25 maggio 2011

Intervista a Massimo Cortese, autore di "Non dobbiamo perderci d'animo" e "Candidato al consiglio d'Istituto"

L'autore

Massimo Cortese è nato il 30 maggio 1961 ad Ancona, dove vive e lavora come funzionario di un ente locale. Laureato in Giurisprudenza, sposato con Daniela, ha una figlia di undici anni, alla quale ha dedicato il suo primo libro Candidato al Consiglio d’Istituto. Il suo secondo libro è Non dobbiamo perderci d’animo, entrambi sono stati recensiti sul nostro blog. Ha pubblicato racconti nelle Antologie Tutti i colori dei bambini, I sentieri del cuore ed Alchimie di viaggio, tutte edite da Edizioni Montag.



I libri

E' un racconto breve, una sorta di monologo interiore in presa diretta sostenuto dalle riflessioni del protagonista: un padre che ha a cuore l'educazione della figlia. Cronaca vivida di una vicenda grottesca che si spinge quasi oltre il limite sopportabile della normalità, e che sconfina a ruota libera nella realtà che si è costretti a vivere ogni giorno, raccontata con maestria e garbo da Massimo Cortese.


Proseguendo l'avventura letteraria iniziata con Candidato al Consiglio d'istituto, in questa raccolta l'Autore si racconta: ne esce fuori un'opera che passa in rassegna l'Italia di ieri e quella di oggi. Il motivo conduttore è la speranza, che non deve mai mancare, neppure nei momenti più difficili...






L'intervista



Buongiorno Massimo,
innanzi tutto grazie per averci concesso quest’intervista... Vorrei partire dalle ragioni che l’ hanno spinta a diventare scrittore: nel suo primo romanzo, Candidato al Consiglio d’Istituto affronta questo argomento, lasciando intuire che si è trattato di un impulso quasi improvviso legato alla necessità di narrare qualcosa di particolare che le era accaduto. Potrebbe spiegarci meglio com’è nata la sua passione per la scrittura?

L’interesse per la scrittura nasce per caso nella primavera del 2006, poco prima del 45° compleanno, ma già vi erano stati dei segnali, ai quali non avevo mai dato grande importanza, di questa passione: conservo ancora un foglio di carta velina, datato 15 dicembre 1969, nel quale mio padre aveva dattiloscritto il testo di una mia poesia sul Natale. Nel 1979 avevo addirittura inviato uno scritto ad una importante Casa Editrice, ma il testo era abbastanza confuso e non ha avuto fortuna. Negli anni Ottanta prendo l’abitudine di scrivere lettere a questo e a quel personaggio, e all’epoca ho ricevuto qualche risposta: cresce quindi il mio impegno civile, anche se poi non approda a nulla. Comincio a lavorare, mi sposo, divento padre, e ricomincio a scrivere, ma questa volta non risponde nessuno, a parte alcune eccezioni. Rimango affascinato da un articolo di una scrittrice sull’educazione, che viene pubblicato il 30 marzo  2006 da una rivista allegata ad un importante quotidiano nazionale: scrivo a quella persona, non ottengo risposta, e allora comincio a pensare che, quando si prospetterà l’occasione, dovrò scrivere qualcosa per esprimere la mia opinione sulla questione. Ho sempre avuto una gran voglia di occuparmi di una consultazione elettorale, e l’idea di creare una storia conseguente alle elezioni scolastiche dei genitori mi è sembrata eccellente. 


Possiamo quindi dire che non si tratta di un sogno nel cassetto che coltiva dall’infanzia ma piuttosto una scoperta avvenuta con la maturità?

Sì, è proprio così.


Candidato al Consiglio d’Istituto è il suo primo romanzo ad esser stato pubblicato, è effettivamente anche il primo che ha scritto o esiste qualche opera prima chiusa da qualche parte che aspetta di essere scoperta dal pubblico?

Non posso escludere che, in un prossimo futuro, alcuni miei scritti anteriori a Candidato al Consiglio d’Istituto possano rivelarsi interessanti,  ma al momento non si tratta di lavori che meritino di essere pubblicati. Oggi, quando scrivo, tutto viene archiviato sul computer, ma non conservo alcuna traccia delle numerose lettere scritte in quegli anni lontani.


Quando ha iniziato a scrivere il suo primo libro, si è posto dei modelli di riferimento? Esistono autori che l’hanno ispirata nelle tematiche o nello stile, autori ai quali le piacerebbe essere paragonato?

No, però desidero raccontare un fatto. Dopo aver scritto ed inviato alla Casa Editrice Candidato al Consiglio d’Istituto, nel tentativo piuttosto artigianale di proporlo alla trasmissione televisiva Per un pugno di libri, registrai una puntata, al fine di procurarmi il relativo indirizzo. Venni a sapere che, nel corso della puntata successiva, che sarebbe andata in onda domenica 1° dicembre 2008, il libro di maggiore interesse della trasmissione sarebbe stato La giornata di uno scrutatore di Italo Calvino. Lo lessi avidamente, ne rimasi sorpreso, tanto da pensare subito che il mio scritto era molto simile a La giornata di uno scrutatore, ispirato da una consultazione elettorale. Peraltro, la definizione di “racconto lungo”, riportata nella quarta di copertina di Candidato al Consiglio d’Istituto, è ripresa dal libro di Calvino. Inoltre, nel 1963 alcuni giovani studenti milanesi avevano recensito il libro nella loro rivista: lo scrittore lo venne a sapere e inviò loro una lettera di ringraziamento, nella quale diceva: “Leggo solo ora il vostro articolo al mio libro, e voglio ringraziarvi, perché è uno dei più seri che ho avuto. Trovo che avete interpretato sempre rettamente il mio pensiero, indipendentemente dalle vostre valutazioni ideali; e non avete mai forzato quello che dice il testo ( e davvero io avevo cercato di pesare bene ogni parola); e che avete saputo mettere in luce tutti i punti chiave e anche (vorrei dire) i silenzi: quello che non ho detto perché potevo dire solo quello che sentivo e non di più. Un articolo come questo mi è di grande soddisfazione perché era proprio questo tipo di critica che volevo muovere, mentre invece la grande maggioranza della critica è stata d’una banalità e superficialità scoraggiante.” La lettera è datata Torino 10 dicembre 1963. La recensione degli studenti e la risposta di Calvino sono molto interessanti, in quanto ci fanno comprendere quanto di diverso accadesse nel passato, rispetto ai nostri giorni. A parte l’eccellente preparazione degli studenti, che mettono a punto una recensione approfondita, lo scrittore non si limita ad una risposta di cortesia, ma elogia quel giudizio, che giudica molto più qualificato rispetto a quelli ricevuti dalla Cultura Ufficiale. Oggi un personaggio famoso non perderebbe tempo a dialogare con degli studenti, a meno che non vada in qualche trasmissione televisiva, dove il vip di turno s’incontra con qualche spettatore, a beneficio dell’audience.


E’ un lettore appassionato? Quali sono i suoi autori preferiti?

Sono un lettore normale. I miei autori preferiti sono Giovannino Guareschi ed Alessandro Manzoni. Mi piace rileggere Pinocchio di Collodi e Sorelle Materassi di Palazzeschi. Da piccolo ho letto più volte Cuore di Edmondo De Amicis, che sicuramente ha influenzato la struttura diaristica del mio primo libro. Una persona che s’intende di editoria, alla quale mi sono rivolto per una consulenza, mi ha detto che la mia scrittura le ricorda Jerome Klapka Jerome, scrittore inglese di fine Ottocento. Alla scuola media, la professoressa di lettere ci aveva fatto leggere qualche pagina del suo libro più noto, Tre uomini in barca.


Tema ricorrente di entrambi i suoi romanzi è l’educazione dei giovani: come vede la situazione attuale? Crede che all’attività formativa sia dedicata sufficiente attenzione o qualcosa andrebbe migliorato? Se sì, cosa?

La nascita di mia figlia mi ha fatto sentire la necessità di educarla, ma a quel punto ho avvertito l’importanza dell’educazione per tutti i nostri giovani, esigenza inderogabile per la nostra società. La situazione è disperata, per molti versi è fuori controllo, in quanto riteniamo di non dovere dare le regole ai nostri ragazzi: in realtà, quasi sempre non ci occupiamo di loro, li abbiamo abbandonati al loro destino, e questo lo si nota da molti fattori, a cominciare dal fenomeno del bullismo, di cui mi sono occupato nella terza parte di Candidato al Consiglio d’Istituto. Nel film Notte prima degli esami, una ragazza non viene ammessa all’Esame di maturità, e ne parla con una sua amica. Questa le domanda: E tuo padre come l’ha presa? – Mi ha solo detto di riprovarci il prossimo anno: pensa, non mi ha dato neppure uno schiaffo. Per la studentessa, lo schiaffo rappresentava la punizione che la ragazza avrebbe accettato, forse anche gradito, come segno dell’autorevolezza genitoriale: negli ultimi quaranta anni, c’è stata una abdicazione del diritto-dovere di educare a favore del vuoto. Inoltre, permangono troppe incertezze anche con l’attività formativa di questi ragazzi, che spesso si trovano a non avere punti di riferimento. Bisogna ricominciare a pensare al ruolo della famiglia, e un tale ripensamento deve investire tutta la società, a cominciare dai valori che abbiamo smarrito. A scuola si insegnano molte cose, ma, probabilmente, mancano quelle essenziali: il rispetto per gli altri, l’importanza delle regole, il dialogo con i ragazzi, ai quali non si deve dare del tu, ma del lei: essi vanno sempre responsabilizzati”.


Si dibatte sempre molto su chi abbia le maggiori responsabilità nell’educazione dei giovani: famiglia, scuola, istituzioni. Qual è la sua opinione al riguardo?

La questione è complessa: nel corso degli anni i soggetti sono cambiati. Cominciamo dalla famiglia: non è più quella di un tempo, in molti casi è assente. Già negli anni Ottanta, lo scrittore Giovanni Testori se ne era accorto, da buon osservatore quale egli era. Talvolta, anche quando ci sono, i genitori sono spesso assenti, la mancanza della loro autorevolezza incide profondamente nello sviluppo della personalità dei loro figli, e comunque possono provocare dei vuoti educativi, responsabili della fragilità di molti giovani, che facilmente possono sfociare in comportamenti trasgressivi ed antisociali. Nella scuola c’è troppa confusione: io vi ho lavorato dal 1994 al 1999 come segretario di un liceo scientifico e di un istituto nautico, e ho notato come continuamente arrivassero note dal Ministero della Pubblica Istruzione. Non concordo con gli attuali programmi scolastici: per esempio, non comprendo per quale ragione i bambini della quinta elementare non possano avere concluso l’intero programma di storia, come accadeva un tempo. Ricordo ancora una frase riportata dal mio sussidiario di quinta elementare, che riportava parte del discorso del presidente del Consiglio De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi del 1947:” Nel prendere la parola in questo importante consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Il testo s’intitolava Il ponte d’oro, ed era stato scritto dal maestro Alberto Manzi, noto in TV per aver condotto la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che andò in onda dal 1961 al 1968, per favorire l’alfabetizzazione degli adulti: erano gli anni in cui la RAI diffondeva programmi educativi. Non avere un’adeguata informazione storica impedisce ai piccoli di confrontarsi con la realtà, e la mancata conoscenza del proprio passato rende tutti più immaturi. C’ è poi il ruolo delle Istituzioni, che spesso non sono autorevoli, a cominciare dalla classe politica: all'Assemblea Costituente il 90% degli eletti erano laureati, oggi la percentuale presente nel nostro Parlamento si è abbassata al 64%. Attualmente, vi sono altri soggetti responsabili dell’educazione, basti pensare al ruolo svolto dalla televisione e da Internet, mentre altri, nel corso di questi anni, hanno subito profondi mutamenti, come gli oratori e i partiti...


Leggendo i suoi libri ho avuto l’impressione che lei guardi al passato con un po’ di rimpianto, come se col passare degli anni ci fosse stato un certo degrado morale e dei valori fossero andati persi. E’ davvero così? Non crede a volte ci sia un’ eccessiva mitizzazione dei tempi che furono, ricordandoli come migliori di quanto in realtà non fossero?

E’ vero. Come ho già detto, per me è molto importante la storia e la conoscenza del proprio passato. Sul degrado morale, responsabile della perdita di tanti valori, posso dire che una tale situazione può sfociare nella mancanza di legalità. Questo fatto mi preoccupa non poco, perché dall'illegalità non nasce mai nulla di buono. Prendiamo per esempio il mancato rispetto del Codice della Strada: gli automobilisti non si fermano più sulle strisce pedonali, anche se ad attraversare la strada sono dei bambini che vanno a scuola: considero intollerabile una tale situazione. Eppure basterebbe poco: sarebbe sufficiente cominciare a rispettarlo, allo stesso modo con cui abbiamo sconfitto il fumo sui mezzi pubblici. Naturalmente, il posto perduto dalla mancanza di valori viene preso dai disvalori, come l’arroganza, la maleducazione, per non dire di peggio.


Leggendo Candidato al Consiglio d’Istituto si capisce chiaramente che lei è una persona che ha ancora la forza di indignarsi, qualità che sta diventando sempre più rara nella nostra società rassegnata a qualunque bassezza. Quando si indigna lei prende in mano carta e penna e scrive un po’ a tutti: politici, giornalisti, concittadini. Ha mai ottenuto qualche risposta? Non si senti a volte un po’ un Don Chisciotte?

Bisogna indignarsi, ribellarsi alle ingiustizie, ma a me piace essere propositivo. Quanto sta avvenendo nella sanità, per esempio, dove in ospedale talvolta si è trattati come pacchi postali, non può essere giustificato dai tagli operati al settore. Ho constatato di persona certe situazioni: una mia cara amica mi ha raccontato di essere andata al pronto soccorso… e ad un certo punto le è scivolato il cellulare: lei non si reggeva in piedi ed è stata costretta a raccoglierselo. Questo è degrado: nessun operatore l’ha aiutata a raccoglierlo. Spesso prendo carta e penna e scrivo: qualcuno risponde, magari lo fa per cortesia, in genere non ottengo risposte, ma bisogna fare attenzione: la mancanza di risposta è una eccellente risposta: il silenzio equivale a dire “ A me non me ne importa niente dei suoi problemi”. Mi sembra una eccellente risposta. Quanto al fatto di sentirmi un Don Chisciotte, sono d’accordo, in quanto i miei scritti sono fondamentalmente tragicomici, e i protagonisti lottano per qualcosa che apparentemente sembra impossibile da ottenere: staremo a vedere.


Nel passaggio dal primo al secondo romanzo, Non dobbiamo perderci d’animo, ha abbandonato la forma del diario-sfogo per stabilizzarsi definitivamente su quella del racconto: è stata una scelta intenzionale o del tutto istintiva?

E’ stata una scelta obbligata, che merita di essere raccontata. Dopo aver scritto Candidato al Consiglio d’Istituto ed altri tre racconti lunghi, li ho inviati ad una nota Casa Editrice per la pubblicazione: a seguito del cordiale diniego, ho pensato di partecipare a dei Premi letterari, per avere un riscontro ai miei scritti. Partecipando ad una trentina di Premi letterari, in genere mi presentavo con uno scritto sempre diverso, e i Concorsi accettavano solo racconti. Questo è avvenuto nell’estate dell’anno 2007: per mia fortuna, sono sempre stato escluso, a parte due segnalazioni. Nel frattempo mi son ritrovato con tanti racconti, grazie ai quali si era ormai delineato uno stile letterario, il famoso marchio di fabbrica. Volendo scrivere un libro sul 150° Anniversario dell’Unità Nazionale, ho ripreso i racconti, li ho ampliati, li ho riletti come minimo cinquecento volte, e ho dato vita ad una raccolta, nella quale ho raccontato storie di italiani, dall’Ottocento ai giorni nostri, oltre a narrare un fatto accaduto nel 1275. 


Sua madre è la protagonista principale di buona parte del romanzo. Che rapporto aveva con sua madre? Cosa l’ha spinto a parlare di lei in un suo romanzo?

Mia madre è la protagonista di Prima del debutto, il racconto lungo iniziale, con il quale viene raccontato, attraverso singoli episodi, un secolo di vita italiano. Mia madre compare anche in altri racconti, sia pure in tono minore. Come la maggior parte dei maschi italiani, venivo considerato un mammone: la mamma ha sempre rivestito un ruolo di primo piano nella mia famiglia, è stata la persona alla quale mi rivolgevo per ogni cosa. Mia madre vive ancora, ha ottantotto anni, ha gravi problemi di salute, ed è stata la sua malattia a spingermi a scrivere Prima del debutto, nel quale parlo delle vicende che l’hanno colpita, che lei mi ha narrato tante volte. Poi, una volta che ho scoperto la scrittura, mi sono appropriato di quelle storie bizzarre e ne ho fatto un mini-romanzo, attraverso il quale ho reso un omaggio alle persone umili ed anonime della nostra cara Italia. 


La prima parte del romanzo è ambientata nell’Ancona del primo dopoguerra. Si sente particolarmente legato alla sua città natale? Pensa che la sua città natale abbia avuto un ruolo fondamentale nel determinare il tipo di persona che è diventato?

Sono molto legato ad Ancona, alla sua gente, alle sue tradizioni, e questo l’ho compreso in particolar modo quando, nell’anno 2008, ho vinto il primo Premio Letterario parlando del Carnevale dei ragazzi, una manifestazione soppressa nel 1972, a seguito del terremoto. Il Concorso al quale avevo partecipato, il Premio Nazionale Riviera Adriatica, aveva una sezione dedicata ad una storia, personaggio o leggenda di Ancona: oggi quella sezione è stata soppressa, in quanto i partecipanti erano pochi.


Come mai la scelta di tornare indietro agli anni ‘40/’50? Che rapporto ha con la Storia? Crede che conoscere meglio il nostro passato ci possa davvero aiutare a costruire un futuro migliore, o si tratta solo di un abusato luogo comune?

Da sempre sono un grande appassionato di Storia, e devo dire che per tanti anni sognavo che, prima o poi, in televisione avrebbero fatto vedere dei documentari nei quali poter parlare degli effetti dei grandi eventi storici sulla gente comune: è esattamente quello che è accaduto con le puntate de “La grande Storia”, che peraltro ha avuto un grande successo di pubblico. Ho già detto che la conoscenza del passato è indispensabile per la costruzione della società, perché se non si conoscono le proprie origini vi è il rischio di una sbandamento, e questa triste considerazione vale soprattutto per le giovani generazioni. Non si tratta di un abusato luogo comune, ma di una verità documentata: ecco perché mi arrabbio quando vedo tanta ignoranza sulla storia nazionale, per non parlare poi di quella internazionale, di pari importanza, se non superiore, specialmente in tempi di globalizzazione come gli attuali. Riguardo alla scelta di parlare degli anni 40/50, considero il primo dopoguerra un momento eccezionale, al quale dobbiamo guardare con attenzione, fatto di grandi sacrifici, ma coronato di successi importanti. Tanto per iniziare, nel 1948 è entrata in vigore la Costituzione, documento elaborato dall’Assemblea Costituente, nel quale gli Italiani hanno deciso di scrivere le basi per la crescita del Paese. Negli Anni 40 e 50 sono state poste in essere le scelte fondamentali per il nostro vivere odierno: basti pensare alla nascita della Comunità Economica Europea. L’Italia è cambiata: da Paese solidale, quale era in quegli anni lontani, oggi si trova ad affrontare molti problemi causati dalla mancanza di scelte, tipiche della situazione attuale. Si tenga conto, che quel lontano periodo è caratterizzato da tanti “bollenti spiriti”, come è dimostrato dall’attentato all’onorevole Togliatti, ma il rispetto per gli avversari, almeno in politica, non venne mai meno.


I racconti che formano la seconda parte del romanzo si allontanano sia nelle vicende narrate che nei protagonisti da quanto raccontato nella prima parte dell’opera. Cosa le ha fornito l’ispirazione per questi racconti? C’è qualche rifermento a fatti realmente accaduti o si tratta esclusivamente di prodotti della sua fantasia?

Tutti i racconti si occupano di vicende che si accompagnano a grandi eventi storici. Si tratta di vicende vere o almeno verosimili, talvolta inventate, ma sempre ispirate dalla realtà quotidiana. L’autobiografia offre lo spunto per alcuni racconti, ma la storia, una volta passata al vaglio dello scrittore, presenta una sua autonomia, nel senso che i personaggi hanno vita propria. Ho scoperto – anche se è difficile da credere – che alcune storie, inventate di sana pianta, si sono effettivamente verificate, donando ai personaggi una sorta di tragicità e comicità che solo una vicenda può presentare. Io parlo spesso in prima persona, perché lo trovo congeniale: una volta mi sono occupato della tragedia dei bambini che stanno in carcere con la madre fino al compimento del terzo anno di età: una persona, dopo aver letto il racconto, mi ha detto: - Non sapevo che sei stato pure in prigione. Riesco ad immedesimarmi nei personaggi, e questo mi fa molto piacere.


Ha già in progetto un terzo romanzo? Possiamo avere qualche anticipazione sul soggetto?

Sì, ma non desidero parlarne, per rispetto verso il Premio letterario al quale è stato inviato come opera inedita.


La nostra intervista finisce qui, le facciamo i migliori auguri per la sua carriera di scrittore e ancora la ringraziamo per la pazienza e la disponibilità che ha dimostrato.

Nel ringraziare per gli auguri, sono grato innanzitutto a lei per la profondità delle domande, che mi hanno permesso di esporre bene il mio pensiero: inoltre il mio saluto va anche alle lettrici e ai lettori del blog letterario La stamberga dei lettori, dove spero che qualche volenteroso abbia avuto la pazienza di seguirmi in questa intervista-fiume.

1 Commenti:

  • 30 maggio 2011 alle ore 20:09
    Anonimo says:

    Questa intervista è un gradito regalo di compleanno.
    Grazie ancora
    Massimo Cortese

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