1 marzo 2015

La vetrina degli incipit - Febbraio 2015

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...





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«Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.»
Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez - Antonio

«Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all'epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po' più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere il pallone al volo. Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanto da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all'estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l'idea di far uscire di casa Boo Radley.»
Il buio oltre la siepe, di Harper Lee - Valetta

«Broadway, all’altezza della Centotredicesima, non solo si parla uno spagnolo nasale e contaminato; si potrebbe addirittura dire che si pensa, si cammina e si mangia in spagnolo. Insegne e cartelli, che qualche isolato prima annunciavano ancora Groceries & Delicatessen, qui si sono trasformati in Groserías y Delicadezas. I cinema non annunciano, come quelli della Quarantaduesima, film di Marlon Brando, Kim Novak e Paul Newman, ma espongono grandi locandine con le immagini di Pedro Armendáriz, María Félix, Cantinflas o Carmen Sevilla.
È calata la sera su un venerdì di aprile del millenovecentocinquantanove, perciò in alto non si vede più il cielo, e in basso l’aria sembra meno sporca. In questo angolo della strada più lunga di Manhattan, l’illuminazione è modesta, ma sufficiente a modificare il colore dei moscerini che si avvicinano alla luce. Broadway non è tanto rappresentativa dello Spanish Harlem come può esserlo Madison; qui almeno non vengono i turisti dell’Idaho e del Wyoming a fotografare portoricani con la Kodachrome.
È l’ora in cui si torna a casa, se possono chiamarsi case questi miseri edifici popolari. Dalle finestre aperte si vedono stanze con crepe e grandi macchie di umidità sulle pareti, gente ammucchiata in cinque o sei letti sfatti, bambini scalzi che piangono a dirotto con il moccio al naso, e qualche televisore con lo schermo macchiato di grasso o di gelato. Quest’angolo è povero. La gente è povera. Le facciate degli edifici si sgretolano. Vicino a un sorridente volto della Coca-Cola, qualcuno ha scritto con un gessetto: Viva Albizu Campos. Un cieco avanza con il volto impassibile, mentre fa tintinnare le monete in un barattolo di latta. Quest’angolo è povero. Per questo la grande insegna luminosa che dice TEQLA RESTAURANT (la U e la I di TEQUILA si sono spente) stona con quello che c’è intorno. Non è propriamente un ristorante di lusso, ma un’analisi superficiale del listino dei prezzi, appeso in una cornicetta nera vicino alla porta, permette di affermare che nessun membro dello Spanish Harlem deve far parte della sua clientela. Non è neanche un ristorante portoricano; è, piuttosto, vagamente e genericamente sudamericano. Sebbene sia ancora presto, i tavoli sono pronti, con tovaglie, piatti, posate e tovaglioli. In un tavolino vicino alla parete di destra c’è perfino una coppia che studia, con le teste vicine, il menù delle pietanze.
»
Grazie per il fuoco, di Mario Benedetti - Patrizia

«I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma nello stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l'intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! è per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile e avevano intrapreso tutti la via del commercio. Per lo più trattavano legname e conducevano zattere di tronchi sulla Vistola, spesso fino a Danzica. Nelle baracche, costruite per loro dagli zatterieri sui tronchi galleggianti, si portavano pile di volumi del Talmud e altri testi che studiavano con passione. Sempre a causa del loro carattere non erano devoti di nessun rabbino hassidico e, accanto alla dottrina talmudica, coltivavano anche l'interesse per argomenti profani come la matematica e la filosofia e leggevano perfino libri in tedesco, stampati in aguzzi caratteri gotici. Per quanto non nuotassero nell'oro - si guadagnavano onestamente di che vivere e nulla di più -, i loro figli trovavano moglie tra le più ricche casate della Grande Polonia. Le più facoltose ragazze in età da marito si contendevano i prestante ed eruditi rampolli della ramificata famiglia Karnowski, intorno ai quali aleggiava il soave profumo del legno e dell'acqua. David Karnowski se l'era assicurato Leib Milner, il più grosso commerciante di legname di Melnitz.»
La famiglia Karnowski, di Israel Joshua Singer - Polyfilo

«Al principio del 1880, nonostante un fondato dubbio sull'opportunità di perpetuare la razza che ha la sanzione del Signore e il biasimo degli uomini, Hedvig Volkbein — una viennese di grande vigore e di bellezza marziale, distesa su un letto a baldacchino di un cremisi pastoso e spettacolare, le ali biforcate della Casa di Asburgo impresse sulla cortina, la trapunta un involucro di raso su cui spiccava, in spessi e bruniti fili d'oro, lo stemma dei Volkbein — diede alla luce, all'età di quarantacinque anni, un maschio, figlio unico, con sette giorni di ritardo sulle previsioni del medico.»
La foresta della notte, di Djuna Barnes - Sakura

«Il Signore di Flotta Atvar entrò a passi energici nella sala comando della nave ammiraglia della flotta d'invasione, la Imperatore Hetto 127°. Gli ufficiali s'irrigidirono sui sedili al suo passaggio. Ma salvo una breve rotazione dei bulbi oculari, uno a destra e l'altro a sinistra, nei loro alveoli, lui li ignorò. Se tuttavia qualcuno fosse stato così sciocco da trascurare l'adeguata manifestazione di rispetto lui l'avrebbe notato, e ricordato. Il signore di nave Kirel, dalle pitture corporali meno elaborate soltanto delle sue, lo raggiunse al proiettore. Com'era solito fare ogni mattina, Atvar disse: Esaminiamo il nostro obiettivo. Kirel assisté il Signore di Flotta sfiorando i comandi con l'artiglio del dito indice. Subito prese forma una sfera azzurra, grigia e bianca, perfetta rappresentazione di un mondo pieno di vita che fluttuava nello spazio. Tutti gli ufficiali girarono entrambi gli occhi verso l'ologramma. Atvar, com'era sua abitudine, s'incamminò attorno al proiettore per esaminarlo da tutti i lati. Kirel lo seguì. Quando furono tornati al punto d'inizio, Atvar sporse la lingua biforcuta. Un posto dall'aspetto freddo disse il Signore di Flotta come al solito. Freddo e umido. E tuttavia servirà la Razza e l'Imperatore commentò Kirel. Non appena ebbe detto queste parole, gli altri ufficiali fecero ritorno ai compiti loro assegnati; il rituale mattutino era finito. E' un peccato aggiunse Kirel, che una stella bianca calda come Tosev abbia deposto un uovo così freddo. Un peccato, infatti fu d'accordo Atvar. Quel mondo freddo ruotava intorno a una stella due volte più brillante di quella sotto cui lui era stato allevato.»
Invasione Anno Zero, di Harry Turtledove - Daniele

«QUESTA mattina non colava acqua dal rubinetto. Blop blop, due ruttini da neonato, poi più niente. Ho bussato dalla vicina: a casa loro, tutto regolare. Avrà chiuso la manopola centrale, mi ha detto. Io? Non so neppure dove sia, è poco che vivo qui, lo sa, e torno a casa solo alla sera. Mio Dio, ma quando parte per una settimana non chiude acqua e gas? Io no. Bella imprudenza, mi lasci entrare, le faccio vedere. Ha aperto l’armadietto sotto il lavello, ha mosso qualcosa, e l’acqua è arrivata. Vede? Lo aveva chiuso. Mi scusi, sono così distratto. Ah, voialtri single! Exit vicina, che ormai parla inglese anche lei. Nervi a posto. Non esistono i poltergeist, solo nei film. E non è che sia sonnambulo, perché anche da sonnambulo non avrei saputo dell’esistenza di quella manopola, altrimenti l’avrei usata da sveglio, perché la doccia perde e rischio sempre di passar la notte a occhi aperti sentendo tutto il tempo quella goccia, pare di essere a Valldemossa.»
Numero zero, di Umberto Eco - Tancredi

«Una volta nostro padre comprò una decappottabile. Non chiedetemi perché. Avevo cinque anni. La comprò e la portò a casa con la stessa disinvoltura con cui avrebbe portato una confezione di gelato. Immaginate la sorpresa di nostra madre. Lei che avvolgeva in strisce di gomma le maniglie delle porte. Lei che lavava i vecchi sacchi di plastica e li stendeva ad asciugare, tanto da farli sembrare una fila di turgide meduse addomesticate che fluttuavano al sole. Immaginatela nell’atto di sfregare via l’odore del formaggio da un sacchetto di plastica già riciclato tre o quattro volte, nello stesso momento in cui nostro padre s’accostava su una Chevrolet decappottabile, usata certo ma pur sempre un paesaggio mobile di metallo, paraurti cromati ed ettari di carne-macchina d’argento fuso incredibili a vedersi.»
Una casa alla fine del mondo, di Michael Cunningham - Morwen

«Cass era la più giovane e la più bella di 5 sorelle. Cass era la più bella ragazza di tutta la città. Mezzindiana, aveva un corpo stranamente flessuoso, focoso era e come di serpente, con due occhi che proprio ci dicevano. Cass era fuoco fluido in movimento. Era come uno spirito incastrato in una forma che però non riusciva a contenerlo. I capelli neri e lunghi, capelli di seta, si muovevano ondeggiando e vorticando come il corpo volteggiava. Lo spirito, o alle stelle o giù ai calcagni. Non c’era via di mezzo per Cass. C’era anche chi diceva ch’era pazza. Gli imbecilli lo dicevano. Gli scemi non potevano capirla. Agli uomini in genere Cass pareva una macchina da fottere, e quindi non gliene fregava niente, fosse o non fosse pazza. E Cass ballava e civettava, si lasciva baciare dagli uomini, ma, tranne qualche rara volta, quando si stava per venire al dunque, com’è come non è, Cass si eclissava, Cass aveva eluso gli uomini.»
La più bella donna della città (da Storie di ordinaria folli), di Charles Bukowski - Cattivissima Prof

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