1 gennaio 2011

La vetrina degli incipit - Dicembre 2010

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...






***

«Con l'eccezione delle grotte Marabar – che sono a venti miglia di distanza – la città di Chandrapore non offre nulla di straordinario. Più rasentata che bagnata dal Gange, si trascina per circa due miglia lungo la riva e a stento la si riconosce dai detriti che il fiume deposita con tanta abbondanza. Sul lungofiume non ci sono gradini per i bagni, perché caso vuole che qui il Gange non sia sacro; in realtà non c'è lungofiume, e i bazar precludono l'ampia e mutevole vista della corrente. Le strade sono sordide, i templi abbandonati, e sebbene ci siano alcune case eleganti, sono nascoste in giardini o in fondo a viali così sporchi da scoraggiare chiunque non vi sia stato espressamente invitato. Chandrapore non è mai stata né grande né bella, ma duecento anni fa si trovava sulla strada che univa l'India superiore, allora imperiale, al mare, e le case eleganti risalgono a quell'epoca. L'entusiasmo per la decorazione finì nel diciottesimo secolo e non fu mai democratico. Nei bazar non c'è che qualche scultura e nessun dipinto. Persino il bosco sembra fatto di fango, e la gente di fango animato. Tutto ciò che lo sguardo incontra è così fatiscente, così squallido, che quando scendono le acque del Gange ci si aspetterebbe di vederle travolgere quell'incrostazione nella terra. Le case crollano, la gente annega ed è lasciata imputridire, ma il profilo generale della città sussiste, qua gonfiandosi, là ritraendosi, come un'infima ma indistruttibile forma di vita.»
Passaggio in India, di Edward Morgan Forster - Sakura

««Attenzione» incominciò a gridare una voce, e fu come se a un tratto un oboe fosse divenuto capace di esprimersi. «Attenzione» ripeté la voce, nello stesso tono monotono, acuto e nasale. «Attenzione.»
Giacendo là come un cadavere sulle foglie morte, con i capelli arruffati, la faccia grottescamente sudicia e coperta di lividi, i vestiti laceri e infangati, Will Farnaby di destò con un sussulto. Molly lo aveva chiamato. Era l'ora di alzarsi. Era l'ora di vestirsi. Non doveva far tardi in ufficio.
»
L'isola, di Aldous Huxley - Tancredi

«Deh, direbbe Silvia.
Ho iniziato a lavorare in un call center. Quei lavori disperati che ti vergogni di dire agli amici.
«Cosa fai?»
E tu:
«Be', mi occupo di promozione pubblicitaria».
Che meraviglia l'italiano, altro che giochi di prestigio.
Ma questo non è un call center comune. È un call center della Kirby. E 'sti cazzi, mica robetta!
Ho saputo subito che era il call center che cercavo, quello dove avrei potuto davvero divertirmi.
Non l'innocente sorriso del bambino davanti alla farfallina.
Direi piuttosto il sadico sorriso del bambino mentre con uno spillone fissa la farfallina al pezzetto di sughero per iniettarle la formalina.
Mentre è ancora viva, ovviamente.
»
Il mondo deve sapere, di Michela Murgia - Morwen

«Marley era morto, tanto per cominciare. Non c'era dubbio su ciò: il suo atto di morte era firmato dal pastore, dal coadiutore, dall'uomo delle pompe funebri e dal capo dei piagnoni. L'aveva firmato anche Scrooge, e il nome di Scrooge alla Borsa degli scambi valeva per qualunque cosa a cui egli decidesse di mettere mano. Il vecchio Marley era morto come il chiodo di un uscio.»
Il canto di Natale, di Charles Dickens - Desian

«Trovai Yukio Mishima in un salone di pachinko, proprio al centro della Ginza, l'anima notturna e commerciale di Tokyo. Fissava assorto la giocatrice davanti a lui: una ragazza molto giovane dal volto pallido e i lineamenti tesi.
La pallina d'acciaio saettò attraverso il labirinto del pachinko, attivando schemi e rimbalzando senza sosta. Gli occhi della ragazza erano opachi, persi. Sorrise solo un paio di volte durante quell'intervallo di tempo, e solo quando riuscì ad ottenere delle combinazioni vincenti illuminando le file dei segnapunti verticali. Intanto perdeva il suo denaro, partita dopo partita. La Yakuza intascava somme astronomiche da sale da gioco come quella.
Mishima era assurdamente fuori posto con i suoi pantaloni color cioccolata, la camicia di cotone bianco e il giubbotto imbottito dei Tokyo Astros di baseball. Malgrado la sua natura, quello era un luogo alla moda, ricercato, dalla clientela selezionata che vestiva italiano e aveva macchine tedesche. Giovani rampolli, borghesi ambiziosi, signore annoiate e funzionari pieni di aspettative frustrate. Ma se non sei elegante, non hai soldi da buttare.
Gli uomini della sicurezza lo controllavano già da un po'.»
Lazarus, di Alberto Cola - Daniele

««Ventiquattro schiavi mori spingevano remando la sfarzosa galera che doveva portare il principe Amgiad al palazzo del califfo. Ma il principe, avvolto nel suo mantello di porpora, se ne stava solo, sdraiato in coperta, sotto l'azzurro cupo del cielo notturno disseminato di stelle e il suo sguardo...».
La piccola aveva letto fin lì ad alta voce; ora, quasi all'improvviso, le si chiusero gli occhi. I genitori si guardarono sorridendo, Fridolin si chinò su di lei, le baciò i capelli biondi e chiuse il libro che si trovava sulla tavola non ancora sparecchiata. La bambina lo guardò come sorpresa.
« Sono le nove,» disse il padre « è ora di andare a letto».
E poiché anche Albertine si era accostata alla bambina, le mani dei genitori si incontrarono sulla fronte amata mentre i loro sguardi si scambiavano un tenero sorriso, che non era rivolto più solo alla bambina. Entrò la governante e disse alla piccola di dare la buonanotte ai genitori; lei si alzò ubbidiente, diede un bacio al padre e alla madre e si lasciò condurre docilmente dalla signorina fuori della stanza. Fridolin e Albertine, ora finalmente soli sotto il chiarore rossastro della lampada, ebbero a un tratto fretta di riprendere la conversazione cominciata prima di cena, su quanto era accaduto durante il ballo in maschera il giorno precedente.
»
Doppio sogno, di Arthur Schnitzler - Livia Medullina

«In diciannove minuti si può falciare il prato davanti a casa, tingersi i capelli, guardare un tempo di una partita di hokey. In diciannove minuti si possono cuocere al forno i biscotti da tè o ci si può far togliere una carie dal dentista; si può piegare il bucato per una famiglia di cinque persone.
Diciannove minuti sono stati il tempo necessario ai Tennessee Titans per vendere i biglietti per la partita decisiva. È la durata di una sit-com, esclusi gli spot pubblicitari. È il tempo che ci vuole per andare dal confine del Vermont a Sterling, nel New Hampshire.
In diciannove minuti è possibile ordinare una pizza e farsela consegnare. È il tempo sufficiente per leggere una fiaba a un bambino o per fare il cambio dell'olio. Si può percorrere a piedi un chilometro e mezzo. Si può cucire un orlo.
In diciannove minuti si può fermare il mondo, oppure saltarne giù.
In diciannove minuti ci si può vendicare.
»
Diciannove minuti, di Jodi Picoult - Pythia

«1. Stava, Val di Fiemme, Trentino, 18 Luglio 1985

Il fango è sotto, sul fondo del bacino, quasi immobile. Invisibile.

Dall’alto non vedi che due enormi pozze d’acqua stagnante, una sopra l’altra, incastonate fra i prati sul limitare del bosco. Anche d’estate, con il caldo, non sono invitanti, non ti fanno venire voglia di tuffarti, non con la schiuma grigia che affiora alla superficie e il tanfo che ne emana.

Non è un bello spettacolo, ma tutto sommato non disturba piú di tanto. Non è che un terrapieno, alto; sembra quasi una collina spuntata per caso fra gli alberi e l’erba.
Ma il fango è sempre lì, che respira, quasi fosse vivo. Un’entità maligna impregnata d’un odio accumulato per anni, di un desiderio malsano di strisciare fuori, verso la luce, di protendere i suoi viscidi tentacoli verso la valle là sotto. Verso il villaggio, che d’inverno non ospita che poche dozzine di abitanti ma d’estate si riempie di turisti. E, soprattutto, di bambini.
Come quelli che, in questa bella giornata, hanno passato buona parte del pomeriggio a rincorrersi fra gli alberi del bosco schiamazzando felici. Ora ne sono usciti e stanno lentamente scendendo per i prati, verso il minuscolo villaggio con la chiesa, le case e gli alberghi.
Il sole non è più così alto e bisogna tornare a casa. La scuola è finita da più di un mese e le vacanze sembrano ancora lunghe. Come tutti gli anni, i bambini che sono a Stava in villeggiatura hanno fatto comunella con quelli del villaggio, formando un’unica banda.
Riprendono a correre giù per il pendio, tutti tranne uno, che si è fermato incuriosito vicino all’argine del bacino superiore. A un tratto gli pare di udire un lamento, un brontolio sordo. Proviene dal terrapieno e, a tratti, sembra quasi che siano parole impastate che escono dalla melma. Come se, là sotto, ci sia sepolto qualcuno o qualcosa.»
Solo fango, di Giancarlo Narciso - Vittoria A.

«"Guardia! Che posto è questo?"
"Mugby Junction, signore."
"Un luogo ventoso!"
"Sì, per lo più lo è, signore."
"E sembra desolato davvero!"
"Sì, lo è in genere, signore."
"È una notte piovosa ancora?"
"Diluvia, signore."
"Apri la porta. Voglio scendere".
"Come vuole, signore", disse la guardia, scintillante con gocce di pioggia, e guardando il viso lacrimoso del suo orologio con la luce della sua lanterna aggiunse, "tre minuti qui."
"Per me saranno di piú,ritengo.Perché io non vado avanti."
"Pensavo che aveva un biglietto globale, signore?"
"Ce l'ho, ma sacrifico il resto. Voglio il mio bagaglio".
"Prego,venga nel vagone bagagli e lo indichi, signore. Non abbiamo un momento da perdere".
La guardia si affrettò al bagagliaio, e il viaggiatore si affrettò a seguirlo.
"Quei due grandi valigie nere in un angolo dove la tua luce brilla. Quelle sono le mie."
"Nome su di esse, signore?"
"Fratelli Barbox".
"Sta bene, signore. Una. Due!"
La lampada oscillò. Le luci di segnalazione davanti stavano già cambiando. Urlo dal motore.
E il treno se ne andò.
»
Mugby Junction, di Charles Dickens - Valetta

«La Nellie, un battello da crociera, ruotò sull'ancora senza far oscillare le vele, e restò immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi caduto e, dovendo ridiscendere il fiume, non ci restava che ormeggiare aspettando il riflusso. L'estuario del Tamigi si apriva davanti a noi, simile all'imbocco di un interminabile viale acquatico. Al largo, il cielo e il mare si univano confondendosi e, nello spazio luminoso, le vele brunite delle chiatte che risalivano il fiume lasciandosi trasportare dalla marea, sembravano ferme in rossi sciami di tela tesa tra il luccichio di aste verniciate. Una bruma riposava sulle sponde basse, le cui sagome fuggenti si perdevano nella piatta evanescenza del mare. L'aria era cupa sopra Gravesend, e più indietro ancora sembrava addensarsi in una desolata oscurità che incombeva immobile sulla più grande, e la più illustre, città del mondo.»
Cuore di tenebra, di Joseph Conrad - Polyfilo

0 Commenti a “La vetrina degli incipit - Dicembre 2010”

Posta un commento

 

La Stamberga dei Lettori Copyright © 2011 | Template design by O Pregador | Powered by Blogger Templates