11 marzo 2015

Speciale Letteratura Sudamericana: La città e i cani - Mario Vargas Llosa

Mario Vargas Llosa (all'anagrafe Jorge Mario Pedro Vargas Llosa, primo marchese di Vargas Llosa) è uno scrittore, saggista, politico, professore universitario peruviano, ritenuto dalla critica oltre che uno dei migliori autori della sua generazione, lo scrittore latino americano che ha avuto nella sua carriera il maggior impatto su un pubblico internazionale.
Nato il 28 marzo 1938 nella cittadina di Arequipa da una famiglia della classe media, con importanti connessioni politiche da parte materna, Vargas Llosa non conobbe il padre fino ai dieci anni, quando i suoi genitori ripresero a frequentarsi dopo il divorzio avvenuto a pochi mesi dalla nascita dell'autore, che per tutta l'infanzia fu cresciuto nella convinzione che il padre fosse morto. Dopo l'infanzia trascorsa tra Bolivia e Perù, a quattordici anni viene mandato dal padre a studiare nel collegio militare Leoncio Prado, esperienza fondamentale sia per la formazione del suo carattere sia perché diventerà fonte di ispirazione per la sua prima opera di successo intenzionale, La città e i cani (La ciudad y los perros, 1963). Abbandonata l'accademia a sedici anni, inizia a lavorare come giornalista mentre prosegue gli studi a Piura, per poi iscriversi all'Università Nazionale di San Marco per studiare legge e letteratura. Nel 1955, a diciannove anni si sposa con Julia Urquidi, cognata dello zio materno e di dieci anni più grande di lui, vicenda raccontata nell'opera semi-autobiografica La zia Julia e lo scribacchino (La tía Julia y el escribidor, 1977).
Subito dopo la laurea inizia un periodo di viaggi in Europa per l'autore e la moglie, tra borse di studio e lavori come giornalista, affiancati dalla pubblicazione dei primi racconti su alcune riviste. Il matrimonio non sopravvive a questo periodo incerto e i due si separano nel 1964; solo un anno dopo l'autore si risposa con la cugina di primo grado Patricia, da cui avrà 3 figli.
Nel frattempo la carriera dello scrittore inizia a decollare: nel 1963 viene pubblicato La città e i cani che ottiene un immediato successo di pubblico e lo porta alla vittoria del Premio de la Crítica Española ma lo mette anche al centro di aspre polemiche da parte della classe militare, i cui esponenti arrivarono a bruciare copie del libro definendolo parto di una mente degenerata.
A quest'opera fa seguito solo due anni dopo La casa verde (La casa verde, 1965), ritenuto da molti critici il suo lavoro più riuscito e raffinato e quello che ha il merito di renderlo una figura di primo piano nel gruppo di autori del Boom Latino Americano, tra i quali vengono annoverati anche Juan Carlos Onetti e Gabriel García Márquez.
Si delineano qui alcuni fra i temi principali della opere di Vargas Llosa che da subito si dimostra influenzato dalla sua percezione della società peruviana e dalla propria esperienza personale, anche se con il trascorrere degli anni egli amplierà il suo orizzonte arrivando a trattare con forte spirito critico temi di carattere nazionalista.
A quattro anni di distanza arriva Conversazione nella «Catedral» (Conversación en La Catedral, 1969), la sua opera più amara e forse la più impegnativa, che ne assicura definitivamente la fama internazionale.
Segue un periodo di stacco, in cui i lavori dell'autore si discostano dai temi politici e sociali delle prime opere e assumono un aspetto maggiormente satirico, come dimostra Pantaleón e le visitatrici (Pantaleón y las visitadoras, 1973), da molti ritenuto una parodia de La casa verde, che lo stesso autore tentò di adattare come regista per il grande schermo pochi anni dopo.
Il suo talento eclettico trova numerosi sfoghi in questi anni nella produzione di saggi, memorie, articoli e nell'attività di conferenziere in numerose università di prestigio internazionale, attività a cui si affianca la presidenza del PEN dal 1976 al 1979.
Escludendo La zia Julia e lo scribacchino, bisogna aspettare il 1981 per vedere pubblicato un nuovo romanzo, La guerra della fine del mondo (La guerra del fin del mundo), il primo tentativo di cimentarsi col romanzo storico che segna anche uno spostamento dell'autore verso temi come il messianismo e l'irrazionalità della psiche. Inizia anche un cambiamento nello stile di scrittura dell'autore che se inizialmente veniva associato al modernismo letterario, ora viene ritenuto più vicino al postmodernismo. A questo lavoro impegnativo fanno seguito opere più leggere come Storia di Mayta (Historia de Mayta, 1984) e Chi ha ucciso Palomino Molero? (¿Quién mató a Palomino Molero?, 1986) e bisognerà aspettare il 2000 per vedere l'autore pubblicare un altro lavoro di peso, La festa del caprone (La fiesta del chivo), attualmente riconosciuto come uno dei lavori migliori di Vargas Llosa.
Come molti autori sudamericani, Mario Vargas Llosa è sempre stato molto attivo politicamente anche se la sua posizione è radicalmente cambiata nel corso degli anni passando dal giovanile socialismo intriso di ammirazione per la rivoluzione cubana a posizioni neoliberiste, tanto che nel 1990 si candidò alla presidenza del Perù in testa alla coalizione Fronte Democratico che raccoglieva i tre principali partiti di centro destra del paese. Lo scrittore perderà però la sfida con l'allora sconosciuto Alberto Fujimori.
Nel 2010 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, "per la sua cartografia delle strutture del potere e per le sue taglienti immagini della lotta, della rivolta e della sconfitta individuale".


«A questo mondo la violenza è una sorta di fatalità. In un Paese sottosviluppato come il mio, la violenza è esteriore, epidermica, è presente in ogni momento della vita individuale, è la radice di tutti i rapporti umani».>br/>
Così rispondeva l'autore a chi, al momento della pubblicazione, gli chiedeva se La ciudad y los perros - bruciato in piazza dai militari, considerato dalla critica il migliore tra i suoi romanzi, - fosse un romanzo «sulla violenza».
E la violenza - fisica e non - fa da sfondo al microcosmo del Collegio Leoncio Prado di Lima dove avviene l'educazione del protagonista-alter ego dell'autore. Un collegio retto da militari secondo una disciplina militare in cui confluiscono sia i figli delle classi inferiori ammessi per merito sia quelli delle classi alte mandati lì dalle famiglie nella speranza di domarli, e dove la sopraffazione, la forza bruta, il dispotismo sono le leggi della convivenza, a dispetto di regolamenti e norme. «Ero un bambino viziatissimo, presuntuosissimo, cresciuto, faccio per dire, come una bambina... Mio padre pensava che il Leoncio Prado avrebbe fatto di me un uomo, - ricorda Vargas Llosa, - ma per me fu come scoprire l'inferno».

Recensione

Mi sono avvicinata a questo libro con l'idea che il suo tratto più originale e di maggior pregio fosse il suo occuparsi del tema della violenza fra giovani in un contesto controverso come quello dell'ambiente militare. Questa era almeno l'impressione ricavata dalla maggioranza dei commenti in rete e in questo devo confessare che La città e i cani mi ha parzialmente delusa. Sarà che nei cinquant'anni trascorsi dalla pubblicazione del romanzo di storie di nonnismo e violenza gratuita ambientate in collegi solo maschili (non necessariamente gestiti dall'esercito) o in contesti di addestramento militare ne abbiamo viste a bizzeffe, sia al cinema che in libreria, ma i meccanismi di sopraffazione, frustrazione sessuale e machismo esasperato che emergono dal racconto di Vargas Llosa difficilmente appaiono sorprendenti e inaspettati.

Il libro segue le vicende di un gruppo di cadetti del Collegio Militare Leoncio Prado mettendone in luce una quotidianità fatta di fumo e alcol clandestino, zuffe, ritorsioni e sfottò accomunati da una violenza fredda e indifferente, accettata come parte integrante del processo di crescita, insieme ai primi amori e alla curiosità sessuale.
Le dinamiche di gruppo, in questa vicenda dal sapore vagamente simile a Il signore delle mosche, sono quelle che siamo abituati a vedere in contesti tutti maschili nei quali non solo ogni parvenza di sensibilità ma anche di razionalità viene umiliata e distorta e il "soldato Palla di Lardo" di turno ne fa le spese, sposando tesi ormai universalmente riconosciute secondo le quali i ragazzini possono essere quanto e più crudeli degli adulti e le alte concentrazioni di testosterone producono una distorta visione di cosa significhi "essere uomo", che naturalmente coincide con la maggiore propensione a schiacciare il più debole. Questo non significa che la vicenda narrata sia noiosa o poco coinvolgente ma che ciò che le conferisce un valore aggiunto rispetto a simili storie sul diventare uomini sta tutto nel modo in cui l'autore sceglie di raccontarla.

Vargas Llosa decide infatti di sfidare il lettore, provocandolo e confondendolo, e lo fa mischiando i registri narrativi, alternando brevi sequenze narrate da una voce onnisciente con le multiple prospettive dei protagonisti (non vi dico quante perché capirlo fa parte della scoperta dell'opera) che si alternano e si sostituiscono man mano che il romanzo procede, saltando avanti e indietro nel tempo fra il racconto della quotidianità al Leoncio Prado e i loro ricordi di pre-adolescenti, prima di entrare in collegio.
La voce dei protagonisti è di volta in volta quella semi-razionale del ricordo ordinato o quella confusa, ansante del flusso di coscienza; in entrambi i casi raramente viene identificato per nome il ragazzo di cui stiamo seguendo i pensieri, dobbiamo affidarci per identificarlo ai dettagli che l'autore sapientemente, ma anche ambiguamente distribuisce con la coscienza che la minima distrazione può sfalsare totalmente la nostra comprensione della storia.

Inutile dire che questa tecnica rende la lettura poco scorrevole, soprattutto nella prima parte quando si sta ancora prendendo confidenza col soggetto anche perché, bisogna dirlo, non tutti gli eventi narrati sono ugualmente coinvolgenti; d'altro canto l'accesso che si guadagna ai personaggi è unico, così come lo è il coinvolgimento nella storia che esattamente a metà viene sconvolta da un evento destabilizzante nell'aria ormai da diversi capitoli che la fa capitombolare verso l'amara ma calzante conclusione.
Attraverso l'utilizzo delle prospettive multiple Vargas Llosa offre un ritratto immediato, vivo e comprensibile del suo Perù a confine tra modernità e degrado, mostrandone le diverse anime in un apparentemente insanabile conflitto di classe, etnia e provenienza. I diversi quartieri di Lima con le loro rivalità, i ragazzini che giocano per le strade e che mettono da parte gli spiccioli per il cinema, i tram che uniscono e separano realtà si dipanano reali davanti agli occhi del lettore che impara a conoscerne i dettagli e le implicazioni.

Il cambio di prospettiva modifica ovviamente anche la percezione che si ha dei protagonisti tanto che alla fine non si parteggia più per nessuno ma si prova una comprensione quasi affettuosa per tutti questi adolescenti insicuri e bisognosi del branco ma al tempo stesso capaci di indiscutibile eroismo e lealtà. Se l'unica figura femminile di spicco del romanzo è presente quasi esclusivamente come astuto espediente letterario nella sua incredibile passività, sono naturalmente gli adulti che escono a pezzi dalla storia con la loro codardia e ipocrisia, dando prova di non essere minimamente all'altezza del concetto di "vero uomo" che vorrebbero inculcare in testa ai ragazzi.

A conti fatti direi che La città e i cani è riuscito decisamente a ribaltare la mia perplessità iniziale; se all'avvio mi è capitato più volte di chiedermi perché mai stessi leggendo questo romanzo alla fine mi sono trovata intrigata, sorpresa e anche un po' in soggezione verso l'abilità dell'autore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La città e i cani
  • Titolo originale: La ciudad y los perros
  • Autore: Mario Vargas Llosa
  • Traduttore: Enrico Cicogna
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: ET Scrittori
  • ISBN-13: 9788806187682
  • Pagine: 402
  • Formato - Prezzo: brossura - Euro 14,00

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