciò a popolare il suo mondo di fantasmi, a dipingere l'infermità e l'isolamento. La scrittrice Slavenka Drakulic ha saputo raccontare la tormentata esistenza di Frida Kahlo a partire dalla fine, ripercorrendo in un flusso di pensieri l'infanzia, la gioventù, gli anni del matrimonio, l'amore ossessivo per il pittore Diego Rivera, i tradimenti, la continua lotta con il proprio corpo, la forza onirica e visionaria della sua arte, il fuoco, cupo e luminosissimo, in cui visse e si spense una pittrice straordinaria.

Recensione

Grazioso e inatteso dono, questo romanzo breve, a firma di Slavenka Drakulić, giornalista e scrittrice croata. Il racconto è quello di una vita famosa, difficile ed estrosa: la vita di Frida Kahlo. Narrato dall’infanzia beata al momento dell’inizio della malattia, fino all’incidente terribile che la colpisce e la lascia devastata e piena di dolori lancinanti, che la perseguiteranno per tutta la vita. Intorno a lei si muovono le figure dei genitori; delle sorelle, in particolare Cristina, che le starà accanto per assisterla; del Maestro Diego Rivera, suo mentore artistico e suo grande amore. Gli amori, le vittoria, i dolori, la solitudine, fino al triste epilogo a quarantasette anni.

Figlia di un fotografo tedesco e di una donna messicana, Frida condivide la sua vita con altre tre sorelle. A sei anni, una mattina, si sveglia in preda alla febbre: la diagnosi è poliomielite, ma in realtà - lo si capirà poi - pare fosse affetta, fin dalla nascita, da spina bifida.
È vivace, avventurosa, curiosa, e vuole vivere la sua vita in ogni singolo istante.
La madre, Donna Matilda, disapprova i suoi comportamenti e le sue scelte, non intuisce la genialità di quella figlia così strana, così sfortunata, così ribelle.
A diciotto anni, durante una passeggiata col fidanzatino dell’epoca, Frida sale su un autobus che viene coinvolto in un gravissimo incidente stradale. Gamba destra spezzata in undici punti, piede lussato e sbriciolato, tre fratture della spina dorsale, gomito rotto, due costole rotte. Spalla sinistra lussata. Il corrimano dell’autobus l’ha attraversata, perforandola completamente da parte e parte. I dolori sono fortissimi, inaccettabili, ma li deve sopportare, imparare a dividere il letto con il dolore. Quello lancinante delle fitte acutissime, quello sordo come il rumore della tempesta che arriva e ti avvisa, quello continuo e sfibrante che toglie le energie e la voglia di vivere e di pensare al domani.
È a questo punto che la madre le regala dei pennelli e dei colori (Questo ti potrebbe distrarre - disse la madre - la pittura ti aiuterà a rilassarti e a non pensare all’incidente.); un cavalletto e uno specchio, sistemato sopra il letto, le permettono di vedere la propria immagine e lei, la ragazza ferita, inizia a dipingere.
Dipinge autoritratti, che mostra al grande artista dell’epoca: Diego Rivera. Lui guarda i suoi quadri e la incoraggia. Poi guarda lei e ne viene catturato.

Le mie cicatrici non ti spaventarono. Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro, questo lo imparai da te, quel giorno.
Il matrimonio è segnato dalla solitudine che le provoca il libertinaggio abituale e dichiarato del Maestro, nonché dai tentativi di gravidanze conclusi con aborti spontanei. Frida impara tuttavia a ricostruirsi, a distendere se stessa a pennellate dense nei suoi numerosi autoritratti.
Il racconto della sua vita si fa sempre più intenso e devastante, finché accade l’imponderabile: il Maestro la tradisce con Cristina, la sorella che la assiste da sempre. Li sorprende, insieme, addormentati, nello studio del Maestro, dopo l’amore. È un cataclisma: il sonno del Maestro, il corpo morbido e avvolgente della sorella. Non si riprenderà più dal dolore. Per stordirsi, Frida si butta nel vortice della passione amorosa: lascia il Maestro e intrattiene avventure con uomini e donne.
Fa una mostra personale, a New York. Brillava di luce propria, quella sera. È lei la pittrice, non a seguito del grande artista, lei la protagonista della scena.
Vive quindi un anno di libertà, gioiosa, inebriante. Poi la realtà si affaccia alla porta: non riesce a mantenersi da sola; le serve il Maestro. Non può vivere senza la sorella: torna da entrambi, fingendo di averli perdonati.
Dipingere diventa per lei l’unico modo assoluto di assorbire la vita e di farsi assorbire da essa. Sentire a vita che entra nel corpo, attraverso il colore, attraverso la luce, il disegno del volto, del corpo, la rende dipendente da questa attività.
La morte, intanto, segna il suo passo:
Trentadue operazioni (ma forse pure di più, non era sicura, il suo calcolo non era più preciso come un tempo) erano la prova che aveva lottato fino a che ne aveva visto il senso.
Lotta ferocemente, e in questa lotta trova la forza di esistere. Dipinge la violenza del dolore, della sua sofferenza; è disturbante con la sua pittura, con la sua ribellione profonda alla malattia: è un manifesto morente alla vita.
Poi avviene l’incontro con Trotskij, bello, coinvolgente e pericoloso:
Poi Trotskij le suggerì di leggere un libro, che lui le avrebbe prestato. In seguito, accadde che tra le pagine trovò le sue lettere con proposte indecenti. Le piacque la sua arroganza, accettò il gioco
Ma nella vita di Trotskij, non c’è posto per le donne; né per la moglie, né per Frida, né per altre. La religione della politica chiede il suo tributo altissimo di sangue e dolore. Il leader viene fatto uccidere da Stalin e il mondo cambia ancora.
La malattia avanza e così la cancrena. I dolori sono insopportabili e viene meno la volontà, il desiderio di vivere, la voglia di combattere che l’ha tenuta in vita. La sua pittura diventa l’unica ragion d’essere, un modo per stare attaccata ai margini del letto, per non scivolare nel sonno e nella paura.
Dipinge a Parigi, si presenta come l’esotica artista, ammaliante, stravagante. Colpisce, affascina, incanta ma è allo strenuo delle forze. Si ammala di polmonite, non vuole andare in ospedale, la sorella Cristina, Kity, la assiste.
È stanca, vuole andarsene, come spesso accade a chi soffre molto e inutilmente. Vorrebbe il Maestro vicino a lei, vorrebbe quello che ha sempre desiderato: l’amore, il calore, un cuore che palpita col suo, all’unisono. Invece è sola, davanti alla morte, e dopo il suo quarantasettesimo compleanno desidera solo la fine.
Muore di polmonite nel 1954.

La narrazione si presenta fluida, la sintassi curata e precisa. La materia umana e narrativa della vita delle Kahlo si sarebbe prestata a divagazioni poetiche e deliranti; la Drakulić si attiene invece al racconto partecipato ma sobrio della vita dell’artista.
I due piani della narrazione si alternano con una sensibilità quasi visiva. Si passa dal racconto biografico ad alcuni momenti (resi molto bene con il corsivo) nei quali viene descritto, di volta in volta, il quadro relativo a un particolare evento o situazione raccontata nel libro.
Il testo biografico è spinoso, per gli eventi narrati e per il personaggio di Frida (singolare di per sé), ma la sintassi scivola via bene, piana, senza intoppi; il ritmo è regolare, netto e cristallino. La conservazione di una certa misura rende il romanzo breve credibile: Frida Kalho è un personaggio talmente esplosivo da poter creare, nello scrittore che racconta, la tentazione di esagerare nella coloritura di una persona a tinte già fortissime.
Il lessico è preciso ma non difficile, la trama narrativa ben costruita e si segue senza difficoltà. È un libro da leggere a piccole dosi, per cogliere meglio la complessità delle sfumature, per meditare e godersi lo spettacolo di questo essere umano disperato ma bellissimo. Leggetelo, ve lo consiglio con il cuore.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il letto di Frida
  • Titolo originale: Frida ili o boli
  • Autore: Slavenka Drakulić
  • Traduttore: Elvira Mujcic
  • Editore: Elliot
  • Data di Pubblicazione: 2014
  • Collana: Manubri
  • ISBN-13: 9788861925625li
  • Pagine: 160
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 12,50

2 Commenti a “Il letto di Frida - Slavenka Drakulić”

  • 12 ottobre 2014 22:52
    Pythia says:

    Splendida recensione! La Kalho non mi ha mai presa, ma questo lo metto in lista dei desideri di sicuro.

  • 13 ottobre 2014 13:09

    Grazie;) Leggilo e fammi sapere:) Ciao CP

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