30 aprile 2012

La vendetta del diavolo - Joe Hill

Dopo una notte di alcol ed eccessi, Ignatius Perrish si risveglia con un mal di testa infernale e... un paio di corna sulla fronte. Un'allucinazione, o forse no. Dopo la morte della sua fidanzata - violentata e assassinata in circostanze mai chiarite - Ig vive in un solitario purgatorio personale: pur essendo innocente, agli occhi della gente è lui l'unico vero colpevole. Tutti, ormai, sembrano averlo abbandonato. Tutti tranne uno: il suo demone interiore. Posseduto da un nuovo potere e con nuove, spaventose sembianze, per Ig è finalmente arrivato il momento della vendetta. Che si rivelerà la più atroce mai concepita.

Recensione

Ignatius 'Ig' Perrish si risveglia un bel giorno con un gran mal di capo: della notte precedente ricorda soltanto che si è ubriacato e che ha pisciato su un'immagine della Madonna posta sul luogo in cui la sua fidanzata, Merrin, è stata uccisa. Il suo atto blasfemo potrebbe forse spiegare la ragione per cui sulla sua testa si erge un bel paio di corna luciferine che non sembrano essere frutto del doposbornia.

La convinzione di Ig di soffrire di allucinazioni si sfalda gradualmente dacché l'uomo scopre che tutte le persone con cui entra in contatto, oltre a vedere le sue corna senza registrare la loro presenza, muoiono dalla voglia di spifferargli i loro segreti più morbosi: Ig scopre così che la sua convivente, Glenna, la sera prima ha avuto un rapporto orale con il suo migliore amico Lee, che il medico cui si è rivolto sniffa, che l'anziano prete che lo conosce fin da bambino si scopa la madre di Merrin, che la sua stessa famiglia prova disgusto nei suoi confronti ritenendolo un assassino.

Ig decide che già da molto tempo non ha più nulla da perdere, e che può usare i suoi nuovi poteri, da qualunque parte provengano, per pescare nel torbido e scoprire chi ha ucciso Merrin. Poi avrà la sua vendetta.


Prima di iniziare questa recensione, ho fatto un voto: dimenticare del tutto che Joe Hill (o Joseph Hillstrom King che dir si voglia) è il figlio di uno dei miei romanzieri preferiti.

Per cui, niente battute sul sangue che non è acqua o sulla pera caduta vicino all’albero per affermare che è un libro formalmente ben scritto, anche se non ho trovato eccelsa la gestione dei ritmi narrativi: l’azione principale, serratissima, è dilazionata da interminabili capitoli che narrano l’adolescenza e la giovinezza del protagonista, rendendo il thriller sovrannaturale un po' troppo simile a un romanzo di formazione. Queste finestre sul passato rallentano notevolmente la storyline, e avrebbero potuto essere incorporate in modo più omogeneo.

Buona la costruzione dei personaggi: Ig è un protagonista "a tutto tondo", vittima delle circostanze su cui viene a cadere la simpatia del lettore ma dotato di lati oscuri non meno di coloro con cui entra in contatto; la sua nemesi è Lee Tourneau, cui è legato da una distorta amicizia nata quando Lee lo ha salvato dall'annegamento durante una ragazzata che poteva avere tragiche conseguenze. Evocata da tutti ma agente solo nei capitoli dedicati al passato, anche Merrin, l'unico amore della vita di Ig, è un personaggio memorabile.

L'elemento sovrannaturale non è il perno centrale di questo romanzo: è più una sorta di pretesto per indagare la perversione umana, una spezia per condire un thriller altrimenti banale. Una paradossale metafora, se vogliamo: Ig si trasforma fisicamente in un diavolo ma appare sempre più una vittima, mentre coloro che lo circondano si dimostrano i veri demoni. Da qui la non troppa attenzione dedicata alla spiegazione dell'evento fantastico.

Da notare infine l'apprezzabilissimo lessico di Hill, che non si stanca mai di mettere in bocca a narratore e personaggi proverbi, modi di dire e metafore che hanno a che fare con la sfera diabolica.

Giudizio:

+3stelle+ (e mezzo)

Dettagli del libro

  • Titolo: La vendetta del diavolo
  • Titolo originale: Horns
  • Autore: Joe Hill
  • Traduttore: A. C. Cappi
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Pandora
  • ISBN-13: 9788820051471
  • Pagine: 391
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 19,90 Euro

25 aprile 2012

Ultimi quaranta secondi della storia del mondo - Stefano Santarsiere

È una mattina di agosto quando don Pietro Miraglia, l'amato parroco di un paese lucano, viene assassinato a colpi di martello nei giardini della scuola elementare. A indagare è il commissario Antonio Sparagno, sul quale pesa una vecchia indagine di camorra che ne ha compromesso la carriera e causato il trasferimento nell'odiata Basilicata.




Recensione

Tutto inizia con il ritrovamento del corpo di Don Pietro Miraglia, parroco di un piccolo paese della Basilicata di nome Santerno, situato nella Val d’Agri. Il prete è stato ucciso e toccherà al commissario Antonio Sparagno indagare sull’omicidio che ha scosso l’intera valle. Senza svelare troppo sulla trama, questo è l’incipit di un giallo che personalmente mi ha stupito. Ovviamente queste poche righe non spiegano nulla di ciò che il lettore andrà a leggere aprendo “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo” di Stefano Santarsiere, ma, essendo un thriller, non voglio fare nessuna ulteriore anticipazione sulla trama.

L’inizio è molto lento e tra le accurate descrizioni dell’ambiente narrativo e la presentazione di tutti i personaggi coinvolti passa quasi metà del libro senza che accada qualcosa di veramente significativo. Questo, a mio avviso, non è per forza un punto a sfavore. Infatti, grazie alla bravura dell’autore nel creare affascinanti e particolareggiate descrizioni molto coinvolgenti e nel dare il giusto equilibrio psicologico ai personaggi, la lettura non risulta mai pesante neanche nei momenti in cui l’azione cala vistosamente, cioè verso la metà del libro. L’unica nota negativa, se così si può chiamare, era da segnalarsi nella troppa pulizia dei dialoghi, dato che un contadino della Basilicata che parla perfettamente italiano sembra poco plausibile. Anche certi intrecci sembravano incastrati alla bell’e meglio. Da quel momento in poi, però, tutto diventa una frenetica corsa verso la soluzione finale inaspettata quanto credibile, nonostante sembra c’entri poco o niente con quanto accaduto nella prima parte. Un po’ come se, mentre si sta facendo una camminata in un posto incantevole, improvvisamente il terreno che credevamo sicuro cominciasse a franare sotto i piedi e ci trasportasse, in un vortice di fango e sassi, in mezzo ad un fiume gelato. Bagnati fradici e tremanti per il freddo, ci si chiede come sia stato possibile finire in quella situazione improbabile, eppure, guardandosi indietro, tutto torna. La sensazione avuta nel leggere il romanzo è un po’ questa appena descritta. Verso l’inizio si poteva forse presagire che la trama avrebbe preso quella strada, ma gli indizi inizialmente concessi non sembrano collegarsi tra di loro. Poi però gli eventi sopraggiungono inaspettati e inarrestabili senza per questo risultare artificiosi. Proprio come dovrebbe essere in un buon thriller.

In conclusione, “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo” è un giallo tutto italiano che merita di essere letto, grazie soprattutto alla capacità dell’autore Stefano Santarsiere di tenere alta per tutta la durata dell’arco narrativo l’attenzione del lettore, incollandolo letteralmente alle pagine nei momenti più concitati. Una mezza stellina in meno per il finale lasciato volutamente aperto che però a me personalmente ha lasciato un po’ di amaro in bocca.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Ultimi quaranta secondi della storia del mondo
  • Autore: Santarsiere Stefano
  • Editore: Abelbooks
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788897513292
  • Pagine: 391
  • Formato - Prezzo: Ebook - Euro 4,99

24 aprile 2012

Gli ultimi giorni di Stefan Zweig - Laurent Seksik

Il 22 febbraio 1942, il grande scrittore austriaco Stefan Zweig mette fine ai propri giorni insieme alla moglie Lotte. Il suo gesto estremo, compiuto durante l'esilio a Petrópolis, in Brasile, ha continuato da allora a commuovere e affascinare. Mescolando realtà e finzione, questo romanzo racconta gli ultimi sei mesi della sua vita straordinaria, dai fasti di Vienna fino al compiersi di un tragico destino. Dopo la fuga dall'Austria e l'esilio in Inghilterra e negli Stati Uniti, Stefan e Lotte credono di trovare in Brasile una terra con un futuro. Ma l'orrore della guerra trascinerà i due amanti nella disperazione e, soprattutto, nell'impossibilità di assistere come testimoni lontani e impotenti al crollo del loro mondo.

Recensione

Stefan Zweig fu uno scrittore, drammaturgo e saggista – soprattutto biografo – austriaco, attivo principalmente tra gli anni Venti e Trenta del secolo ventesimo. Nato e cresciuto a Vienna, Zweig fu un grande viaggiatore, pienamente inserito nel mondo intellettuale del primo dopoguerra tanto da divenire l’autore più tradotto del suo tempo.

Nel 1933 le opere di Zweig, da sempre promotore della non violenza, furono bruciate dai nazisti, così come quelle degli amici e modelli Thomas Mann, Sigmund Freud e Albert Einstein. Abbandonata l’Austria, si trasferì senza la sua famiglia a Londra, chiedendo la cittadinanza inglese in seguito all’Anschluss. Ivi conobbe la giovanissima Lotte, che sposò dopo aver divorziato dalla moglie Friderike (sposata nel ’20), e con cui si trasferì a New York e successivamente a Petrópolis, sua ultima residenza. E’ dall’arrivo della coppia nella cittadina brasiliana che prende avvio Gli ultimi giorni di Stefan Zweig, biografia romanzata che accompagna l’intellettuale austriaco negli ultimi mesi di vita, fino al tragico doppio suicidio avvenuto il 23 febbraio 1942.


L'autore francese Laurent Seksik ricostruisce la riservatissima personalità di Zweig, già incline al pessimismo prima dell'avvento nazista e talmente profetico da abbandonare l'Austria prima di cadere preda delle persecuzioni antisemitiche. Il ritratto che ne emerge è quello di un anziano intellettuale disilluso che sperimenta il declino delle forze e soprattutto dell'inclinazione letteraria, sradicato dal paese natale – che d’altronde ha smesso di esistere per come lo ha sempre conosciuto -, dal mondo intellettuale e dagli affetti. Lo Zweig di Seksik non è un mostro sacro della letteratura europea della prima metà del Novecento, ma un uomo come tanti, oppresso dalle miserie della vita, per nulla orgoglioso del proprio lavoro, e che tenta invano di ritrovare una ragione d'esistere. Tuttavia appare una figura evanescente, e la ragione della sua scelta estrema è più narrata che mostrata: di semita, in Zweig, di fatto c'è ben poco, e semmai la sua depressione, perfettamente riflessa dalle pagine del romanzo, è originata non dalla tragedia pubblica del suo popolo ma dal suo fallimento privato come intellettuale.

Maggiormente vivida, piuttosto, è la figura di Lotte, ispezionata grazie al frequente cambio del punto di vista, e che riflette una giovane donna piegata da una malattia del corpo e trascinata verso la malattia della mente dall'amore troppo intenso verso un marito anziano e afflitto, che per di più le proietta davanti fin troppo frequentemente la figura dell'ex moglie.

Gli altri personaggi, reali o fittizi, agenti o evocati, sono pure comparse.

L'impeccabile accuratezza stilistica di Seksik, va detto, riscatta una narrazione spesso piatta che non consente un vero e proprio coinvolgimento del lettore. Il romanzo rimane una lettura scorrevole che se non altro possiede il merito di interessare alla personalità del grande autore austriaco e di invogliare alla lettura delle sue opere.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Gli ultimi giorni di Stefan Zweig
  • Titolo originale: Les dernier jours de Stefan Zweig
  • Autore: Laurent Seksik
  • Traduttore: Bertolazzi M.
  • Editore: Gremese
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Narratori francesi contemporanei
  • ISBN-13: 9788884407078
  • Pagine: 206
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14,00 Euro

23 aprile 2012

A testa vuota - Giovanni Fabbri

Si chiama Gio, ma chiamatelo pure scemo, se volete: è troppo tenero, timido e ottimista per reagire o arrabbiarsi. Chiamatelo scemo se la pensate anche voi come tutti gli altri, che lo ritengono soltanto un bambino ingenuo senza niente da dire al mondo. Dategli invece una possibilità e seguitelo nel suo lungo viaggio verso il destino se la pensate come suo nonno e la sua amica Zoe, le uniche due persone che gli vogliono bene e condividono con lui il succedersi quieto dei giorni alla Tenuta del Mare.
Se avete deciso di dargli una possibilità e di prendere il largo con lui sulla nave dei vinti, armatevi di destrezza e coraggio: affronterete pirati minacciosi, duelli, deserti infuocati, trasvolate da brivido. Vi imbatterete in baroni rampanti, baldanzosi romei innamorati, suonatori ammalianti, inventori geniali. E imparerete a rispondere con l'amore all'odio dei vostri nemici e al buio dell'ineluttabile con gli sprazzi lucenti della fantasia. Vivrete, insomma, l'avventura più incredibile che avreste mai potuto immaginare, sfidando il tempo, lo spazio e la storia.
A testa vuota è un classico romanzo d'iniziazione, una riflessione profonda sulla realtà di oggi e di domani, un viaggio onirico senza fine capace di appassionare i ragazzi e di far sognare i lettori di ogni età.

Recensione

A testa vuota è uno di quei romanzi d'iniziazione che oggi rischia di sparire dallo scenario narrativo. Un libro fuori dal tempo, classico nella scelta dei personaggi e dell'ambientazione, dal sapore fortemente nostalgico. Un inno alla fantasia propria dell'infanzia. Un'infanzia, però, che non esiste più. Per questo il giudizio, comunque positivo, non può non essere ambivalente: il suo punto di forza è anche il suo punto debole.

Il piccolo Gio è un ragazzino un po' scemo, come gli dicono in tanti, che vive una vita ristretta in piccoli spazi sicuri: la Taverna del Mare, ovvero la fattoria del nonno con il quale vive, gli abbracci della vecchia Zoe, l'unica donna che sembra conoscerlo per quel che è veramente, e gli sterminati campi della sua fantasia. Una fantasia vecchio stile, fatta di pirati e cavalieri, che oggi risulta un po' datata, quasi vintage. Difficile immergersi pienamente nel mondo bucolico di Gio, nei suoi villaggi da cartolina con personaggi da commedia popolare. Sicuramente riuscirà a strappare un sorriso nostalgico a una fetta del suo potenziale bacino di lettori, ma con i più giovani - target naturale del romanzo - la vedo dura.

La struttura narrativa è, come già detto, fortemente classica; immensa è la letteratura di questo settore, e le analogie non mancano con le opere più contemporanee, come il Ci sono bambini a zig-zag di Grossman (molto forti le analogie, dall'avventura sempre più surreale alla riscoperta dei nonni e dunque dei genitori del piccolo protagonista). Ma è anche vero che si tratta di un genere piuttosto fisso e standardizzato, e che di certo non vuole puntare sull'effetto 'novità'.

Al contrario, è sul piano stilistico che l'autore riesce a distinguersi: un'ottima padronanza linguistica, supportata da un nutrito bagaglio culturale che si esplicita puntualmente in tutte le citazioni letterarie che arricchiscono il romanzo, dall'uso di personaggi letterari (Romeo e Giulietta, Don Chisciotte, etc.) all'omaggio stilistico, alla citazione diretta.

Una lettura gradevole, dunque, per chi è ancora nell'età giusta per fantasticare e per chi vuole ricominciare a farlo.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: A testa vuota
  • Autore: Giovanni Fabbri
  • Editore: Io scrittore
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: 
  • ISBN-13: 9788897148944
  • Pagine: 227
  • Formato - Prezzo: ePub - 4,99 Euro

21 aprile 2012

Dreamland forest - Romina Casagrande

A.D. 978, Raetia. Una foresta che racchiude misteri occulti. Forze contrapposte in movimento, battaglie per l’imposizione del cristianesimo, un popolo ancora legato al Paganesimo. L’amore che abbatte ogni barriera. Tra storia, leggenda, amore, magia, un nuovo fantasy di Romina Casagrande.





Recensione

Dreamland forest è il secondo romanzo di Romina Casagrande, arrivato circa un anno dopo rispetto ad Amailija, che abbiamo recensito proprio su queste pagine. Leggere i due lavori uno di seguito all'altro è stata una scelta casuale che si è rivelata vincente perché ha esaltato gli aspetti più interessanti della scrittura della Casagrande dandomi inoltre il modo di apprezzare appieno l'evoluzione delle capacità narrative di questa scrittrice.

Dreamland forest conferma infatti la passione dell'autrice per la storia della sua terra, l'Alto Adige, e il suo talento nel fondere un contesto storico reale e realistico con una trama fantastica convincente e accattivante. Abbandonati i romantici e misteriosi castelli che tanto avevano fatto per contribuire alla bellezza di Amailija, in questo nuovo romanzo facciamo un salto indietro nel tempo di diversi secoli, quando ancora esisteva una regione denominata Raetia e i franchi si contendevano con i longobardi il dominio della zona. Sono tempi rozzi e crudeli, ai quali un popolo antico tenta di fuggire confinandosi nel cuore di una foresta misteriosa, dimora di forze arcaiche e primordiali, nel tentativo di conservare la propria innocenza, preservandosi dalle brutture del mondo. Basta poco però per accorgersi che sfuggire al male non è veramente possibile, al contrario a volte si è talmente attenti a evitare il nemico proveniente dall'esterno da non accorgersi che la vera sorgente del male è già tra di noi. E' quanto impara a capire la giovane Iworin, orfana emarginata dal suo stesso popolo per una colpa non sua che si troverà a combattere per la salvezza della sua gente; un aiuto le arriverà dalle fonti più improbabili: uno sfrontato mercenario e un gatto che è molto più di quel che appare.

Nonostante l'ambientazione silvestre, l'autrice riesce a stupire evitando di ricorrere alle tradizionali creature del sottobosco fantasy (elfi, gnomi e folletti vari) che sono diventate un must negli ultimi anni e ci propone un racconto di angeli caduti e demoni tentatori (che non sono necessariamente la stessa cosa), sfiorando la tematica religiosa quel tanto che basta per rendere la storia interessante senza indugiare in un eccessivo misticismo, incrociando paganesimo e cristianesimo con l'accortezza di evitare la trappola di sostenere la superiorità di una religione rispetto ad un'altra. Al contrario l'autrice sembra voler delineare un contrasto tra una religiosità terrena fatta di riti e regole spesso crudeli e raramente sensati, ed una spiritualità genuina che mette il bene collettivo davanti al proprio. Non manca naturalmente la tematica amorosa, altro argomento cardine delle storie della Casagrande, che viene qui esplorato in ogni sua implicazione, non solo attraverso il complesso triangolo tra Iworin, l'amico d'infanzia Bejdì e il mercenario Erik ma anche tramite il legame divinità-uomo, sul quale non scendo nei dettagli per non rovinare una delle sorprese più interessanti del romanzo.

In conclusione Dreamland forest ha il pregio di riproporre tutti quegli elementi che rendono affascinante l'universo letterario di questa scrittrice, raccontati però con uno stile più maturo e meglio calibrato rispetto a quando avveniva nel suo romanzo d'esordio, segno di una maggiore confidenza col mezzo che dona alle sue parole una carica espressiva più intensa, in grado sicuramente di lasciare un segno nel lettore.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Dreamland forest
  • Autore: Romina Casagrande
  • Editore: Nulla Die
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • ISBN-13:  9788897364542
  • Pagine:194
  • Formato - Prezzo: Copertina Rigida - Euro 20,00

18 aprile 2012

Fotogramma atipico - Karim Buzer

Una mente, mille personalità. l'intreccio di realtà e cinismo si manifesta con una potenza devastante tra le pagine di quest'opera storta, dannata, maledetta. Dan, l'io narrante, è vittima dei suoi paradossi, delle sue paure,dei suoi disturbi. Di un cervello fuori dalla norma e fortemente diretto verso l'autodistruzione. I protagonisti si alternano e completano il variegato e caotico scorrere delle pagine. C'è l'amore incoerente con Emily. Emily. la dama bianca, la figlia del sole. Il sogno distorto. Ci sono l'odio e l'indifferenza. c'è la ruggine sopra le nostre virtù. c'è l'intolleranza, il realismo di una civiltà ormai al capolinea, qui derisa e masticata con feroce realismo tra le righe di un mondo lontanto, ma estremamente vero ed estremamente folle. Pagine nere e bianche sputate in faccia al lettore con inchiostro velenoso e tossico. nulla sarà più come prima. dopo. Fotogramma Atipico. Dalla mente di Karim Buzer.

Recensione

Inquadrare l'esordio di Karim Buzer è abbastanza semplice: si tratta di una narrazione piuttosto scorrevole in stile beat, con continui richiami a modi e contenuti di genere. Una mescolanza di toni e argomenti che non si amalgamano in maniera compiuta - per quanto, in realtà, sembrerebbe quasi che l'incompiutezza sia non tanto un limite quanto un obiettivo dell'autore - e matura.

Il racconto in prima persona è quello di un ragazzo, Dan, che vive in una non specificata realtà urbana marginale nell'America degli stereotipi da On the road di Kerouac: è uno che si qualifica da subito agli occhi del lettore più che per essere un personaggio al di fuori, e di riflesso contro, del sistema, per la sua strenua costanza nel ribadire la propria posizione.

Le sue vicende sono quelle del ragazzo di strada/artista maledetto, privo di una famiglia e di valori di riferimento, senza legami definibili, tranne quello con la ragazza-amica Emily, alla perenne ricerca di un lavoro precario che, sia ben chiaro, serve solo a pagare l'affitto, visto che la vera occupazione è quella di scrittore non commerciale per scelta, dunque di autore votato alla letteratura non come forma di guadagno ma come strumento di catarsi e di liberazione.

La scrittura possiede la scioltezza e la varietà lessicale, nei diversi registri adoperati, per creare quasi delle istantanee e bloccare la vita del protagonista quasi come in fotografie tratte da un girato, con i diversi gradi di viraggio che identificano le sfumature emotive e psichiche del suo vissuto.

Quello che manca è una voce che sia davvero intima non tanto nell'espressione di un disagio esistenziale generico quanto nella sua trasformazione in fatti e contenuti che non abbiano un forte retrogusto di cliché letterario: la scena scatologica, le risse nei bar, le peripezie notturne da dongiovanni che non deve chiedere mai, l'arredamento approssimato e l'aspetto raffazzonato, fino all'acme del rapporto sessuale messo in scena come un gioco/provocazione in un centro commerciale, davanti a un pubblico, sono tutti elementi che rendono percepibile nel racconto una certa dose di autocompiacimento.

In altre parole non hanno, come forse invece vorrebbero, il sapore metallico del quotidiano e si espongono con notevole ingenuità al sospetto di un processo imitativo meccanico e costruito a tavolino. Del resto che al centro di tutto ci sia una forte concentrazione del protagonista verso se stesso e un mondo interiore che segna quasi una fuga dalla realtà esterna lo fa intuire benissimo l'uso della prima persona e la presenza di brani di poesia molto personali.

Tutto questa varietà nei temi e negli accenti però non crea una vera personalità autonoma per il protagonista che finisce per assomigliare più a una maschera beatnik che a un personaggio a tutto tondo, autentico e autonomo.

Giudizio:

+1stella+

Dettagli del libro

  • Titolo: Fotogramma atipico
  • Autore: Karim Buzer
  • Editore: Romano Editore
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Romanzi
  • ISBN-13: 9788896376539
  • Pagine: 164
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 14,00

14 aprile 2012

Mercatino: alla ricerca del libro perduto!

Domenica 15 aprile dalle ore 10.00 alle ore 21.00 presso il Black Out Club sito in via Casilina 713 a Roma, avrà luogo il primo mercatino di testi rari o fuori catalogo della capitale, promosso dalla libreria Pan e da altre librerie specializzate in testi rari.
Nel mercatino saranno presenti anche stand che riguardano tutti gli aspetti del collezionismo e dei fumetti.
Si potranno trovare testi di qualsiasi genere, dal saggio specialistico al romanzo raro. Inoltre avranno luogo presso la sala conferenze a tema.
L'ingresso è gratuito.
Nel locale sarà presente lo spazio ristoro.




Programma delle Conferenze:


ore 11,30

Conferenza: La Sindrome orientale. L'avventura degli studiosi italiani tra libri presunti e perduti
Relatore: Francesco Palmieri

ore 15,00

Presentazione del libro: "Il Viaggio" di Marianna Carboni. Sarà presente l'autrice.

ore 15.30

Presentazione del "Progetto Dante" a cura di Anna Laura Chierichetti.

ore 16.00

Conferenza: "Homophagia e Sparagmos, Dioniso il Dio del Passaggio" a cura del Prof. Michele
Colonna (Ordinario di Lettere Greche e Latine).

ore 17.00

Conferenza: Un intellettuale ritrovato: ALFREDO ORIANI
Relatore: Roberta Di Casimirro (regista radio-rai)

ore 18.30

Presentazione del libro: L’IDENTITA’ SEGRETA DELLA DIVINITA’ TUTELARE DI ROMA – un riesame dell’affaire
Sorano. 256 pagine e 23 fotografie. Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2011

12 aprile 2012

Un diamante da Tiffany - Karen Swan

New York, Parigi, Londra: quale sarà la città per iniziare una nuova vita? Cassie ha appena lasciato il marito, dopo aver scoperto la terribile verità su un matrimonio che pensava perfetto. Sa che è il momento di voltare pagina e ricominciare. E allora, quale migliore aiuto di quello che possono offrirle le sue preziose amiche d'infanzia? Kelly, Anouk e Suzy, brillanti, alla moda e vitali, sono pronte a ospitarla e a farle vivere l'atmosfera glamour della Grande Mela, la passione e la seduzione della Ville Lumière e la frenesia londinese. In un viaggio alla scoperta di una se stessa che non conosceva, Cassie vivrà le esperienze più diverse: lavorerà con acclamati stilisti newyorkesi e parigini, poserà per un quotato fotografo, prenderà lezioni di cucina da un famoso chef e organizzerà matrimoni. Ad attenderla, al suo arrivo in ogni città, c'è una strana lista di cose da fare... Qualcuno che conosce da tanto tempo la compila per lei. Qualcuno che le fa trovare una sorpresa speciale sotto il grande albero di Natale nello scintillante negozio di Tiffany. Qualcuno che le regala dei semi di fiori, ogni volta diversi, da piantare e far crescere, come in un romantico messaggio cifrato. Il destino ha in serbo per lei la tanto attesa scatolina blu? E se un giorno il passato lasciato alle spalle dovesse all'improvviso tornare?

Recensione

Tra tutti i chick lit che mi è capitato di leggere, questo forse è il più grazioso e divertente. Gli elementi tipici di questo genere ci sono tutti, dal primo all'ultimo: la protagonista trentenne di buona estrazione sociale, le amiche in carriera, l'amico gay, la relazione finita e quella inaspettata, il bello e non proprio impossibile, l'amore che sorprende, le gaffe epocali, i contrasti e le riappacificazioni, la morale dell'essere e non dell'apparire, la fiducia nell'Amore con la A maiuscola. Quello che lo distingue tra i tanti è però lo spunto particolare della ricerca di sé in giro per il mondo.

Cassie si riscopre e impara a conoscersi infatti grazie alle amiche del cuore, che la ospitano a turno e che fanno a gara per trasformarla in donna alla moda, sofisticata ma in sintonia con il mood unico delle città in cui vivono. E le stesse New York, Londra e Parigi assumono un ruolo concreto, così vitali e vere che è impossibile non respirarne l'aria caratteristica; non sono descritte con luoghi comuni ritriti, ma con la passione e la curiosità di chi ci ha realmente vissuto, anche solo per un po'.

Ho trovato divertente l'idea della lista di "cose assolutamente da fare" per ogni tappa del viaggio, come anche i semi misteriosi: entrambi gli spunti mostrano come tendiamo a concentrarci su ciò che già sappiamo, anziché soffermarci a guardare i dettagli, i particolari che spesso sfuggono all'occhio distratto.

Lettura consigliata sicuramente alle amanti del genere, ma anche a chi cerca un po' di svago tra un testi più seri.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Un diamante da Tiffany
  • Titolo originale: Christmas at Tiffany's
  • Autore: Karen Swan
  • Traduttore: R. Visconti
  • Editore: Newton Compton
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: Anagramma
  • ISBN-13: 9788854136519
  • Pagine: 512
  • Formato - Prezzo: Brossura - 9,90 Euro

Tanit. La bambina nera - Lara Manni

Italia, 2008. In un paese dove inizia a colpire la grande crisi economica, fa la sua comparsa Axieros, l'oscura dea che ha tramato affinché mondi separati venissero in contatto. Cerca una donna umana piena di rabbia e odio, che possa partorire sua figlia Tanit, la bambina nera destinata a essere fatale per il genere umano. Sul cammino di morte che Axieros sta disegnando si incontreranno due demoni: Hyoutsuki, in cerca del suo destino, e Yobai, in cerca della vendetta. Ma sulla stessa strada cammina anche Ivy, che ha il potere di far diventare reale ciò che disegna e che rappresenta un pericolo per tutti: per la dea, per i demoni, per una coppia misteriosa che ha il compito di riequilibrare i due mondi. Solo Ivy può compiere la scelta definitiva: ma a un prezzo che forse non è disposta a pagare.

Recensione

Nota: essendo Tanit logicamente e cronologicamente successivo a Esbat e Sopdet, risulta impossibile parlarne senza spoilerare sui primi due volumi della saga.


2008, Italia. La dea Axieros, che fin dall’inizio aveva ordito il contatto tra due mondi che non avrebbero dovuto mai toccarsi, è riuscita nel suo intento: costringere Yobai a fecondarla perché possa trasferire la propria creatura nel mondo umano. Tanit, la bambina nera, sarà colei che metterà fine al mondo degli uomini in modo che l’epoca degli youkai possa non aver mai termine.

Yobai, profondamente debilitato, approfitta dell’ultimo gesto d’amore di Ivy (“Dimentica.”) per manovrare ancora una volta Hyoutsuki e dirigerlo nel mondo umano per mettere fine alla vita della ragazza, l’unica che potrebbe ancora fermare la dea e l’infernale bambina che ha trapiantato nel corpo di una donna piena d'odio. Ivy, a sua volta, si è imposta di non interferire più nella vita del demone che ha amato e che tuttora ama, e sta tentando di recuperare una parvenza di esistenza normale convivendo con Max nella casa che era appartenuta a sua madre. Qualcosa sta cambiando in lei, qualcosa di troppo grande da affrontare.

E poi c’è lei, Nadia. Sangue di youkai le scorre nelle vene, e l’incontro con Brizio, molti anni fa, le ha posto una terribile responsabilità sulle spalle: ha infatti accettato il compito dei Grigori, i Guardiani, che da secoli vigilano affinché i due mondi non si tocchino tramite l’opera di umani particolarmente dotati. Qualche nome su tutti: Lovecraft, Poe, Stephen King. Tolkien. E la Sensei, ovviamente. E adesso c’è anche Ivy. Il momento di agire è finalmente giunto: non c’è più uno spiraglio, a collegare le due dimensioni, ma un portale che si sta per spalancare.

Mentre la follia si diffonde per le strade di Roma, annebbiate da una polvere nera che porta la firma di Tanit, Hyoutsuki affronta nuovamente il rituale dell’Esbat. La scelta, per l'ultima volta, ricadrà sulla giovane Ivy.


Lara Manni, con questo volume, conclude la sua trilogia nata da una fanfiction su Inuyasha. Lontanissime sono ormai le connessioni con il manga di Rumiko Takahashi: l’autrice ha trovato una sua strada autonoma che l’ha portata a esplorare a fondo i territori dell’urban fantasy. Nel mondo di Tanit si aggirano divinità e demoni, anticristi, e ibridi mescolati alla gente ordinaria che si sono votati alla salvaguardia del nostro mondo.

Tanit riprende e approfondisce il sasso scagliato da Esbat: la profonda connessione tra la creazione artistica e un ipotetico universo ‘altro’, tema non nuovo in letteratura e ripreso, per citare un nome, anche da Stephen King nel suo Duma Key (o nella saga della Torre Nera). Proprio Stephen King viene citato da Brizio, insieme a molti nomi noti, tra coloro che riescono ad aprire spiragli tra una realtà e l’altra, artisti nati con il Dono di raccontare ciò che accade nell’altrove. Lara Manni scrive con sapienza ed entusiasmo di un argomento che solletica da sempre tutti gli appassionati di letteratura fantastica, coinvolgendo la mitologia ellenica e cartaginese: Axieros sarebbe infatti una divinità del culto di Samotracia che corrisponderebbe grossomodo a Demetra, la dea della fertilità, mentre la dea Tanit deteneva un ruolo fondamentale nel pantheon cartaginese, essendo una delle consorti di Baal e legata anch'essa alla fertilità, oltre che alla guerra.

Riducendo il numero di personaggi principali e il respiro del romanzo, l’autrice riesce a creare nuovamente una buona caratterizzazione psicologica di tutti loro, descrivendo le scene con un buon ritmo narrativo che non costringe, com’era accaduto a me in Sopdet, a tornare indietro per comprendere dinamiche narrate in modo troppo frettoloso. Il salto di qualità che Lara Manni aveva tentato (in modo non troppo riuscito) con il secondo volume viene raggiunto pienamente nel terzo, soprattutto grazie alla riduzione dei richiami pretestuosi a problematiche sociologiche-storiche-economiche che mi erano sembrati realmente forzati.

In definitiva, un’ottima conclusione a quello che, nonostante il secondo volume un po’ sottotono, rimane un gran bel trittico consigliato a tutti gli appassionati del fantastico e soprattutto ai consueti detrattori della narrativa italiana.


La trilogia è composta da:

  • Esbat (Feltrinelli, 2009)
  • Sopdet (Fazi, 2011)
  • Tanit (Fazi, 2012)

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Tanit. La bambina nera
  • Autore: Lara Manni
  • Editore: Fazi
  • Data di Pubblicazione: 2012
  • Collana: Lain
  • ISBN-13: 9788876251139
  • Pagine: 382
  • Formato - Prezzo: Rilegato, sovraccoperta - 16,00 Euro

11 aprile 2012

Sorcery and Cecelia or The Enchanted Chocolate Pot - Patricia C. Wrede, Caroline Stevermer

Molte cose stanno accadendo tra Londra e la campagna in questa stagione. Per cominciare, c'è la strega che ha tentato di avvelenare Kate al Collegio Reale dei Maghi. E c'è anche l'uomo che sembra stia spiando Cecelia (sebbene non stia facendo un lavoro particolarmente buono, per cui quali saranno le sue intenzioni?). E poi c'è Oliver. Da quanto è stato trasformato in un albero non si è preso la briga di informare nessuno su dove si trovi. Evidentemente, la magia è un affare mortale e pericoloso. E le due ragazze potrebbero arrivare a temere per le proprie vite... se solo non si stessero divertendo così tanto!

Recensione

Eccomi di nuovo costretta a parlarvi di un romanzo che ancora non è stato tradotto nella nostra lingua perché, nonostante il discreto successo ottenuto nel mondo anglosassone e considerate le numerose porcherie d'oltreoceano che ci vengono propinate, questo Sorcery and Cecelia non è stato ritenuto degno dei nostri palati raffinati. Eppure negli Stati Uniti quest'opera, originariamente pubblicata nell'ormai lontano 1988, ha goduto dell'onore della ripubblicazione nel 2003, quando le autrici hanno deciso di regalare ben due seguiti alla vicenda, trasformandola in una trilogia.

Preciso che sto parlando di un romanzo puramente d'evasione, non vi state certo perdendo un nuovo Philip Roth, però nel genere si tratta di una pubblicazione originale e divertente, scritta con ingegno e humour, in pieno rispetto dello spirito con cui le autrici hanno concepito l'opera. Sorcery e Cecelia si presenta infatti come un romanzo epistolare ambientato in epoca Regency un po' particolare, in cui la magia è parte integrante del tessuto sociale; un'ambientazione "ibrida" che oggi siamo abituati a vedere in numerosi romanzi ma che era ancora poco sfruttata quando questo libro è stato pubblicato per la prima volta. Le due giovani protagoniste, Kate a Londra per il proprio debutto in società e Cecy relegata nella "noiosa" campagna, si scambiano per lettera concitati resoconti delle rispettive avventure che da subito si dimostrano essere decisamente fuori dall'ordinario, considerando che includono numerosi tentativi di assassinare Kate, fratelli maggiori che inspiegabilmente si trovano trasformati in alberi, importanti stregoni che sembrano avere diversi segreti da nascondere ed altri bizzarri eventi troppo complicati per essere spiegati in poche righe.

La particolarità del romanzo sta nel fatto che è stato scritto a partire da un "letter game": le autrici hanno effettivamente intrattenuto per mesi una corrispondenza fingendosi le due ragazzine, lasciando che la trama si sviluppasse da sola ad ogni scambio di lettera. Questa tecnica ha il pregio di conferire credibilità al romanzo epistolare oltre che quello di lasciar trapelare quanto si siano divertite le autrici nello scriverlo; lo svantaggio sta nel fatto che a volte la trama sembra tendere in due direzioni diverse e che le autrici si siano ritrovate e rincorrersi mettendo qualche pezza qua e là per garantire organicità al racconto.

L'effetto complessivo è comunque piuttosto soddisfacente soprattutto dopo superati i primi capitoli in cui la magia ha poco spazio e le conversazioni tra le due protagoniste ricordano quelle tra le due sorelle minori di Elizabeth Bennett: superficiali, inutili e un po' noiosette. Vale però la pena di resistere per questa prima sezione e aspettare che l'atmosfera si scaldi e i pettegolezzi adolescenziali lascino spazio ad eventi più interessanti come complotti e tentati omicidi in cui la magia ha una grossa parte. Nonostante il clima più leggero, si ha spesso la sensazioni di essere in un romanzo di Jane Austen, non solo per l'ambientazione Regency, ma per la brillantezza dei dialoghi e la vivacità delle protagoniste, coraggiose e intraprendenti, e non manca ovviamente il risvolto sentimentale, sebbene entrambi i pretendenti siano lontani anni luce dall'idea del fidanzato ideale.

In conclusione una piacevole sorpresa che sicuramente consiglio a chi vuole cimentarsi con la lettura in lingua originale.


La trilogia:

  • Sorcery and Cecelia or The Enchanted Chocolate Pot: Being the Correspondence of Two Young Ladies of Quality Regarding Various Magical Scandals in London and the Country (1988, reprinted 2003)
  • The Grand Tour or The Purloined Coronation Regalia: Being a Revelation of Matters of High Confidentiality and Greatest Importance, Including Extracts from the Intimate Diary of a Noblewoman and the Sworn Testimony of a Lady of Quality ( 2004)
  • The Mislaid Magician or Ten Years After: Being the Private Correspondence Between Two Prominent Families Regarding a Scandal Touching the Highest Levels of Government and the Security of the Realm,(2006)

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Sorcery and Cecelia or The Enchanted Chocolate Pot. Being the Correspondence of Two Young Ladies of Quality Regarding Various Magical Scandals in London and the Country
  • Autore: Patricia C. Wrede, Caroline Stevermer
  • Editore: Magic Carpet Books
  • Data di Pubblicazione: 2004
  • ISBN-13:  9780152053000
  • Pagine:336
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 10,00

10 aprile 2012

La gente che sta bene - Federico Baccomo 'Duchesne'

Chiedete a un uomo qualunque il segreto del suo successo. Molto probabilmente vi risponderà: quale successo? Non l’avvocato Giuseppe Ilario Sobreroni. Nessuna crisi, nessuna precarietà per lui, Giuseppe ce l’ha fatta: ha una famiglia ideale, un solido conto in banca, una carriera in ascesa, degli amici a cui farlo sapere. Ma, proprio quando un’intervista in uscita sulla principale rivista di settore e l’invito al più esclusivo dei ricevimenti sono lì a decretare il suo personale trionfo, quel mondo così perfetto mostra tutte le sue crepe e, pezzo dopo pezzo, comincia a franare. Sprezzante e narcisista, Giuseppe non ha intenzione di cedere e rinunciare alla sua fetta di paradiso. A volte, però, tenersi stretto il proprio posto sulla vetta può richiedere molto più di un po’ di ambizione e qualche riga sul curriculum.

In una Milano canicolare, popolata da un’umanità alla ricerca disperata di un modo per stare a galla o quantomeno di un parcheggio vicino al ristorante, Federico Baccomo allestisce una commedia caustica e brillante, per raccontare con spietata ironia il ghigno di un uomo che, pagina dopo pagina, ha sempre meno motivi per ridere.

Recensione

Una volta, se uno voleva una vita piena di emozioni, o si metteva a fare il navigatore, o il bandito, o il crociato. Ma quell’eredità dell’avventura, adesso, è in mano a noi, i liberi professionisti. Il conte di Montecristo, oggi, sarebbe presidente di Unicredit. Che venga allora un nuovo Dumas, venga a scrivere di noi, non ci mancano di certo galera e vendette"

A vedere il presidente di Unicredit, probabilmente il buon Montecristo avrebbe un attacco di convulsioni e sfiderebbe a duello chiunque osasse paragonarlo a un grigio burocrate di banca, ma da un personaggio come Giuseppe Sobreroni non ci si può aspettare di meno.

L'understatement non fa parte in nessun modo del modo di essere di questo protagonista, che arriva diritto dal primo libro di Duchesne, Studio illegale, nel quale svolgeva il ruolo da comprimario del superiore ganassa di un giovane avvocato.

Ma naturalmente uno come il Sobreroni - l'articolo determinativo, con buona pace dello stile bello, è d'obbligo: lasciarlo nell'indeterminato sarebbe fare un torto al suo amor proprio - non si poteva mica accontentare di un ruolo di secondo piano.

Così, come uno spin-off da serie televisiva, l'ipertrofismo del suo ego non può trattenersi dal tracimare in un libro tutto suo, che, come un'esondazione, produce un'alluvione di parole e millanterie. Questo è in effetti La gente che sta bene, il racconto così ben scritto che fila liscio come l'olio, in poche ore, della vita ruggente di un legale di successo, costretto a navigare a vista in una Milano in secca per via della crisi della finanza internazionale.

L'attualità è costantemente in agguato nei luoghi comuni sulla crisi e sulle difficoltà, sulle colpe del sistema e sui meriti degli individui, tutti argomenti di cui, da buon azzeccagarbugli, Sobreroni si riempie la bocca, strepitando o piagnucolando, a seconda della situazione, per scaricare su altri le responsabilità sgradite.

La scelta di utilizzare una narrazione in prima persona, in cui l'unico tempo consentito è il presente della fissità e dell'effimero, trasforma la lettura quasi in un'infinita carrellata in steady-cam sulle orme del protagonista, che lascia un fastidioso senso di irritazione.

Perché 'il' Sobreroni è impossibile non odiarlo, o almeno non guardarlo con profondo fastidio: è una maschera, a tratti assolutamente realistica, costruita a tavolino per essere odiata, è impossibile non provare un forte prurito alle mani di fronte alla totale mancanza di rispetto per l'altro, che si tratti della segretaria o della moglie succube, di fronte allo sfrenato arrivismo privo di ogni dignità, senza considerare alcun aspetto morale, di fronte alla volgarità del suo senso del successo, tipico di ogni parvenu colto da esibizionismi narcisisti.

Anzi risulta così odioso che sembra quasi esagerato nei suoi eccessi, quasi oltre la credibilità reale, sempre sul punto di sbracare nella caricatura di se stesso. Almeno fino a quando l'escalation dell'arroganza e il parossismo dell'ego si scontrano frontalmente con la banalità del reale, fatto di fango, sangue e carne sofferente.

Non appena un granello di sabbia blocca gli ingranaggi perfettamente programmati della vita pensata dal Sobreroni viene meno qualsiasi volontà di reagire: di fronte alla mancanza di una via di fuga cade ogni maschera e quello che rimane è un vuoto desolato di idee, valori e prospettive.

Giudizio:

+4stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: La gente che sta bene
  • Autore: Federico Baccomo "Duchesne"
  • Editore: Marsilio
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • Collana: -
  • ISBN-13: 9788831732147
  • Pagine: 213
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 17,50

9 aprile 2012

Underground Bazar - Ron Leshem

Le avventure e i drammi di uno studente della provincia iraniana, Kami Sahil, nella capitale Tehran, narrate da un giovane scrittore israeliano che, al secondo romanzo, conferma il proprio indubbio valore.






Recensione

Nel mondo multiforme della letteratura israeliana mi piace pensare Ron Leshem come lo scrittore delle imprese impossibili, capace di immedesimarsi totalmente nell'Altro, a cominciare da chi veste lo scomodo abito del Nemico.

Il suo primo romanzo -Beaufort Im Yesh Gan Eden (Beaufort. Se esiste il Paradiso)-, pluripremiato, uscito in Italia nell'ottobre 2007 col titolo Tredici soldati (ed. Rizzoli ), era ambientato in Libano. Underground Bazar si svolge nel Paese avversario di Israele per eccellenza, l'Iran dei mullah, di Khamenei, di Ahmadinejad. Ma non solo. Suscita sempre una certa curiosità conoscere la genesi di un'opera, quali motivazioni abbiano indotto un Autore a narrare quella storia, a preferire quei personaggi e quell'ambiente. Nel nostro caso siamo di fronte ad un romanzo nato grazie a... Facebook: tramite il social network Ron è entrato in contatto con alcuni coetanei iraniani, scoprendo così una realtà per lui sconosciuta. Ben presto i nuovi amici hanno cominciato a inviargli messaggi, filmati, a raccontargli di feste, tradizioni, ad insegnargli il gergo dei giovani, a esporgli le tremende regole religiose che imprigionano la gente comune... Con due di loro, poi, è nato un rapporto più stretto, tanto che successivamente, è riuscito a incontrarli -clandestinamente- di persona all'estero. Leshem li considera coautori del romanzo, sono stati loro a scegliere i nomi dei protagonisti. Forse si tratta di un escamotage per introdurre il lettore in un mondo all'opposto di Israele quanto a sistema politico,  condizioni di vita e modalità di rapportarsi alla situazione internazionale, ma piuttosto somigliante per quanto riguarda la sensibilità delle persone. O magari è andata davvero come Ron ci ha spiegato; poco importa, alla fine. Egli confessa: "La scrittura mi offre l'occasione di evadere verso esperienze che ho mancato e, alla fine, mi chiedo: come sarebbe stata la mia vita nei loro panni?... Per questo ho descritto i miei amici iraniani scesi in piazza per le elezioni del giugno 2009 pensando a me stesso". Ne è nato un racconto originale, ricco di spunti, di contrasti, contraddizioni, situazioni imprevedibili, di colori. E buio.

Non racconterò la drammatica trama, per lasciare a chi legge il piacere della scoperta. La narrazione è coinvolgente, con una notevole capacità di giocare tra i diversi caratteri; lo stile è svelto, vibrante, ironico -pure quando la situazione è tragica, o almeno drammatica: non ti annoi mai. E quando pare che un simile rischio si profili all'orizzonte, la cifra espressiva cambia, a favore del thriller, del mistero, delle mille domande.

E affiorano, qua e là, spunti istruttivi di storia iraniana, o persiana, se preferite. Un libro crudo, talora surreale, giovane, che può essere compreso e vissuto con identica partecipazione da persone mature. Fai fatica a staccarti dalla lettura, perché ti invita a continuare, pagina dopo pagina, e a non fermarti.

Un atto di accusa, va da sé, non tanto e non solo contro l'Iran -e man che mai contro il suo popolo- ma contro tutti i regimi totalitari, stupidi, ma potenti perché cultori della morte. Un atto d'amore verso l'antichissimo popolo persiano, dal quale la nostra civiltà trae origine, il quale (non si può fare a meno di pensarlo)potrebbe dare un rilevante contributo di idee e spiritualità al mondo qualora fosse libero da una dittatura feroce che l'opprime da troppo tempo.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Underground Bazar
  • Titolo originale: Méguillat zkhuyot hayaréa'h
  • Autore: Ron Leshem 
  • Traduttore: Cinzia Bigliosi
  • Editore: Casa Editrice Cargo
  • Data di Pubblicazione: Marzo 2012
  • Collana: Narratori di Cargo
  • ISBN-13: 978-88-6005-050-2
  • Pagine: 384
  • Formato e Prezzo: Brossura - Euro 20,00
   

5 aprile 2012

Dal libro ai fumetti: L'ombra dello scorpione

Capitan Trips, questo il nome di una nuova arma batteriologica, un virus mortale in grado di mutare illimitatamente per uccidere, nel 99,4% dei casi, l’organismo ospite. Questo il nome della fine del mondo: sfuggito al controllo militare, il virus trova la sua strada per condurre la popolazione umana fin quasi all’estinzione. E potrebbe trattarsi del solito romanzo postapocalittico, se i sopravvissuti non venissero invischiati nell’estrema, manichea battaglia tra Bene e Male, e se il tema non offrisse a Stephen King lo spunto per una profonda riflessione: può la razza umana imparare dai propri errori?

Ancora una volta, l’articolo che vi presento concerne l’adattamento di un romanzo di Stephen King, uno dei più noti e –ne sono convinta- dei più riusciti: L’ombra dello scorpione (The Stand). E, ancora una volta, il media di arrivo è il fumetto, forma d’arte (superfluo specificarlo) di vastissima diffusione oltreoceano.

Come la serie tratta dalla saga della Torre Nera, anche l’adattamento in questione (basato sulla versione del romanzo del 1990) è strutturato in archi narrativi. La pubblicazione è conclusa, e consta di trentuno volumetti originali Marvel Comics raccolti in sei volumi, di cui solo tre attualmente tradotti e pubblicati in Italia dalla Bompiani, che è anche lo storico editore dell’omonimo romanzo.

L’opera derivata è estremamente fedele, e, se si esclude una certa fissità nelle espressioni e nei movimenti, può vantare un buon livello di disegni e colorazioni, nonché un ottimo character design: troviamo Mike Perkins alle matite, Laura Martin ai colori. L’accurata aderenza della storia, supervisionata da Stephen King in persona, è assicurata dallo sceneggiatore Roberto Aguirre-Sacasa.


Contrariamente alle serie a fumetti tratte dalla Torre Nera, in Italia la pubblicazione in volume non è stata preceduta da quella dei volumetti sciolti. Il primo, Captain Trips, pubblicato nel 2009 in patria e nel 2010 nel nostro paese, contiene grossomodo i primi ventotto capitoli del romanzo, dall'introduzione con la fuga del virus dalla base militare fino alla completa diffusione del contagio. Entrano in scena i primi protagonisti: Stu, Frannie, Larry, Nick, Lloyd, Harold, e naturalmente Randall Flagg.
Arricchita da schizzi e illustrazioni finali, l'edizione italiana (brossurata) consta di 160 pagine al costo di 14,90 Euro.


Il secondo volume, pubblicato nel 2009 in patria e nel 2011 in Italia, s'intitola Incubi americani, e riadatta grossomodo i capitoli 29-42 del romanzo, ossia conclude il Libro Primo. I sopravvissuti protagonisti iniziano a riunirsi e a ricevere in sogno l'invito di Mother Abigail; entrano in scena Bruciabidoni ("Pattume" nella versione cartacea) e Glenn.
Arricchita da schizzi e illustrazioni finali, l'edizione italiana (brossurata) consta di 144 pagine al prezzo di 14,90 Euro.

I sopravvissuti (2010) è l'ultimo volume attualmente pubblicato in Italia nel 2011, e riadatta grossomodo i capitoli 43-46. Alcuni dei sopravvissuti raggiungono Mother Abagail in Kansas.
Arricchita da schizzi e illustrazioni finali, l'edizione italiana (brossurata) consta di 136 pagine al prezzo di 18,00 Euro. Avete letto proprio bene: in pochi mesi è avvenuta un'indecente impennata sul prezzo nonostante il numero originale di pagine sia sceso ancora.


Al momento non si conosce la data di uscita della versione italiana del quarto volume. Ecco gli altri tre volumi americani che compongono la graphic novel:

  • Hardcases, uscito nel marzo 2011;
  • No Man's Land, nell'agosto 2011;
  • The Night Has Come, nel febbraio 2012, conclude la storia.



Si tratta di un'opera perfettamente fruibile (e con piacere) anche da chi non ha letto il romanzo. Inevitabilmente, qualcosa dell'epica versione cartacea viene a perdersi; ma volendo considerare la graphic novel come un prodotto a sé, è sicuramente consigliata, e nonostante il prezzo decisamente esoso della versione italiana la qualità è alta.

4 aprile 2012

Amailija - Romina Casagrande

Anno 1342. Il patriarca di Aquileia lancia un terribile anatema su tutte le terre di Margareth, ultima Signora del Tirolo. Calamità e sciagure sconvolgono il paese e sollevano l’odio del popolo contro di lei, chiamata da tutti strega. Ma cosa si nasconde davvero dietro la maledizione della principessa triste, di cui nessuno conosce il volto? E soprattutto cosa la lega, quasi sette secoli più tardi, al destino di Alice, guida giovane e inesperta nel suo antico castello? Anno 2010. Merano. Un apparente colpo di fortuna porta Alice a diventare una guida estiva per Castel Grafenstein, dove l’attende una presenza misteriosa, che visiterà i suoi sogni e cercherà di cambiare il suo destino. Tra passato e presente, scomuniche papali, cupe superstizioni e talismani Alice dovrà fare una scelta. La propria vita o un amore eterno ma impossibile?

Recensione

Era una piccola medaglia dai bordi lucidi. Me la porse, con il braccio teso e il viso serio. “La chiamano amailija, una specie di amuleto, di talismano portafortuna.”

Il talismano. Come quello che Alice ha ricevuto in dono dal nonno anni prima e che all'improvviso sembra esser diventato qualcosa di più di un semplice ciondolo. Attraverso di esso le esistenze di due giovani donne vissute a 700 anni di distanza si intrecciano in una danza dapprima ammaliante ma che ben presto si rivela, per Alice, mortale.

Amailija comincia come una fiaba, con tanto di castello, Castel Grafenstein, dove la nostra moderna Cenerentola lavora come guida turistica, e di principe, o meglio conte in questo caso, l'affascinante Patrick che un bel giorno compare dal nulla per portare in salvo la damigella in difficoltà. Bastano pochi capitoli, tuttavia, perché la fiaba si tinga di tonalità più cupe fino ad assumere i contorni di un horror, man mano che la tragica storia di Margareth, signora di Castel Grafenstein alcuni secoli prima, emerge con prepotenza sempre maggiore dal passato per insinuarsi nelle pieghe della vita di Alice con conseguenze imprevedibili. Nel mezzo, i tarocchi e la tradizione della cultura Rom, con i suoi misteri e le sue mille ambiguità. Sono proprio i tarocchi a dettare il ritmo ed il contenuto del romanzo, i cui capitoli vengono simbolicamente introdotti da una carta diversa; uno stratagemma narrativo molto ben riuscito che arricchisce l'originalità del racconto, così come ben riuscito è l'avvicendamento dei tempi tra presente e passato, che in principio si alternano osservandosi a distanza e poi si fondono in un unico flusso.

Lo stile dell'autrice è semplice ma allo stesso tempo elegante e curato e si accompagna ad un certo intuito nell'evocare atmosfere aiutandosi con location ed eventi atmosferici opportuni, anche se a volte manca la capacità di suscitare un vero senso di inquietudine e tensione nelle parti più drammatiche della trama, soprattutto nella sezione centrale del romanzo. Anche la trama presenta qualche incongruenza, in particolar modo quando si tratta delle reazioni sempre un po' inverosimilmente pacate di Alice agli eventi drammatici in cui è coinvolta, e dell'improvviso allontanamento di Patrick che non viene chiarito in modo del tutto convincente. E' proprio Patrick uno dei personaggi più deboli: per quanto affascinante non può fare a meno di apparire un po' stereotipato, così come forzate appaiono le figure dei nonni "hippie" Daniel e Rose, i cui canzonatori battibecchi ricadono un po' nel cliché dei vecchietti simpatici. Migliore impressione lasciano la sorella di Alice, Vera, e il migliore amico Matt, anche se la palma di personaggio più interessante spetta sicuramente alla maga Tala, confidente e amica della giovane Margareth, il cui ruolo nella vicenda si evolve in tutta la sua complessità man mano che il racconto procede. Al di là dei difetti che ho evidenziato, comunque, non posso che dirmi soddisfatta della lettura di Amailija, che ho effettivamente divorato in pochi giorni, complice una storia affascinante raccontata con originalità; Romina Casagrande dimostra di avere fantasia e cultura, qualità  che si combinano discretamente in questo suo romanzo romanzo d'esordio.

Giudizio:

+3stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Amailija
  • Autore: Romina Casagrande
  • Editore: Anguana edizioni
  • Data di Pubblicazione: 2011
  • ISBN-13: 9788873718161
  • Pagine: 280
  • Formato - Prezzo: Brossura - Euro 18,00

Bram Stoker's Dracula - Stefano Leonforte

Il conte Dracula è probabilmente il mito dell'orrore più sfruttato del cinema, in un'alternanza di registi e di attori che lo hanno interpretato, a partire da Bela Lugosi a Christopher Lee, fino a Leslie Nielsen nella versione parodiata di Mel Brooks.

Con la sua versione del 1992 Francis Ford Coppola, dando vita a un caleidoscopio di colori e di immagini di raro impatto, è stato tra i pochi a trasporre su pellicola la struttura formale del romanzo di Bram Stoker, pur allontanandosene nello spirito ergendo una passionale love story a protagonista della vicenda.

Questo libro ne ripercorre il difficile quanto curioso percorso tra incomprensioni, difficoltà produttive, tagli di budget, paure, iniziali insuccessi e gloria finale.

Recensione

"Il vampiro arriva e ti dice: ti ucciderò e ti piacerà. e non solo: ne vorrai ancora..."
(James V. Hart, 'Bram Stoker's Dracula' original screenplay)

Nel suo genere il saggio di critica cinematografica sulla versione di Dracula creata dal genio di Francis Ford Coppola è un piccolo gioiello. Editare l'adattamento, già fatto dalle pagine del libro di Stoker per la pellicola, trasformando di nuovo le immagini in un contenuto adatto alla carta stampata, non è facile, ma l'autore ci riesce in modo compiuto, con uno stile elegante e sobrio, un'esposizione scorrevole e approfondita, senza cadere nella pedanteria e riportando con fedeltà dati, riferimenti e citazioni, letterarie e cinematografiche.

Dopo una succinta ma pregevole introduzione sulla genesi del mito del vampiro e un riassunto delle puntate precedenti con le varie versioni cinematografiche sul tema, a partire dal Nosferatu di Murnau, l'autore segue tutte le fasi di preparazione del progetto.

Dagli aneddoti sul casting, alle varie fasi della redazione della sceneggiatura - l'asse portante e novità del progetto -, alle trattative con la major hollywoodiana sulla scelta dei collaboratori - in particolare per l'impronta data dai costumi con Eiko Ishioka e alle scenografie con Dante Ferretti, per quanto quest'ultimo venga poi sostituito prima del via -, alle prove nella villa del regista a Napa Valley non manca nulla per ricostruire l'importanza di Dracula per Coppola.

Dopo una serie altalenante di successi e fallimenti il cineasta aveva assoluto bisogno di un blockbuster; d'altra parte la produzione era sospettosa e timorosa nei confronti del regista per i suoi difficili precedenti. Dopo questi retroscena, uniti alla volontà di fare qualcosa di nuovo del conte transilvano per giustificare il ritorno su un tema su cui già molto s'era detto sul grande schermo - e i giorni di Twilight ancora lontani dicono che siamo ancora ben lungi dall'aver detto tutto sui vampiri -, si parte con una dettagliata analisi del film.

Leonforte smonta praticamente ogni fotogramma e ogni aspetto del film, rivelando come il proposito del regista di riportare la storia di Dracula al suo script originale, ovvero il romanzo di Bram Stoker, si traduca di fatto in alcune importanti novità: il fulcro dell'attenzione si sposta sul rapporto tra Dracula e Mina che diventa una forma di sublimazione dell'amore stesso e della sua forza dirompente, attraverso i secoli, le distanze geografiche e le convenzioni sociali.

Amore fa rima con orrore, ma l'analisi contenuta in questo saggio rende difficile includere il film di Coppola nello stesso gruppo di Shining, Profondo Rosso e La Casa; Coppola va oltre e fonde insieme tre elementi diversi: la storia d'amore, l'aspetto horror e la forza metonimica del cinema come forma d'arte.

Così il regista riesce davvero a realizzare un capolavoro non di genere ma assoluto e a creare un nuovo immaginario legato al conte vampiro: dai costumi in stile kabuki con il caffetano rosso e la parrucca ritorta a quelli da elegante damerino londinese e all'abito da sposa di Lucy, che richiama un clamidosauro, dalle continue citazioni di classici dell'orrore e di genere vampirico all'uso di scenografie semplici ma dai risultati barocchi come il labirinto dei Westenra o il castello nei Carpazi, dalle movenze artefatte delle spose di Dracula, simili a insetti nella scena in cui seducono il povero Jonathan Harker, alla colonna sonora impastata di citazioni bibliche, bisbigli terrificanti e urla d'angoscia, il film di Coppola assurge alla condizione sublime di pastiche postmoderno di generi, stili e temi, meravigliosamente dosati dalla mano esperta del regista e dei suoi collaboratori, e di summa delle possibilità espressive del mezzo cinematografico, non priva però di uno slancio verso il futuro.

Di tutto questo, senza affastellare l'esposizione con ragionamenti troppo arzigogolati o con menate ermeneutiche, l'autore rende conto aggiungendo a dati, interviste extra e curiosità una critica puntuale, che dà degli spunti essenziali per comprendere il film in profondità.

Tutto questo, ovviamente, vale per chi considera Bram Stoker's Dracula quel capolavoro che è: chi non lo conosce o - come a torto fa parte della critica cinematografica - lo snobba, beh, non sa quanto si perde!

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Bram Stoker's Dracula. Il conte vampiro secondo Francis Ford Coppola
  • Autore: Stefano Leonforte
  • Editore: Un Mondo A parte
  • Data di Pubblicazione: 2010
  • Collana: Quaderni di sangue
  • ISBN-13: 9788889481257
  • Pagine: 250
  • Formato - Prezzo: Paperback - 23,00 Euro

3 aprile 2012

Elegance - Kathleen Tessaro

È la storia di Louise, una donna ancora giovane, la cui vita sembra andare in pezzi: svanito il sogno di fare l'attrice, si ritrova cassiera in un teatro. Il matrimonio con un attore è ormai in crisi da tempo. Anche la suocera, una ex modella molto glamour, ancora bellissima, contribuisce a far sentire Louise sempre più tagliata fuori. Fino a che, un giorno, rovistando in una delle librerie di Charing Cross, troverà un prezioso grigio libriccino, un trattato di eleganza degli anni '60. Louise comincia a leggerlo e già dalle prime pagine una voce sembra sussurrarle qualcosa: partire dall'eleganza per far fronte ai suoi problemi e riacquistare la fiducia in se stessa.

Diario di lettura di Pythia

Non si può giudicare un libro dalla copertina, ma si possono capire un sacco di cose su una persona dalle sue scarpe.

Quando il marketing fa il suo lavoro: assidua frequentatrice e acquirente della mia libreria di fiducia, nell'estate del 2003 mi sono ritrovata un'immagine ricorrente, tra borsette e poster promozionali, ovvero quella della (elegantissima) copertina di Elegance, di Kathleen Tessaro. All'ennesimo giro in libreria, il romanzo è finito tra i miei acquisti e devo dire che mai avrei pensato mi sarebbe piaciuto così tanto.

Era un libro sottile, grigio, intitolato Elegance. Era sepolto tra un grosso volume ovviamente intonso sulla storia della monarchia francese e una consunta edizione tascabile di Donne in amore di D.H. Lawrence. Più alto e sottile degli altri libri sullo scaffale, si ergeva con sprezzante autorità; le lettere goffrate del titolo scintillavano contro la copertina di satin argenteo come una moneta d’oro lucente sul fondo di un ruscello.

Come la protagonista trova la sua bibbia e la sua guida in un vecchio Guida all'eleganza scritto da madame Geneviève Dariaux - libro realmente pubblicato e ristampato di recente - così io mi sono ritrovata più e più volte a rileggere questo Elegance, cercandovi svago, riflessione, conforto. Nonostante sia una prima edizione, è una brossura che fin dalla prima lettura ha mostrato la sua fragilità. (Mi sono sentita presa in giro nel trovare l'edizione economica in copertina rigida, rilegata con tutti i sacri crismi.) Da buona restauratrice, non mi sono fatta spaventare dalle pagine cadute, una mano di colla vinilica, una mezza giornata di pressa, e il libro è come nuovo, meglio di quando è uscito dalla tipografia - eccetto pagina 95, che nonostante superattak e simili non vuole saperne di stare a posto.

Che senso ha fare tutti questi sforzi se alla fine continuo a non essere bella e il nomignolo più lusinghiero che mio marito riesce a trovare è Salsiccia?

Come Louise, anch'io attraversavo un momento di crisi sentimentale e personale: non era un matrimonio sull'orlo del naufragio, ma quando il cuore fa male, fa male e basta. Mi sentivo presa in giro, nel più vile dei modi, e anche Louise, a modo suo, lo è: in una sorta di transfert, mi sono trovata a pensare che anche il mio ex avesse lo stesso problema di fondo del marito innominato di Louise e, strano ma vero, ho cominciato a farmene una ragione e a voltare pagina. Allo stesso tempo ho cominciato a prestare più attenzione a me stessa, perché come possono gli altri vedermi se io per prima non mi considero? Le chicche di madame Dariaux hanno ispirato più volte anche me nella scelta degli abiti, ma ammetto di non essere mai riuscita a rinunciare alla comodità che lei aborriva in nome dell'eleganza.

Quando il comfort diventa un fine, è il Nemico Pubblico Numero Uno dell'eleganza.

Tendo a considerare i romanzi come vecchi amici, quelli che magari non vedi per tanto tempo e quando ti ritrovi è come se non fosse passato più di un giorno dall'ultimo incontro. Persone con le quali ti senti a casa ma che comunque riescono sempre a sorprenderti. Per questo mi piace rileggere più e più volte i miei preferiti, è come ritrovare uno di questi amici - ben noti eppure diversi, perché non ci si bagna due volte nello stesso fiume.

[Colin] è un'ex 'divina' del West End; faceva il ballerino in Cats finché un problema al tendine non ha concluso per sempre i suoi giorni in tutina elastica.

Colin è purtroppo una figura che nella mia vita non c'è, ma quanto mi sarebbe piaciuto conoscerlo! Con il suo tè nero espresso, i suoi avanzi di supermercato scontati, la sua casa sempre aperta per dare asilo agli amici in difficoltà. Lo immagino come una persona solare, di quelle che quando entrano in una stanza fanno voltare tutti verso di sé, diventando immediatamente il centro dell'attenzione.

[Ria] è il capo serio. Un classico. Una vera amica, modello dolcevita nero di cachemire.

Soffiatrice di vetro e direttrice di una galleria d'arte, Ria è la donna che mi sarebbe piaciuto essere, almeno per un po'. Elegante e composta, ostenta una sicurezza che in fondo non ha, per nascondere la sua deliziosa fragilità. È diventata la mia eroina nell'episodio del salvataggio del Ritz: Louise ha un appuntamento galante e per fare colpo esagera in tutto, dalla minigonna ai capelli, al trucco. Ria corre in suo aiuto, come un cavaliere in soccorso della damigella in pericolo, e Louise ne esce trasformata, da quasi-squillo a donna algida e superiore.

Mi volto e mi trovo davanti a una donna minuscola, più vecchia di me, elegante.

Lei sì che posso dire di averla conosciuta: lady Castle, ovvero la mia professoressa di matematica del liceo. Bassa e rotonda, mai l'ho vista vestita meno che con gran classe - peccato che in mezzo ad adolescenti in crisi ormonale fosse sprecata. I suoi cappelli mi sono rimasti impressi come il suo sorriso e il mio rammarico è di non averla capita quando avrei potuto prenderne ispirazione. Ammetto che forse è anche merito di Elegance se sono arrivata ad apprezzare i suoi cappelli, così chic eppure così incompresi.

Ho trentatré anni.

La prima volta che ho letto Elegance ne avevo venticinque. Louise mi sembrava così lontanamente vecchia, così vissuta, così adulta, e tale è rimasta fino ad oggi: romanzo alla mano, lo sfoglio per cercare le citazioni da inserire qui e mi imbatto in questo numero. "Ho trentatré anni": anch'io, Louise, anch'io. Un attimo di panico mi assale, allora anch'io sono vecchia e vissuta e adulta e prossima al capolinea? O forse così è come si sente Louise, come io l'ho percepita attraverso le sue parole? È la sua verità, ma non è la verità. Sicuramente quando rileggerò la prossima volta Elegance sarà con occhi ben diversi: non più quelli di una ragazza che si sente giovane nei confronti di una donna che ha vissuto tanto, ma quelli di una coetanea che ha vissuto altrettanto. Non sarà più la storia di una "più grande", ma una strada che anch'io avrei potuto percorrere. Non sarà più un mondo lontano, anzi le distanze si accorceranno.

[...] è nei momenti in cui ci dimentichiamo completamente di noi stesse che raggiungiamo la vetta della nostra bellezza.

Giudizio:

+5stelle+

Dettagli del libro

  • Titolo: Elegance
  • Titolo originale: Elegance
  • Autore: Kathleen Tessaro
  • Traduttore: B. Masini
  • Editore: Salani
  • Data di Pubblicazione: 2003
  • Collana: Femminili
  • ISBN-13: 9788884512529
  • Pagine: 317
  • Formato - Prezzo: Brossura - 14.50 Euro

1 aprile 2012

La vetrina degli incipit - Marzo 2012

L'incipit in un libro è tutto. In pochi capoversi l'autore cattura l'attenzione del lettore e lo risucchia nel vortice della storia. Oppure con poche banali parole lo perde per sempre...
Quanti libri, magari meritevoli, giacciono abbandonati dopo poche righe sui comodini di ogni lettore? E quanti altri invece sono stati divorati in poche ore perché già dalle prime righe non siamo più riusciti a staccare gli occhi dalle pagine? Anche questo mese vogliamo condividere con voi gli incipit dei libri che stiamo leggendo, perché alcuni di voi possano trarre ispirazione per le loro future letture e perché altri possano di nuovo perdersi nel ricordo di personaggi e atmosfere che già una volta li avevano rapiti...






***

«Voglio essere cremata, le mie ceneri mischiate alla polvere da sparo di un fuoco d’artificio e sparate in cielo sulle note
di My way di Sid Vicious, così che amici e colleghi, ormai imbottiti d’alcol come gli stoppini di una molotov, esclamino
estasiati: “Alexandra Zahradnik ha fatto il botto”.

Sollevò la visiera del casco e guardò a destra e sinistra, niente, tutto bloccato persino per le dimensioni ridotte dell’insetto di ferro, plastica e ruggine cinese che lei chiamava pomposamente “il mio scooter”. Le auto avevano formato un serpentone scorreggiante gas, mentre il marciapiede era stato invaso dal gregge di turisti risputati dal Castello.
Soffiando dalle narici ricontrollò l’ora: splendido, era in ritardo, Gazi ne sarebbe stato entusiasta. E non era una questione meramente formale, mandar giù la sua roba da fredda era come spararsi nelle budella.
Mentre ingannava l’attesa esaminando le facciate liberty dei palazzi della Nerudova si chiese quale perversione potesse spingere uno di quel quartiere a servirsi del “Re del kebab”. Scosse la testa valutando la possibilità di invadere il marciapiede e falciare una comitiva di americani grassocci, così forse avrebbe scacciato il senso d’apprensione che da un’ora le ballava nello stomaco. Niente di meglio di una strage di yankees per curare i brutti presentimenti.
A distarla dalle fantasie di sterminio arrivò una folata di vento con due gocce di pioggia gelata. Roteò gli occhi, il cielo appariva gonfio e minaccioso, di un nero che virava al rosso minerale.
Manca solo che nevichi.
»
Apocalypse Kebab, di J. Tangerine - Pythia

«Capitolo Primo

Che cosa ci tocca vedere!
29-30 giugno

Nelle prime ore di venerdì 29 giugno 1860 Samuel e Mary Kent dormivano al primo piano di Road Hill House, una villa georgiana disposta su tre livelli che dominava il paesino di Road, a otto chilometri da Trowbridge. I coniugi giacevano nel loro letto a baldacchino di mogano, fabbricato in
Spagna, in una camera tappezzata di damasco scarlatto. L’uomo aveva cinquantanove anni la donna quaranta, ed era incinta di otto mesi. La figlia maggiore Mary Amelia, di cinque anni, dormiva nella stessa camera. A pochi metri, dietro la porta della stanza dei bimbi, si trovavano gli altri due figli e la bambinaia: Saville (tre anni) ed Eveline (venti mesi) dormivano in culle di vimini, mentre alla signorina Elizabeth Gough (ventiduenne) era riservato un letto decorato alla francese.
Al secondo piano dormivano due altri servitori fissi, Sarah Cox (ventidue anni), la domestica, e Sarah Kerslake (ventitre), la cuoca, che dividevano lo stesso letto in un’unica stanza; lì stavano anche i quattro figli che Samuel aveva avuto da un precedente matrimonio: Mary Ann (ventinove anni), Elizabeth (ventotto), Constance (sedici) e William (quattordici). Le prime due dormivano insieme, gli altri invece avevano ciascuno la propria stanza.
»
Omicidio a Road Hill House, di Kate Summerscale - Vittoria A.

«Era tardi, quando rincasai.
"Ciao, Aliza, sono io... Allora... richiamami".
Il messaggio sulla  segreteria mi fece sobbalzare. Nella voce di Dorit avevo riconosciuto il tono riservato alle cattive notizie.
"Domani vado a un funerale" annunciai a mio marito.
"Perché, chi è morto?" mi chiese.
"Non lo so" risposi.
"Tu e le tue amiche" disse sorridendo con affettuosa ironia.
Il giorno successivo, aprendo il giornale, trovai la risposta nella pagina dei necrologi: Fayghe Friman, la zia di Dorit, l'indimenticabile maestra dell'asilo, ci aveva lasciati.
»
Salta, corri, canta!, di Lizzie Doron - Mara

«Una bacchetta di rame brunito, tenuta ferma da un morsetto da laboratorio, spuntava dall’angolo della scrivania a zampa di leone, rivestita del migliore marocchino. Alta una cinquantina di centimetri, la bacchetta terminava con un giunto cardanico che consentiva piena libertà di movimento a una seconda estensione, per descrivere una sfera quasi completa. Una terza bacchetta, accoppiata alle altre due da un secondo giunto, finiva con una sagomatura foggiata in maniera da adattarsi a all’impugnatura di uno scrittore: quattro solchi per le dita e un incavo per il pollice. Dalla sagoma spuntava il pennino di una penna stilografica.
Lampeggiando e sibilando, le lampade a gas dello studio, confortevole, isolato e decorato di quadri, baluginavano su tutto il marchingegno, a cui conferivano una guizzante luminescenza color burro. Dietro i ricchi tendaggi che adornavano le larghe finestre dello studio, era percepibile una traccia della nebbia londinese, carica di colera, spesse volute turbinanti e vorticanti come complotti bizantini.
Il triste, solitario scalpitare della pariglia di cavalli che trainava l’ultimissimo omnibus della linea di Wimbledon, Merton e Tooting penetrò soffocato nello studio, rinforzando il piacevole senso di isolamento dal mondo.
»
La trilogia Steampunk, di Paul Di Filippo - Tancredi

«È una messinscena, pensò il professor Belisario, mentre i paesani si affollavano all’imbocco del vialetto della scuola elementare.
Arrivavano di corsa da ogni angolo di Santerio, pallidi, con il respiro corto. Scorgevano il corpo del prete in mezzo all’erba e si nascondevano il volto dietro le mani. Belisario sentiva il rumore di tacchi sull’asfalto aumentare con il trascorrere dei minuti, sommarsi all’incessante frinire di cicale.
I rappresentanti dello Stato, invece, erano giunti da Lizzano e da Potenza: figure in tuta bianca con la scritta ‘Polizia scientifica’ a caratteri scuri sulla schiena, che brulicavano all’interno di un’area transennata. In quel pezzo di giardino don Pietro Miraglia era già al di fuori di Santerio, competenza di un’autorità che non riguardava più la gente comune.L’idea della messinscena era nata nell’istante in cui Belisario aveva intravisto il cadavere fra le ortiche del giardino della scuola, nella vampa precoce delle nove. Sembrava una nuova forma di misticismo, degna di quell’eccentrico parroco. Una specie di penitenza. O una rimostranza, perché in quel posto c’erano troppe ortiche per un giardino bazzicato da scolaretti; Belisario ne avvertiva l’odore a dieci metri di distanza e gli veniva da pensare ai preparati alle erbe di sua cognata Elena.
»
Ultimi 40 secondi della storia del mondo, di Stefano Santarsiere - Daniele

«In principio
Era una bella giornata.
Tutte le giornate erano state belle. Questa era la settima, e la pioggia non era ancora stata creata. Ma le nubi ammassate a est dell’Eden erano un chiaro presagio del primo temporale, che sarebbe stato uno di quelli potenti.
L’angelo della Porta d’Oriente si coprì la testa con le ali per ripararsi dalle prime gocce.
«Scusa» disse educato. «Cosa stavi dicendo?»

«
Dicevo, questo è stato proprio un bel fiasco» rispose il serpente.
«Oh. Sì» disse l’angelo, che si chiamava Azraphel.
«A essere sinceri, secondo me è stata una reazione un po’ esagerata» disse il serpente. «Cioè, non avevano precedenti o cose del genere. E comunque non capisco cosa ci sia di sbagliato nel conoscere la differenza tra il bene e il male.»
«Dev’essere per forza sbagliato» ribatté Azraphel, con il tono un po’ turbato di chi è altrettanto incapace di capire, e se ne preoccupa, «in caso contrario non avrebbero coinvolto proprio te.»
«A me hanno detto solo: “Sali e combina qualche casino”» fece il serpente, che si chiamava Crawly, benché intendesse cambiare nome. Crawly, aveva deciso, non gli si addiceva più.
«Sì, ma tu sei un demone. Non sono sicuro che tu sia in grado di fare del bene» disse Azraphel. «È la tua... come dire... natura. Niente di personale, sia chiaro.»
«Però devi ammettere che ha l’aria di una farsa» affermò Crawly. «Voglio dire, indicare l’Albero e scriverci sopra NON toccare a caratteri cubitali: non è molto scaltro, no? insomma, perché non piazzarlo sulla cima di una montagna altissima o in un posto fuori mano? Viene da chiedersi quale sia il Suo vero piano.»
«Guarda, è meglio non fare troppe ipotesi» disse Azraphel. «Quello che ripeto sempre è che non si può giudicare l’ineffabile con il senno di poi. C’è ciò che è Giusto, e ciò che è Sbagliato. Se fai qualcosa di Sbagliato quando ti si chiede di fare ciò che è Giusto, meriti una punizione. Voglio dire.»
»
Buona apocalisse a tutti!, di Terry Pratchett e Neil Gaiman - Sakura

«La maga fece scivolare il mazzo sull’erba, srotolando piano il fazzoletto di velluto, nero, come voleva la tradizione, per impedire che altre energie inquinassero il potere delle lame.
“Il gioco della croce greca, mia signora, è quello che fa al caso vostro.”
La ragazza seduta di fronte a lei sorrise. I suoi occhi verdi brillavano di eccitazione, mentre una brezza tiepida le carezzava i capelli.
“Cinque lame, l’ultima sarà indicata dalle precedenti quattro, attraverso la somma dei loro numeri. Vediamo se ci diranno ciò che volete sapere… Vediamo come potrete liberarvi.”
La ragazza la guardò divertita. La maga, ancora una volta, aveva letto nei suoi pensieri.
“La prima lama, la Temperanza. È una guardiana. Qualcuno tiene a voi, mia signora. Qualcuno che visita i vostri sogni e protegge i vostri passi. Ovunque andrete, lui sarà con voi. Non avete ancora indovinato il suo nome?"
»
Amailija, di Romina Casagrande - Valetta

«E allora oggi è sabato 18 marzo e sono seduto nel bar strapieno di gente dell'aeroporto di Fort Lauderdale, e dal momento in cui sono sceso dalla nave da crociera al momento in cui salirò sull'aereo per Chicago devono passare quattro ore che sto cercando di far passare facendo il punto su quella specie di puzzle ipnotico-sensoriale di tutte le cose che ho visto, sentito e fatto per il reportage che mi hanno commissionato. Ho visto spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo. Ho visto abiti eleganti, interamente rossi e svasati. Ho sentito il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato "Mister" in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l'Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d'America che ero abituata a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga»
Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace - Morwen

«...c'era una volta in un paese lontano, al di là dei mari e dei monti, un re ricco e potente di nome Babatunde. re Babatunde era un sovrano dispotico, viziato e senza cuore. passava la giornata tra floridi banchetti e feste interminabili, accumulava ricchezze e non si curava dei suoi sudditi..." ma tu lo sai che tuo papà è più ricco del re?»
La gente che sta bene, di Federico Baccomo "Duchesne" - Polyfilo

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K. perché senza che avesse fatto nulla di male, una bella mattina lo arrestarono. La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni mattina verso le otto gli portava la colazione, quel giorno non comparve. Cosa che non era successa mai. K. aspettò per un poco guardando dal letto la vecchia che gli abitava di fronte e che lo stava osservando con insolita curiosità: poi meravigliato e nello stesso tempo pieno di fame, si decise a suonare»
Il processo, di Franz Kafka - Lorenzo Pompeo

 

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