1 agosto 2012

La vetrina degli incipit - Luglio 2012

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...






***

«Il deflettore di raggi protonici del bevatrone di Belmont tradì i suoi inventori alle quattro del pomeriggio del 2 ottobre 1959. Ciò che avvenne dopo, avvenne istantaneamente. Non più adeguatamente deflesso, e quindi non più sotto controllo, il fascio da sei miliardi di volt si irradiò verso il soffitto della sala, riducendo in cenere al suo passaggio una piattaforma di osservazione che sovrastava il magnete a forma di ciambella.»
Occhio nel cielo, di Philip K. Dick - Tancredi

«Quando il signore, noto anche come dio, si accorse che ad adamo ed eva, perfetti in tutto ciò che presentavano alla vista, non usciva di bocca una parola né emettevano un sia pur semplice suono primario, dovette prendersela con se stesso, dato che non c'era nessun altro nel giardino dell'eden cui poter dare la responsabilità di quella mancanza gravissima, quando gli altri animali, tutti quanti prodotti, proprio come i due esseri umani, del sia-fatto divino, chi con muggiti e ruggiti, chi con grugniti, cinguettii, fischi e schiamazzi, godevano già di voce propria. In un accesso d'ira, sorprendente in chi avrebbe potuto risolvere tutto con un altro rapido fiat, corse dalla coppia e, uno dopo l'altro, senza riflessioni e senza mezze misure, gli cacciò in gola la lingua. Dagli scritti a cui sono stati via via, nel corso dei tempi, consegnati un po' a caso gli avvenimenti di queste epoche remote, vuoi di possibile certificazione canonica futura o frutto d'immaginazioni apocrife e irrimediabilmente eretiche, non si chiarifica il dubbio su che lingua sarà stata, se il muscolo flessibile e umido che si muove e rimuove nel cavo orale e a volte anche fuori, o la parola, detta anche idioma, di cui il signore si era deprecabilmente dimenticato e che ignoriamo quale fosse, dato che non ne è rimasta la minima traccia, neppure un semplice cuore inciso sulla corteccia di un albero con una legenda sentimentale, qualcosa sul tipo ti-amo, eva. Siccome una cosa, teoricamente, non dovrebbe andare senza l'altra, è probabile che un secondo fine del violento spintone dato dal signore alle lingue mute dei suoi rampolli fosse di metterle in contatto con le interiorità più profonde dell'essere corporale, le cosiddette parti scomode dell'essere, perché in avvenire, ormai con qualche cognizione di causa, potessero parlare della loro oscura e labirintica confusione alla cui finestra, la bocca, già cominciavano a spuntare. Tutto può essere. Chiaramente, per uno scrupolo da buon artefice che andava unicamente a suo favore, oltre che compensare con la dovuta umiltà la precedente negligenza, il signore volle accertarsi che l'errore fosse stato corretto, e quindi domandò ad adamo, Tu, come ti chiami, e l'uomo rispose, Sono adamo, tuo primogenito, signore. Il creatore, poi, si rivolse alla donna, E tu, come ti chiami tu, Sono eva, signore, la prima dama, rispose lei superfluamente, dato che altre non ce n'erano. Il signore si ritenne soddisfatto, sì congedò con un paterno Arrivederci, e riprese la sua vita. Allora, per la prima volta, adamo disse a eva, Andiamo a letto.»
Caino, di José Saramago - Sakura

«Una gazza seguì la vettura per circa un centinaio di metri. Valentino poté osservarla dal lunotto posteriore, fino a quando, spinta dall'ispirazione, deviò con destrezza sul ciglio della strada, appollaiandosi su di un ramo e rimanendo a guardare l'auto che si allontanava lentamente. Valentino la salutò, complimentandosi per l'acrobazia che gli aveva offerto, si rigirò e continuò ad armeggiare con il modellino d'aereo che aveva fra le mani. "Papà ma è vero che il gabbiano reale ha un'apertura alare così grande che potrebbe abbracciarmi?" chiese conoscendo già la risposta che il padre gli avrebbe dato a proposito e che tempestiva arrivò: "Certo Vale, ed è anche più veloce di noi, lo sai?"»
Coincidenze d'inverno, di Cristiano Mocciola - Daniele

«Da qualche tempo, era quasi consapevole. Il nulla si era infranto quando lo avevano rimosso dalla camera rimasta per lungo tempo nascosta dietro la tomba, vuota da secoli, di un prete dimenticato. L'ultimo strato dell'incantesimo che lo vincolava era stato scritto sulla roccia che era stata infranta per poter accedere alla camera, e una volta che esso era scomparso, l'intero incantesimo aveva cominciato a disintegrarsi.
Ogni movimento lo logorava ulteriormente. I ka circostanti, più anime di quante lui ne avesse avute intorno da millenni, lo invitavano a nutrirsi. Lentamente, si protese verso i ricordi.
Poi, proprio quando stava già sfiorando la consapevolezza del proprio io, e gli rimaneva soltanto da protendersi per afferrarlo e trovare la chiave per la propria liberazione, il movimento era cessato, le vite se ne erano andate. Il nulla non era però tornato a essere assoluto quanto lo era stato in precedenza.
E quella era stata la cosa peggiore di tutte.

Sedicesima Dinastia, pensò il dottor Rax, facendo scorrere con leggerezza un dito lungo la superficie superiore del semplice e disadorno rettangolo di basalto nero. Quella era una cosa strana, se si considerava che il resto della collezione apparteneva alla Diciottesima Dinastia, ma se non altro adesso poteva capire perché gli Inglesi fossero disposti a rinunciare a quel manufatto, in quanto esso, pur essendo uno splendido esemplare, nel suo genere, non avrebbe fatto affluire nelle gallerie nuove masse di visitatori né, con ogni probabilità, sarebbe servito a fare maggiormente luce sul passato.
Inoltre, grazie ai continui acquisti effettuati da un'aristocrazia che aveva più denaro che cervello, la Gran Bretagna aveva già tutti gli antichi reperti egizi che poteva desiderare e sperare di utilizzare. Il dottor Rax badò a non lasciare che quel pensiero trasparisse dalla sua espressione mentre un membro della suddetta aristocrazia, sia pure relativamente recente, si agitava nervosamente al suo fianco.
Troppo ben educato per fare domande, il quattordicesimo barone Montclair si stava protendendo in avanti, con le mani affondate nelle tasche della sua giacca adorna di stemma gentilizio.
Non sapendo bene se il giovane nobile avesse l'aria vacua o soltanto preoccupata, il dottor Rax tentò di ignorarlo.
E io che pensavo che i Monty Python avessero creato il concetto di idiota di classe elevata, rifletté, mentre continuava la sua ispezione. Davvero stupido da parte mia.
»
Linee di sangue, di Tanya Huff - Pythia

«Questo strano trofeo di guerra siede, come una bambina obbediente, su uno sgabellino nell’angolo della sua cella. Ai suoi piedi, in un grande piatto di peltro posato sulla paglia, ci sono i resti della cena. Noto che mio zio le ha mandato delle belle fette di carne e addirittura il pane bianco dalla sua tavola; lei però ha mangiato poco. Mi rendo conto che la sto fissando, dagli stivali da ragazzo al berretto da uomo calcato sui capelli castani tagliati corti, come se fosse un animale esotico, intrappolato per il nostro divertimento, come se qualcuno avesse inviato un cucciolo di leone dalla lontana Etiopia per intrattenere la nobile famiglia del Lussemburgo, da aggiungere alla nostra collezione. Una signora alle mie spalle si fa il segno della croce e sussurra: «È lei la strega?»
Non lo so. Come si può saperlo?
«È ridicolo» esclama coraggiosamente la mia prozia.
«Chi ha ordinato di tenere in catene questa povera ragazza? Aprite immediatamente la porta.»
»
La signora dei fiumi, di Philippa Gregory - Vittoria A.

«Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un'altra lingua.
Se non fosse che, in primo luogo noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi "dire la stessa cosa", e non lo sappiamo bene per tutte quelle operazioni che chiamiamo parafrasi, definizione, spiegazione, riformulazione, per non parlare delle pretese sostituzioni sinonimiche.
In secondo luogo perché davanti a un testo da tradurre non sappiamo quale sia la cosa.
Infine in certi casi è persino dubbio cosa voglia dire dire.
»
Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, di Umberto Eco - Polyfilo

«Il volume rilegato in pelle non possedeva nulla di eccezionale. Ad uno storico comune non sarebbe apparso diverso da centinaia di altri manoscritti della biblioteca Bodlein ad Oxford, antico e logoro. Ma io seppi che c'era qualcosa di strano dal momento in cui lo ritirai.»»
Il libro della vita e della morte, di Deborah Harkness - Valetta

«A piccoli passi ho conquistato Gerusalemme. Non credevo che toccasse anche a me, che l'onda della storia del popolo ebraico trascinasse anche me su quel lido fatale, fra le sue pietre e i suoi cedri, fra il Muro del Pianto e il Quartiere Tedesco.
Gerusalemme fa girare la testa a chiunque. Fra la roccia e gli alberi neri, nel bruciare del sole del deserto o nel vento fresco che la sera accelera il sangue nelle vene, nella trimillenaria santità e nella permanente elettricità del conflitto.
»
A Gerusalemme, di Fiamma Nirenstein - Mara

«All'estremo nord della pianura di Ippongi sorgeva una piccola collina tutta ricoperta di inokorogusa, con al centro un magnifico albero di betulla femmina.
Non era particolarmente grande, ma aveva il tronco di un bel nero brillante e belli a vedersi erano i suoi rami protesi, in più a maggio metteva su una bianca nube fiorita, e in autunno lasciava cadere le foglie dorate, rosse, e di tanti altri colori. Per questo gli uccelli migratori, dall'averla al cuculo, dallo scricciolo al mejiro, ci si fermavano tutti. Solo se si accorgevano da lontano che qualche giovane falco era arrivato lì prima di loro, se ne stavano prudentemente alla larga.
L'albero aveva due amici. Uno era il Dio della terra che viveva in mezzo a una palude fangosa ad appena cinquanta passi di distanza, l'altro una volpe dal pelo castano che arrivava sempre dal sud della pianura.
Tra i due, la betulla preferiva la volpe, e non a caso. Il Dio della terra, nonostante il suo nome divino, era un essere quanto mai selvatico: i capelli in disordine come una matassa di cotone sfilacciato, gli occhi iniettati di sangue, i vestiti scomposti che parevano alghe, andava sempre in giro scalzo, con le unghie lunghe e nere. La volpe invece era un raffinato gentiluomo, ed era assai raro che facesse arrabbiare qualcuno o ferisse in qualche modo i sentimenti degli altri.
Solo che, a confrontarli con più attenzione, forse il dio della terra sarebbe risultato sincero, e la volpe un po' falsa.
»
Una notte sul treno della via lattea, di Miyazawa Kenji - Romina

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