1 novembre 2010

La vetrina degli incipit - Ottobre 2010

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...






***

«Io e mio figlio lo chiamavamo il Professore. E lui chiamava mio figlio Ruto, radice quadrata, per via della sua testa piatta.
"Deve proprio contenere una mente perspicace" aveva detto il professore accarezzando la testa di mio figlio, senza preoccuparsi di scompigliargli tutti i capelli. Per paura di essere preso in giro dai suoi amici, lui portava sempre un cappello e, alle parole del professore, aveva nascosto la testa tra le spalle con diffidenza.
"Grazie a questo simbolo un'infinità di numeri, anche quelli invisibili ai nostri occhi, può acquistare una sua dignità." Poi, su un angolo della sua scrivania ricoperta di polvere, il professore aveva tracciato con l'indice il simbolo
»
L'equazione del professore, di Yoko Ogawa - Sakura

«Il sole sorgeva lentamente, come se non fosse sicuro che ne valesse la pena. Un altro giorno iniziava, ma molto gradatamente, ed ecco perché.
Quando la luce incontra un forte campo magico, perde ogni nozione di fretta e il suo ritmo rallenta. E nel mondo-Disco la magia è di sconcertante potenza, con il risultato che la morbida luce dorata dell'alba fluiva sul paesaggio addormentato come la carezza di un tenero amante o, come alcuni preferirebbero dire, uno sciroppo color d'oro. Si fermava a riempire le vallate. Si ammassava contro le catene montagnose. Quando raggiunse Cori Celesti la guglia di sedicimila metri, fatta di grigia pietra e di verde ghiaccio che segna il centro del Disco e alberga i suoi Dei, formò alti cumuli per rovesciarsi alla fine in una grande ondata pigra, silenziosa come il velluto, sullo scuro paesaggio sottostante.
Uno spettacolo che non si vede in nessun altro mondo.
Naturalmente, nessun altro mondo è trasportato nell'infinito stellare sul dorso di quattro giganteschi elefanti, a loro volta posati sul guscio di una gigantesca tartaruga.
»
La luce fantastica, di Terry Pratchett - Daniele

«Nel marzo millenovecentonovantasette
1
Cena
(Quando Luisa lascia Guido)


L’appuntamento era per le nove di sera.
Guido la avrebbe aspettata direttamente al ristorante vicino al fiume, in pieno centro storico, dove naturalmente aveva prenotato con largo anticipo un tavolo discreto e appartato per piacevole desinare e conversare, due tra le cose in cui eccelleva. Luisa se lo aspettava premuroso e odoroso, elegante e particolare, intelligente e amoroso; se lo aspettava Guido, come sempre.
Quell’uomo dei sogni che le aveva sconvolto il cuore e i sensi, quel prestigiatore delle parole con cui tutto pareva a portata di mano, dalle mani indimenticabili ed esperte che sapevano darle in una carezza cento carezze di tutti gli altri uomini della sua vita e che la faceva ridere e morire in sua compagnia e che la faceva piangere e morire quando la lasciava. Mille e una volta lo aveva preso e mille e una volta lo aveva lasciato, girandosi e andando via con la morte dentro per non vedere lui girarsi con la morte dentro e tornare da chi prima di lei aveva sconvolto nel cuore e nei sensi e che aveva così irrimediabilmente sposato fino a renderlo così irrimediabilmente padre per ben due volte irrimediabilmente padre.
Mentre il taxi la portava in una sera di marzo in ritardo per i vicoli della città verso un elegante ristorante e uno sposato affascinante uomo della sua vita Luisa, bella come sempre e comunque, non riusciva a contenere una ansia triste che le rendeva nebbia tutta l’attesa di una splendida serata.
»
Cometa e Bugie, di Marco Valenti - Vittoria A.

«Jeff Koons si alzava dalla sua sedia, le braccia protese in uno slancio di entusiasmo. Seduto di fronte a lui su un divano di pelle bianca parzialmente ricoperto di un tessuto di seta, un po' incurvato, Damien Hirst sembrava sul punto formulare un'obiezione; il volto rubicondo aveva un'aria cupa. Entrambi indossavano un abito nero - quello di Koons, a righe sottili - una camicia bianca e una cravatta nera. Fra i due uomini, sul tavolo basso, era posato un cestino di frutta candita cui né l'uno né l'altro prestavano attenzione; Hirst beveva una Budweiser Light.
Dietro di loro, una vetrata dava su un paesaggio di edifici alti che formavano un intrico babelico di poligoni giganteschi, fino ai confini dell'orizzonte; la notte era chiara, l'aria di una limpidezza assoluta. Ci si sarebbe potuti trovare nel Qatar o a Dubai; l'arredamento della stanza era in effetti ispirato a una fotografia pubblicitaria, tratta da una pubblicazione tedesca di lusso, dell'hotel Emirates di Abu Dhabi.
La fronte di Jeff Koons luccicava leggermente; Jed la sfumò con il pennello e indietreggiò di tre passi. C'era decisamente un problema con Koons. Hirs, in fondo, era facile da cogliere: lo si poteva fare brutale, cinico, del genere "Vi disprezzo dall'alto della mia ricchezza"; lo si poteva anche fare artista ribelle (ma pur sempre ricco) che prosegue un lavoro angosciato sulla morte; c'era infine nel suo volto qualcosa di sanguigno e di pesante, tipicamente inglese, che lo avvicinava a un tifoso dell'Arsenal. Insomma, c'erano differenti aspetti, ma si potevano combinare nel ritratto coerente, rappresentabile, di un artista britannico tipico della sua generazione. Koons invece sembrava portare in sé qualcosa di doppio, come una contraddizione insormontabile fra la scaltrezza ordinaria dell'agente di commercio e l'esaltazione dell'asceta. Erano già tre settimane che Jed ritoccava l'espressione di Koons che si alzava dalla sedia, le braccia protese in uno slancio di entusiasmo come se tentasse di convincere Hirst; era difficile quanto dipingere un pornografo mormone.
»
La carta e il territorio, di Michel Houellebecq - Tancredi

«What about a teakettle? What if the spout opened and closed when the steam came out, so it would become a mouth and whistle pretty melodies, or do Shakespeare, or just crack up with me? I could invent a teakettle that reads in Dad's voice,so I could fall asleep, or maybe a set of kettles that sing the chorus of "Yellow Submarine", which is a song by bhe Beatles, who I love, because entomology is my raisons d'etre, which is a French expression that I know. Another good thing is that I could train my anus to talk when I farted. If I wanted to be extremely hilarious, I'd train it to say "Wasn't me!" every time I made and incredebly bad fart. And f I ever made an incredibly bad fart in the Hall of Mirrors, which is in Versailles, which is outside of Paris, which is in France, obviously, my anus would say, "Ce m'étais pas moi!".»
Extremely Loud & Incredibly Close, di Jonathan Safran Foer - Valetta

«I was born twice: first, as a baby girl, on a remarkably smogless Detroit day in January of 1960; and then again, as a teenage boy, in an emergency room near Petoskey, Michigan, in August of 1974. Specialized readers may have come across me in Dr. Peter Luce's study, "Gender Identity in 5-Alpha-Reductase Pseudohermaphrodites", published in the Journal of Pediatric Endocrinology in 1975. Or maybe you've seen my photograph in chapter sixteen of the now sadly outdated Genetics and Heredity. That's me on page 578, standing naked beside a height chart with a black box covering my eyes.
My birth certificate lists my name as Calliope Helen Stephanides. My most recent driver's license (from the Federal Republic of Germany) records my first name simply as Cal. I'm a former field hockey goalie, long-standing member of the Save-the-Manatee Foundation, rare attendant at the Greek Orthodox liturgy, and, for most of my adult life, an employee of the U.S. State Department. Like Tiresias, I was first one thing and then the other. I've been ridiculed by classmates, guinea-pigged by doctors, palpated by specialists, and researched by the March of Dimes. A redheaded girl from Grosse Pointe fell in love with me, not knowing what I was. (Her brother liked me, too). An army tank led me into urban battle once; a swimming pool turned me into myth; I've left my body in order to occupy others - and all this happened before I turned sixteen.
»
Middlesex, di Jeffrey Eugenides - Morwen

«Venerdì, 15 luglio 1988
Rankeillor Street, Edimburgo
"La cosa importante per me è segnare sempre una differenza" disse lei. "Insomma, cambiare qualcosa, capisci?".
"Tipo "cambiare il mondo"?".
"Non tutto il mondo. Soltanto il piccolo pezzo di mondo attorno a noi".
Rimasero in silenzio per un momento, raggomitolati l'uno contro l'altra sul letto a una piazza, poi si misero a ridere piano: mancava poco all'alba.
"Ho detto così? Non ci posso credere" borbottò lei. "Suona ridicolo, vero?".
"Un po', francamente".
"E' che cerco di essere spirituale! Tento di elevare la tua lercia anima per la grande avventura che ti aspetta".
»
Un giorno, di David Nicholis - Heleonor

«Il bambino era inchiodato alla porta come un uccello del malaugurio. I suoi occhi plenilunio erano quelli di una civetta.
Loro erano sette e salivano le scale a quattro a quattro. Naturalmente ignoravano che che questa volta gli avevano inchiodato un moccioso alla porta. Pensavano di avere già visto tutto e quindi correvano verso la sorpresa. Ancora due piani e un piccolo Gesù di sei o sette anni avrebbe sbarrato loro la strada. Un bimbo-dio inchiodato vivo a una porta. Chi può immaginare una cosa simile?"
»
Signor Malaussène, di Daniel Pennac - Livia Medullina

« - Che cavolo combini da queste parti?
Alla vecchia Marthe piaceva fare quattro chiacchiere. Quella sera non aveva avuto soddisfazione e si era accanita sulle parole crociate, al bancone, con il proprietario.
Il proprietario era un buon diavolo, ma irritante quando faceva le parole crociate. Dava risposte assurde, non rispettava la definizione, non teneva conto delle caselle. Eppure avrebbe potuto rendersi utile, era un asso in geografia, stranamente, perché non aveva mai messo piede fuori da Parigi, come Marthe, del resto. Scorre in Russia, due lettere, verticale; il proprietario aveva proposto 'Jenissei'
»
Un po' più in là sulla destra, di Fred Vargas - Polyfilo

1 Commenti:

  • 1 novembre 2010 alle ore 16:56
    H says:

    Bravi, io facciola stessa cosa nel mio blog!

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