1 settembre 2012

La vetrina degli incipit - Agosto 2012

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine?
Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...



 


***

«Barcellona, settembre 1956

Carlos Infante notò con soddisfazione che quella mattina il cielo era sereno e splendeva il sole. Solitamente non gli importava nulla del tempo che faceva. Gli bastava avere un ombrello se pioveva o il suo vecchio giaccone se faceva freddo. Ma quel lunedì era un giorno speciale, o almeno prometteva di esserlo. Nella sua monotona vita, nella monotona vita di tutti gli spagnoli, un semplice appuntamento inaspettato poteva trasformarsi in un evento eccezionale. E lui a mezzogiorno aveva un appuntamento talmente insolito da sembrargli addirittura irreale. Aveva valutato la possibilità che si trattasse dello scherzo di uno dei suoi colleghi giornalisti, oppure di un equivoco, di un malinteso. Eppure no, il timbro postale indicava chiaramente che la lettera veniva da Parigi. La rilesse ancora una volta mentre faceva colazione con una misera tazza di caffè nella sua cucina semibuia: «Egregio signor Infante, ho letto con enorme interesse il suo articolo del mese scorso sul quotidiano “La Vanguardia”. Mi chiamo Lucien Nourissier. Sono medico psichiatra e docente alla Sorbona. Ho voluto concedermi un anno sabbatico per potermi dedicare a un lavoro di ricerca su una particolare tipologia di criminali chiaramente affetta da patologie psichiche. E il personaggio cui lei ha dedicato il suo lavoro mi ha affascinato fin dal primo istante.
»
Dove nessuno ti troverà, di Alicia Gimenéz-Bartlett - Vittoria A.

«Una gazza seguì la vettura per circa un centinaio di metri. Valentino poté osservarla dal lunotto posteriore, fino a quando, spinta dall'ispirazione, deviò con destrezza sul ciglio della strada, appollaiandosi su di un ramo e rimanendo a guardare l'auto che si allontanava lentamente. Valentino la salutò, complimentandosi per l'acrobazia che gli aveva offerto, si rigirò e continuò ad armeggiare con il modellino d'aereo che aveva fra le mani. "Papà ma è vero che il gabbiano reale ha un'apertura alare così grande che potrebbe abbracciarmi?" chiese conoscendo già la risposta che il padre gli avrebbe dato a proposito e che tempestiva arrivò: "Certo Vale, ed è anche più veloce di noi, lo sai?"»
Colazione da Darcy, di Aly McNamara - Pythia

«Mi domando se non vi sia molta ciarlataneria nell'istruzione superiore. Non ho mai trovato che le persone colte, che sanno di logaritmi e d'altro genere di poesia, siano più rapide delle altre nel lavare i piatti o nel rammendare le calze. Ho letto moltissimo quando ne ho avuto la possibilità, e non desidero che l'amore per i libri venga ostacolato; ma ho anche visto molta gente semplice e buona guastata da letture troppo raffinate. E per di più il leggere sonetti m'ha sempre fatto venire il singhiozzo.
Non avrei mai immaginato di diventare una scrittrice. Ma penso che vi siano molte cose divertenti nella mia storia e in quella di Andrea, e nel modo in cui i libri sconvolsero la nostra pacifica vita.
»
Il Parnaso ambulante, di Christopher Morley - Mara

«L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.
Il deserto era l'apoteosi di tutti i deserti, sconfinato, vasto fino a traboccare nel cielo per quella che sembrava un'eternità in tutte le direzioni. Era bianco e accecante e arido, amorfo salvo che per l'abbozzo labile e nebuloso delle montagne all'orizzonte e per l'erba diavola che portava dolci sogni, incubi, morte. A indicare la via appariva di tanto in tanto una lapide, perché un tempo la pista semicancellata scavata nella spessa crosta alcalina era stata una strada importante, percorsa da carri e corriere. Da allora il mondo era andato avanti. Il mondo si era svuotato.
»
La Torre Nera vol. 1: L'ultimo cavaliere, di Stephen King - Tancredi

«Chiamo il nostro mondo Flatlandia, non perché sia così che lo chiamiamo noi, ma per renderne più chiara la natura a voi, o Lettori beati, che avete la fortuna di abitare nello Spazio.
Immaginate un vasto foglio di carta su cui delle Linee Rette, dei Triangoli, dei Quadrati, dei Pentagoni, degli Esagoni e altre figure geometriche, invece di restar ferme al loro posto, si muovano liberamente, sulla superficie o dentro di essa, ma senza potersene sollevare e senza potervisi immergere, come delle ombre insomma - consistenti, però, e dai contorni luminosi.
Così facendo avrete un'idea abbastanza corretta del mio Paese e dei miei compatrioti.
Ahimè, ancora qualche anno fa avrei detto: "Del mio Universo", ma ora la mia mente si è aperta a una più alta visione delle cose.
»
Flatlandia, di Edwin A. Abbot - Polyfilo

«Mentre camminava per Regent’s Park – lungo un viale che sempre sceglieva, tra i tanti – Jasper Gwyn ebbe d’un tratto la limpida sensazione che quanto faceva ogni giorno per guadagnarsi da vivere non era più adatto a lui. Già altre volte lo aveva sfiorato quel pensiero, ma mai con simile pulizia e tanto garbo.
Così, tornato a casa, si mise a scrivere un articolo che poi stampò, infilò in una busta, e portò personalmente, attraversando la città, alla redazione del "Guardian". Lo conoscevano. Saltuariamente collaborava con loro. Lui chiese se era possibile aspettare una settimana prima di pubblicarlo.
L' articolo consisteva in una lista di cinquantadue cose che Jasper Gwyn si riprometteva di non fare mai più. La prima era scrivere articoli per il "Guardian". La tredicesima era incontrare scolaresche fingendosi sicuro di sé. La trentunesima, farsi fotografare con la mano sul mento, pensoso. La quarantasettesima, sforzarsi di essere cordiale con colleghi che in verità lo disprezzavano. L'ultima era: scrivere libri. In certo modo chiudeva il vago spiraglio che poteva aver lasciato la penultima: pubblicare libri.
»
Mr. Gwyn, di Alessandro Baricco - Daniele

«Isabel Dalhousie vide il ragazzo cadere dalla balconata superiore, quella del loggione. Fu un volo improvviso, brevissimo, e il corpo rimase davanti ai suoi occhi per meno di un secondo: capelli scompigliati, a testa in giù, camicia e giacca rovesciate sul petto tanto da mostrare l'ombelico. Poi il ragazzo andò a sbattere contro il bordo della balconata centrale e scomparve verso la platea.
Stranamente il primo pensiero di Isabel andò alla poesia di Auden sulla caduta di Icaro. Quando capitano eventi del genere, diceva Auden, sullo sfondo ci sono persone impegnate nelle proprie faccende quotidiane. Non sollevano lo sguardo per vedere il ragazzo che cade dal cielo. Stavo parlando con un'amica, pensò Isabel. Stavamo chiacchierando, quando è caduto.
»
Il club dei filosofi dilettanti, di Alexander McCall Smith - Valetta

«È lì che sono andati a finire i draghi.
Giacciono...
Non morti, non addormentati. Non in attesa perché ciò implicherebbe aspettative. Forse il termine che stiamo cercando è... quiescenti.
Anche se lo spazio che occupano non è come lo spazio normale, sono comunque ammassati tutti insieme. Non c'è un singolo centimetro cubo che non dia alloggio a un artiglio, un unghione, una squama o la punta di una coda così che l'effetto è quello di un disegno deformante e solo alla fine gli occhi realizzano che lo spazio fra ogni dragone è, in realtà, un altro dragone.
Potrebbero rammentare una scatola di sardine, se le sardine fossero enormi, squamose, orgogliose e arroganti.
Forse, poi, da qualche parte, c'è la chiave.
»
A me le guardie!, di Terry Pratchett - Sakura

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