15 aprile 2013

Il processo - Franz Kafka

Josef K. condannato a morte per una colpa inesistente è vittima del suo tempo. Sostiene interrogatori, cerca avvocati e testimoni soltanto per riuscire a giustificare il suo delitto di "esistere". Ma come sempre avviene nella prosa di Kafka, la concretezza incisiva delle situazioni produce, su personaggi assolutamente astratti, il dispiegarsi di una tragedia di portata cosmica. E allora tribunale è il mondo stesso, tutto quello che esiste al di fuori di Josef K. è processo: non resta che attendere l'esecuzione di una condanna da altri pronunciata.


Recensione di Lorenzo

Vado subito al dunque: perché recensire questo libro, un classico così noto e citato? Questa domanda mi ha tormentato parecchio negli ultimi giorni. Forse - mi sono detto - vale la pena di recensirlo proprio per questo, proprio perché è un libro che a forza di essere dato per scontato è stato quasi dimenticato.

Il termine "kafkiano" è entrato ormai nell'uso comune. Tra le opere di Kafka, questa sembrerebbe essere quella più vicina al suo campo semantico. E ciò potrebbe persino fornire un alibi a un lettore svogliato per evitarlo in quanto, apparentemente, già noto. Come un giallo del quale si conosce già l'assassino. A fare da contrappeso a questa insostenibile leggerezza, dall'altra parte c'è la mole della critica, con le sue innumerevoli interpretazioni contrastanti, come numeri di un abile contorsionista circense. Aggiungere una voce a questo coro è impresa ardita. Proverò quindi a percorrere il sentiero forse meno impervio delle sensazioni personali, aggiungendo, se possibile, solo qualche riflessione a margine.

Il termine "kafkiano" si riferisce, a mio avviso, allo strato più superficiale di questo romanzo, pubblicato nel 1925, a un anno dalla scomparsa dell'autore, per volontà e a cura dell'amico Max Brod, al quale Kafka diede il manoscritto incompiuto nel 1920, raccomandandogli di bruciarlo dopo la sua morte (vicenda romanzesca che sembra quasi un capitolo dell'opera in questione).

Forse non solo a me questo libro ha fatto venire in mente gli omini in bombetta dei quadri di Magritte, lo scambio, la contaminazione tra il quotidiano e l'assurdo, l'ordinario e lo straordinario presente nei quadri del grande pittore belga. Inaspettata, almeno per me, è stata la presenza di un soffuso e persistente erotismo, accompagnato da un altrettanto persistente senso di colpa e da una continua frustrazione del desiderio, che si smarrisce in un labirinto dal quale non sembra esserci via d'uscita nemmeno nel tragico epilogo ("gli parve che la sua vergogna gli sarebbe sopravvissuta" - pensa il protagonista mentre i due aguzzini stanno eseguendo la sua condanna a morte).

In verità Il processo è un mondo completo: ci sono descrizioni realistiche, verosimili, della vita di un qualsiasi ufficio, c'è un personaggio, il protagonista, col quale il lettore simpatizza immediatamente. Di questo fantomatico Josef K il lettore conosce tutto. Se non fosse per la vicenda del processo nel quale è coinvolto, la sua vita sarebbe del tutto ordinaria. Anche se lui non sembra avere nessuna colpa, eppure la colpa c'è, inafferrabile e misteriosa. Il processo è il romanzo nel quale è racchiusa un'intera esistenza, come un insetto custodito in un cristallo d'ambra.

Probabilmente oggi un libro di questo genere non troverebbe un editore disposto a correre il rischio di pubblicarlo, anche perché non rientra in nessun "genere". Ma proprio per questo è un libro che va assolutamente letto.

Giudizio:

+5stelle+

Recensione di Patrizia

Joseph K., stimato procuratore di un’importante banca, viene posto in stato di arresto la mattina del suo trentesimo compleanno: nessuno gli notifica il capo d’accusa, anzi gli viene detto che questo tribunale (che non ha nulla a che vedere con i tribunali ordinari) non prevede tale atto, ma solo la condanna o l’assoluzione. L’arresto non comporta nessuna conseguenza sul piano pratico: Joseph K. continua la sua vita ma deve, di tanto in tanto, presentarsi alle udienze fissate dal tribunale.
Quello che colpisce il lettore è che Joseph K. (così come tutti quelli che ruotano attorno a lui) accetta la situazione: cerca di difendersi ma rimanendo dentro le regole fissate dal Tribunale, mentre per noi che leggiamo è chiara l’assurdità della situazione. Le udienze del tribunale si svolgono in locali celati nelle soffitte delle abitazioni comuni, in luoghi sordidi e difficilmente irraggiungibili. I giudici, i cancellieri e gli altri impiegati sono personaggi squallidi, corruttibili che si ammantano dell’aurea di superiorità che il loro ruolo comporta nell’immaginario comune. Sono invece tutti presi dalla loro parte e usano il timore che incutono negli altri per accrescere l’alta (ma falsa) opinione che hanno di sé e del Tribunale in cui operano.

Cosa vuol dire Kafka in questo romanzo? Perché Joseph K. accetta passivamente quello che gli accade? Per rispondere a queste domande sono stati versati fiumi d’inchiostro da persone molto più autorevoli e competenti di me, io mi limiterò a esprimere le mie opinioni.

Kafka aveva studiato legge e lavorava in una grande compagnia assicurativa: quindi conosceva dall’interno i meccanismi dei tribunali e le trappole della burocrazia; secondo me però non è solo qui il senso de Il Processo: perché, altrimenti, avrebbe dovuto considerare un Tribunale e una Legge diversi da quelli ordinari?
Leggendo il romanzo per me è chiaro che Joseph K. si “sente” colpevole: non sa bene quale sia la sua colpa ma, nel profondo del suo essere, sa che non è immune da cattive azioni e comportamenti riprovevoli. La sentenza del tribunale arriverà un anno dopo, il giorno del suo trentunesimo compleanno. E’ come se Joseph K., giunto quasi all’apice della sua carriera, fosse caduto in una profonda crisi e in quell’anno avesse fatto una disamina della sua vita. Il Tribunale può rappresentare quella parte di coscienza che continuamente analizza e in maniera inflessibile giudica le azioni sulla base di criteri che rimangono celati alla stessa coscienza, a cui viene svelata solo la consapevolezza della accusa sotto forma di senso di colpa. La parte più razionale di Joseph K. sa che tutta la vicenda è assurda e soprattutto che i suoi giudici non sono all’altezza del compito, essendo essi stessi corrotti e manipolatori, ma non riesce a sottrarsi al senso di colpa, alla consapevolezza che in fondo il Tribunale ha ragione.

«L'unica cosa che ora posso fare», si disse, e l'uniformità dei suoi passi e dei passi degli altri due confermò i suoi pensieri, «l'unica cosa che ora posso fare è conservare sino alla fine la capacità di discernere con calma. Ho sempre voluto allungare venti mani sul mondo e per di più a scopi non sempre lodevoli. Non era giusto. Dovrei far vedere, ora, che nemmeno un anno di processo mi ha potuto insegnare qualcosa? Dovrò andarmene come un tardo a capire? Si dovrà poter dire di me che all'inizio del processo volevo concluderlo e che, ora che è alla fine, lo voglio cominciare da capo? Non voglio che si dica questo. Sono grato che per compiere questo tragitto mi abbiano dato per compagni questi due signori, che non parlano quasi e non capiscono niente, e che sia stato lasciato a me di dirmi da solo il necessario».

Kafka scrive molto bene e con poche parole riesce a tratteggiare i personaggi patetici e ridicoli che popolano questo romanzo, eppure io non sono rimasta emotivamente coinvolta né rapita dal genio dello scrittore (e lo stesso è accaduto leggendo “Le metamorfosi” e “La colonia penale”) pur riconoscendone l’originalità: un’eccessiva freddezza dello stile, un distacco dalle vicissitudini del protagonista mi impediscono di condividere l’ansia che pervade Joseph K. dal momento del suo arresto sino al verdetto finale.

La difficoltà di penetrare sino in fondo i molteplici significati di quest’opera (o meglio la netta sensazione che è difficile sostenere una tesi piuttosto che un’altra) mi hanno spinta a leggere Lettera al padre con la speranza di trovare dei punti di riferimento per dipanare qualche filo dell’ingarbugliata matassa che per me è Il processo. In effetti, nell’accorata lettera che Kafka scrive al padre, senza mediazioni e senza filtri, sono riuscita a cogliere una delle possibili genesi della colpa, apparentemente immotivata e priva di oggetti concreti, che attraversa l’opera kafkiana.

In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio.
(Lettera al padre)

E ancora, riferendosi al legame tra lui e la sorella Ottla, con cui condivideva il difficile rapporto con il padre:

Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi.
(Lettera al padre)

Non mi azzardo certo ad affermare che tutto il senso de Il processo è racchiuso in Lettera al padre, ma questo scritto può essere d’aiuto per aumentarne la comprensione e individuare l’origine prima di alcune delle tematiche frequenti nell’opera kafkiana e che l’autore è riuscito a trasformare in questioni universali n cui ogni lettore può cercare di riconoscersi.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Il processo
  • Titolo originale: Der prozess
  • Autore: Franz Kafka
  • Traduttore: Franchetti E.
  • Editore: BUR
  • Data di Pubblicazione: 2007
  • Collana: I grandi romanzi
  • ISBN-13: 9788817018197
  • Pagine: 292
  • Formato - Prezzo: Brossura - 7,40 Euro

1 Commenti:

  • 28 marzo 2012 19:06

    Dico solo che è sul comodino da un po' di tempo. Quando il momento sarà quello giusto farò mia anche questa lettura!

    E.

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