20 febbraio 2013

Il senso di una fine - Julian Barnes

La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un'inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all'adolescenza, quando Tony procedeva all'educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l'adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d'ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa così riflessione sulla fallacia della storia, «quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione», secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. Come ha potuto la ragazza di allora, Veronica Ford, preferirgli l'amico raffinato e brillante, Adrian? Ci sono solo Camus e Wittgenstein dietro l'estrema decisione di Adrian? Da che cosa ha voluto metterlo in guardia tanti anni prima la madre della ragazza? Perché a distanza di quarant'anni Veronica ritorna nella sua vita con un bagaglio di silenzi e il rifiuto di dargli ciò che è suo? Gli indizi da studiare tessono un filo d'Arianna di reminiscenze inaffidabili, ipotesi errate e parole d'ordine ribadite; di fatti, nomi e immagini giustapposti a intuizioni filosofiche e rivelazioni poetiche; di un corpus di parole interne al testo - lettere, e-mail, pagine di diario - ed esterne a esso, nella forma di rimandi espliciti o più spesso impliciti al sapere che puntella l'assunto ideale del romanzo: da Stefan Zweig a Philip Larkin (il «poeta» senza nome cui il narratore più volte si richiama), dall'immaginario Patrick Lagrange al Flaubert di Madame Bovary (significativamente citato nel modo quasi-esatto che la memoria consente) fino a Frank Kermode, con il cui testo chiave questo romanzo condivide il titolo, l'insistenza sul ruolo del tempo e il proposito di «dare un senso al modo in cui diamo un senso al mondo». Tempo e memoria. Con quelli si entra nel libro, attraverso la lista di flashback che il tempo ha cristallizzato in immagini. La memoria di Tony Webster predilige ricordi d'acqua, nel cui fluire controcorrente passa il racconto della sua sommersa inquietudine.

Recensione

"Proprio non ci arrivi. Non l'hai mai fatto e mai lo farai. Quindi smetti proprio di provarci"

Ammetto che tra tutte le significative citazioni che sono state tratte da questo libro, quest'atto d'accusa un po' esasperato che il protagonista Tony Webster si sente ripetere a più riprese dall'ex fidanzata non è sicuramente tra le più profonde, tuttavia trovo che sia una delle più emblematiche nel rappresentare uno dei punti cardini del romanzo, sia per Tony che per i lettori.

"Proprio non ci arrivi".
Ogni volta che gli occhi cadono su queste quattro parole è impossibile non stupirsi nuovamente della capacità di Julian Barnes di produrre un racconto così breve (150 pagine, per molti dei romanzi che ho letto ultimamente non sarebbero nemmeno l'introduzione!) eppure così denso, complesso, multisfaccettato.

Vincitore del Man Booker Prize 2011, Il senso di una fine è una detective story mascherata da libro di memorie, una satira nascosta fra le righe di una riflessione esistenzialista, un saggio sulla ciclicità del tempo inserita in uno studio dei meccanismi della storia.

Tony Webster è un uomo sulla sessantina che può vantarsi di aver vissuto una vita pacifica e, entro certi limiti, piacevole. Per tutta la sua vita ha sempre percorso strade collaudate, un lavoro sicuro, un matrimonio sereno, perfino un divorzio sereno, pochi rapporti interpersonali, nessun legame profondo, nessuno scossone. Almeno fino a che inaspettatamente egli non riceve in eredità dalla madre di un'ex-fidanzata, Veronica, una modesta somma di denaro e il diario di Adrian, un vecchio compagno di scuola con cui aveva interrotto bruscamente i rapporti in gioventù, finito nelle mani dell'anziana signora per motivi in apparenza inspiegabili. Le difficoltà nel recuperare il diario da Veronica, che nel frattempo si è impossessata di tutti i beni della madre defunta, innescano per Tony un viaggio nel mondo dei ricordi che lo costringerà non solo a riaffrontare momenti estremamente dolorosi da cui aveva inconsciamente tentato di fuggire, ma anche a rivalutare interamente la propria esistenza e il ruolo avuto in quella degli altri.

A differenza di quanto avviene nella maggioranza dei commenti in rete, di più non voglio dire sulla trama di questo romanzo e sui suoi numerosi colpi di scena, non solo per un banale desiderio di "non rovinare la sorpresa ai lettori" ma perché credo sia fondamentale per la comprensione sia del racconto che della psicologia del protagonista che le rivelazioni che si susseguono vengano affrontate proprio nel momento in cui l'autore decide di svelarcele. Andatevi a leggere il libro e assaporatevi ogni parola, tenendo presente che dietro lo stile apparentemente semplice di Barnes si nasconde un meccanismo perfettamente costruito in cui nessun dettaglio, nessuna citazione è lasciata al caso.

Il libro è diviso in due parti: una prima, più breve, dove Tony ripercorre la sua esperienza di studente liceale e la nascita dell'amicizia con il brillante e maturo Adrian fino all'improvviso crollo dei rapporti fra i due, e una seconda ambientata nel presente in cui assistiamo agli sforzi di Tony per recuperare il diario di Adrian e nel contempo rimettere insieme il puzzle del proprio passato.

La prima parte ha una struttura in apparenza semplice e lineare, il protagonista riguarda a se stesso adolescente con un misto di ironia e compiacenza, la sua storia non molto diversa da quella di tanti liceali che si affacciano al mondo pieni di speranze e anche un briciolo di arroganza, convinti di essere destinati ad un grande futuro. L'amicizia, il rapporto con i genitori, le prime ragazze, il sesso, nulla di particolarmente inaspettato, non fosse che già qui l'autore semina indizi sottili mettendo in guardia il lettore attento, esortandolo fra le righe a non credere ad ogni parola che gli viene raccontata.

"Quante volte raccontiamo la storia della nostra vita? Quante volte editiamo, abbelliamo, facciamo astute rimozioni? E più a lungo la vita prosegue, meno sono quelli attorno a noi che possono contestare il nostro racconto, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che abbiamo raccontato sulla nostra vita. Raccontato agli altri, ma - soprattutto - a noi stessi."

Nella seconda parte Tony viene lentamente allo scoperto: a ogni pagina il lettore impara a comprendere che narratore inaffidabile egli sia veramente. La narrazione si fa più frammentata perché rincorrere i propri ricordi non è esattamente come ritrovare i pezzi di un puzzle, è un processo frammentario, confuso e spesso pieno di sorprese, per cui il filone di trama che segue il filone della detective story si scontra con le introspezioni ed il filosofeggiare di Tony. La sua tranquilla vita diventa improvvisamente piena di irrequietezza man mano che il passato prende forma e il rimorso, il senso di colpa e il disprezzo per la propria vana esistenza diventano compagni fissi delle sue giornate.

"La Storia è quella certezza nata nel momento in cui le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione."

E proprio quando il lettore si convince di avere pienamente compreso ciò che l'autore gli sta dicendo un ultimo inaspettato colpo di scena riporta lui e il protagonista al punto di partenza.

"Proprio non capisci". Proprio non capiamo. Totalmente conquistati dalle splendide riflessioni sulla fallacità della memoria, la soggettività della storia, non ci siamo accorti di cosa Barnes sta dicendo su Tony e su noi stessi, non abbiamo notato che questa specie di detective story un po' filosofica non è altro che una velata satira dell'egocentrismo umano, dell'incosequenzalità dei nostri gesti. Se Tony non sbaglia nel valutare che la povertà emotiva della sua esistenza sia il risultato della sua scelta di vivere una vita "con il freno a mano tirato", solo dopo la rivelazione finale egli capisce davvero che le sue elucubrazioni essenzialmente egocentriche mai l'avrebbero portato a comprendere il ruolo delle sue azioni passate nel fato di Adrian e Veronica e la riluttanza di Veronica nel fornire il diario di Adrian.

Allo stesso modo, solo arrivato alla fine il lettore capirà (forse) in quale astuti girotondo di indizi e fraintendimenti è stato trascinato e quanto la sua capacità di intuizione sia stata sfidata.

Se la capacità di generare accesi dibattiti è una prova della compiutezza di un'opera, allora possiamo sicuramente affermare che il libro di Barnes è un'opera riuscitissima.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il senso di una fine
  • Titolo originale: The sense of an ending
  • Autore: Julian Barnes
  • Traduttore: Susanna Basso
  • Editore: Einaudi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13: 9788806211561
  • Pagine: 160
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - Euro 14,00 

3 Commenti a “Il senso di una fine - Julian Barnes”

  • 20 febbraio 2013 11:24
    sakura87 says:

    Sembra veramente interessante. Lo leggerò.

  • 20 febbraio 2013 11:52
    Valetta says:

    Diversi lettori hanno commentato che, dato l'argomento (un sessantenne che guarda indietro e analizza il suo passato) questo libro può essere apprezzato solo da coetanei del protagonista. Solo loro infatti possono identificarsi con questo processo di revisione della propria vita.
    Personalmente sono abbastanza contraria alla teoria secondo cui un libro ci può piacere solo quando possiamo identificarci con i suoi personaggi e, pur essendo ancora abbstanza lontana dalla sessantina, ho trovato questo libro coinvolgente e ricco di riflessioni interessanti.

  • 2 maggio 2013 16:42
    emerson says:

    E' un bellissimo libro, uno di quei rari romanzi che, quando terminiamo di leggere, si pensa che si rileggeranno con altrettanto piacere della prima volta

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